I CARNEVALI DELLA SARDEGNA

1 I “MISTERI”

I quaranta giorni della Quaresima replicano i quaranta del digiuno di Gesù nel deserto, un esempio per i fedeli che s’avviano a celebrare la passione e la morte del Maestro. Nel Medioevo la Quaresima dovette essere rigorosa: niente carne, grassi, dolci, banchetti, feste; e digiuno totale in Settimana Santa.

La Chiesa romana non poteva chiedere di più al popolo, anzi sentiva di dover riequilibrare l’evento. Ecco la concessione del Carnevale (anzi, la sua reinvenzione!), un periodo esteso quanto la Quaresima (ma episodico, puntiforme), dedicato alla baldoria e alla sfrenatezza.Il Carnevale è ritenuto un fenomeno tipicamente italico, espanso nel Medioevo per le aree neolatine assieme all’evangelizzazione: in Francia, Spagna, nell’Est Europa. Gli Spagnoli portarono il Carnevale in America.Ma che il Carnevale sia nato in Italia non è verosimile; e non è verosimile che la Chiesa abbia concesso il Carnevale come pendant della Quaresima. Certamente dovette farlo passare come tale, nell’ambito di una vasta offensiva ideologica che ricollocava e inglobava ogni festa popolare nell’àmbito di un calendario cristiano meticolosamente costruito come barriera assorbente, come Colonne d’Ercole, in un ambizioso programma che cancellava ogni altro tempo, ogni altra ritualità. Associare e modernizzare il Carnevale facendolo passare come novità concessa dalla Chiesa, tornava comodo al Vaticano al fine di fagocitare in un sol colpo le feste precristiane del Nuovo Anno: poiché quelle conservavano una dottrina assai più pericolosa della spensierata sfrenatezza consentita. In verità il Carnevale, nonostante fosse stato reso inoffensivo, non è mai stato simpatico alla Chiesa.Si dice che la Chiesa col Carnevale abbia fatto sparire anche i Saturnalia ed i residui dei Bacchanalia1. È ovvio. Ma è riduttivo far risalire il Carnevale a queste due feste, visto ch’esse sono un sottoinsieme dell’universale culto dei Misteri. Sono i Misteri in quanto tali che la Chiesa intendeva annientare. Essa voleva far risaltare l’unicità della morte e resurrezione del Cristo, occultando e obliterando gli identici riti di morte e resurrezione rappresentati da Adone (Siria, Fenicia), Attis (Frigia), Dióniso (Grecia), Ba῾lu (Canaan), Osìride (Egitto), Tammuz (Babilonia), Mascatzu (Sardegna).
Poiché però i Misteri furono talmente resistenziali da avere galleggiato per millenni attraverso ogni tipo di coercizione imperiale, la Chiesa in questo mentre si è sforzata di tramare almeno l’impresa di snaturarli e confonderli e, per tale via, obnubilarli. Gli apologeti cristiani temevano dei misteri le strettissime analogie che la nuova religione ereditava suo malgrado, senza riuscire a svincolarsi dalle origini: nei Misteri permaneva fin troppo evidente la prefigurazione del messaggio cristiano.Ma infine la Chiesa è riuscita nell’impresa; al punto che oggi nessun intellettuale, nessun accademico riesce più a ricomporre ad unità le sminuzzate membra dei Misteri Eurasiatici, che pure riconosciamo sparse qua e là per i Continenti, dislocate ora in un periodo dell’anno ora in altro, ora diluite entro una ricorrenza ora in altra, con spoglie fortemente denaturate, irriconoscibili. Lo shakeraggio operato dalla Chiesa è di una maestria insuperabile, e la primitiva epoca dei Misteri oggi diviene, per ciò stesso, irrecuperabile nell’originaria organicità.I riti misterici erano noti fin dalla più alta antichità in Oriente, con probabili radici in Egitto, ed infine li ritroviamo in Grecia e nella Magna Grecia. Si può dire che ogni raggruppamento etnico ebbe uno o due culti misterici, od anche più.
I Misteri erano stati il nucleo adamantino delle religioni fertilistiche, ed avevano operato per tutto il mondo prima che altre religioni “maschiliste” e imperialiste riuscissero – ancora prima del Cristianesimo – a scompaginarli e coartarli, relegandoli vie più nell’ombra, letteralmente al buio. Infatti i Misteri baluginano nella storia come religioni eminentemente notturne. Lo dice la stessa parola: MISTERI. L’appellativo greco mystes (μύστης) indica l’iniziato ai misteri. Originariamente era il ‘partecipante al rito notturno’, onde mysticós (μυστικός) ‘arcano’, mystḗrion (μυστήριον) ‘pratica segreta, dottrina segreta, cerimonia segreta’. La base è l’akk. mušītu (notte, tempo notturno), da sum. mu ‘incantesimo’ + šita ‘preghiera’, ‘sacerdote’: mu-šita = ‘sacerdote dell’incantesimo’ o ‘preghiera dell’incantesimo’ (gl’incantesimi si praticavano di notte). L’etimologia sumerica indica la situazione più arcaica, allorché la preghiera, il gesto rituale era di per sé già un incantesimo (in questo caso, un incantesimo operato collettivamente), ossia una serie di atti, di inni, di musiche, di danze, di strumenti, organizzati ed esibiti in trame scenografiche di alta solennità allo scopo di tessere un legame diretto tra l’uomo ed il Dio Unico.I Misteri Eleusini in Grecia furono notissimi; la loro segretezza fu rigorosa; sappiamo soltanto che, oltre alla classe media, vi partecipavano anzitutto gli optimates locali. Infatti i Misteri d’Atene erano organizzati da due famiglie aristocratiche. Fra gli uomini illustri iniziati possiamo citare Pindaro, Aristofane, Euripide, Platone, Aristotele, Empedocle, Pausania, Cicerone, Elio Aristide, Marco Aurelio. Nessun uomo destinato alle cariche pubbliche poteva esimersi dall’essere iniziato, poiché soltanto i Misteri predisponevano all’equilibrio e alla saggezza necessari a governare. Non a caso la filosofia greca, specie quella platonica, fiorì soltanto per il potente ed esclusivo impulso vivificante dei Mystéria. Senso e compito dell’iniziazione misterica, al pari dell’iniziazione filosofica, è d’imparare a morire.Malgrado la presenza di uomini, la partecipazione ai Misteri fu fenomeno eminentemente femminile, specie nei momenti di alta socialità, e ciò perché la donna, la sua femminilità, era il centro attorno a cui ruotava l’intera concezione misterica, talché la parte più recondita del rito era faccenda riservata alle sole donne. «Caratterizzata da un banchetto e circoscritta all’universo femminile, la festa culminava a Eleusi, dove le donne giungevano in processione, si abbandonavano al turpiloquio, celebravano una τελετή esclusivamente femminile e poi una cerimonia segreta (scoli a Luciano, Dialoghi meretricii 7, 4, pp. 279-81 Rabe). Un altro spazio festivo squisitamente femminile e che godeva del “medesimo mito” di fondazione del culto eleusino erano i Thesmophόria, la più diffusa tra le feste greche (…), celebrata ad Atene nel mese di Pianepsione, tra ottobre e novembre, poco dopo i misteri di Eleusi (…). Rigorosamente esclusa agli uomini (…), essa durava tre giorni e vi erano ammesse le εὐγενεῖς γυναῖκες (le donne nobili)». (Scarpi I, 8).

TELETAÍ gr. ‘iniziazioni’ (ai Misteri Eleusini); la voce non deriva dal gr. teléō ‘porto a compimento’, come scrivono i grecisti, ma dall’akk. tele’û ‘very competent’, telītum ‘very competent’, tēliltum ‘purification’. Il fine delle teletaί è di far risalire o almeno progredire le anime verso il Principio da cui si mossero, il Principio (il Noũs) unite al quale Diόniso le aveva rese stabili, insediandole sul trono del Padre, nell’unità della vita eterea.

Si ritiene che i riti misterici apparvero in Grecia nell’età arcaica, forse tramite Cipro e Creta; ma per lo più si sostiene che il prototipo cui Atene si attenne fu quello di Samotracia; invece Ippolito (Refutatio omnium haeresium, V, 20,5) attesta autorevolmente che prima dei Misteri Eleusini ci furono quelli di Fliunte dedicati alla Grande Madre mediterranea. Altri ancora trovano indiscutibile che sia stato l’Egitto a celebrare per primo i misteri (quelli di Iside ed Osiride), trasferendoli in eredità alla Grecia. Cipro, Creta, Samotracia, Fliunte, Egitto sono cinque luoghi d’incontro e di ponte tra le culture orientali, dove i misteri effettivamente nacquero, e quella greca che li ereditava. Ad Eléusi si celebravano i Piccoli Misteri, preparatori, celebrati nel mese dei fiori (Anthesterion); ed i Grandi Misteri, alla fine di settembre-inizio ottobre.

Il turpiloquio, la prostituta, la maschera, il riso, le traccas. «Le donne ateniesi, mentre si recavano su dei carri a celebrare i misteri, si scambiavano ingiurie, e queste erano dette le ingiurie del carro. Si ingiuriavano l’una con l’altra in quanto si credeva che, quando Demetra giunse per la prima volta ad Eleusi in preda all’angoscia cercando Kore, Iambe, la serva di Celeo e Metanira, coprendola di vituperi, la spinse a sorridere, facendole anche condividere il cibo, che era il ciceone, ovvero farina macinata fine, impastata con acqua e bollita».2 Altri scoli antichi ad Aristofane (Pluto 1014) scrivono quasi le identiche parole.3

KORE, Κόρη, è inteso come secondo nome di Perséfone, figlia di Demetra; invece è soltanto un appellativo. Il nome comune kόρη indica una ‘fanciulla, donzella, figlia’ collegata al masch. κόρος ‘bambino, fanciullo, figlio’; il corrispettivo verbale è rappresentato dal lat. creo, cresco. La fase più antica del termine è nelle lingue semitiche, da cui ricaviamo l’akk. ḫūru ‘son’. Ma è assurdo che Kore significhi per antonomasia ‘bambina, figlia’. In realtà, Kore non corrisponde a questi radicali. La base etimologica sta nel sum. kur ‘oltretomba’ + e ‘entrare’, e significa ‘Colei che entra nell’Oltretomba’.

CICEÓNE. Si capirà il significato profondo di questo lemma se prima indaghiamo il log. cicciones, ciucciones, sass. ciggiòni sing. e pl. ‘specie di gnocchi’. La sapiente manualità delle donne sarde consente di creare uno gnocco ogni secondo (tempo impiegato tra strappare un pezzetto dalla massa impastata, e imprimergli un colpetto di pollice su una superficie ruvida o rigata), una velocità straordinaria e una calibratura artigianale che fanno invidia all’attuale industria meccanizzata dei “bottoncini” (malloreḍḍus).

A quanto pare, la base etimologica riguarda proprio la velocità di strappo ed il rotolamento, esaltate dal raddoppiamento sumerico ḫiḫ-ḫum (< ḫum ‘to snap off, to run, to be in motion; rompere con un colpo secco, correre, essere in movimento’). I minuscoli gnocchi sortiti dalle mani muliebri rotolano lontani sulla tavola, essendo di forma ovoide.

La rivelazione di questa etimologia obbliga però a supplementi di riflessione sul gr. κυκεών. Su di esso si sono impegnati numerosi esegeti, senza giungere a soluzioni convergenti; talché ancora oggi si propende a immaginarlo come bevanda generica (droga? lassativo? corroborante?; con quale composizione?: contiene pasta? o segale cornuta? od olio di ricino?).

I Greci antichi scrivevano κϋκεών e intendevano il vino di Pramno cui sopra grattavano formaggio di capra ed aggiungevano un pugno di farina (Iliade XI, 624-641); talora aggiungevano altro (Ippocrate, 390). Gli indoeuropeisti affiancano il nome greco al verbo κυκάω ‘mescolo’, non sapendo che corrisponde al bab. ḫīqu ‘mixed, diluted’. Non abbiamo dubbi che la base babilonese fu produttiva, e non è casuale che riappaia in Giona 4, 6-7, dove è intesa però come Ricinus communis: kīkaiòn, קִיקָיוֹן. E così siamo già a tre miscugli, l’uno rafforzante (cicciones, con base sumerica), l’altro rafforzante-esilarante (v. Iliade), il terzo purificante (v. Giona). A quanto pare, la terza forma del miscuglio fu peculiare probabilmente ai soli Ebrei. La Sardegna del nord è interessata al primo prodotto, quello dal nome sumerico, il quale riceve più lumi se confrontiamo il pasto offerto ai pellegrini dei Misteri Eleusini col pasto offerto ai pellegrini sardi, es. a quelli di S. Francesco di Lula, anche se qui il miscuglio è chiamato filindéu, una pasta (detta altrove fidelínos, ‘cibo dei fedeli’) composta da finissimi fili prodotti con celere arte manuale dalle pie donne dedite al servizio novenale del santuario campestre. Su filindéu, come sos fidelínos (o findelínos), ma suppongo pure il ciceone, è servito immerso in brodo di pecora o d’altro. Pare evidente che fidelinos (findelinos) e filindéos siano l’identico prodotto, ma a nord, causa le solite divisioni tribali dell’antichità, sono detti cicciònes (nome conservato anche in Grecia).

È singolare che gli antichi scrittori greci ci abbiano lasciato le testimonianze dei Misteri senza però riuscire a restituirci le ragioni profonde di quelle azioni. È ancora Aristofane (Rane 372-5; 383-93) a riagganciare il mito di Demetra:

«Ognuno dunque s’avanzi da uomo / nel fiorito grembo / dei prati battendo il piede / e beffando / e scherzando e motteggiando… …Suvvia, nuova forma di inni levate adornando con canti divini / la dea Demetra, regina feconda delle messi. / Demetra sovrana dei sacri / riti, sta’ qui insieme a noi / e proteggi questo coro che è tuo; / fa’ che al sicuro tutto il giorno / io possa scherzare e danzare. / E che io dica molte cose ridicole [a Demetra] / e molte altre serie, e che / dopo le risa e le beffe / dovute alla tua festa / io sia coronato vittorioso».

Aristofane insiste sulla componente beffarda e ridanciana, sapientemente gestita nelle processioni muliebri dei misteri; ed Esichio introduce persino una figura fissa, la maschera, anzi le maschere chiamate Ghefiristaί (‘coloro che deridono dal parapetto’) perché durante la processione dei misteri si siedono in veste di prostitute sul parapetto del ponte; «…per altri non si tratta di una donna, ma di un uomo incappucciato che, standosene là seduto nel corso dei misteri di Eleusi, indirizza battute grossolane verso i cittadini illustri, indicandoli per nome». Pertanto la γεφυρίς è per antonomasia la ‘prostituta dell’argine (γέφυρα)’.

