ARBARESCA (sinonimo di romanisca, arromanisca: vedi), denominazione del gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti di oggetti di rame (piscaggiáus). Stando a Francesco Corda (SGR 24), «è stata ipotizzata una derivazione da arbër ‘albanese’ o da arberëše ‘italo-albanese’. Di “probabilissima appartenenza all’albanese” sono, per il Cortelazzo, alcune voci gergali isilesi: arrega, dossu, drughi ecc. Non è improbabile che arbaresca sia la denominazione originaria della parlata romanisca, intesa semplicemente come ‘linguaggio dei ramai’. Tale ipotesi è basata sui nomi dati al ramaio, al calderario, allo stagnino ecc. in vari gerghi di mestiere: arvar a Tramonti (nel Friuli), revara a Monsanpaolo (nelle Marche), erbaru a Dipignano (in Calabria)».

Pur rendendo omaggio ai pionieri che hanno dato avvio alle ricerche, cimentandosi per primi con le grandi difficoltà opposte da un gergo sino a ieri misterioso, mi permetto di non essere d’accordo con l’interpretazione del Cortelazzo; non concordo neppure con l’impostazione del Corda. L’ipotesi che questo vocabolo aggettivale possa essere un etnico indicante un gruppo di professionisti originari dall’Albania, sottenderebbe una ovvia conseguenza: che la lavorazione del rame sia stata sempre peculiare degli Albanesi, anzi che l’Albania in quanto tale sia stata il focus da cui s’irradiò nel Mediterraneo la tecnologia del rame. Ma vi osta il fatto che, a quanto si sa, l’Albania non fu mai produttrice di questo metallo. Vi osta pure la considerazione che nella storia greca e nella storia romana l’Albania non fu mai nominata per tale vocazione, neppure dai poeti greci (i quali, si sa, furono spesso i rivelatori di certe relazioni socio-economiche che sfuggivano financo agli storici). Queste considerazioni hanno un peso. Così come ha il suo peso la considerazione che già i Sumeri conoscevano il rame.

È da quest’ultima affermazione che occorre prendere le mosse. In secondo luogo, sono proprio le traduzioni etimologiche che propongo sui lemmi arbaresca e romanisca a gettare un potente fascio di luce sulla loro origine, che fu sumerica, appunto. Anche il rapporto reciproco tra i lemmi arbaresca e romanisca, evidenziato dalla traduzione, non porta alla loro confusione ma anzi distingue due figure professionali precise.

Infatti arbaresca, arbaréscu, arbaríscu ha la base etimologica nel sum. arab ‘vaso’ + isḫu ‘distribuzione’: arab-isḫu > metatesi arbaríscu, col significato di ‘distributore di vasi’. Quindi sembra chiaro che furono gli attuali piscaggiáius (i ‘rivenditori degli oggetti di rame’) ad avere l’identità originaria di arbaríscu.

Quanto a romanìsca, che denomina il gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti degli oggetti di rame (piscaggiáius), la sua base etimologica sta nel sum. ru ‘costruzione’ + manu ‘legno, salice’ + isḫu ‘distribuzione’: ru-man-isḫu, col significato di ‘colui che costruisce coi salici e distribuisce’ ossia ‘intrecciatore di salici e distributore’ (come dire che quegli arcaici professionisti erano ‘cestinai’). Questa etimologia potrà lasciare stupefatto qualcuno, ma invece dà uno spaccato stupefacente ma realistico della più antica civiltà della Sardegna (e di Ísili), quella paleo-neolitica, allorchè non si usavano i metalli, e le costruzioni erano fatte intrecciando stuoie e casse-formi coi rami delle piante più adatte (canne, salice, ecc.). Le casseformi erano riempite di fango-sassi-paglia per erigere i muri e le muraglie degli abitati. Ma è chiaro che con romaníscu s’intendeva esclusivamente colui che intrecciava i salici per fare cestini, almeno alle origini.

Questa vocazione isilese è ancora viva, e procede affiancata all’arte ramaia. Ma è ovvio che l’arte della cestineria è molto più antica, e solo quando, grazie alla vicina miniera di Funtana Raminosa, gli Isilesi (i primi in Sardegna!) cominciarono a forgiare il rame, ecco che i cestinai passarono in secondo ordine (formando un’altra classe sociale), e romaníscu passò a indicare il ‘forgiatore-venditore del rame’.

