É possibile restituire il nome originario (quello più antico) ad ogni monumento tipico del vasto mondo archeologico della Sardegna. Siamo ad esempio in grado di restituire il nome arcaico di sa perda fitta (‘pietra infissa’ a terra), chiamata betilo nel Vicino Oriente, da ebr. bet-El ‘casa di Dio’. Il bètilo è la più antica forma che, agli occhi del semita, poteva esprimere la divinità: una scultura aniconica, come si deduce dal testo biblico ove si narra del betilo in forma di cippo che Giacobbe ricavò dalla pietra da lui usata come capezzale. Nella storia biblica di Giacobbe bet-El è appunto il nome del luogo sacro rivelatosi casa di Dio e contrassegnato da un cippo. In Sardegna ci è rimasto il toponimo Betilli in agro di Sàdali.

Il papa Gregorio Magno s’impressionò molto a sapere che in Sardegna, allo scadere del VI secolo dell’Era volgare, si adoravano ancora ligna et lapides. Delle lapides nella Sardegna centrale abbiamo il nome (che era appunto bétilu o betillu: vedi Betilli). Il nome delle ligna, che rappresentavano la dea Astarte, era iliannu e pure mùdulu.Iliannu in accadico significa ‘albero’ e da tale lemma prende nome Sa Perda Iliana (limite montano tra Seùi e Gàiro), rupe fusiforme diritta come un albero sacro, rappresentante il fallo del dio-Toro, di Ilu dio supremo ugaritico, che in accadico produce ilānu ‘dio, deità’.

L’altro termine mùdulu (accadico = ‘palo’) si conserva nel nome del paese Mòdolo. In Mesopotamia, con la penuria assoluta di alberi, quando questo era ricevuto per dono o per commercio dai popoli limitrofi lo si usava anche per conficcarlo, costruirvi attorno il témenos del tempio e adorare la dea della fecondità Astarte (assira Ishtar, sumera Dilbat). Nel primo medioevo sardo il ‘palo sacro’ era oramai chiamato alla latina palus ‘fallo’, ed è da questo termine che deriva il nome del sito di Su Palu (nella codula d’Ilune), nonchè il nome del santuario di Nostra Sennora di Palu Irde (Dorgali).

I betili furono molto comuni nel Vicino Oriente. Nell’antichissima città fenicia di Biblos il tempio principale aveva una pletora di bétili.

C’erano bétili anche nella città cananea di Hazor (Israele, Galilea superiore), citata più volte tra le città conquistate dai faraoni del Nuovo Regno come Tutmosi III (XV sec.), Amenhotep IV (XIV sec.) e Seti I (XIII sec.). Hazor era già comparsa alla storia nei testi di esecrazione egizi e nelle tavolette di Mari (XVIII sec. a.e.v.). Le citazioni più esaurienti che riguardano la cananea Hazor sono le lettere di Tell el-Amarna (Egitto), nelle quali essa chiede aiuto al Faraone contro i Khabiru, i fuoriusciti che creavano gravi disordini e attentavano alla libertà di diversi centri dell’area. Hazor raggiunse il massimo sviluppo nel Bronzo Medio, mantenendo inalterata la sua fisionomia sino al XII sec. prima dell’Era volgare. Vi si trova il Tempio degli Ortostati, caratterizzato dal rivestimento interno in pietre ben squadrate. Ma Hazor ha principalmente un piccolo Tempio delle Stele, costruito alla fine del Bronzo Tardo (1300 a.e.v.) dove si è conservata la statua di culto assieme a 17 stele votive (altezza da 27 a 65 cm) all’interno della nicchia circolare ricavata nel muro di fondo dell’unico ambiente. Esse ricordano le stele votive fenicie, es. quelle di Cartagine.

Anche a Gezer (ancora in Israele) si trovarono numerose piccole stele nel sito alto (high place), luogo del tutto aperto (senza tetto).

Sappiamo che a Palmyra si adoravano, oltre agli altri dei, anche i betili, pietre ritenute sedi delle divinità, che venivano portate in processione.

É noto che la Sardegna aveva migliaia di betili, iconici ed aniconici. La loro distruzione e l’oblio, dal primo Medioevo ad oggi, sono stati immensi, ma la passione degli studiosi locali sta fornendo all’archeologia sempre nuovi ritrovamenti, come quelli di Isili.