Nelle contumelie della prostituta ridanciana ritroviamo le caratteristiche delle prostitute che compaiono come maschere del Carnevale sardo (Maria Burra, Maria Burraja, Maria Fresada, Maria Lettolada).

Altra componente delle processioni eleusine sono i carri, come abbiamo visto. Essi non erano propriamente necessari alla processione, poiché la distanza tra Atene ed Eleusi era meno di 8 km pianeggianti. Ma la presenza dei carri era imprescindibile quale componente scenografica fissata da tempi arcaici. Mentre dai ponti le “prostitute” deridevano gli optimates; entro il carro le donne – e soltanto le donne – s’ingiuriavano a vicenda, rispettose di un copione mordace di botta-risposta sul modello dagli antichissimi canti amebei. Oggi in Sardegna i carri (is traccas) risaltano quale quinta scenica delle processioni in onore dei santi locali (vedi per tutte le processioni di S.Efisio e di S.Antioco, dove le donne trascorrono il tempo cantando a trallalléra, forma edulcorata dei canti amebei che entro le traccas dovettero vigoreggiare fino a tempi recenti); queste traccas non sono altro che la variante del grande carro allegorico fulcro di tutti i carnevali sardi ed italici, sul quale oggi salgono vari personaggi mascherati, per provocare il riso mediante l’imitazione caricaturale e triviale di alcuni aspetti degli uomini potenti. Is traccas (e lo stesso carro di carnevale) si ritrovano già nell’antico Egitto, una nave carica di attori chiamata in latino Navigium Isidis, antesignana dei carri allegorici italici, seguita da gruppi mascherati (Apuleio, Metamorfosi XI). Si tramandava che tale nave venisse messa in mare l’8 marzo per festeggiare l’inizio primaverile della navigazione; ma in verità la navigazione iniziava dopo; il navigium perpetuava invece un rito orfico sempre uguale a se stesso, dove la nave replica per certi versi la barca di Caronte che traghetta i dannati, ed anche la barca che traghetta in Cielo l’anima del faraone, del re, degli optimates, nonché le anime pie. Insomma, la barca era il ponte del trapasso, quello che segna il confine tra la vita e la morte, il limes dove si celebra l’eterno rito della morte e resurrezione, la palingenesi che fa risorgere il corpo (Teopompo, Eraclito) quale nuovo recetto dell’anima che, una volta risalita all’Unità Cosmica (il Noũs), tosto se ne stacca per discendere in altro corpo (metempsicosi), un corpo umano od animale, secondo i meriti.

Nascita del drama; il teatro. Nei misteri il richiamo insistente a Diόnysos quale donatore della Vitis vinifera, ed a Demetra quale donatrice dei cereali, intende mettere in scena la rappresentazione dell’agricoltura, quella conquista epocale che traghettò l’uomo dalla ferinità alla civiltà. Anticamente si credeva che la ripetizione scenica di un evento cruciale (in questo caso le operazioni agricole) ne rafforzasse le probabilità d’un esito felice. Ecco la causa delle rappresentazioni misteriche (e di conseguenza dei Carnevali): erano operate in forma drammatica, e si confezionavano anche le maschere dei singoli personaggi rappresentati: chi si vestiva da agricoltore, chi da toro aratorio, chi portava l’aratro, chi si vestiva da baccante, chi portava il vino, chi portava il maiale grufolatore, chi infilava sul capo l’intero teschio del caprone, o del toro, o del porco in quanto animali inseminatori e fecondatori. L’uomo ha sempre appagato il proprio immaginario con simboli. Senza simboli, senza statue, senza mimica teatrale, la fantasia dell’uomo non ha mai avuto un referente su cui affiggere le proprie preghiere. Ecco spiegata tutta la trama del Carnevale sardo. La stessa trama, le stesse processioni da cui nacque il teatro greco, la tragedia, le rappresentazioni drammatiche del Mediterraneo. La stessa trama che vediamo solennizzata nei singoli atti della Messa cristiana.

Anche le figure più segrete, le più solenni, quelle nascoste nel sancta sanctorum del Tempio eleusino, erano cose la cui banalità lascia persino stupefatti. Ippolito (Refutatio omnium haeresiorum V 8, 39-40) scrive: «Gli Ateniesi, quando celebrano l’iniziazione eleusina e mostrano agli iniziati al grado della contemplazione, in silenzio, quello che è il grande e straordinario e perfettissimo mistero dell’Aldilà, oggetto di contemplazione, la spiga mietuta…». Ed ancora (V 7, 34): «Questo… è il grande segreto degli Eleusinii: “Piovi, resta gravida”». E Tertulliano (adversus Valentinianos I, 1-3): «…nei riti di Eleusi… la divinità interamente celata nei recessi dei santuari, questo oggetto di tutti i sospiri degli epopti, per cui sulla lingua è posto per intero il sigillo del segreto, si rivela una rappresentazione del membro virile…». Oppure Ateneo XIV, 56, 647): « Mylloi… sono dolci di sesamo e miele modellati in forma di pube femminile, portati in giro in onore di Demetra e Persefone».

L’uomo non ha mai potuto astenersi dal rappresentare e sacralizzare i simboli della vita e della procreazione, perché da quelli dipendeva la propria esistenza e la propria progenie. E pure il rito di sacrificare il maialetto (hostia), arrostirlo o sbranarlo da vivo, lasciarlo crudo e distribuirlo in pasto ai fedeli, era la messinscena del mito di Adone sbranato e mangiato dai Titani. Che la Chiesa abbia sostituito l’hostia con un pezzo di pane e poi con la sbrigativa cialda, non muta affatto la plurimillenaria tradizione. Come non è mutamento di scena il fatto che l’hostia venga incastonata nell’immagine del sole e protetta nel tabernacolo, entro il sancta sanctorum. E non cambia nemmeno l’altro simbolo della Chiesa, la croce dove Cristo viene appeso, emblema di supplizio, lo stesso supplizio che Dionysos – mutatis mutandis – subì ad opera dei Titani.

Il porco, simbolo e strumento della rinascita delle messi. Nessun dio del Mediterraneo è estraneo al supplizio. Osiride è fatto a pezzi dal fratello; Mythra fa a pezzi il toro, le cui membra mangiate dai fedeli rievocano Dyόnisos sbranato e mangiato dai Titani. In Grecia e in Sardegna è il cinghiale attore del supplizio, e colpisce mortalmente Adone all’arteria femorale; lo stesso accade in Frigia ad Attis.

Il cinghiale, o il porco, prevale nel mondo mediterraneo – ed anche nella media-alta Europa – quale simbolo di morte, unito però all’acqua, simbolo di resurrezione. Ad Eleusi le due cose si mescolano, perché ogni donna porta in processione il proprio maialetto, lo porta con sé al mare, lo lava accuratamente per purificarlo, lava accuratamente se stessa per purificarsi, quindi risalgono assieme all’altare del Tempio, dove il maialetto è sacrificato e le membra, sbranate e distribuite, sono mangiate come simbolo d’introiezione di un’anima nuova, che entra nel corpo dell’iniziata, la quale nel precedente lavacro fatto assieme al porco è morta e risorta a nuova vita spirituale (metempsicosi).

«Nei misteri di Demetra si sacrificava un maialino. L’animale è infatti consacrato alla dea. Ciascuno degli iniziandi sacrificava in proprio favore. Questi animali sono detti misterici (Scoli ad Aristofane, Acarnesi 747b)». «O signora veneranda figlia di Demetra, che dolce profumo sento spirare di maiale arrosto!» (Aristofane, Le Rane 337-8). «Nelle feste di Demetra sacrificavano dei maialini e ne consumavano la carne nelle Thesmophorie… sacrificavano il maialino anche nei misteri in onore di Diόnysos e Demetra, perché danneggia le messi di Demetra e le piante di Dyόnysos» (Giovanni Tzetzes, ad Aristofane, le Rane 338a). «Quando Kore fu rapita da Plutone mentre stava raccogliendo dei fiori, in quei luoghi proprio allora un porcaro di nome Eubuleo menava al pascolo dei porci, con i quali fu inghiottito dalla voragine in cui era precipitata Kore; dunque per onorare Eubuleo si gettano i maialini nella voragine di Demetra e di Kore. Delle donne, dette attingitrici, mantenutesi in stato di purità per tre giorni, riportano su le parti putrefatte degli animali gettati giù nelle fosse, scendono nelle parti inaccessibili del santuario e, una volta riportatele su, le depongono sugli altari; si ritiene che chi ne prende e sparge questi pezzi insieme con le sementi godrà di abbondanza. … e pure i maialini sono gettati nelle fosse a causa della loro prolificità, perché siano simbolo della generazione dei frutti della terra e degli uomini, quale segno di riconoscenza verso Demetra perché, procurando i frutti demetriaci, civilizzò il genere umano» (Scoli a Luciano, Dialoghi delle cortigiane 2, 1).

Ancora una volta, il mito greco non fu compreso dai loro stessi praticanti, tantomeno dagli esegeti antichi, e nemmeno da quelli moderni, ivi compreso Frazer. La trita affermazione che il maiale danneggia le messi è assurda, perché ogni animale danneggia le messi. Erano sacrificati perché nemici dell’agricoltura? E come la mettiamo allora con tutti gli altri animali immolati sugli altari? Assurda anche la storiella dei maiali di Eubuleo, inghiottiti nella voragine assieme a Kore. Che senso diamo, allora, a Santu Antòni de su Porcu che scende all’Inferno e risale col fuoco e col maialino? Che senso dare a sos Murronarzos di Olzai che a Carnevale indossano una testa di maiale?

La discesa all’Inferno è tipica di parecchi personaggi dell’antichità, a cominciare da Orfeo l’iniziatore del Misteri greci. È ovvio che sant’Antonio risalga col fuoco per purificare gli iniziati ai Misteri. È ovvio che risalga col maialetto perché questo è lo strumento aratorio (il grufolatore) con cui il Dio della Natura (ossia sant’Antonio stesso quale epifania del Dio Sommo) mostrò all’uomo, fin dalle lontane età paleolitiche, che la terra va rivoltata con l’aratro per renderla capace di produrre gli alimenti vitali di Demetra e Dyόnisos.

PORCU ‘maiale’. È noto l’uso, talora ingiurioso, di questo termine, traslato con riferimento a certe correnti filosofiche (Epicuri de grege porcus: Horatius). Ma intanto dobbiamo riflettere se il suo abbinamento alla vulva della donna vergine (Varrone) fosse una ingiuria o un complimento velato di sacralità. L’uso del termine fu, a mio avviso, positivo, e non cessò neppure nel Medioevo, allorché si chiamò porca la terra rilevata tra due solchi: che evidenzia lo spacco tra i solchi simile alla rima vulvare, ma che indica principalmente la terra rivoltata che si apre alla fertilità. Inoltre dobbiamo tenere presenti le attestazioni dei più antichi scrittori romani (cfr. Fest. 420, 26 sg.) che nella lingua religiosa conservano l’espressione sācrem porcum, sācrēs porcī.

Quindi l’uso non fu ambiguo (escluso quello di Orazio, influenzato dall’ambiguità rivestita ai suoi tempi dalla filosofia epicurea).

Per capire l’etimologia di porcu, porcus, porca, occorre anzitutto ricordare altre forme. Vedi gr. πόρκος ‘nassa dal collo stretto’ in cui rimangono chiusi i pesci, e πόρκης ‘cerchio che serra l’asta della lancia’ e impedisce alla punta di uscire. Si nota una semantica di “sbarrare, chiudere, impedire”. La base etimologica si ritrova nell’akk. perku ‘difesa, sbarramento’, aram. peraq, arabo faraqa, ebr. pāraq, akk. parāku ‘sbarrare, dividere, delimitare’, parāqu.

Quest’ultima semantica relativa alla difesa, allo sbarramento, si collega anche alla forma afgana burqa, indicante la veste femminile che ricopre integralmente il corpo, senza lasciare scoperto nulla. Esso ha l’antenato nell’akk. burku, purku che direttamente significa ‘ginocchia, grembo’ (metafora per pudenda), poi per traslato riferito al controllo, alla protezione, talché ša burku indicò il perizoma ossia la veste che ricopre le pudenda: cfr. sum. bur ‘vestito’ + kadu ‘coprire’ (bur-kadu), col significato di ‘vestito ricoprente’; oppure bur ‘vestito’ + ku ‘buco, cavità, tana’, col significato di ‘vestito-tana’ (tutto un programma).

Stiamo scoprendo che la semantica di porcu è complessa. Preciso che la sua vera base etimologica è il sum. bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’, col significato di ‘aratro fertilizzante’. Si può capire questa etimologia – a tutta prima bizzarra – osservando il comportamento del maiale e del cinghiale non appena la pioggia bagna la terra: esso si scatena in una sarabanda di grufolamenti, “arando” in poco tempo vaste porzioni di territorio. Se i cinghiali sono numerosi, si può dare il caso (da me verificato di persona nel Supramonte) di “arature” espanse per chilometri quadrati. Agli antichi progenitori del Paleolitico questa indole non passò inosservata, e l’intuizione della fertilizzazione del terreno con tali sistemi fece tutt’uno con l’invenzione dell’aratro, che infatti fu, all’inizio, un pungolo di legno simile al muso del cinghiale. Fu l’indole “aratoria” del suino a fare di lui, almeno nell’antichità paleolitica e neolitica, il Dio della Natura. Ma per capire meglio questa problematica, invito a leggere l’etimologia del cgn Zedda, dove approfondisco il tema.

I Misteri, in forma segreta e altamente spirituale, esistettero anche nel Vicino Oriente, frequentati anche da poveri e schiavi. Anch’essi erano strettamente legati alla morte e resurrezione della Natura, rappresentata ritualmente dalla morte e resurrezione di un dio. Ogni popolo ebbe il proprio Dio che scendeva agl’Inferi e resuscitava.

Ogni anno, per duemila anni, migliaia di Greci andarono in processione verso il tempio segreto. Davanti al sacerdote, dopo lungo digiuno e lunghe purificazioni, agli iniziati veniva offerto il ciceòne (una bevanda sacra, a quanto pare basata sulla segale cornuta, un allucinogeno, ma anche basata sull’olio di ricino, da cui il nome ebraico קיקׇיון).

La tradizione greca mostra già due partizioni del fenomeno, uno pertinente a Dióniso, l’altro pertinente ad Adone.