Al riguardo vorrei fare un’osservazione di non poco conto. Sostengo che in Sardegna l’antichissima arte cestinaia degli Isilesi era arcinota e molto apprezzata, forse per il fatto che il vicino rio Mannu recava una pletora di ottimi salici da intreccio. A mio avviso furono proprio i salici a determinare la stanzialità della tribù primitiva e quindi la costruzione del primo villaggio, a fianco del quale sorse il nuraghe, l’altare del Dio Sole. Infatti il nuraghe Is Paras, il più celebre della Sardegna per l’incredibile perfezione della sua tholos, ha la base etimologica nel babilonese išparum ‘laboratorio d’intrecciatori’. Vedi al riguardo il fitonimo sardo ispartu, it. ‘sparto’, denominante il Lygeum spartum, nel Campidano detto tzinnìga. Questa voce ha la base nel babilonese išpartu ‘donna che intreccia steli d’erba’.

BÙFFULA ‘mammella’. Sembra che la forma curiosa derivi dall’opportunità che la mammella offre ai lattanti di succhiare il latte: da camp. buffái ‘bere’, ma pure ‘soffiare’. Per la mammella questa doppia semantica andrebbe bene, perché il pargolo che succhia sembra quasi che dopo ogni poppata la soffi con forza per tener gonfio l’oggetto del nutrimento.

Quanto sopra però deve servire a suscitare più acribia al momento della ricerca etimologica. Infatti non credo che la reale semantica di bùffula sia quella appena descritta. A mio avviso la sua arcaica base etimologica è il sum. pu ‘bocca’ + pu ‘sorgente’ + la ‘flusso liquido che esce in gran quantità’: pu-pu-la, col significato di ‘bocca di sorgente che emette in quantità’.

CALLÍU ‘bello’. Il lemma appare a tutta prima di origine greca: καλός ‘bello’. Ma questa prospettiva interessa soltanto chi non riesce a estendere il proprio campo d’indagine. Infatti il termine sardo attinge direttamente dal sumerico kal ‘pregiato, raro, di valore’ + u ‘ammirazione’: kal-u ‘(cosa) rara da ammirare’.

CAMPANÁRI ‘morire’. Se l’intuizione coglie nel segno, questo è l’ennesimo vocabolo ironico, fantasioso, col quale si vuole esprimere il momento solenne dell’addio, quello in cui si suonano le campane “a morto”. Altrimenti, sempre restando nell’ironia, sembra possibile intendere il verbo come un composto nella lingua delle origini, il sumerico, dal quale abbiamo l’agglutinazione kam-pa-narua: kam ‘cambiare, diventare altro’ + pa ‘tasca, fossa’ + narua ‘stele’, con la descrizione sintetica dei momenti cruciali del trapasso: la morte, il loculo o fossa, la stele del ricordo.

COFFA ‘buona sorte, fortuna’. Il termine nel concreto indica (Logudoro) il ‘braciere’; in Campidano cuppa è il ‘braciere’, ‘cesto’, ‘paniere per trasporto’, che ha la base nell’akk. kūbu ‘vaso per bere, per versare’.

L’uso metaforico col senso astratto di ‘fortuna’ è pansardo. Coffa indica ciò che in altri termini è detto, volgarmente, culo, nel senso di ‘fortuna’. Quest’ultimo termine è sempre accompagnato dall’indice-medio contrapposti in forma circolare, a indicare la larghezza del collo del “vaso” necessario a contenere la… fortuna. Il campo semantico rievoca facilmente l’originaria cornucopia della dea Fortuna o il “vaso di Pandora” (dal greco ‘tutta doni’).

CÓIRA ‘pelle, cuoio’. Il termine ha la base diretta nel lat. corium ‘cuoio’, gr. κόριον (cfr. francese cuir ‘pelle, cuoio’).

CRABIÉLI ‘sole’. Anche questo termine sembrerebbe rinvia ironicamente a qualcos’altro, a idee più complesse, riferite a entità arcaiche il cui nome riesce a condensarsi soltanto nella essenzialità di un vocabolo. Ma stavolta non è proprio così. Se volessimo stare alla Bibbia, Gabriele è (forse) il secondo dei quattro arcangeli più importanti nella gerarchia, quelli che possono apparire davanti a Dio (1 Enoch 40). Sempre in 1 Enoch (9,9-10) è considerato strumento della distruzione degli empi. La tradizione ha associato Gabriele con l’arcangelo la cui tromba annuncerà il ritorno di Cristo. Eppure non possiamo credere che crabiéli sia l’ipostasi dell’arcangelo Gabriele.

In realtà il lemma ha la base etimologica nel sum. kar ‘risplendere’ + be ‘perfetto’ + akk. Elû ‘Dio del cielo’: stato costrutto kar-bi-Elû (e successiva metatesi), col significato di ‘Dio perfettamente risplendente’, riferito al sommo Dio in quanto Dio Sole.

DOSSU ‘maiale, suino’. Termine criptico che riceve luce esclusivamente con l’akk. duššu ‘abbondante, copioso’ (con riferimento al maiale d’allevamento). Ma molto probabilmente la vera base etimologica è il sum. du ‘adatto, utile’ + šu ‘totalità’: du-šu, col significato di totalità utile’. Si sa che del maiale non si spreca niente.

