PERSONAGGI, RE, GIUDICI (e mogli, figlie di giudici) DELLA SARDEGNA ANTICA

AGALBURSA (di Arborea) = ‘figlia di Bursa’, o anche ‘originaria di Bursa’, dal fenicio aḥ ‘figlia’, che produce il personale Aḥl (> Aḥal, Agal) + Byrsa (nome dell’acropoli fortificata di Cartagine).

ALTÁRO. Vedi Altáre.

ALTÁRE è il nome di un bieco signorotto che aveva il castello sulle falde del Montiferru. La sua proverbiale crudeltà durò a lungo, sinchè i paesani riuscirono a ucciderlo (leggenda narrata da Dolores Turchi, GESMFRP 461 sgg.).

Per l’etimologia possiamo proporre un termine sardiano con base nell’akk. altarru ‘forte, eroico’. Ma il nome può essere pure una corruzione di Saltáro, creduto un nome preceduto dall’articolo. Saltáro nomina un giudice-re della Gallura, ed ha la base etimologica nell’akk. šalṭu(m) ‘che ha autorità (in quanto regnante)’ + ārā ‘terra, territorio’: significa quindi ‘colui che regna sul territorio’.

AMPSÌCORA, Amsìcora, abitante di Cornus, era considerato il primo fra i sardopunici latifondisti del basso Tirso, toccato negli interessi dall’occupazione romana del 238 a.e.v. La flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo, venuta in soccorso della sua rivolta, fu sballottata da una tempesta verso le Baleari, e mentre Ampsicora nel 215 a.C. vagava in Barbagia a reclutare giovani, suo figlio Osto (Iosto) fu sconfitto dal propretore Tito Manlio Torquato alla testa di 22.000 fanti e 1.200 cavalieri.

Questo nome composto è molto simile al nomignolo di Asdrubale, detto dai Romani “il Calvo”. Infatti Amsicora deriva dal bab. ḫamṣum ‘calvo’ + ūru ‘figlio’, che per stato costrutto dà ḫamṣ-ḫūru, e per legge fonetica sarda diviene Hamsì-cora (con la –u accadica che muta in –a). Il composto personale è da tradurre quindi come ‘Figlio del Calvo’.

ARISTÉO. La mitica colonizzazione della Sardegna ad opera di intraprendenti comunità elleniche è narrata da vari scrittori greci e latini. Sarebbero venuti in Sardegna Sardo, Aristeo, Norace, Iolao, Dedalo, ma anche dei Troiani senza una guida riconosciuta. Aristéo viene presentato dalle fonti come il più antico tra gli Elleni ad aver messo piede in Sardegna, dopo che vi era giunto Sardo alla guida dei Libi. Le fonti sono: Pseudo Aristotele 100; Diodoro siculo V 15; Sallustio II, 7; Silio Italico XII 365; Pausania X 17, 3-4; Solino IV 2. Aristeo nacque da Apollo e dalla figlia del Lapita Ipseo, la ninfa Cirene, secondo la tradizione già presente in Sallustio, registrata in Pausania e utilizzata da Silio Italico. Oppresso dal dolore per la morte del figlio Attéone, lasciò la Beozia per la Sardegna. Secondo Diodoro e Silio, a consigliare Aristeo ad andare in Sardegna sarebbe stata la madre Cirene. Della lussureggiante Sardegna Aristeo sarebbe divenuto signore (De mirabilibus auscultationibus 100), e secondo Diodoro vi avrebbe introdotto frutticoltura e agricoltura. Non fondò città, per quanto il tardo Solino lo creda fondatore di Carales. Pausania X 17,2 lo presenta come dispensatore delle virtù agronomiche nelle terre in cui si trova a passare: Cicladi, Africa, Sardegna, Sicilia, Tracia. La sua rotta era familiare ai Greci, ma sembra fosse stata nota anche ai Micenei. Ma tutto sommato la mitologia greca è debitrice, pure per Aristeo, alla navigazione fenicia. Non sembra un caso che Aristeo passi per essere stato genero di Cadmo il Fenicio (Didu 81). L’archeologo Giovanni Ugas (L’Alba dei Nuraghi 235, 256) scrive che «la vetusta figura di Aristeo, zio di Dioniso, è legata anche alla coltivazione dell’uva e ciò induce a non escludere che la produzione del vino fosse conosciuta anche prima. Brocchette per il vino circolavano già nel Bronzo Recente e Finale ed è possibile che fin da allora abbia fatto la comparsa la bevanda inebriante». Ugas va oltre, e sostiene che «l’eroe Aristeo è il prestanome greco di un furioso, terribile, Dio del cielo e delle tempeste nuragico, l’equivalente di Chronos dei Greci e di Saturnus romano cui forse venivano destinati in sacrificio i vecchi padri prima che, al contrario, con rituale inverso si sacrificassero i figli primogeniti (e gli stranieri?). Stando alla tradizione etnografica, questo antico dio è da riconoscere in Maimone, un genio locale dell’acqua celeste, invocato per portare la pioggia sui campi, anche con la magia dell’immersione dei crani (Ugas 1985; Turchi 1990, pp. 59-63). Frequentemente attestato nella toponimia, Maimone è forse già ricordato nella cartografia romana e greca se sta per Maimòneia ore, i “Monti di Maimone”, l’espressione di Tolomeo (III, 3, 7), Mainòmena ore, che identifica i monti aspri e selvosi delle Barbagie, a picco sul mare, che i Romani chiamavano Montes Insani. Considerate le peculiarità di questa divinità, il suo nome potrebbe essere in relazione con maim, che significa “acqua” in ebraico e forse già prima nelle lingue mediterranee, dato che in egiziano acqua è mw (Gardiner 1947)».