Adone nel mito aveva per amanti Afrodìte e Perséfone, perché la morte della Natura ha due fasi, estiva e invernale. Perséfone si gode Adone d’inverno, Afrodite d’estate.

Orfismo e dionisismo. A differenza dei Mystéria propriamente detti, i quali non erano insegnati tramite libri, l’orfismo era deliberatamente illustrato e tramandato grazie a una gran quantità di libri. In relazione ai Misteri greci, s’usa spesso il termine orfismo come comoda semplificazione per indicare un plancher arcaico di miti e credenze misteriche, la ricerca di un tipo di vita igienicamente corretta ed ecologica, il divieto di sacrifici cruenti, la fede dell’anima custodita nel corpo per scontare le proprie colpe, la punizione dopo la morte per i profani, la beatitudine per gli iniziati.

ΟΡΦΕÚΣ è colui che discese al regno delle ombre, come Ištar, come Gilgameš; ma è principalmente l’iniziatore arcaico dei Misteri, praticati in forma di assoluto rigore, di assoluta pulizia fisica e mentale, quindi con rigorosa dieta vegetariana, quando non vegana. Secondo Semerano OCE, Orpheús ha la stessa base di ἔρεβος, akk. urbu ‘ingresso’, erbu ‘ingresso, tramonto’, erēbu ‘entrare’. Ma forse è più congruo il seguente etimo: ur ‘he, this, that; egli, questo, quello che’ + bu ‘perfect’. Il composto originario ur-bu + il suff. aggettivale gr. -us significò in origine ‘Colui che porta alla perfezione’.

DIÓNISOS. Per formulare l’etimologia di Dióniso sembrerebbe congruo ricuperare il mito della forza produttiva della terra nonché quello della follia, che Dioniso induceva mediante le feste sfrenate delle donne. Per Διόνυσος sembra quindi logica la base etimologica dell’akk. di’ûm ‘una malattia alla testa’ + nīšu(m) ‘libidine (sessuale)’: il composto significherebbe ‘pazzo di sesso’ o ‘il pazzo del sesso’; ma questa traduzione, per quanto attagliata, è inverosimile perché rivolta a un dio. In una società come quella greca non era possibile estremizzare assurdamente la visione del mondo, invocando come ‘pazzo di sesso’ un dio preposto a Misteri di alto valore spirituale. Il fatto che il rito di Διόνυσος assuma forma misterica e sia abbinato inscindibilmente con quello eleusino di Δημήτερ (la Dea Mater Universalis), lascia abbondantemente capire che Διόνυσος alle origini non fu altro che il paredro della Dea Mater, ossia il Dio dell’Universo.

Quindi è congruo pensare che la base etimologica di Διόνυσος sia il sum. de ‘creare’ + u ‘totalità, universo’ (de-u ‘Creatore dell’Universo’) + nu ‘procreatore, genitore’ + šu ‘totality’ (nu-šu ‘genitore della totalità’ degli esseri viventi). Sembra ovvio che tale epiteto complesso fu riservato fin dalle origini al ‘Creatore dell’Universo genitore dell’Umanità’. Da questa etimologia (e da altre da me trattate sulla civiltà greca) si capisce che l’invasione dorica in Grecia deve avere apportato sconquasso anche nel sistema religioso. Infatti è singolare che i Greci in età classica avessero dimenticato intere porzioni di scibile, al punto da gestirle fuori contesto, spesso fuori logica (come in questo caso), fagocitandole entro miti inverosimili, la cui origine pare dovuta più che altro a furbi manipolatori dell’opinione pubblica, un po’ come avvenne in Sardegna con l’avvento dei preti bizantini. Oggi il Διόνυσος del mito greco è del tutto irriconoscibile. Lo stesso possiamo dire di Ἴακχος.

ἼΑΚΧΟΣ epiteto di Bacco (Diónysos)? No, è Διόνυσος ad essere l’epiteto di Iaccu. Questo è il nome del Dio del deserto, Yaḥ, Yḥ o Yḥwḥ, in origine nome del Dio Luna. Non fu un caso se il monte sacro del deserto frequentato dagli Habiru (futuri Ebrei) fu chiamato Sināi, in onore di Sîn, nome concorrente di Yaḥ. Il dio Luna Yaḥ era conosciuto con lo stesso nome in un’ampia fascia che va dall’Egitto (i‛ḥ) a Babilonia. Altra prova dell’interpretazione di Ἴακχος/Iaccu viene dal poeta greco Filodamo di Scarfe (370-330 a.C.), vv. 27-31, il quale, a proposito del culto e delle pratiche rituali eleusine, scrive «agitando in mano un virgulto / splendente nella notte al seguito di furie / ispirate sei giunto nei profondi recessi / fioriti di Eleusi / Evoè o Iobacco [Ἰόβακχε], o Peana». Si vede che l’invocazione Ἰόβακχε è una reduplicazione rafforzativa di Yaḥ, Yḥwḥ: Ἰό-βακχε = Yḥwḥ-Yḥwḥ. In tali reduplicazioni è normale che il primo membro venga contratto (v. Giovanni ‘Geova di Canaan’ = ags. John, Jo-hn ‘idem’, dalle tre apofonie Yah, Yeḥ, Yoḥ + Hn ‘Chānān’). Pertanto il vocativo Ἰόβακχε va scomposto in Ἰό-βακχε (dove Ἰό- = Yoḥ < Yḥwḥ). Inoltre si noti che B- di B-άκχoς è labializzazione di Ἰ-, a sua volta forma meramente grafica di Y greca da antica U, W; tale U- per legge fonetica sarda (ed anche ellenica) si labializza in B-. Onde Bάκχoς < ϓακχoς, Ἴακχος = ebr. Yḥwḥ.

Dagli antichi Greci abbiamo molte prove che Ἴακχος è un epiteto rivolto a Διόνυσος nei momenti di più alta solennità rituale. Vedi ad es. Erodoto VIII 65, 1-2; 4: «Quando Serse devastò l’Attica, 30.000 fedeli si radunarono ad Eleusi elevando coralmente l’invocazione a Iacco». Vedi principalmente Aristofane, Le Rane 323-336: «Iacco, o tu che in queste sedi venerande hai dimora, / Iacco, o Iacco, / vieni su questo prato a danzare / dai pìi tuoi devoti, / scuotendo carica di frutti /intorno al capo una rigogliosa / corona di mirto, e col ritmo ardito del piede / scandendo la festa sfrenata / amante della gioia, / che tanta parte possiede delle Grazie, la pura / danza sacra per i pìi iniziati». Simile invocazione anche in Aristofane Rane 340-52 e 397-403.

«Dionisismo e orfismo appaiono problematici dal punto di vista della loro definizione e delle reciproche interferenze, (talché) il culto di Samotracia appare contaminato e intessuto di elementi che lo connotano come il prodotto di un territorio di confine» (Scarpi RM XLIV).

In epoca romana, il culto di Dióniso con i suoi misteri era il più diffuso nel mondo ellenizzato, sia a livello statale, sia a livello di associazioni private. Vi erano processioni, danze, pantomime. Tertulliano è l’apologeta cristiano che comincia a ridurre a ludicra e ludibria tutto il sapere religioso degli antichi. Apollonio di Tiana ricorda le “danze lascive al suono del flauto”. Lo stesso Platone parla delle danze bacchiche e di quelle simili, che prendono nome dalle Ninfe, da Pan, dai Sileni e dai Satiri, nelle quali si rappresentavano mimicamente personaggi ebbri, durante certi riti di purificazione e d’iniziazione.

Durante le cerimonie orfiche erano cantati inni propiziatori, dei quali restano 87 in una raccolta completa attribuita ad un’associazione dionisiaca d’iniziati dell’Asia Minore (forse di Pergamo) esistita durante l’epoca neoplatonica.

Altri frammenti orfici (in numero di 363, raccolti dal Kern), dànno notizie sufficienti sulle pratiche orfiche, per quanto anch’essi abbiano visto la luce precipuamente ai tempi dei Neoplatonici.

I riti di Adone ed i “Sepolcri”. Adone era il dio siro-fenicio della natura; il suo culto si espanse anche in Grecia, come abbiamo visto, e lì si trovò a competere e fondersi con la corrente mistica relativa a Dióniso, del quale esisteva una storia sacra diversa.

Circa i riti di Adone, non vanno dimenticate le èrme (Ozieri) vasi di piantine (orzo, lattuga, finocchio, etc.) cresciute al buio per la ricorrenza dei Sepolcri: esposti nelle chiese il Giovedì Santo, vengono ritirati l’indomani al momento della morte del Cristo. La base etimologica è il bab. ermu(m) ‘vaso contenente qualcosa di particolare; terra coltivata’. Questo nome in Campidano e in Barbàgia cangia in nénniri, nènnari, nènneru, nènnere, ripetizione esaltativa dall’akk. nīru ‘preghiera’. Su nénniri è usato in Sardegna anche per il comparatico di san Giovanni (24 giugno). I Fenici e i Sirî lo chiamavano ‘Giardini d’Adone’; è una delle prove che Adone (Osiride, Tammuz, Attis etc.) era il Dio della Natura, colui che la faceva crescere e la faceva morire (ecco il significato del ritiro e distruzione delle piantine al momento della morte del Cristo). Secondo quanto dice Socrate a Fedro, i giardini di Adone dovevano germogliare in otto giorni, e venivano esposti sui tetti delle case, dove le donne eseguivano le loro lamentazioni per il defunto Adone.

 

ADON, Adonai è nome ebraico, semitico = ‘signore’ (bab. adû). Ma il termine babilonese è l’esito del non più compreso sum. ad ‘zoppo’ + un ‘cielo’: ad-un = ‘lo zoppo del cielo’. Infatti Adone muore per la zannata inferta dal cinghiale all’arteria femorale.

A Biblo (città sacra dei Fenici, come per altri popoli lo sono la Mecca e Gerusalemme) Adone era celebrato nel santuario di Afrodite, dea della Natura, con cerimonie di lutto, tonsura delle donne o prostituzione rituale, liturgia del risveglio di Adone, considerato vivente anche nella fase della sua morte. Nel recinto del tempio c’erano moltissimi menhirs a forma principalmente di obelischi, che sono la sacra effige della dea, con la forma fallica esprimente la sua indissolubile unione col membro del Dio generatore.

Coincidenza o no, in Sardegna abbiamo il villaggio di Gadòni (chiamato propriamente Adòni), col suo nuraghe Adòni, l’uno e l’altro dominanti le due estremità d’una gola selvaggia e impraticabile pari a quella fenicia del fiume Adoni, che si tinge di rosso e dove le fanciulle siriane piangevano la crudele morte del dio. Il colore è dato dalle foglie morte del cisto. Le immagini del dio erano vestite a simiglianza di spose esanimi (simili alla dormiente Madonna, l’Assunta, celebrata non a caso il 15 Agosto, nella pienezza della morte della natura). I due simulacri venivano poi trasportati verso una “sepoltura” idrica.

Inutile tacere che gli Adόnia costituivano la Festa di Capodanno (capodanno del ciclo naturale, che in Sardegna e nel Basso Mediterraneo comincia a Settembre). Ad Alessandria d’Egitto e in altre località le effigi di Afrodite ed Adone venivano collocate su due giacigli affiancati, con accanto frutti maturi. Segno che le celebrazioni si svolgevano, appunto, intorno alla metà di Settembre. Così oggi accade per sa Festa de is Bagadίus, a Siùrgus, il cui enorme Pane è affiancato dalla Vergine Addolorata (vedi la descrizione fatta in coda a questo capitolo).

Le donne, spruzzando acqua sul nénniri, imitavano la pioggia. L’immagine tipologica creata dagli artisti greci, della dea afflitta che regge fra le braccia l’amante morto, sembra il modello della Pietà di Michelangelo. Ma i Sardi avevano da millenni la loro “Pietà”, detta La Madre dell’Ucciso, bronzetto nuragico che in realtà documenta il compianto di Adone.

Nell’Idillio XV di Teocrito, scritto tra il 278 e il 270 a.e.v., sono eternati i riti di Adone ad Alessandria d’Egitto. Essi avevano due momenti, il primo in piena notte, il secondo l’indomani all’alba. Di notte le donne stavano sole al tempio, esercitando culti misterici, donde sortivano all’alba con le vesti discinte, i capelli sciolti, i seni liberi, parte del corpo senza veli; intonando un acuto canto di lamentazione, portavano la statua del Dio sulla spiaggia e la gettavano tra le onde.

Teòcrito narra soltanto il momento pubblico, a cui tutto il popolo assisteva. La statua di Adone adolescente sta nel suo letto d’argento. Una ragazza dalla voce bellissima canta l’inno ad Adone. È la stessa ragazza che nell’anno precedente aveva cantato, uscendo prima dell’alba dal palazzo-tempio, la lamentazione per la morte di Adone. L’idillio teocriteo cita i frutti deposti e i giardini delicati che i canestri d’argento racchiudono [nénniri], e i pani-dolci che le donne impastano per lui – mescolando bianca farina all’essenza dei fiori, – ricchi di miele o di olio vergine, – e hanno forma di uccelli o di animali. Ci sono [effigiati nella pasta] verdi pergolati; e gli Amorini volano su di essi, – come piccoli usignoli – all’alba, tutte insieme lo porteremo fuori, – là sulla riva. Con i capelli sciolti, con il seno nudo, – con le vesti slacciate, intoneremo il nostro canto acuto.

 

In sintesi, qua ho delineato i due riti orfici vigenti in Grecia e nella Mezzaluna Fertile. Adesso resta da specificare l’entità del Carnevale europeo ed il suo legame con i riti misterici ora descritti.

2 IL CARNEVALE

 

Nei riti di Adone il popolo anticamente credeva che celebrando i riti magici fosse possibile far risorgere il Dio destinato alla Morte. Le cerimonie erano rappresentazioni sceniche dei processi naturali che l’uomo (e le donne) desideravano agevolare. È infatti dottrina comune della magia che sia possibile produrre un effetto semplicemente imitandolo. Durante queste rappresentazioni sceniche di morte e resurrezione della natura si accompagnava l’unione, scenica o reale, dei due sessi mirante a sollecitare la perpetuazione della natura e degli esseri viventi. In questi eventi rituali d’origine paleo-neolitica è racchiusa l’anima del Carnevale.

Il Carnevale rinnova annualmente il mito dell’Eterno Ritorno, rievoca il Chaos cui segue l’ordine, il Cosmos: per questo esso celebra da sempre i riti di morte e resurrezione rappresentati da Adone (Siria, Fenicia), Attis (Frigia), Dióniso (Grecia), Ba῾lu (Canaan), Osìride (Egitto), Tammuz (Babilonia), Mascatzu (Sardegna).