DRUGA ‘pianta’. Sembra incongruo un banale rimando alla droga (con riferimento alle piante di accompagnamento delle pietanze).

Questo lemma così corto pare contenga delle informazioni importanti ricavabili dal sum. dur ‘piccone, zappa’ + ḫa ‘vegetale’, ḫab ‘pianta’: composto dur-ḫab ‘pianta per picconi, per zappe’, poi metatesizzato. Dobbiamo ricordare l’estrema importanza che i Sumeri davano agli alberi dal legno duro (praticamente inesistenti in Sumer), necessari a forgiare le zappe per le coltivazioni.

DRUGÁLI ‘raccoglitore e portatore di legna’. Vedi a druga. (1)

FALLOSSA ‘pancia’. Ancora un volta abbiamo un termine sintetico che appare come farsesco. Ma la sua origine è chiara: è il sum. pa ‘tasca, sacca’ + lu ‘abbondante, che accumula’ + su ‘intestini’: pa-lu-su, come dire ‘sacca che accumula (trattiene) gli intestini’.

FOLLIÒSA ‘carta’, ‘banconota’. L’origine sembra chiara, dal lat. fōlīum ‘foglio’, espresso col solito raddoppiamento (-ll-) tipico della parlata sarda meridionale. Quello che a noi appare come suffisso (-òsa) in origine fu il vocabolo sumerico us ‘pecora’. Quindi folliòsa significò ‘pecora in folio’, ‘pecunia di carta’, dal lat. pecus, pecoris, indicante sia il bestiame (ivi comprese le pecore) sia il peculio, ossia la proprietà, da cui provenne il lat. e l’it. pecunia ‘denari’.

FRÁFULU ‘frate’. In origine significò ‘cercatore con la scodella’. Fu tipico dei primi frati cristiani, votati alla povertà assoluta, andare in giro a cercare cibo con la scodella. Infatti abbiamo i riscontri linguistici. L’it. fra-te è una metatesi che corrisponde nella radice al sardo par-a, e quest’ultimo deriva dall’akk. pâru ‘cercare’. Quindi è chiaro che in origine su para indicò, letteralmente, ‘il cercatore’. Quanto al secondo membro –fulu, ha la base nel sum. bur ‘scodella’. Quindi il composto frá-fulu significò ‘cercatore con la scodella’.

FRANCISCÁNU ‘gancio della stadera’. Sembra che questo lemma, almeno nel radicale, si “agganci” al sardo franca, farranca ‘presa molto salda’, anche ‘artiglio, zampa’, con base nell’akk. parāku(m) ‘impedire, ostacolare, bloccare’. Non ha quindi la base nell’it. branca ‘zampa’ da un tardo-latino (S.Agostino) col significato di ‘zampa’, come crede Wagner e Paulis NPPS 187. Vedi cognomi sardi Franca, Francu, Franco, che sembrano degli adeguamenti italianeggianti.

Ma è l’intero lemma franciscánu ad essere intrigante e a lanciare una sfida etimologica. E allora vediamo pure il secondo riferimento accadico: isḫu ‘braccio’, quindi ‘leva’, col che ricaviamo un antico composto parāk-isḫu + anu (così detto in accadico il ‘segno cuneiforme’, a causa della sua forma “a gancio, ad amo”). Quindi lo stato-costrutto accadico parāk-isḫ-anu, diventato franciscánu per paronomasia, significò in origine ‘braccio di sostegno a forma di amo’.

FRASCA ‘rame grezzo’ (o lavorato?). Ha la base etimologica nel sum. bar ‘bruciare, mettere al forno’ + saḫar ‘vaso, tegame’. Poiché molto spesso la rotata finale sumerica cade, possiamo supporre che l’antico composto divenne bar-saḫa, poi divenuto per metatesi e contrazione fra-sca, col significato antico di ‘vaso da mettere al forno’ (s’immaginò il vaso già forgiato, dopo la fusione della ganga).

GALIZZA ‘volpe’. Si sa che in Sardegna il nome della volpe è sempre stato tabuico, non si è mai pronunciato, poiché ancora oggi si pensa che rappresenti il diavolo. Infatti la sua antica base etimologica è l’akk. gallû(m) (un demone nocivo) + sum. izi ‘fuoco’, col significato di dèmone del fuoco’, ossia il Diavolo.

Va detto che galizza non è voce esclusivamente romanisca. Lo rileva lo stesso Wagner nel suo DES.

GIAÙTTA ‘ragazza’, giaùttu ‘ragazzo’. Il termine sembra fosse femminile già in origine. La base etimologica pare infatti dal sum. ḫau-tu (ḫaum ‘vestito, abito’ + tu ‘tessere al telaio’), col significato di tessitrice di vestiti’.