Giovanni Ugas stimola a fare la messa a punto di alcune cose. É giusta la sua etimologia di Maimòne, e sarebbe pure allettante la sua ipotesi di un errore di Tolomeo in Mainòmena > Maimòneia. Infatti è noto che le montagne dell’Ogliastra (non della Barbagia!), quelle chiamate Insani Montes, attirano veramente un numero impressionante di scrosci, e persino di alluvioni, in virtù della loro esposizione alle sciroccate marine. Ma va detto che i Maimòneia ore nella penna di un Greco fanno sorridere, poichè un Greco non si sarebbe mai sognato di scambiare un termine della propria lingua (rhainòmenon ‘piovoso’) con uno ebraico, per giunta agglutinato maccheronicamente a un suffisso rigorosamente greco (maimòn-eia). Poi va ricordato che i Romani scrissero Insani, termine attagliato al gr. Mainòmena. Quindi l’ipotesi di Ugas salta, anche perchè è assai difficile vedere nel sardo Maimòne (dio della pioggia) quel «furioso, terribile Dio del cielo e delle tempeste nuragico, l’equivalente di Chronos dei Greci e di Saturnus romano cui forse venivano destinati in sacrificio i vecchi padri prima che, al contrario, con rituale inverso si sacrificassero i figli primogeniti». È difficile, insomma, vedere in Maimòne un dio benefico e per contrario sommamente malefico.

Tantomeno riesco a vedere Aristéo come prestanome di un dio terribile, poichè egli è per antonomasia un eroe sommamente benefico. Poco importa donde abbiano preso l’etimologia i vari linguisti che vi si sono misurati (da gr. áristos ‘il migliore’?; ‘il più valoroso’?). La vera etimologia si basa sull’accad. arû ‘granaio’ + ištiyu ‘primo’ (riferito al primo mese dell’anno, quello che da inizio all’estate, quando si trebbia), confuso in seguito con + tī’u ‘nutrimento, sostentamento’; il significato complessivo è ‘il granaio dell’estate’, o ‘il granaio del nutrimento’.

BARCELLÒNE. Questo appellativo non ha relazione con la religione, se non di riflesso, e mostra di essere nato quasi certamente all’inizio del dominio catalano in Sardegna, ossia nel XIV secolo.

Dolores Turchi (GESMFRP 429), attingendo dal Bottiglioni, narra la storiella dell’origine del lago di Bàratz, il quale sta presso la città catalana di Alghero. Tutto cominciò con Cesare Barcellòne, il régolo di Bàrace che aiutò con successo in battaglia il conte di Villanova senza averne in premio un cavallo verde, cui molto ambiva. Il rifiuto lo rese dispotico, e governò uccidendo i preti e distruggendo le chiese. Dio lo punì sommergendo la città e salvando soltanto una donna di carità, la quale però morì ugualmente per essersi voltata durante la fuga.

Il fatto di ricalcare un po’ la storia di Sodoma e Gomorra e di contenere il nome Cesare, lascia intendere che la storiella sia stata soltanto rimaneggiata dai Catalani conquistatori con la paronomasia relativa a Barcellòne, che molto ricorda la loro città di origine. Per il resto, la storiella sembra impiantata in periodo bizantino. Non c’è dubbio, infatti, che la punizione di Cesare Barcellòne che si mette contro il Dio dei Cristiani sottenda una vicenda di lunga durata, che vide un intero popolo resistere all’offensiva dei nuovi preti predicatori di un Dio inaccettabile.

Barcellòne è la paronomasia di un composto sardiano con base nell’akk. barḫum, (w)arqu(m) ‘Luna’ + lumnu ‘stato di eclisse’, col significato sintetico di ‘eclisse di Luna’.

Cèsare è la paronomasia di un termine sardiano con base nell’akk. kešēru, kašāru ‘restaurare, aver successo’, ‘riparare’ palazzi, ‘rimpiazzare’ il grano con buoni raccolti. Sembra quindi un classico appellativo di re, un epiteto celebrativo tipo quelli che in Sardegna furono adottati nel periodo buio dei quattro Giudicati (v. Mariano, Agalbursa, Gonario, Ospitòne, ecc.). Cèsare non sembra altro, insomma, che un epiteto mediterraneo, che dovette essere in uso presso vari popoli da epoche remote. In tal guisa, anche il lat. Caesar rientra in questo uso generale, che riguardò a pari titolo anche la Sardegna già da secoli o millenni prima dell’invasione romana.