I personaggi dei Carnevali italici e sardi hanno nomi misteriosi, difficili da dipanare rispetto a quelli meno ermetici dell’Eurasia: ciò a causa dell’opera annientatrice portata avanti dalla Chiesa. Più arduo sembra poi districare le figure borderline tra il Carnevale e la commedia tout court. Un esempio è Arlecchino, del quale rimane ignoto il nome pre-cristiano.

Di Arlecchino scrive Dario Fo (Manuale minimo dell’attore, 66), collegandolo alla ritualità agricola, ossia ai riti paleo-neolitici. Ma questo nome e questo personaggio è apparso nei testi soltanto nel Medioevo, irrimediabilmente apparentato a figure sataniche: Alichino (Dante, Inf. XXI, 118-123); o la familia Herlechini del XII secolo (Orderico Vitale, Storia Ecclesiastica): questo era un corteo d’anime morte guidate da Herlechino, demone-gigante. Questo demone fu infine degradato a figura comica, perpetuatasi nello charivari come Hellequin, poi Arlecchino.

Va da sé che i tentativi di razionalizzare l’etimologia di Arlecchino razzolano nello stesso plancher medievale che alimenta il noto personaggio: come dire che i tentativi s’affiggono all’asfittica aia demoniaca dove la Chiesa aveva serrato molti personaggi fertilistici. E così gli si volle dare origine germanica (Hölle König ‘re dell’inferno’, traslato in Helleking, poi in Harlequin, danese Erlkonig). La Chiesa aveva orchestrato bene un fiorire di fantasie sataniche le più adatte a trascinare fuori contesto (e nel contempo a confondere) il personaggio, talché le Hellequins – o Herlequins – erano pure le streghe che cavalcavano con la dea della morte Hel durante le cacce notturne. Nella cultura francese Hel divenne uomo: il re Herla o Herlequin (antico inglese Herla Cyning poi erlking, tedesco Erlkönig, danese erlkonig, allerkonge, elverkonge, cioè, letteralmente, il “re degli elfi”); e via con altri nomi: Hellequin – o Hellkin, Hennequin, Hannequin, Herlequin, Arlequin.

Col tempo questo personaggio diabolico divenne (fu fatto diventare) semplicemente villanesco, sciocco ma arguto, totalmente stravolto e irriconoscibile, allocato nell’unico ricetto concessogli: la Commedia dell’Arte. Ogni legame col passato era troncato, ed oggi egli è presente sui palcoscenici per far ridere con una carica di scurrilità. Ma invero Arlecchino è persona antica quanto la civiltà, giusta l’intuizione di Dario Fo. Un tentativo di ricostruire il nome porta all’akk. arû(m) ‘render pregna’ (la donna, la natura) + leqû(m) ‘accettare’ (le preghiere) + sum. innin ‘lady, Madonna’: ar-leqû-innin = ‘Dea che accoglie i voti delle donne gravide’. Arlecchino in origine era la Dea della Maternità, e per ciò stesso era l’epifania della Dea Mater Universalis.

L’Ecce Homo. Ucceómu a Fonni è il ‘fantoccio di carnevale fatto di paglia, che s’incendia l’ultima notte’ (poi divenuto anche ‘spauracchio’ per spaventare gli uccelli). La voce è colta, dal latino Ecce homo!; ma qui importa notare l’equivalenza esatta tra la figura di Cristo avviato al Calvario ed il fantoccio avviato al rogo. Con tutta evidenza, a Fonni non si volle affatto perdere la memoria degli antichi misteri, ossia che al rogo del Martedì Grasso andava il Dio della Natura, e che la pantomima messa in opera quella sera era il culmine delle celebrazioni misteriche d’inverno. Questa figura illustra e testimonia di per sé una intera pagina delle arcaiche celebrazioni misteriche della Sardegna.

Carresegáre. Ma che cos’è, più precisamente, il Carnevale? Lo accennavo più su. Col mito dell’Eterno Ritorno riappare puntualmente il Chaos, il tempo primordiale del disordine cosmico. Questo evento ciclico è rappresentato teologicamente dalla uccisione di Adone (e della Natura) ad opera del cinghiale (esso è l’antagonista del Dio della Natura, e ciclicamente pretende riportare lo sconquasso tra i processi regolari della vita). Le cerimonie orfiche erano rappresentazioni sceniche dello sconquasso nonché degli ordinati processi naturali che l’uomo (e le donne) desideravano ripristinare.

Ecco svelate le pantomime, le vere e proprie rappresentazioni teatrali in motu, che i Carnevali sardi ancora conservano mimando, con vario risalto secondo i villaggi, gli eventi fondamentali, evidenziati in scene ripetute per l’intero percorso, con ruoli nitidi, o confusi, o capovolti secondo i villaggi. Quindi abbiamo: 1. su Mamuthone che balla su ballu tzoppu, un ballo detto anche bìkkiri, o sciampitta (chi avanza zoppicando evoca il dio Adone mortalmente ferito all’inguine, quindi incapace di camminare). 2. Il dio dell’Ordine (Marduk, o Mascatzu per la Sardegna) è rappresentato da s’Issoccadore, che tenta ripetutamente di prendere al laccio e raffrenare la scomposta sarabanda della folla mascherata (rappresentante il Chaos). 3. I duelli rituali tra due maschere con diversa caratza rievocano la lotta di Marduk contro Tiamat, del Cosmos contro il Chaos, rappresentati da s’Omadore che tenta di tenere al laccio s’Urtzu (il Chaos) bastonandolo e pungolandolo fino a renderlo esanime; tale “vittima” è presente sotto forma di capro, cervo, cinghiale, i quali sono ipostasi della bestia che uccise Adone: di essa occorre imbrigliare la dissoluta potenza, perché rappresenta il Chaos che deve essere ridotto al Cosmos, all’ordine del Creato. 4. Zorzi (o Giogli) è considerato molto spesso il “Re” (la figura centrale) del Carnevale; in genere simula Adone morituro portato in processione funebre, seguito dal popolo mascherato che lo compiange, sino al luogo della sua sommersione o arsione, dal quale risorgerà. In Sardegna è praticata l’arsione, tutto termina col rogo finale, epilogo della sacra pantomima.

I Carnevali della Sardegna interna si differenziano l’un l’altro perché ciascuno ha conservato un momento diverso, o più accentuato, della rappresentazione paleo-neolitica. Figure vestite a lutto piangono la morte di Dio e con essa la fertilità che viene a mancare. Sono uomini col gabbano nero, cappuccio calato sugli occhi, volto annerito di carbone, pantaloni neri, gambali neri. Il nero copre tutto: segno di lutto profondo perché alla morte di Dio la Terra s’oscura e cessa di produrre.

CARNEVALE. Questa parola italica non ha quindi alcuna attinenza col “levar via la carne” al popolo non appena concluso l’evento, come purtroppo sostengono gli etimologisti neo-romanzi, totalmente a corto d’argomenti. Ciò sarebbe una contraddizione in termini, resa più assurda perché il popolo non ha mai avuto disponibilità di carne, considerata la sua povertà cronica. Carnevale è invece parola arcaica, con base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + (w)âru(m) ‘andare contro, scontrarsi con’: qarniwâru ‘andare contro il Potere’. Quindi la parola mette in risalto proprio lo “scontro” tra i Poteri della Cosmogonia: il Chaos contro l’Ordine.

CARNASCIALE (sardo Carrasciale), altra parola italico-mediterranea, ha base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + šalû(m) ‘to tear to pieces, fare a pezzi, strappare a pezzetti’. Al verbo accadico fa riscontro l’it. scialo ‘spreco, distruzione di beni’, scialare ‘sprecare, distruggere beni’. Quindi qarnišalû indicò in origine ‘la distruzione del Potere, dei Potenti’; o anche šalû(m) ‘annegamento’, onde ‘annegamento, sommersione dei potenti’ (non a caso Tiamat, il Chaos, rappresentava l’Oceano indistinto primordiale).

CARRESEGARE è parola tipicamente sarda, avente base nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + seḫu ‘rivoltarsi, distruggere, dissacrare’: qarniseḫu ‘rivolta contro il Potere’.

Le tre parole-chiave mediterranee svelano completamente tutta la tradizione dell’Eterno Ritorno e del capovolgimento dell’Ordine, un periodo in cui i poveri possono dileggiare i ricchi, gli schiavi possono essere serviti dai padroni, i re possono essere schiaffeggiati dai sacerdoti in nome del popolo. La processione mascherata è un’icona di tale Capovolgimento.

Il carro carnevalesco e le maschere. Il Navigium Isidis, antesignano egizio dei carri allegorici italici, era seguito da gruppi mascherati (Apuleio, Metamorfosi XI): tale nave veniva messa in mare l’8 marzo per festeggiare l’inizio primaverile della navigazione. Questa ricorrenza africana mostra che al tempo di Apuleio quel popolo costiero aveva preferito indirizzare il rito orfico al momento dell’anno in cui l’Ordo comincia a manifestarsi tra le placide onde oceaniche (possiamo immaginare il ritorno della Primavera come la sconfitta di Tiamat).

In Grecia durante le Antestérie o Baccanali passava il carro di colui che doveva restaurare il cosmo a seguito del chaos primordiale.

In Babilonia dopo l’equinozio primaverile veniva ritualizzato il processo di fondazione del Cosmo descritto nella lotta di Marduk contro Tiamat. Nella processione vi era anche un carro sul quale stava l’allegoria del Dio Luna o Dio Sole.

Le maschere del Navigium Isidis si ritrovano in ogni Carnevale, ma anche fuori contesto. Ad esempio, a Venezia si circolava spesso mascherati per nascondere l’identità ai curiosi. La maschera cinematografica (il buttafuori) aveva esigenza di mascherarsi per evitare rappresaglie dai molestatori ch’entravano al cinema. I medici si mascheravano con facciali orridi in funzione apotropaica, al fine di sconfiggere il Male che gli s’ergeva contro impersonificato dal malato. Le maschere apotropaiche nel lontano passato erano di largo uso, credendosi così di poter scacciare i demoni che minacciavano il benessere umano. Così fu anche per certi animali, specialmente i cavalli da tiro (l’unico patrimonio del povero carrettiere) ai quali, non essendo possibile una maschera facciale, si appendeva in fronte uno specchietto donde lo spirito maligno, specchiandosi, rifuggiva inorridito.

Spesso a Sassari il regolamento di conti tra rivali avveniva proprio durante il Carnevale, confusi tra le maschere che compiangevano Giόgli morituro. Nell’antica Grecia gli attori delle commedie e delle tragedie erano mascherati; in tal guisa parlavano liberamente anche contro i potenti, non temendo d’essere riconosciuti.

Mircea Eliade diceva che le maschere carnevalesche sono i morti che tornano, e devono essere placati ricacciando il Chaos e riportando la Cosmogonia. Sarà così? Vediamo.

MÀSCARA = it. màschera ‘volto finto’ servì da sempre a nascondere l’identità, consentendo di dichiarare liberamente il pensiero. Il sardo màscara è originario < sum. maš ‘puro’ + ka ‘parola’ + ra ‘indirizzare’ = maš-ka-ra ‘indirizzare parole pure, schiette’. Fu questo lo scopo principale delle maschere di Carnevale. Altrimenti non sarebbe stata mai possibile la sfrenatezza loro e quella del Carnevale in generale.

Il Natale. Tutta la fenomenologia dei rituali fertilistici e carnevaleschi cominciava col Natale, del quale la religione isiaca aiuta a capire le origini. Nella notte tra il 24-25 dicembre ad Alessandria si esponeva la statua di Horu, figlio di Iside, salutato da esclamazioni: “Esultate. La Vergine ha partorito. La luce sta crescendo” (di qui i cognomi sardi Aru e Orùi). Horu era figlio di Osiride il quale muore e risorge. Le cerimonie sono ripetute la notte tra il 5-6 gennaio per salutare il sorgere dell’anno nuovo (l’apparizione solare, l’Epifania).

Vale la pena rammentare che Isis, Iside, la sposa di Osiride che muore e risorge, è una dea sempre triste, in consonanza con l’etimologia del suo nome, dal sum. isiš ‘sorrow, dolore, tristezza’.

3 SA SARTIGLIA

È ora di entrare più a fondo nello spirito del Carnevali sardi, osservando dappresso il celebre palio carnevalesco di Oristano: una gara all’anello. Cfr. sp. sortija ‘anello’, sp. saltillo ‘giuoco di carnevale’ per il quale si appende una gallina ad una corda tesa attraverso la strada, e correndo a cavallo se ne strappa il collo.

Base etimologica di Sartìglia è il sum. šar ‘cerchio’ + til ‘palo’ = ‘cerchio del palo’. A dispetto dell’arcaicità del termine, il palo, palio viene proposto (dai medievalisti) come invenzione medievale. Addirittura, molti ricercatori malaccorti, miopi, servili, indolenti pretendono che questa manifestazione carnevalesca cominci in Sardegna con l’occupazione iberica. Ovviamente non è così; è assurdo – in linea di principio oltreché in base a un metodo razionalista – accettare la cappa plumbea di un non-pensiero che obbliga a immaginare che ogni vagito di civiltà sia pervenuto in Sardegna grazie ai conquistatori e, in sovrappiù, che sia giunto tardissimo, a cominciare dal 1500, più raramente dal 1323, rarissimamente dal 1016, il poco rimanente dall’Impero romano, al disotto dell’Annus Christi la ferinità totale.

Questo termine, e gli altri due che di seguito propongo, non possono essere apparsi soltanto cinquecento anni fa, per quanto ciò faccia comodo agli storici medievalisti ed ai filologi romanzi, i quali hanno avuto sempre bisogno del testo scritto per poter dare avvio alla storia del (proprio) mondo. A loro non interessano le parole parlate, le quali invece – al contrario di quelle scritte – superano d’un balzo il silenzio millenario dei testi, e ci conducono alle Origini, allorquando tutto aveva senso.

I giochi equestri sono vecchi quant’è vecchia la civiltà. Ne abbiamo la più antica descrizione nel canto V dell’Eneide (vv. 548-603), allorché Ascanio figlio di Enea guida la Sartiglia dei Troiani:

Va e chiedi ad Ascanio se ha già pronto

Il drappello dei giovani, i cavalli

schierati alla corsa… Detto ciò

Fa ritirare dalla lunga arena

tutta la folla e sgomberare il campo.