GIAÙTTUragazzo’; giautteddu, –a ‘ragazzetto’, ‘ragazzetta’. Vedi giaùtta.

GITÁNGULU ‘arancio’, ‘arancia’. La base etimologica è il sum. gi-tam-ḫul (gi ‘essenza’ + tam ‘puro’ + kul ‘pasto, cibo’, kul ‘pianta’, ḫul ‘godere’); il significato originario fu ‘essenza di puro godimento’.

GITARRU ‘stagno’. Ha la base nel sum. ḫi ‘mescolare, fare una lega’ + akk. târu ‘dare, apporre, ripetere, restaurare’: ḫi-târu, col significato di ‘lega da restauro, da miglioramento’ (ovviamente nella lavorazione del rame).

GRIPPU ‘becco di uccello rapace’. Corrisponde all’it. grippare ‘il bloccarsi di un organo contro un altro’, che ha il corrispettivo nel fr. gripper che risale al francòne *grīpan ‘afferrare, ghermire’. In ogni modo sia il francòne *grīpan sia il termine ramaio grippu hanno la base nel sumerico ḫir-pu (ḫir ‘stringere’ + pu ‘bocca’), col significato di ‘stringere con la bocca’.

GRUCCIÓSU ‘grano’; in su grucciόsu ‘in mezzo al grano’. Ha la base nel sum. gur ‘raccogliere, operare il raccolto del grano’ + ḫuš ‘pianta’: gur-ḫuš < met. gru-ḫuš col significato di ‘pianta da raccogliere’ (ovviamente per il nutrimento). Va da sé che il termine è veramente tra i più arcaici.

GRUNIVU ‘ferro’; stréttula ‘e grunivu ‘strada ferrata’; arrollanti de stréttula ‘e grunivu ‘treno’, stréttula gruniva ‘ferrovia’, scocculus de grunivu ‘carabinieri’ (forniti di ferri o manette); grunivu, –a ‘di ferro’.

Ha la base etimologica nel sum. kur ‘bruciare, accendere’ (akk. kūru ‘fornace per la fusione dei metalli’) + u ‘pietra’ + ne ‘braciere’ + bu ‘perfetto’: kur-u-ne-bu, col significato di ‘perfetta pietra da fondere nel braciere’. Quando il sumerico integra un lemma con l’aggettivo ‘perfetto’, vuole sempre indicare un elemento insostituibile, imprescindibile nel processo che viene descritto.

GURIA ‘bottega’. sum. gu ‘banco, bancone’ + ri ‘gridare’, col significato di ‘banco delle grida’. Così era anticamente una bottega, ossia una panca dove il commerciante esponeva la propria merce attirando il passante col proprio richiamo.

IMPESA ‘minestra’. Ha la base nel sum. peš ‘tagliare a pezzi, affettare’, cui è prefissa la particella mediterraneo-accaddica in, col senso di moto a luogo: in-peš.

INCRAVONÁU ‘deretano’. Ha la base nel sum. kar ‘soffiare, spifferare’ + bun ‘spingere, soffiare, far svolazzare’ + suff. campidanese, e solito prefisso accadico-mediterraneo in col significato di posizionamento, moto in luogo: in-kar-bunáu. Ovvia la metonimia.

INGRIBBIÁRI ‘coinvolgere’. Il termine è strettamente legato al campo semantico dell’it. ghirba ‘otre di tela impermeabile’, dall’arabo gerba < sum. gir ‘recipiente, giara’ + ba ‘vaso’: gir-ba, col significato di ‘vaso contenitore’.

ISCÙLA ‘concava’; piscággia iscùla ‘oggetti concavi di rame’, anche ‘tipi di scodelle’. Infatti ha la base etimologica nel sum. iškila ‘scodella’.

LABORANTIS ‘testicoli’. A tutta prima sembra una metafora allusiva al fatto che quest’organo sessuale “lavora” con frequenza, almeno nei giovanotti. Invece sembra che il termine abbia le basi sumeriche, da lab ‘caro’ (termine carezzevole) + ur ‘servitore’ (ma può anche indicare un ‘uomo’ in quanto tale, o l’atto del ‘detergere’, o del ‘mietere il grano’, o della ‘protezione, chiusura’, o del ‘profumo’: tutti termini allusivi): lab-ur + anta ‘compagno’: lab-ur-anta, col significato di ‘compagno di carezze’.

LANDRIA ‘bicchiere’. Ha la base nel sum. lamdre ‘tino’.

LENTU ‘brodo’. Ha la base nell’akk. lemû ‘consumare’, ‘cibo con acqua’, consommé + sum. tu ‘zuppa, brodo’: lem-tu.