Va da sé che l’etimologia di Caesar, –aris, proposta da uno stuolo di latinisti, “a caeso matris utero” (Plinio, 7,4,7) o da caesariēs ‘capigliatura’, è ipotesi ridicola. E in ogni modo, anche il lat. caesariēs ‘capigliatura’ ha la base nell’accadico, in questo caso in kaṣāru ‘legare insieme’, ebr. qāšar ‘legare, annodare’ (OCE II 357).

BARISÒNE, Barusòne fu uno dei giudici-re più famosi della Sardegna medievale. Il nome appare applicato ai giudici dei quattro regni, di Torres, di Gallura, di Càlari e di Arborèa. Ma fu specialmente Barisòne di Arborea a restare famoso, per essere stato l’unico, nel 1164, ad aver riconosciuto (dalla repubblica di Genova) il proprio titolo di re. Sardòa Gràmmata 325 ne trova il nome nel piombetto-sigillo di S.Antioco, caratteri fenici del X-IX sec. a.e.v.

Eliezer ben David (Ebrei in Sardegna 331) ha affermato che proprio “di Barusone si spiega meno facilmente l’origine ebraica”. Lo studioso comunque accetta l’opinione dei linguisti che il nome sia di origine incerta.

Ma l’incertezza sussiste finchè ci si perita d’indagare tutte le forme dei vocabolari che possono avere influenzato l’onomastica sarda. Sul nome del giudice-re medievale nessuno ha mai indagato l’etimo, dopo ben David. Esso deriva dall’accad. barû(m) ‘considerare, esaminare, giudicare, tener conto di (problemi, cose)’; ‘fare il giudice’; ‘sovrintendere ai servizi divini; svolgere l’ufficio della divinazione’ + sūnu ‘luogo di protezione; luogo per ricevere, tenere, dispensare qualcosa’. Quindi il nome intero è un composto che significa letteralmente ‘tribunale o reggia’ ossia ‘luogo dove si giudica, e dove si dispensano i servizi divini’. Sembra che il nome, più che una persona, indicasse a suo tempo una precisa funzione di governo, e che ancora nell’alto medioevo indicasse certe funzioni onnicomprensive tramandate dagli antichi principi Shardana e passate indenni (almeno tra i Barbaricini: vedi l’illuminante significato di Ospitone) attraverso la dominazione punica e romana.

L’unico esempio a noi familiare di principe, diciamo così, …shardana è quello del re Salomone, ben tramandato dalla Bibbia: egli era a un tempo re e giudice, come di fatto lo furono i suoi predecessori, chiamati appunto giudici ma già da allora aventi poteri di re. Con questo accostamento alla tradizione ebraica non si vuole, ovviamente, forzare il significato del nome sardo verso un etimo meramente ebraico. L’etimo di Barisone è d’origine accadica, e rientra a pieno titolo nel vasto calderone degli etimi semitici, dei quali la lingua sarda è intrisa.

CHIÁNO cognome, e pure nome d’un re medievale del giudicato di Càlari. Vedi anche il cognome Ghiáni, suo allomorfo.

Per dedurne l’etimologia dobbiamo collegarci a Chìa, la famosa località balneare e dunosa di Domusdemaria, dove insistette pure una città fenicia. Tralascio tutta la discussione fatta al riguardo (vedi lemma in “Toponomastica Sarda”) e chiudo dicendo che la base profonda del toponimo sembra essere l’akk. ēya, īāya ‘torre di guardia’, che pare un termine semitico dell’ovest, ossia cananeo. Sembra evidente che, molto prima che gli Spagnoli nel ‘600 erigessero l’attuale torre di guardia, quattromila anni or sono una torre analoga doveva già esistere sul piccolo promontorio. Il significato profondo del nome Chiáno sembra proprio quello di ‘guardiano, custode (del popolo)’. Ma non è affatto da escludere l’etimo egizio, da Khyan, nome di una faraone della XV-XVI dinastia (1730-1530).