I giovanotti avanzano allineati,

al cospetto dei padri, sui cavalli

tenuti a freno, splendidi. Al vederli

tutti i giovani, siculi e troiani,

fremono, pieni di stupore. Sul capo,

come vuole il costume, i cavalieri

portano una bella ghirlanda

di verde olivo, impugnando due aste

di duro corniolo dalla ferrea punta.

Alcuni hanno in spalla la faretra…

Sono tre squadroni, comandati

da tre guerrieri; dodici fanciulli

vengono dietro a ciascun gruppo,

distinti in due schiere…

Timidamente avanzano, acclamati

dai Troiani in festa…

Quando tutto il corteo, sotto lo sguardo

dei compagni, ha terminato la sfilata

e s’è disposto alla partenza, Epitide

da lontano, gridando, dà il segnale

con uno schiocco di frusta. Dapprima

corrono insieme allineati, poi s’aprono,

dividendosi in gruppi di tre schiere,

quindi, a un cenno, si volgono indietro,

si vanno incontro con l’asta puntata:

una carica e via, sciamando in rotta,

tornano a fronteggiarsi da lontano,

e di nuovo si scontrano, s’intrecciano

gli uni con gli altri a impedirsi il giro

alternativamente, dando luogo

a finte scene di battaglia…

Della Sartiglia scriverò più ampiamente un po’ oltre. Qui inserisco come prodromo alcune etimologie ad essa relative:

PÀLIO (antico aggettivale in -us) ha base etimologica nel sum. pala ‘vestito regale’ (da cui il cognome sardo Pala). L’ant. it. pàlio indica un ‘drappo ricamato o dipinto’. Da sempre è stato un palio, un panno il premio del vincitore di un torneo.

PANNU. In Sardegna il palio ha trovato comoda riproposizione in su pannu, che al solito era il premio che del cavaliere vincente. I filologi romanzi lo derivano dall’it. panno, o dal lat. pănnus, per quanto poi non siano in grado di ritrovarne l’etimologia (così DELI ed Ernout-Meillet). Si sa che per panno, oltreché un generico ‘tessuto, stoffa’ o ‘tessuto di lana cardata pesante’, s’indicò e ancora s’indica il drappo di stoffa pregiata dato al vincitore del palio, della corsa dei cavalli. In latino il pannus era anche la banda o bandana di stoffa apposta sul capo, il diadema, inteso anche come copricapo prezioso. In greco abbiamo πῆνος ‘tessuto’, in accadico pānu ‘coperta di un letto’ (OCE II 503). Ma in accadico per pānu s’intendono anche altre cose, contenute in un vasto campo semantico dove domina l’idea del premio, del valore, del primato, dell’andare in testa, del protagonismo, dell’apparire. In sumerico abbiamo la forma pa e ‘apparire’ + nu ‘filare’, come dire ‘il tessuto dell’apparizione (di Dio)’.

E in tal guisa ci colleghiamo al dio Pân. Stando ai miti greci, gli uomini appresero dai Satiri la musica, che all’origine era un’imitazione del canto degli uccelli, del soffiare del vento, del mormorio delle fonti. I Greci trasformarono tutto in mito e in poesia. Ma ciò non toglie che i loro termini mediterranei avessero una base più arcaica della loro stessa lingua. Ad esempio, Pân (Πᾶν) ha base etimologica nell’akk. pan, panû, penû ‘faccia, apparizione’ (apparizione del Sole, faccia del Sole, poiché Pân era in realtà l’originario dio dell’Arcadia, ipostasi del Sole). Non a caso il celebre panico (πανικός) arrivava all’ora meridiana, quando il Sole risplende e accalda in sommo grado, richiamando la terribile insostenibilità del Dio. Abbiamo pure la corrispondenza ebraica: pāne, pānīm ‘faccia, apparizione, apparenza’; cfr. ebr. Penû ’El ‘la faccia di Dio’, al cui santuario si recavano gli Israeliti per adorare la faccia splendente di Dio, il Sole, col suo severo potere giudiziale.

Tutto questo richiama su Pannu, il premio che si dà al cavaliere vincente, poiché egli si rendeva degno della manifestazione di Dio.

PALU è invece un termine sopravvissuto a connotare il Carnevale di Santulussùrgiu, dal sum. pa ‘ramo, fronda’ + lu ‘divampare’: pa-lu significa esattamente ‘palo del Divampante’, ed ha forte attinenza col “Roveto ardente” di biblica memoria. Su Palu ad Urzuléi (nella códula de Ilùne) indica ciò che in greco è il phallos, un palo scolpito a forma di pene che in origine rappresentava Ištar, la Dea della Fecondità. Questo nome fin troppo allusivo viene dato a un sito selvaggio in una gola selvaggia dove il fiume forma un laghetto e sparisce repentinamente nell’invisibile inghiottitoio: emblema dello sperma divino che penetra nelle viscere della Terra ingravidandola. La pioggia, la rugiada, furono sempre identificate nel seme divino, e l’acqua, invocata e venerata durante i Carnevali sardi, è sempre connotata dai crismi della sacralità.

REMÀDA è uno dei momenti più emozionanti della corsa carnevalesca di Oristano, allorché su Cumponidòri, il Re del Carnevale, dopo la corsa alla stella d’argento, torna al punto di partenza e poi rifà il percorso precedente benedicendo la folla in una posizione assai scomoda: riverso all’indietro sul cavallo. Remàda ha base etimologica nell’akk. rêmu ‘to have compassion on, be merciful’.

CARRELA E NANTI è il nome che identifica precisamente la giornata clou del Carnevale di Santulussùrgiu, caratterizzata da spericolate esibizioni a cavallo. A tradurre letteralmente, dovremmo interpretare la locuzione come ‘strada di davanti’ o peggio ‘strada di chi parla’: due clamorosi nonsenses. È ovvio che carrèla e nanti è una paronomasia. Riusciamo ad esplicare la locuzione soltanto se badiamo ai significati precristiani del Carnevale, ch’erano tutti mirati ad invocare la benevolenza del Dio Sommo e della sua Paredra, l’Aurora nelle vesti di Dea della Natura, affinché facesse rinascere i pascoli e desse nerbo alle terre arate.

In tal senso, la locuzione può essere risolta dall’akk. ḫarû (a sanctuary) + Elu (Dio Sommo del Cielo) + enu ‘Signore’ + Antu (paredra del Dio Sommo). Con tutta evidenza, la catena accadica ḫar-Elu-en-Antu dà la prova che nell’alta antichità accanto al villaggio esisteva un ‘Santuario dei Signori Elu e Antu’, dedicato alla sacra coppia divina.

4 LA PIOGGIA, L’ACQUA, SU CUMPUNIDÒRI

Gran parte delle manifestazioni carnevalesche del Centro Sardegna, cominciando dalla Sartiglia, passando per la Barbagia e terminando con i Mamuthones, sono arcaici allestimenti collettivi dedicati al rinnovo del ciclo annuale della Natura, al cui centro stava una spettacolare esibizione magica interamente protesa ad invocare la pioggia. Tutta la popolazione ne era coinvolta, a nessuno era concesso sottrarsi, perché l’annata agraria, i pascoli, lo stesso destino del villaggio, erano legati indissolubilmente ai buoni pronostici di questa recita fertilistica, nella quale la collettività interpretava dei ruoli fissi entro un canovaccio immutabile, sia pure nella variabilità dei gesti e delle espressioni individuali.

Fatto singolare, è proprio su Cumpunidòri a svelare, nella solenne fissità dei gesti rivolti al popolo, la reale natura dello sciamano. Il ruolo dello sciamano è assai poco percepibile nella cultura sarda, se non decifrando un concetto pervenuto tra i contemporanei come aggettivo dai connotati meschini, miserandi, ridicoli: su maccu. In questo capovolgimento e affossamento sociale percepiamo l’ovvia intromissione del clero bizantino, che nei “secoli bui” della storia sarda produsse a forza un’autentica catastrofe linguistica e comportamentale, trascinando nel fango e nell’indecenza “carnascialesca” i solenni e complessi rituali sacri d’un intero popolo.

MACCU. Sappiamo quali origini abbia la parola sarda connotante lo ‘scimunito, pazzoide’. Con esso Plauto (256-184 a.e.v.) creò persino il nome d’un personaggio delle Atellanae, Maccus, una specie di Pulcinella, un imbecille cui piaceva mangiare e divertirsi, sempre al centro di avventure e intrallazzi dei quali spesso rimaneva vittima, seduttore-sedotto, truffatore-truffato.

Quel prolifico nome mediterraneo, preesistito a Plauto, diede anche vita ai termini italici maccherone e macchietta, connotanti le persone soggette ai lazzi ed alle scurrilità altrui. Invero nelle relazioni interpersonali è sempre stato difficile sottrarsi ad un destino di vittima, allorché il portamento, le intenzioni, il carattere, l’espressione dell’individuo danno facile stura alle prevaricazioni del branco.

Maccus, sardo maccu, ha base etimologica nell’akk. mākum, makû(m) ‘esser carente, privo di, aver bisogno’, makû ‘essere assente, mancare di qualcosa o di tutto (anche nella mente)’. In sardo sett. si dice mancanti per ‘pazzo’, letteralm. ‘privo di comprendonio’. Da tale base linguistica sortì la figura delle Atellanae e la stessa figura sarda, la quale è molto arcaica, esistente da millenni prima del personaggio letterario italico.

 

Ci vuole poco a mettere in relazione l’akk. mākum ‘carente, privo’ con l’akk. maḫḫûm ‘estatico, profeta’, da maḫûm = ‘furoreggiare, entrare in trance’. Nell’alta antichità evidentemente la gradualità dei comportamenti personali si stagliava in un’ampia fenomenologia del possibile, come oggi; ma nel far salve le vere e proprie “macchiette” ammesse al ludibrio, allo scherno, o allo scherzo bonario, si condivideva un limite, oltre il quale germogliava periodicamente il mistero e l’autorità d’una figura rispettata e protetta, destinata ad assurgere a profeta della collettività. Fenomeno noto anche agli Ebrei, a chiunque nel Mediterraneo, e che nell’isola di Sardegna fornì le personalità adatte al ruolo della sibilla o delle altre funzioni sacerdotali già indagate in questa Sezione. Visto sotto questo aspetto, su maccu nell’alta antichità non fu altro che la figura altrove detta mágos.

MAGOS è termine greco indicante ‘colui che esercita la magìa’. Il termine appare nell’italiano nel 1300 con Dante. Riproduco l’indagine fatta dal DELI: «Vc. dotta, lat. măgu(m) dal gr. mágos, per Erodoto ‘sacerdote persiano che interpreta i sogni’, un prestito dalla stessa lingua dei Persi (già nelle iscrizioni cuneiformi), per i quali maguš era denominazione propria alla sfera della religione e del culto, ancora priva, però, di etimologia. Anche il tardo der. lat. magīa(m) (in Apuleio già col senso di ‘stregoneria’) riproduce il gr. magéia ‘l’arte dei magi persiani’, e così pure l’agg. măgicu(m) ripete il gr. magikόs». La lingua persiana era a contatto con quella accadica, ed è proprio nel cuneiforme che troviamo le basi più antiche del termine: maḫḫu ‘esaltato’, maḫḫû(m) ‘estatico, profeta’, mâḫum ‘uscir fuori (di sé), dipartirsi’ (dell’estatico), maḫû(m) ‘diventare frenetico, delirare’. E così approdiamo alla pioggia e al personaggio detto Cumpunidòri.

CUMPUNIDÒRI. Questo nome sacro del Carnevale di Oristano è legato alla pioggia invernale, ed ha base etimologica nell’akk. kuppu-nīdu-ri (suff. d’agente -òri ed epentesi paronomastica -m-). Kuppu < akk. ‘sorgente d’acqua’, nīdu = ‘cumulus’ (cloud). Cu(m)punidòri = ‘colui che fa sgorgare acqua dai cumuli-nembi’. Egli è il mago della comunità, è lo sciamano, il profeta che va in estasi: è su maccu.

Ecco svelato l’arcano de sa Pippìa de Máju.

PIPPIA de MÁJU. Su Cumpunidòri tiene nella destra un piccolo scettro, sa Pippìa de Máju, agitata in atto benedicente, che i “dotti” banalizzano e riducono assurdamente a Bambina di maggio, tenendo nascoste le ragioni di tanto azzardo etimologico. Invero la base etimologica di máju sta nell’akk. maḫḫu ‘estatico, profeta, sciamano’. Con quella pippìa, su Cumponidòri (su maḫḫu) benedice veramente la folla, ma un tempo aspergeva acqua benedetta. Su maḫḫu fu poi dissacrato dai preti bizantini, e divenne maccu ‘matto, scemo’, nome che torna a fare buona compagnia al Maccus plautino.

PIPPÌA. Anche sa pippìa ha basi accadiche, da pīum, raddoppiato in termini sacrali: pī-pīum = ‘apertura, sorgente’ di fiume, di cateratte del cielo. Quindi sa Pippìa de Máju indicò la ‘apertura delle sorgenti (celesti) ad opera del profeta’. Mentre in epoca bizantina fu ridotta a pippìa, ossia a ‘bambina’, rendendo l’evento incompreso e ridicolo.

MANNAGHE. A Puttumajore, guarda caso, abbiamo sa Pippìa e mannághe (portata in processione durante le siccità) < akk. manû ‘recitare inni, incantesimi’ + agû ‘ondate, profluvi d’acqua’. Mannaghe significò ‘inno-incantesimo della pioggia’. Pippìa de mannaghe indicò la ‘apertura (delle cateratte a causa) dell’inno-incantesimo della pioggia’.

MAIMÒNE. Nel Carnevale di Oniferi è un fantoccio trasportato da un asino e munito di ampie corna caprine, maschera ricavata da una pala di ficodindia. Un corteo di maschere vestite a lutto, il volto tinto di nero, accompagna il fantoccio portando con sé, in genere, un animale vivo ingabbiato. A Sarùle, Maimòne è una maschera indossata da un uomo, vestito di nero, volto coperto da una pala di ficodindia (scelta apposta perché zeppa d’acqua) da cui sono ricavati occhi e bocca. La base etimologica si ritrova nell’ebr. maim ‘acqua’, documentato nell’Oristanese e nell’Iglesiente fino all’età moderna. Cfr. akk. māmū ‘acqua’. Una variante è Mamòne, nome del sito dove sorge il Tirso, il fiume più lungo della Sardegna.