LUNÁRIGU ‘anno’. Questo termine del gergo ramaio di Isili è un chiarissimo relitto dei tempi in cui l’anno era lunare, non solare. Esso ha basi etimologiche integralmente sumeriche, espresse ovviamente con una agglutinazione, che si traduce come segue: Luna (it. luna, lat. lūna) < sum. lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’, nu ‘sperma, genitali maschili’, col significato di ‘(Padre) creatore luminoso’ (presso i Sumeri la Luna era un Dio, non una Dèa), ed era considerato il Dio fecondatore dell’Universo.

Lunárigu quindi può essere scomposto in lunár-igu, in cui la –r– del primo membro è un normale suffisso aggettivale: lunari ‘relativo alla luna’. Il secondo membro –igu ha la base nel sum. iku ‘unità di misura’ di area, di volume. Quindi lunárigu indicò in origine la ‘Misura della Luna’ (riferita ai 12 mesi sumero-babilonesi).

MÁNGURU ‘strumento’; in senso figurato ‘organo sessuale maschile’: gregagna de su mánguru ‘peluria del pube maschile’, intrappanas de su mánguru ‘mutande per uomo’. Penso che l’uso figurato, per quanto lo sia veramente, assuma comunque il valore primario. Quindi è il concetto di ‘strumento’ a diventare, a questo punto, derivato e metaforico, direi quasi metafora della metafora. Infatti mánguru ha la base etimologica nel sum. mangara ‘cesello, bulino’: che è tutto un programma, e per di più ironico.

MÁSCHERI ‘maestro’, ‘mastro artigiano’. Il lemma pare abbia la base etimologica nell’akk. masḫāru ‘un vaso’, masḫātum (un costruttore di vasi). Sembra quindi che per máscheri in quanto ‘mastro artigiano’ s’intendesse proprio colui che confezionava i vasi, i recipienti, inizialmente di coccio, in seguito di rame.

MINEGA ‘donna’, ‘moglie’; minèga e cobeddári ‘moglie e marito’. Ha la base nel sum. min ‘due’ + egun ‘magazzino’. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un lemma ironico, riferito a colei che ha le mammelle. Infatti min-egun significa ‘due magazzini’, come dire ‘due tesori’, poiché con questi vengono allevati i figli.

OCCHIÉRI ‘asino’. Si sostiene che sia voce zingaresca; da confrontare anche con calandru. Ha la base nel sum. uḫ ‘far la pasta’ + erin ‘giogo’: uḫ-erin, col significato di ‘giogo per far la pasta’. Conosciamo la funzione familiare dell’asino fino a 60 anni fa.

ODRINÁGU ‘destra’; s’alluttera ‘e odrinágu ‘l’orecchio destro’. sum. ud ‘sole’ + ri ‘situare, porre, imporre’ + na ‘uomo’ + gu ‘lato’: ud-ri-na-gu, col significato di ‘sole posto a lato dell’uomo’. Se, come immagino, l’uomo si orientava guardando appunto ad oriente, ossia al sorgere del sole, allora egli si trovava il sole alla destra a mezzogiorno.

ORÍGLIU ‘veicolo’. Ha la base nel sum. ur ‘raccogliere, riunire, radunare’ + il ‘trasportare’: ur-il, col significato di ‘raduna e trasporta’.

PALOZZA ‘pentola’. Ha la base nel sum. pa ‘tasca, sacca’ + lu ‘divampare’ + za ‘barca’: pa-lu-za, col significato di ‘sacca per il fuoco a forma di barca’. Ricordo che molte barche nella più alta antichità ebbero forma, oltreché poco bombata, anche circolare.

PANÉRA ‘scodella per il formaggio, ossia fiscella’; denominale da panu (vedi).

PANU ‘formaggio’. Ha la base nel sum. pana ‘scodella’. Infatti anche l’it. formaggio è un denominale di forma, ossia prende il nome dalla scodella che gli dà forma.

PATAROLLA ‘paletta’; patarolla ‘e lucésu ‘paletta di rame per ravvivare il fuoco’, ‘ventaglio’. Ha la base etimologica nel sum. pa ‘ala’ + tar ‘uccello’ + ul ‘qualcosa’: pa-tar-ul, col significato di ‘arnese a forma d’ala d’uccello’.

PATEDDA ‘paura’. La base etimologica è il sum. pad ‘rompere (a pezzi), demolire’ + ed ‘furore, collera’: pad-ed, col significato di ‘demolizione del furore’. I primitivi capirono bene che la paura era il contrario del furore: questo era necessario per vincere, quella subentrava per fare scappare.

PELIÁNU ‘misero, povero’; forma alterata diminutiva (e commiserativa) pelianeddu. Ha la base nel sum. pil ‘maschio’ + i ‘vestito’ + anir ‘lamento’: pil-i-anir, col significato di ‘uomo vestito di lamento’.