COMÌTA, Gomìta, Comìda antroponimo famosissimo, celebrato anche nella Divina Commedia.. A Sìnnai si registra la Genna Comida, il ‘passo di Gomìta’. É un classico nome personale sardo portato da nobili, principi, re. Abbiamo un Comita vescovo di Bisarcio; Comita vescovo di Solci; Comita I e Comita II vescovo di Castra; Comita I (re di Arboréa?); Comita II (re di Arboréa?); Comita d’Arborea figlio cadetto di Pietro de Lacon-Serra famiglia regnante; Comita di Càlari, figlio cadetto di Mariano I-Salusio I de Lacon-Gunale, sovrano del regno di Càlari; Comita di Càlari, figlio cadetto di Orzocco-Torchitorio I de Lacon-Gunale sovrano del Regno di Càlari; Comita di Gallura, padre di Padulesa de Gunale moglie del sovrano del Regno di Gallura Torchitorio de Zori; Comita di Gallura figlio cadetto del sovrano del Regno di Gallura Comita Spanu; Comita di Torres, figlio cadetto del sovrano del Regno di Torres, Mariano I de Lacon-Gunale; Comita di Torres, figlio cadetto del sovrano del Regno di Torres Gonnario de Lacon-Gunale e di Maria Ebriaci; Comita di Torres, figlio cadetto di un sovrano di Torres identificabile con Andrea Tanca; Comita di Torres, figlio di Marcusa e figliastro di Costantino I sovrano del Regno di Torres; Comita di Torres, figlio forse naturale del sovrano del Regno di Torres Mariano I de Lacon-Gunale e di una concubina; Comita II, re di Torres figlio di Barisone II de Lacon-Gunale e di Preziosa de Orrù; Comita III re di Arboréa, figlio di Costantino I de Lacon-Serra sovrano del Regno di Arboréa; Comita re di Gallura nel 1133.

L’etimologia del nome (che è un composto) ha la base nel sumerico ku ‘rafforzare, irrobustire, rafforzare, consolidare’ + mitum ‘arma divina’, col significato di ‘arma benedetta che rafforza’.

DORVÉNI è allomorfo di Torbéno (vedi). Dorvèni a sua volta è un nome rilevato in CSP, CSNT2 e rilevabile pure in toponimi tipo Trubéni (Orroli) che il Pittau (UNS 175) fa derivare da un antroponimo latino Torbenius, il quale avrebbe dato: (servus, colonus) Torbeni ‘(schiavo, servo della gleba) di Torbenio’. Senza però scomodare un lat. Torbenius, in Sardegna abbiamo dei nomi personali assai simili, che derivano direttamente dal celebre nome del giudice-re Torbeno (il nome si ripete in tre dei quattro regni medievali dell’isola) che ha come base etimologica il sumerico dur ‘che dimora, che siede’ + akk. enu(m) ‘signore, alto sacerdote’. Sembra quindi di leggere in Torbeno un titolo nobiliare in cui si evidenziano le doti del reggente che comanda il popolo in modo stabile e fermo.

GONARIO, GONNARIO è il primo giudice del regno d’Arborèa. Il nome ha la base nell’akk. ḫunnû ‘dare protezione, riparo’ + aru ‘chioma’, col significato sintetico di ‘chioma protettiva’ (allusivo alla protezione sul popolo): in composto fa appunto ḫunn-aru. Proprio da questo primo nome di regnante deriva la chioma d’albero come emblema degli Arborèa.

IÙDIKE, jùdighi, iùighe è lo strano titolo (qualcuno presume di origine bizantina) che i regnanti sardi dei quattro regni medievali ebbero nel passato, secondo la parlata italiana del tempo di Dante, nel Duecento («giudice Nin gentil…», Purgatorio, VIII, 53). Il termine sardo è usato spesso dai dotti con risultato riduttivo, nonostante che già dal Medioevo si sapesse che il titolo sardo equivaleva a quello di re (Casula mette nel mazzo degli ignoranti anche alcuni storici recenti quale Marc Bloch ed Emmanuel Le Roy Ladurie).

Ma se pure sono da condannare certi storici con lacune professionali, va osservato, ad onor del vero, che il termine judex ha avuto un significato impreciso presso moltissimi dotti e da moltissimo tempo, se è vero che già nella Tabule Eugubinae il termine judex era di difficile interpretazione. Termine sfortunato, questo, nonostante che abbia vagato in Europa e nel Mediterraneo già prima dei Romani (come appunto insegnano le Tavole di Gubbio). Il termine, va detto una volta per tutte, ha la base etimologica nella lingua accadica, dove partiamo da un dikuggallu ‘chief justice’; ma con questo termine poteva essere indicato pure un ‘ufficiale’. Semerano (OCE II 440) segnala la prima base già nell’epoca sumera: diku-(gal) ‘giudice’. Ma in accadico abbiamo anche altri termini che possono avere influito nella costruzione e sul concetto del sardo jùdike, e sono udugu ‘(wooden) stick’, ‘bastone del comando’ e specialmente udī-, udē– usati nei composti col concetto di ‘alone’, ‘da se stesso’, imparentato con (w)ēdu(m) ‘single, sole; alone, solitary, unique (especially of god); (w)ē(m) ‘prominent, high placed’ of person of high rank. Da questi termini apprendiamo che su jùdike era il più alto organo giudicante, ma teneva pure il bastone del comando supremo, ed inoltre nel suo complesso appellativo era sottolineata la figura altissima e solitaria, senza alcun pendant nell’esercizio del potere.