MAMMUTHONE, mummuttòne, mamussòne, malmuntòne, mamuntòmo, notissima maschera orrida dei Carnevali barbaricini, viene intesa in Sardegna anzitutto come ‘spauracchio’. Ma, come successe per tutte le demonizzazioni del Medioevo, anche questa demonizzazione (nonché la stessa storpiatura della mostruosa maschera facciale) fu indotta, come vedremo, dai preti bizantini durante i “secoli bui” della Sardegna.

Non c’è dubbio che una radice di questo nome “diabolico” sia abbinata al cognome sardo Mu, Mou, Moi, Mua < akk. mû ‘acqua’. In origine, quindi, Mum-mu-thòne (radice reduplicata in termini sacrali) + sum. tun ‘contenitore, nuvola’, indicò la ‘grande nuvola di pioggia’. Confronta al riguardo anche la radice etimologica di Maimone, da maim ‘acqua’, una variante di mû.

Però non è soltanto l’Acqua Primordiale a saturare il significato di questa maschera. Purtroppo l’epiteto Mammuthone, Mummuthone rientra tra i pochi nomi della civiltà sarda la cui interpretazione diviene complessa quante più sono le radici linguistiche comparabili. Il cognome Mu < mû ‘acqua’ è soltanto una delle componenti che occhieggiano in Mumuthone.

L’abbondanza di radicali (e nomi) concorrenti facilitò i denigratori cristiani a indurre il popolo nel privilegiare in Mammuthone la base ugaritica Motu, indicante un dio demoniaco che poneva fine alle attività vitali: era ‘la Morte’. Da Motu prese piede nel Mediterraneo un nome con varie sfumature fonetiche, che in Sardegna divenne Mommoti (voce raddoppiata in superlativo per indicarne la terribilità). Certamente i mamoiadini col Carnevale celebravano sin dalle origini non solo il valore dell’Acqua Rigeneratrice ma, assieme ad essa – componente inestricabile – anche il mito di Adone Morto, la cui immersione nell’Acqua ne determinava la Resurrezione. Immagino che l’incastonamento di Motu nell’epiteto Mu-muth-one abbia favorito i preti bizantini, 1400 anni fa, ad istigare i fedeli di Mamoiada a rendere orrida la maschera del proprio Dio, imbonendoli con l’ideologia pretesca del macabro e del funesto.

L’abbondanza di radicali disponibili suggerisce anche una terza opzione, la quale rimena ai riti iniziali del Carnevale, alle cerimonie di Purificazione collettiva mediante il fuoco (Sant’Antoni e su fogu, sa Candelora, e pure il finale rogo del pupazzo, usuale in quasi tutta l’Isola, a memoria di più brutali usanze quando al fuoco andava un uomo o una donna, scelti quali vittime sacrificali). In tal guisa è possibile leggere Mamuthone come agglutinazione di ma ‘bruciare’ + mu ‘far rumore’ + tu ‘leader’, nu ‘creatore’. In tal guisa il significato complessivo sarebbe ‘Dio Creatore da bruciare con frastuono’.

MARTISBERRI personaggio di Ulàssai < akk. martu ‘palo (sacro)’ + berû ‘essere in penuria d’acqua; essere affamato, in carestia’: martiberû = ‘palo sacro delle carestie, delle piogge’. Il palo fu ovviamente effigiato in forma di fallo. Martisberri è uno dei tanti nomi coi quali fu appellato il Dio della Natura. Che i Gairesi (v. infra) immaginassero Martiperra-Martisberri come un grosso gatto, la dice lunga: gattu = ‘statua fallica, immagine del Dio’ (da portare in processione).

MARTIPERRA personaggio carnevalesco di Gairo. «S’immaginava Martiperra come un grosso gatto, pronto a graffiare e lacerare le carni di coloro che il martedì grasso se la passavano a lavorare, anziché a godersi la sua festa». Il nome ricorre in tante preghiere per la siccità, quando la statua del santo protettore è portata in processione e immersa nel corso d’acqua cantando:

Abba a terra a sos laores, Acqua ai campi di grano

pizzu e perra a sos minores una sfoglia e mezzo pane per i piccoli

e unu cantu da azzanta e un pezzo in aggiunta (ai grandi)

Misericordia Santa. Misericordia santa. Recita senza senso. (Martiperra è corruzione di Martisberri)

SANDRIPERRA (Esterzili) “re” del Carnevale, pagliaccio portato al rogo < akk. sādu ‘pascolo’ + berû ‘penuria d’acqua’: sā(n)diberû = ‘pascoli in siccità’ (epentesi).

NARCÍSU è un personaggio-fantoccio del Carnevale di Fonni destinato al rogo = gr. Νάρκισσος < akk. nārum ‘fiume’ + kissu ‘stelo’: nār-kissu = ‘stelo delle acque’. Tutto un programma.

TURCOS, truccos, a Ollolái oggi sono sas màscaras nettas (ossia le maschere carnevalesche senza alcuna copertura di nero e con la faccia non celata). Basta poco a ricordare che proprio a Ollolái, borgo appollaiato sulle montagne al centro della Sardegna, i Turchi (i musulmani che tentarono per un millennio d’invadere l’isola) non arrivarono mai. E nemmeno si può parlare di trucchi, perché appunto le maschere sono “castamente” addobbate, senza facciale, con abiti semplici, banali, bianchi (linde tovaglie). Che l’arcaico Carnevale barbaricino sia sparito da Ollolai e non se ne abbia nemmeno memoria, la dice lunga su quanto successe al finire del VI secolo dell’Era volgare, allorché l’esercito bizantino costrinse Ospitone, re di Barbagia, residente a Ollolai, a convertirsi al cristianesimo e a far convertire l’intera Barbàgia. La conversione forzata giunse al punto che persino al monte sacro di Ollolái fu dato il nome del Santo degli invasori, san Basilio. Colonizzazione integrale, dunque, e coartamento totale del rito fertilistico rappresentato dal Carnevale.

Ma noi siamo ancora in grado di testimoniare che Turcos è una paronomasia, una parola senza senso che nasconde il sum. tul ‘pozzo, laghetto, canale’ + ku ‘rafforzare, far crescere’ = ‘far aumentare il livello dell’acqua’. Che invece Turcos possa provenire dall’akk. turku ‘dark marking’ (macchia nera), sarebbe una contraddizione ancora più cocente, visto il colore degli abiti.

SANT’ANTÒNI (de su porcu), il santo cristiano che s’accompagna al porco inaugurando tutti i Carnevali della Sardegna, indica una patente paronomasia < akk. šatû(m) ‘bere’ + antu ‘spiga d’orzo’. Sant’Antòni è il Dio della Natura, il quale in origine, quando soltanto l’orzo cominciava ad essere piantato mentre il grano era ignoto (fine Paleolitico), indicava colui che – proprio al momento della semina dell’orzo – dava avvio alla rinascita della Natura.

SANT’ANDRÌA è il Santo del vino. In Sardegna è chiamato così anche il mese di Novembre, perché in quel periodo si sturano le botti. Santu < akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ + epentesi; il campo semantico del ‘bere’ è pure in relazione ai campi. Andrìa < sum. an ‘Cielo’ + dirig ‘accumulare nubi’.

SANTU ANTIÓGU < akk. šatû(m) ‘bere’ + antu ‘spiga d’orzo’ + ugu ‘potenza, forza’ = ‘(Dio) che ha il potere di abbeverare le spighe d’orzo’. La festa di sant’Antioco (non a caso è il Patrono della Sardegna) cade quindici giorni dopo Pasqua, stabilita in epoca spagnola per celebrare la data del ritrovamento delle reliquie. Ma è ovvio che in origine la ricorrenza corrispondeva a quella di Santu Antòni e su fogu, all’inizio del Carnevale.

LISÉI. Santu Liséi è il nome di un nuraghe di Nule < akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ (epentesi -n-) + sum. li ‘ramo, virgulto’ + se ‘vivere’. L’invocazione, l’epiteto, è riferito al Dio della Natura portato in processione: šā(n)tûlise = ‘(Dio) che irriga e fa vivere le piante’. Come si vede, anche i nuraghi (che furono gli altari del Dio Sole) venivano nominati con le invocazioni più consone all’epifania fertilistica del Dio Sommo.

AQUA MADÁLLIA è l’acqua benedetta contro il malocchio. Quando la parola prevalse, la metallurgia era ancora in mente Dei, e le pietre preziose prendevano nome dall’akk. madallu(m), matallu(m) ‘pietra preziosa’: nome poi dato ai metalli al momento della scoperta della metallurgia, visto l’altissimo pregio del nuovo prodotto.

AQUA LICÒRNIA è parimenti ‘acqua contro il malocchio’ < akk. leqû(m) ‘prendere potere’; ‘accettare una preghiera, un desiderio’ + nê’u(m) ‘far tornare indietro, respingere’: leqûn-nê’u = ‘potere di respingere’, apotropaico.

5 RINASCITA DELLA NATURA

Abbiamo testè scoperto che l’intero Carnevale della Sardegna è strettamente legato ai riti fertilistici, alla rinascita della Natura, per la quale ovviamente l’acqua di fonte e quella piovana sono l’elemento provvidenziale. Numerose sono anche le situazioni, i personaggi (oppure i pani) che, pur avendo relazione col Carnevale e con la fertilità, non richiamano espressamente l’acqua.

BAKKÍḌḌU4. È un pane del Capodanno, che risulta allungato a forma di bastone e viene tradotto appunto come ‘bastone’, ‘bastone pastorale’. Anche su bakkiḍḍu ‘e Dèu, tradotto come ‘bastone di Dio’, è un pane dalla vaga forma di bastone, e viene donato ai bambini durante la questua di Capodanno.

Su bácculu da santu Jorghi, terzo esemplare del genere bakkiḍḍu, è una pastadura a forma di bastone pastorale confezionata ad Urzuléi per la festa di san Giorgio. Su bácculu de santu Macàriu, un pane di Ghilarza dalla forma di bastone pastorale, preparato il 2 gennaio in occasione della festa di san Macario, è un quarto esemplare del genere bakkiḍḍu.

«Il pane in forma di bastone è diffuso in diverse aree della Sardegna, e dappertutto era destinato come dono ai bambini durante le questue» (scrivono in Pani 306). Ma tale affermazione riguarda l’attuale fare popolare, conferma uno status quo del vissuto moderno, il quale soltanto con molto azzardo può ritenersi identico a quello del lontano passato. Con questi azzardi gli antropologi si soddisfano di ben misero sapere, di un’apparenza che li affranca da ulteriori indagini, e non possono accorgersi, così operando, dell’arcaicità dei fenomeni e dell’impalcatura ideologica che li sostenne. È pressoché certo, contrariamente a quanto scrive Pani, che in origine tutti is bakkiḍḍus (in molti paesi diventati banalissimi bácculos ‘bastoni’), avevano la forma fallica, poiché richiamavano la forza generatrice del Dio creatore dell’Universo. Insomma, dobbiamo ammettere che tutti i Patroni, o Santi principali del paese, per i quali oggi si confeziona, quasi sempre in periodo ruotante sul Capodanno, un pane dalla forma di “bastone” o di “pastorale”, hanno sostituito gli antichi dèi locali, anzi il Dio Unico della Sardegna nella sua epifania di Dio della Natura. La sostituzione-mistificazione, accaduta ovviamente in epoca bizantina, tradisce le proprie contraddizioni pure nel nome del pane, che solo arbitrariamente potrebbe richiamarsi al lat. baccillum (il quale poi, se accettato come si pretende, sarebbe un insignificante ‘bastoncello’, non certo il grande e robusto ‘bastone pastorale’ attribuibile a un vescovo e, per estensione, a un santo).

In realtà, bakkiḍḍu è una paronomasia con la quale si pretende dare un significato moderno (‘bastone’) ad una parola antica dalla semantica diversa. Infatti il termine è un composto sacro, dall’akk. bakû ‘compiangere’ + Ilu ‘Dio dell’Universo’ (stato-costrutto bak-ilu), col significato di ‘compianto del Dio’.

È da questa base che gli antropologi avrebbero dovuto trarre i propri argomenti per sistemare la questione e la stessa funzione di tali pani. Andando al significato e alla fenomenologia del Carnevale, sappiamo che in tutta la Sardegna esso si conclude con la morte ed il compianto del Re-Carnevale: in Logudoro, nel Sassarese, in Gallura chiamato Giògli ‘Giorgio’, lo stesso nome (opportunamente falsificato) di san Giorgio festeggiato con su bakkiḍḍu. Poiché in tutto l’orbe terracqueo e principalmente nel bacino mediterraneo il Re-Carnevale rappresenta il Dio della Natura che muore e risorge, è ovvio che su bakkiḍḍu e Dèu, così pure su bácculu da santu Jorghi (e pure il seriore ed imitativo bácculu de santu Macáriu) non fu altro, in origine, che l’effige di un lungo e grosso membro virile rappresentante il Dio della Natura portato a morire al fine di far nascere l’infante che lo sostituiva.

BATTILÉḌḌU. Nel carnevale di Lula è la vittima pungolata, torturata dai suoi guardiani. Tra le corna porta il rumine capovolto del caprone. Il volto tinto di nero e rosso. Appeso al collo un omaso pieno di sangue misto ad acqua che un tempo veniva punto con lesine, affinché il sangue scaturisse lentamente. La base etimologica è l’akk. (w)atû(m) ‘trovare, scoprire’ qualcosa di perduto + ilittu ‘nascita, scaturigine, origine’ (cfr. lat. Ilitia, dea dei parti): wat-ilittu = ‘che ricerca la rinascita (della natura)’.

BUTTÙDOS. Nel carnevale di Fonni sono i guardiani di s’Urtzu (vedi), la vittima sacrificale che indossa la pelle di caprone che ricopre anche la testa. Sos Buttùdos lo tengono al laccio e lo sospingono pungolandolo e facendolo soffrire usque ad mortem; essi portano il gabbano nero abbottonato ed il cappuccio calato sulla fronte: qualcuno dice che mimano gli spiriti maligni che tramano la morte della Natura. Base etimologica in tal caso è il sum. utte ‘mondo infero’ + ud ‘demone della tempesta’ = utt-ud ‘demone della tempesta che conduce agli Inferi’. Invero sos buttùdos non sono lì per una processione luttuosa, ma mimano gli spiriti dell’abbondanza che conducono a morte una Natura non più produttiva. Si noti che bottùdu a Nuoro è il ‘montone non castrato’ (Spano). Quindi la base etimologica è l’akk. bu’’û ‘ricercato’ + ṭuḫdu ‘plenty, abundance’. Il composto in origine significò ‘(montone) ricercato per l’abbondanza’.