PISCÁGGIA ‘mercanzia del ramaio’; sciorrόnu ‘e piscaggia ‘oggetto di rame’, scόcculus de piscaggia ‘guardie di finanza’, piscaggia iscula o patenada ‘oggetti di rame concavi o piatti’, piscaggiáu ‘rivenditore ambulante della mercanzia dei ramai’.

Ha la base etimologica nel sum. peš ‘operare il raccolto’. Il raccolto del grano si fa una volta all’anno: è proprio in quel momento che l’agricoltore ha in mano un peculio, col quale potrà pagare i debiti e sentirsi sicuro per un anno. Quindi sembra ovvio dare al primo membro (pis-) di piscággia il significato di ‘peculio, proprietà’. Quanto al secondo membro del composto, ha la base nel sum. kagu ‘pane’. Con ciò vediamo a sapere che pis-cággia, sum. peš-kagu, alle origini indicò il ‘raccolto del pane’, ossia il raccolto che garantisce il pane. Va da sé che la ‘mercanzia del ramaio’ prese successivamente la stessa semantica per ovvi motivi.

PISTANCAS ‘denti’; pistancas sgranatòrias (o de sgranatόriu) ‘molari’. Il lemma pare abbia origine dal tardo latt. pistāre ‘pestare’ (in questo caso riferito ai denti molari). Ma questo termine a sua volta ha la base nell’akk. pištu ‘abusare’ trattar male una persona’ + anḫu ‘dilapidata (di casa)’: pišt-anḫu, col significato di ‘trattato male e diroccato, ossia reso in briciole’.

ROMANISCA. Denomina il gergo isilese dei ramai (trottoniéris) e dei rivenditori ambulanti degli oggetti di rame (piscaggiáius). La sua base etimologica sta nel sum. ru ‘costruzione’ + manu ‘legno, salice’ + isḫu ‘distribuzione’: ru-man-isḫu, col significato di ‘colui che costruisce coi salici e distribuisce’ ossia ‘intrecciatore di salici e distributore’ (come dire che quegli arcaici professionisti erano ‘cestinai’). Questa etimologia potrà lasciare stupefatto qualcuno, ma invece dà uno spaccato realistico della più antica civiltà della Sardegna (e di Ísili), quella paleo-neolitica, allorchè non si usavano i metalli, e le costruzioni erano fatte intrecciando stuoie e casse-formi coi rami delle piante più adatte (canne, salice, ecc.). Le casseformi erano riempite di fango-sassi-paglia per erigere i muri e le muraglie degli abitati. Ciò avveniva ovviamente dove mancavano le pietre tutt’attorno. Ma è chiaro che con romaniscu a Ísili s’intendeva esclusivamente colui che intrecciava i salici per fare cestini, almeno alle origini.

Questa vocazione isilese è ancora viva, e procede affiancata all’arte ramaia. Ma è ovvio che l’arte della cestineria è molto più antica, e solo quando, grazie alla vicina miniera di Funtana Raminosa, gli Isilesi (i primi in Sardegna!) cominciarono a forgiare il rame, ecco che i cestinai passarono in secondo ordine (formando un’altra classe sociale), e romaniscu passò a indicare lentamente il ‘forgiatore-venditore del rame’.

Al riguardo vorrei fare un’osservazione di non poco conto. Sostengo che in Sardegna l’antichissima arte cestinaia degli Isilesi era arcinota e molto apprezzata, forse per il fatto che il vicino rio Mannu recava una pletora di ottimi salici da intreccio. A mio avviso furono proprio i salici a determinare la stanzialità della tribù primitiva e quindi la costruzione del primo villaggio, a fianco del quale sorse il nuraghe, l’altare del Dio Sole. Infatti il nuraghe Is Paras, il più celebre della Sardegna per l’incredibile perfezione della sua tholos, ha la base etimologica nel babilonese išparum ‘laboratorio d’intrecciatori’. Vedi al riguardo il fitonimo sardo ispartu, it. ‘sparto’, denominante il Lygeum spartum, nel Campidano detto tzinnìga. Questa voce ha la base nel babilonese išpartu ‘donna che intreccia steli d’erba’.

SCAMÙSU ‘pesce’. Ha la base nel sum. šaḫ ‘pesce’ + muš ‘pesce’: metatesi šḫa-muš. Evidentemente ci si riferiva a un certo pesce, al pesce-muš.

SCANDIDA ‘luna’. Ha la base nel sum. šaḫan ‘scaldare’ + di ‘splendere, brillare’ + dal ‘volare’: š(a)ḫan-di-dal col significato di ‘(colei che) scalda e splende volando’.