ITTHACOR. Vedi Itthòcor.

ITTHOCOR, ITTHACOR, Ittocorre, Orzòcco regnante nel giudicato di Càlari, di Torres e di Gallura. Furono più noti i vari Ittocorre di Torres, normalmente figli cadetti. Qualcuno pensa che il nome sia ebraico, esattamente Issachar, secondo la pronuncia aškenazita. È possibile. In ogni modo il termine è sardiano, con base nell’akk. ittu ‘segno del destino’ + qurrû ‘invocato (di deità)’ = ‘Inviato del destino’.

LÁCONI è più noto come nome di un villaggio del Sarcidano, ma è pure un cognomee. Il toponimo è menzionato in RDSard. a. 1341 come Lacone, poi Lacono e Laccone. I linguisti accademici sinora non hanno trovato l’etimo. Pittau LSP 140 è stato il primo a presentare un apparato di lemmi tra i quali Láconi trova possibilità di confronto e soluzione. Nel porre il sardo lakku (vedi lemma) come base sardiana, egli (senza conoscerne l’etimologia, che è da akk. lakku ‘vasca’ per abbeverarsi) propone anzitutto lácuna, lahoneḍḍu ‘truogolo’, laccone ‘pozzanghera’, laccuna, lacconeḍḍa ‘acquitrino’, laccuìna ‘pozza d’acqua’, làhana ‘pozza d’acqua piovana formatasi su una roccia’, làccana, làccara ‘fossato di confine, confine, segno di confine’, (gallur.) laccùna ‘trogolo’ e ‘fossa d’acqua morta’. Egli propone poi vari toponimi sardi; un gentilizio Laconius; infine abbina il lemma anche con alcuni toponimi etruschi, quale Lacuna (Isola d’Elba) e Làcona (antica Lacunae tra Populonia e Volterra), e pure col toponimo còrso Làcani; inoltre lo confronta col greco làkkos ‘fossa, pozzo, cisterna, serbatoio, stagno’, da cui è derivato il latino laccus ‘fossa’. Va da sé che in questo quadro i Laconiti furono il popolo sardiano stanziato attorno a Láconi.

Il toponimo si ritrova anche come cognome dei nobili che composero le casate regali sarde, a cominciare dagli Arborèa. Quest’aspetto, già evidenziato dal Melis SPM 174, lascia capire che certa nobiltà proveniva dalle zone interne dell’isola, non solo dalle città. Laconi insomma è da tradurre come ‘territorio’ per antonomasia.

Ma è molto interessante la tesi dello Zara (CSOE 67), ripresa da EBD, che riporto integralmente: “Anticamente Laconi era scritto L’Accon, a riprova dell’origine ebraica da Haqqon. L’Accon fu famiglia giudicale sarda ed è, come Laconi, anche nome di luogo del villaggio”.

Dopo il quadro esaustivo dell’uso fatto nell’antichità del nome illustre per buona parte del Mediterraneo, vediamo di trovare l’etimo adeguato al termine Lacon, Láconi. Esso è un epiteto regale, uno dei tanti che connotano le stirpi giudicali dell’antica Sardegna. La sua base sta nel sumerico la ‘supervisionare, pesare’ + akk. ḫunnû ‘dare protezione, riparo’, col significato sintetico di ‘(colui che) supervisiona, giudica e dà protezione’. Se invece vogliamo attenerci ad una base meramente sumerica, allora abbiamo la ‘supervisionare, pesare’ + kun ‘to shine brightly’’, col significato sintetico di ‘il supervore che splende fulgidamente’ (immaginiamo una sorta di Re Sole).

MARIÁNO grande giudice e padre di Eleonora d’Arborèa. Il nome ha la base nel sumerico mar, marum ‘marra, pala, vanga’ + an ‘cielo’ (akk. Anu ‘sommo Dio del Cielo’). Il significato sintetico è ‘vanga di Anu, zappa del Dio sommo’, epiteto esaltativo dovuto al fatto che il primo giudice con un tale nome fu senz’altro fautore dell’ammodernamento dell’agricoltura. Non è un caso che il primo Codice Agrario del regno di Arboréa sia stato dettato proprio dal giudice Mariano, padre di Eleonora.

MARCÙSA. La Punta Marcùsa al confine tra Desulo e Aritzo riceve il nome da una regina sarda. In questo luogo c’erano i confini tra il regno di Arborèa e il regno di Torres. Pittau (UNS 160) fa derivare il nome dal latino Marcussus. Il che può anche andar bene. Ma questo nome non può essere disgiunto da Marchi, che è un cognome al quale sono legati anche dei toponimi e degli idronimi. Il riu Marchi in agro di Ardauli ha un raffronto nel lat. Marcius < Mārcus (fr. cognomi Marche, Malche, Marci: ad Osini). Quanto all’etimologia, lasciamo parlare Semerano (OCE II 468). Un anonimo autore che tratta dei prenomi romani (sec. IV a.C.) crede di sapere che è il nome dato ai bimbi nati nel mese di marzo, Mārtius; e con questa credenza si fece derivare da Mārs ‘Marte’: *Mart-co-s, *Marti-co-s. Invece Marcus alle origini risale ad una base diffusissima nelle lingue semitiche: accad. mar’u (figlio: maschio, discendente, diletto, rampollo) + suff. latino (e sardiano).