COINTROTZA. È la tipica danza carnevalesca di Aidomaggiòre. La sua melodia è sinonimo di Carnevale. Viene suonata dalla fisarmonica (che intona la melodia), dal triangolo (che dà i toni alti) e dal tamburo (che ritma i tempi). Questi tre personaggi già nel primo pomeriggio di Giovedì e Martedì Grasso iniziano a muoversi per le vie del villaggio, trascinando via via con sé le varie maschere che escono dalle case, creando in poco tempo una fiumana di gente mascherata guidata dal trio. Il trio rimane attivo per tutta la sera, animando le danze e i canti sino al momento notturno in cui il pagliaccio di Carnevale viene arso sul rogo.

La base etimologica di cointrotza sembra il composto akk. ḫūdu ‘happiness, pleasure’ + in (valori uguali a quelli sardi e mediterranei) + tūrtu ‘rovesciamento’. Col passare dei secoli il composto ḫūd-in-tūrtu ‘attuare il Carnevale in giocondità’ è divenuto cointrotza.

La traduzione qui data si relaziona all’akk. tūrtu intendendolo proprio come Carnevale (nel suo senso arcano di rovesciamento dei valori sociali). Affinché si capisca meglio, invito a leggere l’etimologia di Carnevale, Carrasegare, Carrasciale. In tal senso, cointrotza risulta essere un termine molto arcaico.

COLONGANOS. Maschere carnevalesche di Austis ricostruite dalla descrizione del gesuita B.Licheri (1700). Avevano alle spalle un carico di ossi, anziché campanacci, e sospingevano s’Urtzu. Base etimologica il sum. ḫul ‘to rejoice’ + gana ‘field’: ḫul-gana ‘godimento dei campi’ (l’epentesi della sonante è fenomeno tipico dell’evoluzione dei vocaboli sardi non più compresi nella versione originale). Oppure base etimologica sembra il sum. ḫulu ‘distruggere’ + ungal ‘re, despota’: ḫul-ungal significherebbe ‘annientatore del despota’.

GRÁSTULA. Parca che tesse il filo dell’esistenza e s’appresta a tagliarlo. Presente nel Carnevale normalmente come Filonzàna ‘colei che fila’, anzi, ‘Fata che fila’ (Giana, Zana è la fata). Nel Carnevale di Gadòni è chiamata Grástula < akk. ḫarāṣu(m) ‘tagliare di netto’, ‘rompere con un colpo’ + tulû(m) ‘capezzolo, mammella’ = ‘(colei che) stacca il nutrimento’ (stato costrutto ḫ[a]rāṣ-tulû).

Grástula non è da confondere con cràstula ‘pettegola’ < akk. karṣu ‘calunniare’ (sum. kar ‘insultare’) + sum. tul ‘pozzo’ = ‘ruffiana del pozzo’, così detta perché in origine le donne convergevano al pozzo del villaggio, dove potevano scambiarsi le informazioni.

ISÉRI. È il nome dell’antica maschera carnevalesca di Orani. Il nome è tutto un programma. In accadico significava ‘penis’ (išarum), il quale, confuso con l’aggettivo išeru ‘giusto, legale’, indicò proprio il grande fallo che veniva portato a spalla nelle processioni fertilistiche per ripristinare gli equilibri naturali.

MARCHI è cognome, anche nome personale: Marcu. L’etimologia di Marcu, Marchi ha la base sum. mar ‘vagliare, spulare, separare dal grano’ + ku ‘arare’. Mar-ku raffigura quindi il Dio della Produttività, sovrintendente all’aratura dei campi di grano e alla trebbiatura del cereale. Non è un caso se a santu Marcu in mezza Sardegna, a cominciare dal Marghine, si dedicano i pani più belli ed elaborati dell’anno (che sono benedetti dal prete), e che tale “santo” sia celebrato all’inizio del Carnevale, segno inequivocabile che un tempo era identificato tout court col Dio della Natura.

MARIA BURRA. È una variante logica, non fonetica, di Maria Farranca, nota come tale in qualche paese della Sardegna. Per comprendere bene la questione invito a leggere più oltre al lemma Maria Farranca, nel quale si nasconde, sotto varie metamorfosi, la qualifica di un’alta sacerdotessa preposta a intonare, in epoca precristiana, gli inni in onore dell’Altissimo. Dovette essere una donna con voce da soprano. Farranca è infatti un composto sardiano da akk. pāru(m) ‘inno’ a Dio + anāḫu ‘cantare un inno inḫu’, stato costrutto pār-an(ā)ḫu > farr-anca.

Quanto a Maria Burra, essa fu, sino a un secolo fa, una curiosa maschera carnevalesca di Orgòsolo. «Chi si mascherava in questa maniera si avvolgeva con una vecchia coperta, sa burra, e andava in giro con un cercine in testa, sul quale portava una grossa zucca. In mano teneva una specie di mestolo di sughero col manico lungo: su guppu. Viene il sospetto che la Maria Burra, detta altrove Maria Burraja, Maria Fresada o Maria Lettolada, raffigurasse le antiche sacerdotesse-maghe che così andavano vestite, come si può rilevare da alcuni bronzetti nuragici, ove effettivamente sembrano avvolte da una coperta. La zucca in testa, piena d’acqua, dovrebbe ricordare l’acqua della salute che esse distribuivano, anche se durante la mascherata carnevalesca la zucca veniva riempita di vino»5.

Prima d’addentrarmi nella questione etimologica, ricordo che Wagner cita burra, oltre che come ‘coperta grezza’, anche come posto dove dorme la scrofa (Berchidda). Casu la applica a un ‘covo con qualche strato di paglia o di frasche, che si prepara per le scrofe che devono figliare’; burra de polcábru ‘covo del cinghiale’. Per estensione si dice di una partoriente: comare est in burra ‘la comare ha partorito, è a letto’. Wagner ricorda i similari usi galloromanzi, che significano pure ‘capanna’ e ‘porcile, stalla di vacche’ e simili. Secondo Wagner il termine sardo ha origine catalana, ma non indica la base su cui poggia la parola catalana.

In realtà burra è termine mediterraneo, che ha base nel sum. bur ‘sacerdote’ > akk. burrû ‘una servitrice del tempio’ ossia la prostituta sacra. Quindi, tornando alla maschera citata dalla Turchi, si può senz’altro pensare a certe sacerdotesse sardiane raffigurate nei bronzetti, con la differenza però che quanto apprendiamo dalla viva maschera di Orgòsolo va interpretato come armamentario dell’antica prostituta, ossia: la ciotola per ricevere l’obolo che poi viene devoluto al tempio; la fiasca contenente appunto l’acqua, necessaria per le abluzioni post-coitum; il manto utile a creare lo strame dove giacersi.

Il fatto che burra (nome comune) e Burra (epiteto di una maschera) siano accomunati da un uso generale, sempre vivo nell’isola, riferito alle scrofe ed ai porcili, lascia intendere quanto fosse stata forte nel Medioevo la condanna inesorabile lanciata a tutto campo dal clero bizantino contro la prostituzione sacra, viva in Sardegna secondo l’uso semitico.

MARIA BURRÀJA. È una variante nominale, adottata in certi villaggi, di Maria Burra (vedi), nota maschera di Orgòsolo.

Ho spiegato che Burra rappresenta, nelle fogge che le vesti carnevalesche riescono a realizzare al fine di rappresentare il laidume morale, l’antica prostituta sacra. Qui va precisato che la variante Burràja aggiunge a Burra ‘prostituta’ l’aggettivo di ‘strana, stravagante’ (akk. aḫû), il che s’addice perfettamente a una maschera carnevalesca.

MARIA FRESÀDA è un personaggio carnevalesco. È ovvio che l’epiteto Fresàda è una paronomasia, poggiante sull’akk. persu ‘suddivisione’, perṣu ‘breccia’, che calza bene con l’epiteto carnevalesco, evidentemente insistendo in modo scurrile sulle qualità di questa donna, già sottolineate da epoca bizantina. Maria Fresàda significò ‘Maria Sgarrata, Spaccata’ o ‘Maria Sforacchiata, Sbrecciata’, con riferimento alle parti intime. Un tempo dovette essere una sacerdotessa che coordinava la processione dei Misteri.

MARIA LETTOLÀDA. È nota in qualche paese della Sardegna come personaggio carnevalesco. In epoca bizantina, evidentemente, questa alta sacerdotessa subì l’onta di essere cancellata dal culto, cui subentrarono ricordi orditi di lazzi, di sarcasmi, di distorsioni, di capovolgimenti, onde Maria Farranca (che citerò tra i sacerdoti delle acque), altro epiteto della Lettolada, divenne il ragno che acchiappa le mosche, una strega che aggancia i bambini con adunco braccio d’acciaio, li tira nel buco e li divora, un essere orrido abitante un pozzo munito di tunnel, che la costringe a procedere curva e ingobbita. Maria Farranca fu detta pure Maria Burra, Maria Burràja, Maria Fresàda, oltreché Maria Lettolàda. Ma l’epiteto Lettolàda non ha niente da fare col sardo lentólu ‘lenzuolo’. Lettolàda è un composto sardiano con base nell’akk. letû(m) ‘essere trascurata’ + lâdu(m) ‘curvare’, epiteto azzeccato per questa “strega” curva e malandata.

MARRATZÁIU. Nel carnevale di Lodè è la solita figura che in altre parti, come a Mamoiàda, è impersonata dai Mammuthònes. Egli pertanto è incappucciato e carico di campanacci. Dolores Turchi scrive6 che Lodè ha sas maskeras nettas, un contraltare de sas maskeras bruttas che caratterizzano tutto il carnevale barbaricino. Sas maseras nettas sono figure androgine che si muovono in coppia e indossano a un tempo indumenti maschili e femminili. Portano un lungo copricapo avvolto da un fazzoletto del costume femminile, le cui frange coprono il volto.

Per l’etimo di marratzáiu occorre cautela. Marratzáju è la figura dell’uomo dei campanacci, che in Barbagia rappresenta un animale che corre avanti con passo zoppo, malfermo, inseguito dagli issoccadores (lanciatori di lazos) o trattenuto saldamente da feroci guardiani che lo pungolano usque ad mortem. Nel marratzáiu sembra di vedere, almeno in origine, un essere ferito a morte, che corre alla perdizione. Interpretato in tal guisa, marratzáiu è termine sardiano con base nell’akk. marraṣu ‘malaticcio, stentato’. È chiara in queste maschere la mimesi della morte e resurrezione della Natura.

 

MARTÌNI. È il “re” del Martedì Grasso, ossia il pagliaccio portato al rogo l’ultimo giorno di Carnevale. Tale nome sussiste in certi villaggi barbaricini e ogliastrini, mentre in altri è chiamato, con nome più ampio, Martiperra, Martisberri, Martis Sero (vedi).

A prima vista il nome sembra adombrare un normale Martino. Ma la presenza (o co-presenza) degli altri tre citati fa sussistere il dubbio della corruzione o della riduzione. Di per sé, comunque, Martìni potrebbe essere un composto sardiano, un appellativo legato al Dio della Natura e della Rigenerazione, basato sull’akk. martu ‘un albero, un palo (sacro), un phallos’ + suffisso sardiano -ínu. Va da sé che anticamente questo personaggio aveva forma di un grosso phallos portato in processione durante i Misteri Adonii.

MERDÙLES. Sono le maschere carnascialesche di Ottana. Tutte le maschere di Ottana vengono in genere chiamate Merdùles. Ma su Merdùle vero e proprio indossa bianche pelli di pecora (sas peḍḍes), porta in capo un nero fazzoletto muliebre e sul viso una nera maschera antropomorfa (sa caratza) in legno di perastro; sovente questa maschera impassibile è resa deforme da bocche storte, dentacci o nasi lunghi o adunchi. Su Merdùle tiene in mano un nodoso bastone (su matzuccu) e una frusta di cuoio (sa soca). Ha gambali in cuoio e calza le solite scarpe da pastore. Nella rappresentazione scenica egli tiene legato il bue (su bòe, la seconda maschera) e in disordinato e tumultuoso corteo lo sospinge ma cerca di limitarne la furia. Su bòe si ribella e si scaglia contro il padrone, tentando goffamente di moderarne le aggressioni; sbuffa, scalcia, infine si getta a terra sfinito, esanime. La terza maschera è sa filonzàna, ‘la parca’ che tesse il filo dell’esistenza.

Qualcuno presume che il nome Merdùle derivi, sic et simpliciter, da merda; altri, con più acume filologico, pensano ad origine nuragica, da mere ‘padrone’ + ule ‘bue’ (‘padrone del bue’). Così anche Ugas 242, precisando l’antichissima origine da Merre. Ma in Sardegna Merre è la Prima Essenza, da sum. Merre riferito esplicitamente a Dio Unico Onnipotente: me ‘essenza divina che determina l’attività del cosmo’ + re ‘quello’ (Mer-re ‘Quello della Prima Essenza, l’Edificatore dell’Universo’). Quindi è azzardato vedere in Merre un po’ tutti gli ecisti proto-sardi, a cominciare da Jòlao, che Ugas identifica nel re degli antichissimi distretti tribali e cantonali d’età nuragica e pre-nuragica. Egli ha sbagliato di poco: non era il re archetipico ma il Dio archetipico, la Prima Essenza.

La base etimologica di Merdùle sta a sua volta nel sum. me ‘battaglia, combattimento’ + er ‘lutto, compianto’ + dulum ‘tristezza, tormento, dolore’, ‘duro lavoro, fatica’: me-er-dulum, composto paratattico. Il significato sintetico sembra essere ‘combattimento, compianto, tormento’ (che emblematicamente sono gli aspetti dominanti nell’impegno dell’uomo a procacciarsi il pane). Le tre maschere citate sono gli attori di questa pantomima, e ognuna impersona uno degli aspetti qui messi in evidenza.

 

MORO. A Bosa i Giolzi sono tanti quanti sono gli uomini partecipanti al Carnevale. Incappucciati e ammantati da un lenzuolo, viso nero, corrono in gruppo da una parte all’altra fermandosi per illuminare con un lampioncino la zona genitale delle donne, gridando Giòlzi!, Giòlzi! Giòlzi moro!, allusivo. Moro < akk. mûru(m) ‘giovane toro’ riferito al Dio della Natura (non a caso è anche cognome sardo, e pure mediterraneo ed europeo: cfr. Tommaso Moro in Inghilterra). Quindi Giòlzi-Moro!, gridato scoprendo i genitali femminili, è una auto-presentazione (in antico i giovani presentavano la propria virilità in qualità di ‘giovane toro’).