SCEPPULA ‘bisaccia’. Il termine sembra dal sum. še ‘forma, sagoma’ + pu ‘bocca’ + la ‘appendere’: še-pu-la, col significato di ‘sagoma a bocca da appendere’.

SCÓCCULU ‘guardia’; scocculári ‘sorvegliare’, scocculéri ‘guardiano’. Pare abbia il corrispettivo nell’antico sardo scolca ‘guardia’. Per analizzare etimologicamente il lemma dobbiamo riferirci anzitutto ad Escolca, nome di un paese dell’alta Marmilla. Localmente è pronunciato (i)scroca e deriva dal sardo antico iscolca ‘guardia o scolta ordinata a difesa delle persone e degli averi dei villaggi’, che entra poi nella organizzazione dei giudicati a formare le circoscrizioni minori comprese nei confini di ogni curatoria, in modo da divenire sinonimo di habitatione, antic. ‘la casa e i terreni contigui’. Aveva a capo un pubblico funzionario, su maiore de scolca. Alla scolca venivano denunciati i reati a danno delle persone e degli averi nei villaggi, secondo quanto promesso collettivamente nel giuramento generale chiamato iura de scolca. Nel marzo di ogni anno tutti gli abitanti delle ville, tra i quattordici e i sessant’anni, giuravano di non recar danno ad alcun compaesano nelle persone e negli averi, e di denunciare alla scolca tutti coloro che sapevano aver causato perdite sia nell’abitato che nello spazio coltivato (habitacione), sia privato (pegugiare) che pubblico (populare) con vigne, orti e terreni destinati alla semina o al pascolo secondo il noto sistema della rotazione biennale. Nel successivo Regno di Sardegna fu sostituita col barraccellato (Di.Sto.Sa. 1631).

Iscolca si dice d’origine bizantina, giunto attraverso la Toscana (ma in Toscana si parla di scolta ‘sentinella, guardia’, di cui s’ignora l’etimo, che non proviene da scorta). Esso è attingibile, per iscolca, dall’akk. isqu, ešqu ‘lotto, ripartizione di terreno’ + sum. ul ‘dintorni d’insediamento, terra arabile’ + ki ‘territorio’, akk. qa, ‘unità di capacità’, ‘unità di misura d’area’ (stato costrutto isq-ul-qa). Va da sé che dai terreni arabili da custodire il significato passò col tempo ai custodi.

SCOFFÁU ‘sfortunato’. È il contrario di coffa (vedi).

SIDÓRU ‘lepre’. Ha la base nel sum. šid ‘cavalcare’ + ur ‘cane’: šidur, col significato di ‘cane che corre’. Si badi che con ur s’intese un tempo anche il leone, insomma in genere tutti gli animali dalla corsa velocissima. Quanto al cavalcare, va inteso col senso proprio di ‘correre’. Questo lemma, così come tanti altri, è veramente arcaico.

SORIÁNU ‘gatto’. Il termine richiama immediatamente l’akk. šurānu ‘gatto’. Il celebre gatto soriano fu il progenitore dei gatti, che poi si espansero pure in Occidente.

SUFISCU ‘piccola forgia’. La base è l’akk. šu ‘il’ + sum. piš ‘banco’, anche ‘corrente’ ,’gola’ + ku ‘rafforzare’: šu piš-ku col significato di ‘il banco per rafforzare’. Infatti la forgia serve a riscaldare ripetutamente l’oggetto metallico durante la lavorazione, al fine di indurirne la tempra.

TROTTÓNIU ‘caldaio’. Ha due basi compenetrate: l’akk. tura ‘nuovamente’ + sum. tu ‘battere’ + nu ‘far girare’: tur-tu-nu, col significato di ‘(colui che) batte e fa girare ripetutamente’’.

TRUVUS ‘Dio’. Termine di etimo difficile. Forse ha la base nel sum. tur ‘incantesimo’, ‘leader’, ‘sacerdote’ + ub ‘enunciare’: tur-ub, col significato di enunciatore di incantesimi’.

ZANNI ‘pidocchio’. Ha la base etimologica nel sum, zana ‘larva’.

ZURRUNDEDDA ‘rondine’. Fa il paio col camp. zurrundéddu ‘pipistrello’. Le varianti di questo nome sono tante, ma cito soltanto tsuntsureddu, θuθureddu e cišineddu. Wagner ritiene che la forma e tutte le varianti non siano altro che formazioni fonosimboliche. Ma non è così; tzurrundeddu è il composto babilonese ṣūrum ‘cliff, rock’ + elû(m) ‘arrampicarsi, attaccarsi a’. Significa quindi ‘(uccello) che s’attacca alle pareti, alle rocce, ai precipizi’. Così è pure per la rondine.