Grato al Semerano per il contributo, a me sembra però che Marcusa sia basato su un altro termine accadico, marḫušu(m) ‘di Marḫasi’ (una località). Ma principalmente è nota col nome marḫušu la marcassite, una pietra dura semipreziosa (solfuro di ferro in cristalli prismatici o tabulari dalla lucentezza metallica e dal colore giallo chiaro), con cui anticamente si facevano molte collane. DELI fa notare che il termine dovrebbe essere antico persiano, che in Italia sembra importato dalla cultura araba (marqashītā); ma in realtà la base più antica è il sumerico mar.hu.ša ‘pietra’.

NIBÀTA regina di Arborèa. Di casato sconosciuto, fu la moglie di Orzocco de Lacon-Zori sovrano del Regno d’Arborea intorno al 1070. Da lui ebbe il figlio Torbéno. Fra il 1102 e il 1122 fece importanti donazioni alle ville di Cabras e di Nuraxinieddu, confermate dal nipote Orzocco con una pergamena che si conserva in originale nell’Archivio di Stato di Genova, importantissima per la Paleografia e la Diplomatica sarde.

La base etimologica del nome personale è certamente accadica, dove abbiamo un nibatu che però gli orientalisti non sono ancora riusciti a tradurre. Abbiamo però dei termini affini in grado di restituire una buona etimologia: nibītu(m) ‘invocazione’ di dio, ‘(donna) nominata da dio’. Alternativamente, è molto congrua l’etimologia nibṭu(m) ‘brillantezza, radiosità’.

ORZOCCO. Vedi Itthòcor.

OSPITÒNE nome antichissimo della Sardegna, appartenuto al re, o capo supremo, dei Barbaricini. É stato reso famoso da una lettera che il papa Gregorio Magno gli inviò nel maggio del 594, esortandolo a consentire al vescovo Felice, coadiuvato direttamente dal missionario Cyriaco, di convertire al cristianesimo il popolo dei montanari, che ancora adoravano ligna et lapides ossia totems e menhirs.

Ospitone è una cattiva grafia. Gli studiosi sardi traducono così dall’intestazione della lettera (l’unico punto dove appare il nome) la quale recita «Gregorius Hospiton duci Barbaricinorum». Non tengono conto che Hospiton è un dativo, scritto così perchè il Papa non considerava tale nome di origine latina ma di origine straniera. Fosse stato di origine e forma latina, il nominativo sarebbe stato Hospiton ma il dativo avrebbe dato certamente Hospitoni, e Gregorio (famoso nella storia per l’alta cultura) non si sarebbe permesso di sbagliare il nome di un personaggio al quale rivolgeva una petizione di somma importanza. Quindi Hospiton era nome straniero, nè più nè meno come Joseph e simili, intraducibile al dativo. Sembra ovvio che a Gregorio non sia neppur lontanamente balenato di accostare il nome personale Hospiton al latino hospes, hospitis; e neppure noi riteniamo percorribile l’accostamento, poichè l’etimologia di hospes porterebbe lontano, all’akk. waššāpu ‘risiedere, trattenersi in una casa’ (Semerano, OCE II 428). In ogni modo dobbiamo fare i conti anche con l’iniziale H-, che può avere alla base un’antica aspirata (o pure la w-: vedi Semerano), ma molto spesso sottende una vera e propria velare.

Ospitone, anzi Hospiton ha la base etimologica nell’akk. kussû ‘trono’ + pittu ‘sfera di responsabilità; ambito di (comando)’; quindi Hospiton è un composto che significa ‘detentore del trono’.

Va osservato al riguardo che in Sardegna quasi tutti i nomi celebri della storia, a cominciare da parecchi nomi dei giudici-re medievali, sono degli appellativi, formazioni linguistiche sottolineanti il rango della regalità. Dobbiamo quindi dedurre che essi non fossero già in origine dei nomi propri ma, sulla base della tradizione semitica, venissero formati ad hoc per onorare il personaggio destinato al (o detentore del) potere. In pratica, così come è sempre avvenuto ai papi e pure a molti regnanti (compresi quelli delle steppe, vedi Gengis Kahn), il detentore del potere ha sempre avuto bisogno di ricreare o riplasmare il proprio nome, dandogli la giusta aura di sacralità che ne magnificasse la funzione. Nel fare ciò Hospiton non si discostò da una tradizione radicata dappertutto, ma in questo fu certamente il precursore dei futuri giudici-re della Sardegna. Con la figura di Hospiton vedo già cominciare in Sardegna il processo di formazione dei quattro regni medievali.