I betili più famosi della Sardegna sono quelli di Pranu Mutéḍḍu o Muttédu, in agro di Goni, sito pianeggiante coperto da un bosco di sughere, dove è stato rinvenuto un insediamento prenuragico tra i più belli e interessanti della Sardegna, caratterizzato da una grande cista interamente scavata nella roccia attraverso il foro originario costituente la porticina. La cista, alta circa 1.5 m, sta al centro di un grande circolo solare delimitato da ortostati, accanto al quale si dipana una lunga fila di menhirs aniconici, sagomati a martellina ed orientati in linea est-ovest.

Si è sempre interpretato il toponimo Pranu Mutteḍḍu come ‘il piano del mirteto’, dal camp. mutta ‘mirto’. Ma a parte il fatto che in tutta la contrada è impossibile rintracciare il mirto, questo sito è uno dei pochi dell’area dove la foresta originaria si è conservata pressochè intatta. Esso si sarebbe dovuto nominare, semmai, Pranu Suergiu ‘piana delle sughere’. Va ricordato che il vicino villaggio di Goni, l’ultimo della Sardegna ad essere collegato da una strada carrozzabile (che poi è stata l’ultima a ricevere l’asfalto) è vissuto fino a pochi decenni or sono in un ridotto tra i più selvaggi dell’isola. Ai tempi del La Marmora (170 anni fa) era raggiungibile soltanto a cavallo, e non su un cavallo qualsiasi ma soltanto in groppa al minuscolo cavallo sardo, l’unico ad avere l’energia per superare balze di ogni tipo. Il La Marmora disse, a proposito di Goni, che uno vi si poteva recare soltanto per amore della scienza. Possiamo ben dire che Goni in virtù dell’isolamento ha conservato pressochè intatti certi siti e certo sentire degli antichissimi progenitori.

Mutteddu ha la base etimologica nel babilonese mu(t)tellu ‘nobile, principesco’ e Pranu Mutteddu significa quindi ‘Piano dei principi’. Che lo si voglia o no, questa traduzione inconfutabile dà agli archeologi un ottimo strumento per interpretare al meglio il grande mistero che ancora avviluppa l’antichissimo sito funerario.

Quanto ai betili o menhirs iconici, essi sono presenti soltanto nel centro della Sardegna, nel Sarcidano; finora sono stati trovati nel triangolo Isili-Laconi-Nurallao. In agro di Laconi c’è un’area alquanto piana, celebre per la presenza di numerosi menhirs iconici d’epoca prenuragica, chiamata Perda Iddocca (*). Da quattromila anni questo termine non ha subìto alcuna variazione, se non il solito adattamento della –ll– originaria all’alveolo-dentale –dd– (*) e l’adattamento del suffisso all’accus.accad. in –am. Il toponimo ha infatti la base etimologica nel bab. illukku (a precious stone, una pietra venerata, di alto pregio), usato anche come metafora in termine di stima.

Enrico Atzeni, l’archeologo che ha studiato il sito, afferma che «Il misterioso toponimo Perda ‘e Iddocca (da lui tradotto come ‘pietra di Iddocca’) non trova riscontri in Sardegna, ma si lega a una leggenda tramandata dagli anziani del paese: “Iddocca, regina nuragica, sconvolta dall’ira e dal dolore per la morte delle figlie, uccise dai nemici, scagliò lontano i massi che trasportava per costruire un nuraghe: sulle pietre che si conficcarono al suolo rimase l’impronta delle sue mani…”» (SSM 86). Questo di Atzeni è un bamboleggiamento in flagrante, non solo perchè è un chiaro esempio di come nascano i miti quando si perde la memoria storica, ma pure nel senso che gli archeologi sardi, nel loro immarcescibile dissidio con la ricerca avanzata, si rifugiano nelle fole pur di non affrontare (o far affrontare dai linguisti) dei problemi che si risolverebbero, se in Sardegna venisse impiantata una cattedra di lingue semitiche.

