NURAGHE. Sempre attenti a schivare i luoghi comuni e gli accostamenti maldestri, viene da chiedersi, razionalmente, che cosa fossero i nuraghi. Dai concetti mediterranei indagati apprendiamo che la Sardegna, nei millenni precristiani, non aveva affatto penuria di parole per indicare una “torre”. Semplicemente, disdegnava per essa l’uso di tūrris e preferiva altri due termini. Il primo indicava la torre difensiva, e la chiamò dimtu (come gli Accadi), da cui il cognome Denti (non a caso la torre difensiva ha la vaga sagoma di un molare).

Il secondo concetto mirò a definire la “torre sacra”, e la chiamarono nurágu, nurághe. Questa dai Babilonesi era detta nuḫar, ed era il tempietto posto in cima agli ziggurat, il quale – stando alle descrizioni degli archeologi – aveva proprio la forma dei nostri nuraghes.

Ma è la lingua sumera ad aver lasciato il significato profondo di questo nome venerando. Esso è tri-composto, nu-ra-gu (vedi il nome del villaggio Nuragus), da nu ‘creatore’ + ra ‘fulgido’ (vedi egizio Ra, il Dio-Sole) + gu ‘forza, complesso, interezza’ (di edificio). Nuragu significò ‘chiesa del fulgido creatore’. Esso era il tempio del Dio-Sole. In campidanese è chiamato nuraxi (effetto di lenizione dell’antica -k-); mentre il nome più arcaico è certamente quello del centro Sardegna, nurake, nuraki. In questo caso è congruo interpretare il terzo componente dal sumerico ki = ‘luogo, sito’. ed indicare su nurake come il ‘luogo del Dio Sole, luogo del Fulgido Creatore’.

 

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