OSTO, Josto è il celebre condottiero sardo, figlio del ricco latifondista di Cornus, Ampsicora, che nei primi tempi della Sardegna romana, durante la seconda guerra punica, si era messo a capo di una rivolta antiromana di Sardopunici del basso Tirso. Mentre il padre si trovava nel Marghine a reclutare i Sardi Pelliti, nell’estate del 215 a.e.v. accettò battaglia con le due legioni del propretore Tito Manlio Torquato, nei pressi di Cornus, verosimilmente nella pianura di Milis. Ma fu sconfitto e costretto a ritirarsi. Lasciò nel campo 3000 morti e 800 prigionieri. Tornato Ampsicora, ed arrivati i rinforzi cartaginesi di Asdrubale il Calvo, partecipò alla seconda decisiva battaglia combattuta forse tra Sestu e Decimo, dove rimase ucciso. Il padre per il dolore si suicidò.

Come accade per tutti i nomi della gente sarda altolocata, anche questo attinge a significati aulici. La base etimologica è un composto accadico ušû(m) ‘pietra dura’ forse diorite o dolerite + , , di’u(m) ‘base del trono’; unite per stato costrutto, le due parole fanno uš, onde Osto e (J)osto.

PADULÈSA è il nome della figlia di Comìta. Sposò prima del 1113 il sovrano del Regno di Gallura, Torchitorio de Zori. Rimasta vedova, venne probabilmente spodestata nel 1114 dal fratello Ittocorre. Morì comunque prima del 1116. Qualcuno sostiene che provenisse da Arborea e fosse morta prima del 1335.

Il fatto che possa provenire dal regno di Arboréa, notoriamente circondato dalle paludi fluviali e retrodunali (vedi etimo di Arborèa), non autorizza a vedere in Padulèsa, con procedimento paronomastico, ‘colei che vive tra le paludi’ o ‘padrona delle paludi’, come potrebbe sembrare a prima vista. La base etimologica del nome composto è l’akk. pā ‘colei che perdona’ (riferito a deità o regine) + li’šu ‘profanazione’. Significa quindi ‘Misericordiosa, colei che perdona le empietà’.

SALTÁRO. La località Saltàra in Gallura sembra proprio dedicata al re Saltàro, giudice-re della Gallura. La base etimologica sta nell’akk. šalṭu(m) ‘che ha autorità (in quanto regnante)’ + ārā ‘terra, territorio’. Saltàro significa quindi ‘colui che regna, che ha autorità sul territorio’.

SALÙSIO è il nome di uno dei giudici medievali del regno di Càlari. Per meglio dire, è un appellativo (ad es. è l’appellativo del giudice Guglielmo V, padre del giudice Chiano). Come Torchitorio (Trogodori, Torodir), anche l’appellativo Salùsio è scelto per dare al re una giusta aura di sacralità che ne magnifichi la funzione. Vedi Trogodòri e Ospitone.

Salùsio ha la base etimologica nell’akk. šâlu ‘rallegrarsi, godere di qualcosa; to rejoice’, ‘star sano’; vedi lat. salus, salveo sul quale è stato riplasmato in epoca medievale, aggiungendovi il suffisso –io, –ius di derivazione latina. Salùsio quindi significò in origine ‘(colui che) apporta salvezza, salute’ (ovviamente al popolo).

SINISPELLA regina di Torres. Figlia di Barisone I de Lacon-Serra sovrano del Regno di Arborèa e della prima moglie Pellegrina de Lacon, sposò nel 1177 Ugo Poncio de Cervera, visconte di Bas, dal quale ebbe, nel 1178, il figlio Ugone. Morto Ugo Poncio nel 1185, si risposò con Comita de Lacon-Gunale, re di Torres, dal quale ebbe i figli Preziosa, Mariano e Maria, tutti destinati ad avere un ruolo importante nella storia sarda. L’ultima sua menzione, in procinto di divorziare, è del 1204.

La base etimologica di questo nome composto sta nell’akk. Sîn ‘dea Luna’ + išippu (sacerdote addetto alla puruficazione) + ellu ‘puro, limpido’. É da tradurre quindi come ‘Pura sacerdotessa della dea Luna’.

TIMBÒRA de Rocabertí regina di Arborèa (1336-1361) è il nome femminile più intrigante (quanto a etimologia) tra quelli dell’alta nobiltà sarda del Medioevo. Ella è generalmente chiamata nei documenti archivistici Timboreta, Timburquata; e mentre Timburquata è sempre rimasto incomprensibile e come tale volentieri relegato a una rara menzione, Timboreta è stato visto dagli storici come diminutivo di Timbora, quindi come ipocoristico riferibile esclusivamente all’infanzia della futura regina. Soltanto Timbòra è rimasto nella pratica di ogni storico, sardo o catalano. E invece occorre dare giustizia a tutti e tre i nomi reciprocamente collegati.