  1. A riguardo del lemma drugáli, ‘raccoglitore e portatore di legna’, Francesco Corda (SGR 21) scrive che «l’incidenza del gergo è estesa in qualche caso anche ai toponimi (come attesta la denominazione di Mont’e Drugalis per un’altura [suppongo del territorio di Isili]) ed è forse rintracciabile in altri campi semantici. Potrebbero, per esempio, risalire a fonte arbaresca certi termini della zoologia e della botanica pressoché esclusivi di Isili e di aree viciniori: piligrasciu ‘farfalla’, arrolariu ‘rosa canina’, billotti ‘specie di cardo’, occiau ‘ortica, trémini ‘gramigna’, ecc.

Mi permetto di discordare da questa posizione, poiché i fitonimi non rientrano normalmente nel gergo ramaio; e più che far fluire un discorso chiarificatore, lascio parlare qui di seguito le etimologie dei termini appena citati, cominciando però da quello della ‘farfalla’ (piligrásciu).

Piligrásciu ‘farfalla’. Ovviamente la denominazione si riferisce al fatto che la farfalla reca sulle ali una fitta “peluria” alla quale sta attaccata una spessa pruina, la quale induce gli Isilesi a chiamare questo lepidottero ‘pelograsso’.

Mont’e drugalis indica chiaramente un ‘monte di …(qualcosa)’. Spiego di che si tratta, rifacendomi al bab. durgallu ‘corda di canne’ (evidente intreccio d’un tipo di cannuccia), col che ci avviciniamo allo stesso campo semantico già indicato per il nuraghe Is Paras. Ma il toponimo drugalis potrebbe pure attenere al bab. durgarû ‘sgabello per poltrona o sedia o trono’; oppure ancora durgu ‘parte centrale, la più profonda, di terreno montano’.

Arroláriu (Isili), orroláriu (Desulo, Laconi) orruláriu (Villagrande, Perdasdefogu, orrolári (Meana), orròsa gullári (Busachi) ‘rosa di monte’ (Rosa canina L.). Questo è un composto sardiano con base nell’akk. urû(m), urrû ‘stallion’ nel senso di maschio (riferito a cavalli, arieti, tori) + larû(m) ‘branch, twig’ of plant, col significato complessivo di ‘virgulto degli stalloni, degli arieti’.

Billòttiri (Oristano, Orroli, Usellus), billòtti (Nuragus), canna de billòtti (Isili, Serri) ‘cardo del lanaiolo’ (Dipsacus fullonum L.): Cossu 204. L’etimologia di billòttiri e varianti si reperisce attraverso un composto sardiano avente la base nell’akk. billu (una pianta) + ṭerû(m) ‘penetrare’, col senso di ‘pianta spinosa’.

Orciáu campid., occiáu (Isili, Usellus, Gesturi, Siurgus, Muravera) ‘ortica’ (Urtica dioica, etc.). NPPS lo considera semplicemente una forte corruzione da nuor. urtìca, macom. urtìga e simili, onde campid. orciái ‘pizzicare’; orci!, orci orci!, occi! ‘esclamazione di dolore quando uno viene pizzicato’.

Invece il fitonimo orciáu, occiáu, così pure le esclamazioni citate da NPPS (estrapolate da DES,II,184,191), hanno una base etimologica a se stante, per quanto reciprocamente influenzate con quella di urtìca. Le basi sono due: per urtica abbiamo avuto il concorso di akk. uruti (a plant), urṭû, uriṭû (a plant) + suff. sardiano –ìca. Per orciáu, occiáu abbiamo akk. uriḫu (a thorny plant) + suff. sardiano –atu, onde *uriḫ-atu > *urḫatu > orciá(t)u. Va da sé che il lat. urtīca ed il corrispondente italiano ortìca non hanno la base etimologica da urō ‘bruciare’, ma la stessa qui evidenziata.

Trémini ‘gramigna’. Con certezza possiamo dire che la gramigna non cresce nei burroni (trèmene) ma sui pascoli. Con altrettanta certezza osservo che trémini è una corruzione che distingue nettamente il fitonimo di Isili dai consimili di altre sub-regioni. Infatti di questo fitonimo abbiamo rámine centr., rámine, erámine logud., rámini sassar., trémini (Isili); logud. ramíndzu, eremíndzu, (Milis) arramanárdzu; è la ‘gramigna’ (Cynodon dactylon Pers.). Giusto NPPS 266, la discendenza diretta è dal lat. gramen ‘stelo, erba’; arramanárdzu ha il suffisso lat. –arius. Ma pure in questo caso va notato che l’adattamento alla forma latina è un fatto seriore, rispetto alla base sum. gurun ‘seme’ (v. lat. granum, gramen con la suggestione di basi come il sum. gar-, egara ‘immagazzinare, to store’, akk. garānum, qarānum ‘immagazzinare’) (Semerano, OCE II 418).

Salvatore Dedola

 


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