Ma sarebbe troppo citare il nostro archeologo per questo mito infantile; ben altre sono le ragioni che meritano citazione. Nel suo libro La scoperta delle statue-menhir, CUEC, Cagliari, 2004, egli presenta e descrive “il Capovolto”, che è quello strano simbolo, simile a un candelabro o meglio a un polpo capovolto, scolpito in molte steli del Museo di Laconi. Le sue elucubrazioni, ripetizioni di analoghe elucubrazioni di illustri predecessori, compreso il Lilliu, tendono ad accreditare – sia pure tra le angosce dello sforzo interpretativo – che quell’immagine, contrapposta al “Naso” discendente dalla punta della scultura ogivale e che “umanizza” la statua, è un “uomo capovolto”, un grafema quasi identico ai petroglifi “antropomorfi capovolti” della domus de janas di Oniferi (Sas Concas), a loro volta simili ai “petroglifi schematici antropomorfi” nel dromos della domus de janas della tomba Branca a Cheremule, ed ancora similari alle “pitture schematiche antropomorfe” della Grotta Scritta di Olmeta (Corsica), nonchè dei “petroglifi schematici antropomorfi” della Grotta del Bue Marino a Calagonone (Dorgali).

Per i grafemi delle statue del Museo di Laconi, Atzeni non sa sciogliere il dubbio se i “Capovolti” siano «Guerrieri indicati dalla statua di un dio che li protegge, capovolti come nelle pareti delle tombe ipogeiche, o simboli della morte nel monumento di avi eroizzati di cui si tramanda il ricordo». E forse non riesce a risolversi perchè, nel mettere in sequenza storica tutte le stele europee con le quali quelle di Laconi accettano il confronto, egli scorge che i misteriosi grafemi si “evolvono” diventando proprio un viso d’uomo (vedi i menhirs della Corsica).

Lascio agli archeologi il credere che tali “evoluzioni” siano collegate e conscie, anzichè mere re-interpretazioni dell’artista (e del sacerdote suggeritore) entro una ristretta simbologia mirata pur sempre a celebrare il Dio-Toro nei suoi molteplici attributi del Dio-Guerriero (Corsica), del Dio-Fecondatore, o del Dio-Androgino fuso con la natura della sua paredra. In questo ambito è inutile, anzi dannoso, che gli archeologi parlino di menhirs esclusivamente “maschili” e menhirs esclusivamente “femminili” solo perchè a questi ultimi sono state scolpite le mammelle. Anche la tentata interpretazione del “pugnale” orizzontale delle statue del Museo di Laconi è fuorviante, se in qualsiasi momento non si tiene conto della natura complessa del Dio universale polimorfo, indissolubilmente fuso con la sua Paredra (la Dea Mater) come lo fu ai primordi della concezione religiosa dell’uomo.

I grafemi del Museo di Laconi accreditano, a mio parere, proprio la co-presenza e fusione dei simboli maschili e femminili. Quindi il menhir nella sua interezza rappresenta il Phallus fecondatore della natura, ed i bassorilievi scolpiti sul phallus sono gli attributi del Dio supremo: in questo ambito, il misteriosissimo “Capovolto” non “scende agli inferi” e non è neppure un uomo, ma è semplicemente la Vagina della Dea Mater, capovolta perchè riceve il seme dal penis divino che discende a penetrarla. Il penis, manco a dirlo, è quello che ci si ostina a interpretare come “naso”; la vagina è l’intero “capovolto”, col clitoride raffigurato nel suo pomello inferiore, le labbra raffigurate dai due bracci esterni, la rima vulvare raffigurata dal piccolo braccio centrale. E laddove il “candelabro” o “capovolto” presenta cinque bracci, i quattro non-centrali raffigurano sia le piccole che le grandi labbra della vulva.

Che si voglia o no, la prodigiosa capacità di astrazione degli artisti dei primordi lascia ammirati e attoniti, non cessa di stupirci a cominciare dagli straordinari dipinti rupestri di 35.000 anni fa, perfetti come disegni leonardeschi. E se naturalismo e astrazione fin dal Paleolitico figurano spesso assieme, talora distinti e talora collegati, spetta a noi ridare valore alla grandezza dei nostri padri, uscendo dalle dannose definizioni quale quella del “capovolto”, che in sè non dicono nulla ma che intanto – ex silentio – consolidano surrettiziamente delle credenze che restano inamovibili in quanto emesse dalla penna e dalle bocche dei più grandi archeologi.


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