Timbòra, Timborèta, Timburquàta era figlia del nobile catalano Dalmazzo IV, conte di Rocaberti, e di Beatrice di Serralonga. Nel 1336, ancora adolescente, sposò a Barcellona il diciassettenne donnicello Mariano de Bas-Serra futuro Mariano IV re di Arborèa. Dal matrimonio nacque Eleonora d’Arborèa. Nel 1342 si trasferì con la famiglia nel castello del Gocèano, presidio della contea del marito. Poi fu incoronata regina ed ebbe un ruolo preminente nella grande politica, quella relativa agli anni in cui il giudicato di Arborèa tentò di scrollarsi il giogo catalano per affermare il Regno autonomo.

La base etimologica di Timbòra sta nell’akk. timmu ‘colonna, palo sacro’ + būru(m) ‘giovane toro’ epiteto del dio-toro ossia Ilu. Il composto, che per stato costrutto venne letto in passato timbūru (poi ridotto al femminile) significa ‘palo sacro del dio-Toro’ (che è poi uno degli epiteti e referente della dea-madre Ištar o Astarte). Nel termine Timborèta viene aggiunto un terzo membro accadico –ītu connotante le donne devote alla dea Ištar (es. la Funtana ‘e Istirìtta, oggi dentro la città” di Nuoro deriva il nome dal dal babilonese ištarītu, denotante colei che si consacrava alla dea Ištar, epiteto della prostituta sacra).

Timburquata è il terzo nome della nostra Regina; –quata (leggi anche –càta) < akk. qātu(m) ‘ambito del potere, responsabilità pubblica’ < qātu(m) ‘mano’; Timburquata significa quindi ‘potere sacro (concubina sacra, somma sacerdotessa) del dio-Toro’.

TOCÒDE o TOCOELE fu la prima regina nota in Sardegna. Regnò congiuntamente nel Regno di Arborèa e nel Regno di Torres, in quanto sposata prima del 1065 con Gonnario-Comita I che gli storici identificano con Comìta di Salanis. Donò al monastero di Santa Maria di Bonàrcado alcune terre pro armari sa clesia et issu manumentu suo ‘per dotare la chiesa…’.

Francesco Cesare Casula (DiStoSa 1778) propende a vedere in questo nome personale il significato greco di ‘feconda di prole’. Ma sbaglia. La vera base etimologica è l’akk. tuḫḫudu ‘very plentiful, abbondantissima (di virtù)’.

TORBÉNO è nome personale celebre in tutta l’isola per essere stato di Torbéno d’Arboréa, figlio cadetto di Barisone I de Lacon-Serra, sovrano del Regno di Arborèa, e della prima moglie Pellegrina de Lacon; morì prima del 1195. Fu anche nome di Torbéno di Càlari, figlio di Orzocco-Torchitorio I de Lacon-Gunale sovrano del regno di Càlari: menzionato nel 1089. Fu poi nome di Torbéno di Torres, probabile figlio del sovrano del Regno di Torres Mariano I de Lacon-Gunale: sposò una sconosciuta dalla quale ebbe due figli, Ittocorre de Lacon e Gonnario de Lacon. Infine c’è Torbéno re di Arborèa; l’unica sua menzione documentaria è del 15 ottobre 1102. Fu figlio di Nibàta.

Per l’etimologia del nome rimando a Dorvéni. A meno che in Torbéno non vogliamo vedere il composto accadico tūru, tumru(m) ‘carbone (ardente)’ + enu ‘lord, signore, alto sacerdote’, col significato complessivo di ‘Signore luminosissimo’.

TORCHITÒRIO. Vedi Trogodòri.

TROGODÒRI, Torodir (alias Barisòne) è un nome composto, allofono di Torchitorio, il quale deve essere suddiviso in Tor-Chitu-ri. La base etimologica è la seguente: Tor– < akk. ṣurrum ‘esaltare’; –Chito– < akk. ūdu ‘felicità, soddisfazione’; –ri, –rius, –rio suffisso latineggiante. Il composto significa ‘Colui che esalta la soddisfazione (del popolo)’.

In Sardegna ci furono vari giudici che aggiunsero al proprio nome l’appellativo di Torchitorio, o alternativamente quello di Salùsio (vedi). La ragione di appoggiare al nome personale un appellativo è la stessa che portò alla formazione del nome di Hospiton (vedi), mirata a sottolineare il rango della regalità. Questi quindi non furono in origine dei nomi propri ma, sulla base della tradizione semitica (e non solo), erano formati ad hoc per onorare il personaggio destinato al (o detentore del) potere. In pratica, così come è sempre avvenuto ai papi e pure a molti regnanti (compresi quelli delle steppe, es. Gengis Kahn), il detentore del potere ha sempre avuto bisogno di ricreare o riplasmare il proprio nome, dandogli la giusta aura di sacralità che ne magnificasse la funzione.

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2012 – Salvatore Dedòla – linguasarda.com

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