MURRONÁRZOS (Maiali che grufolano) a Olzái sono maschere carnevalesche. È verosimile che un tempo per il Carnevale ci si mascherasse esclusivamente col muso di cinghiale o di porco. Questa ricostruzione è importante: nell’alta antichità era il cinghiale (ed il maiale) l’emblema del Dio della Natura, perché è dal grufolare dei cinghiali e dei maiali che l’uomo imparò a costruirsi l’aratro.

Murru ‘muso di cinghiale o di porco’ < akk. murrûm ‘uno che scopre, che scoperchia’. Quindi sos Murronarzos sono i seguaci del Dio della Natura, coloro che rivoltano le zolle operando la rinascita annuale della fertilità e della vegetazione.

PITANU. A Seùi il 19 gennaio si fanno i falò di san Sebastiano, notissimo santo che in Sardegna è detto Pitanu. L’amico Dennis Mura mi scrive. «la radice Pit- sta per padre, e Anu sappiamo benissimo che é il Dio del cielo. In quell’occasione il grande fuoco viene alimentato tutto con s’erba e santa Maria, che produce la tipica fiamma gialla come per riprodurre un sole in miniatura; davanti a quale la maschera di Seui fa l’ inchino in segno di adorazione e devozione».

Ciò che scrive Dennis Mura non lo sapevo ed è della massima importanza. Sapevo del festeggiamento di santu Pitanu in tale data ed ho sempre intuito che Pitanu era l’Alter Ego di S.Antoni de su Fogu. Ora finalmente, grazie anche alla cerimonia descritta da Dennis, capisco perché. Infatti Pittanu è un epiteto, non un nome: epiteto del Dio Sommo nella sua epifania come Dio Sole. Questo nome salta all’occhio come ennesima storpiatura operata dai preti bizantini durante i “secoli bui” del Medioevo sardo. Pitánu va scomposto, come tutti gli epiteti, in due parti. Ma la prima parte non è dal greco pit- ‘padre’ poiché, purtroppo, la Sardegna non ebbe mai gli influssi greci che altri popoli italici hanno avuto. Pit-anu invece ha basi totalmente accadiche, da pītu ‘first stride, primi allungamenti del passo’ + Anu ‘Dio Sole, Dio sommo del Cielo’. Quindi Pitánu significò in origine ‘Sole che allunga il passo’. Segno più palese non c’è per indicare che l’apertura del Carnevale e tutte le cerimonie collegate non sono altro che un periodo di tripudio per il Dio Anu che fa piovere e che risplende sempre più a lungo.

PORCU ‘maiale’, non è un caso ch’esso sia il cognome più espanso in Sardegna. Dovrebbe essere il contrario, anzi non dovrebbe nemmeno esistere, vista la fama ripugnante che l’animale si porta appresso da millenni. Ma invero su porcu fu da sempre considerato l’effige del Dio della Natura. La base etimologica sta nel sum. bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’ = ‘aratro fertilizzante’. Per questo motivo nell’alta antichità ai figli veniva dato tale nome privilegiato, in segno di buon augurio.

PORCEDDU, Porcedda, Porcella, Porcellu, Porcelli, Porchedda, Porcheddu, Porqueddu sono la pletora di cognomi sardi che s’accompagnano al capostipite Porcu. La base etimologica sta nel sum. bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’ + akk. ellu ‘puro, santo, sacro’ = ‘Sacro aratro fertilizzante’.

PRETISTU. A Sòrgono s’Urtzu pretistu è il solito personaggio carnevalesco altrove detto semplicemente Urtzu (vedi). A Sòrgono per pretistu intendono ‘testardo irriducibile’, altrove è ‘uno che va in cerca di bisticci, di scontri’. Pretistu sembra avere basi molto arcaiche, quindi può essersi un po’ corrotto. Penso al sum. piriĝ ‘leone’ o anche ‘toro selvaggio’ + teš ‘orgoglio’ + tu ‘battere’. Il composto originario piriĝ-teš-tu (poi metatesizzato, il che determinò anche la caduta della sonante -ĝ-), dovette significare ‘toro orgoglioso che mena botte’.

RATANTÌRA, arratantìra: era in origine la processione carnascialesca dei pescatori di Cagliari, che nelle notti di Carnevale giravano mascherati per le vie, cantando e schiamazzando. L’ultimo giorno portavano in processione il solito pupazzo, che infine veniva bruciato7. Ratantìra è termine antichissimo con base etimologica in forme accadiche: ratātu ‘tremare’ di persona o parti del corpo; ratītu (una malattia che dà fremiti, tremori) + sum. ir ‘potenza’: significato ‘potenza dei fremiti’ o ‘fremiti della potenza (sessuale)’. La mimica dei pescatori doveva essere quella di fremere con aggressiva insolenza, com’è tipico (e lo fu di più nel passato) per tutte le maschere maschili, le quali nell’alta antichità inneggiavano alla dea (al dio) della fertilità e quindi mimavano il possesso di tutte le donne che si trovavano a passare o ad assistere alla sfilata.

TRAVÉRI, anche travanéri (Aidomaggiore). La maschera carnevalesca cui ci riferiamo ha degli indumenti privi di originalità tra le maschere sarde, essendo in mutande + camicia, oggetti accomunabili alla volgarità plebea delle maschere sciatte. Ciò che ne connota la tradizione barbaricina è quel nereggiarsi il viso col tizzone. Ed è tipico della Barbagia (e paesi limitrofi come Samughéo) il volere apparire in questo modo. Ma qui sembra di vedere nel viso fuligginoso del traveri/travaneri l’omologazione recente di una maschera che millenni addietro dovette essere totalmente colorata, a cominciare dal viso. Travéri infatti sembra avere come base etimologica l’akk. tarāpu ‘essere coperto di colore, essere dipinto’ (con successiva discrezione della prima -a- dal corpo del membro). A meno che non si voglia spingere sino al dovuto l’immaginazione e, sempre discendendo nella notte dei tempi, allorché la nudità non era quell’oltraggio al pudore che oggi sappiamo, leggere una più compiuta etimologia composta da tarāpu ‘essere coperto di colore, essere dipinto’ + erû(m) ‘essere nudo’. Col che andremmo a scoprire che travéri in origine era una maschera totalmente nuda ma anche totalmente colorata (in modo che pure le pudenda venissero ridicolizzate, allontanandole dalla normalità).

URTZU è una maschera carnevalesca zoomorfa di Samughéo. Oggi la maschera si presenta con la testa di caprone nero, e per attuare la pantomima carnascialesca indossa anche un’intera pelle di capro (nero), correndo per le vie del paese in cerca di donne con le quali, afferratele, imita il coito. Tenuto da una fune alla vita, il suo furore è regolato da s’Omadore (‘il domatore’), l’uomo-animale che indossa, sotto la maschera, un fazzoletto muliebre, e che cade a terra fingendo una sorta di passione che precede la morte (inversione dei ruoli). Oltre a questa coppia abbiamo i mumuthònes, vestiti di pelle di capra, copricapo di sughero sormontato di corna caprine, i quali mimano lo scornarsi delle capre e danzano attorno alla coppia urtzu-omadore e, muniti di grosso bastone, producono il frastuono dei sonaggios, i solidi campanacci portati in spalla. Urtzu deriva dal bab. urṣu ‘tormentare’ (perchè tormentato dal desiderio e per converso anche dal domatore), o uršu ‘macchia nera’ (infatti è integralmente nero), o uršu ‘desiderio’ (per il furore sessuale impersonato). In sumerico Ur-zu è un antroponimo beneaugurante.

THURPOS. Sos tzurpos sono le famose maschere del Carnevale di Orotelli, totalmente nere, vestite con pastrano tessuto con lana di capra nera, incappucciati di nero, il viso nero di carbone.

Il procedere dei Thurpos (Tzurpos) è zoppicante, simile a quello dei Mammuthones di Mamoiada; nella coppia il primo thurpu imita l’animale che scappa mentre l’altro thurpu lo insegue e lo prende al laccio. La base etimologica è il bab. ṭurpu: ‘sequestrare’. Ma a ben vedere concorrono anche altre forme e significati che tendono a fondersi. C’è pure il bab. šurpu(m) ‘burning, incineration (of wood); firewood, combustible’, ossia ‘bruciatura, incinerazione di legna; legna da ardere, combustibile’. È esattamente la figura che appare nel travestimento del thurpu: un ‘tizzone’ ambulante.

In ogni modo va sottolineato che sos thurpos sono delle maschere aventi finalità religiose derivanti tout court dall’area babilonese. Paolo Matthiae8 ricorda che «forme particolari e frequenti di preghiere sono quelle che accompagnano atti liturgici, come i sacrifici e le pratiche divinatorie, e tra questi sono assai importanti ed estese le serie denominate Maqlu e Shurpu, che si dovevano recitare in occasione di pratiche magiche vertenti sulla combustione». Da quanto precede si capisce che chiamare in sardo thurpu un uomo cieco significa fare metafora, in considerazione della figura dei Thurpos, che nell’aspetto generale sono di un nero totale, per giunta ricoperti da un grande cappuccio, onde danno proprio l’impressione di essere dei ciechi vaganti.

TZITZARÒNE è il fantoccio carnevalesco di Gavòi, portato in processione tra i lazzi e infine messo al rogo al culmine del Martedì Grasso. Base etimologica è il sum. ziza ‘uccello che gracchia, uccello del malaugurio’ + arre ‘jest, mockery, scherzo, scherno’. Tzitzaròne (aggettivale in -òne, da ziz-arr-) indicò in origine il ‘gracchiante che viene schernito’.

ZORZI cognome = Zòrgi, Giòlzi, Giógli; nel centro-nord dell’isola è il “re” del Carnevale, portato in processione verso l’estremo giudizio e poi messo a morte. Così a Sassari, Bosa, Tempio Pausania, Bolòtana, e via. Zorzi è anche cognome italico. Giògli, Zòrgi non è fonetica corrotta per ‘Giorgio’ (γεωργός), quindi non è un’equivalenza bizantina (come purtroppo pensano tutti i filologi romanzi), ma ha base etimologica nel sum. zur-zu (zur ‘prendersi cura di’ + zu ‘lama dell’aratro’ ossia ‘pene’). In origine Zorzi fu un appellativo del Dio della Natura che col proprio membro inseminava la Terra.

6 I DIAVOLI

Nell’indagare a fondo l’etnologia della Sardegna, scopriamo che molti personaggi legati ai Carnevali (e alle feste adonie) nel Medioevo divennero diavoli. Ciò rientra nella vasta operazione di “polizia” condotta dalla Chiesa cristiana per cancellare ogni forma della religiosità popolare. Nulla quaestiō. Figurarsi se dopo 2000 anni ci può essere un ritardatario astioso, deciso a formulare appropriati j’accuse!

Però sarebbe ora d’invitare i numerosi storici e antropologi che scrivono della materia a non annebbiare la prospettiva storica liquidando questi stranissimi trapassi come un fenomeno spontaneo dell’homo medievalis. Quell’homo fu purtroppo coartato; la sua attuale religiosità è una sovrastruttura che va indagata a tutto tondo per intuire e comprendere i primi inputs e le pilotate metamorfosi. Prima del Cristianesimo i diavoli non esistevano. Non a caso attualmente alcuni nomi di diavoli sono conservati nei cognomi. Poiché i cognomi hanno subito una millenaria transizione ch’ebbe la prima origine nei nomi personali, ci dobbiamo domandare che motivo avesse una madre a dare al proprio figlio, alla propria figlia un nome diabolico. Ciò indica soltanto un fatto: che prima del Cristianesimo quei nomi preesistevano come beneauguranti. Sarebbe ora che i cosiddetti “diavoli” della Sardegna rientrino nei ranghi benigni dai quali provengono.

AMUTTADÒRE, amuntadòre log. ‘incubo; fantasma; spirito maligno o diavolo che possiede’ < akk. amūtu(m) ‘stato di una schiava’.

BENGASÍNU ‘spirito, fantasma, anima perduta’. Nel gergo ramaio di Isili è un aggettivale con base etimologica nell’akk. emû ‘tongue, lingua’ + ḫašû ‘buio, scuro, dark’: st. c. em-ḫašû = ‘lingua buia’ (come dire, persona che non parla). Questo concetto è identico a quello che i nostri padri, le nostre madri – fino a 60 anni or sono – avevano del mondo extraterreno, specie in relazione alle anime che ancora ricercavano il riposo finale. Ma con molta probabilità la vera etimologia è la stessa di Benghis ‘diavolo’ + suffisso di origine -ínu. In tal caso significherebbe ‘spirito del mondo sotterraneo’.

BENGHIS ‘diavolo, demònio’ (gergo ramaio di Isili). Base etimologica nel sum. en ‘Signore, Lord, sovrano’ + ki ‘sottosuolo’: en-ki ‘sovrano del mondo sotterraneo’.

BRUTU. È uno dei tanti diavoli della Sardegna, quali Trullìo, Éstiu, Maimòni, Mascatzu, Maskinganna etc. Brutu, un diavolo bambino, generalmente si trova presso una fonte e piange perché abbandonato. Ma l’etimologia denuncia la sua vera origine: è dall’akk. buru ‘figlio’ + utû (che è la dea delle acque < sum. Uttu) = ‘figlio di Uttu’. Fu un dio delle fonti. Cfr. anche le forti corruzioni subite al riguardo dai cognomi sardi Brotzu, Borrotzu. La controprova che il forzoso trapasso dalla sfera sacra positiva a quella negativa sia opera della Chiesa, è testimoniata dal fatto che Brutu (poi il cognome Brotzu) non è altro che il nome di uno dei tre martiri cristiani turritani: appunto Brotu. Se già nel III sec. d.C. Brotu fosse stato un nome di diavolo, nessuna mamma lo avrebbe mai assegnato ai propri figli. Era invece, con tutta evidenza, un nome di buon auspicio. Così dicasi per Cambilárgiu, Leunardu, Mostallino, che pure attualmente sono cognomi o nomi personali.

BUNDU. È la maschera carnevalesca tipica di Orani, maschera di sughero per un rito che vorrebbe essere infernale ma che finisce col divenire benefico: esseri con le corna, baffi, pizzetto, naso grande e grifagno, che urlano con voce bestiale ma che poi seminano il grano. A parte la maschera facciale, la veste de sos Bundos è uguale a quella di tutte le maschere barbaricine.

Dolores Turchi traduce semplicemente bundu come ‘spirito’. Wagner scrive che in log. bundu è il ‘demonio’, uno ‘spirito maligno’, la cui etimologia sarebbe dal lat. (vaga)bundus. Il termine bundu riguarda più che altro il centro-nord dell’isola, ma pure qui non si riesce ad essere netti nell’attribuirgli una natura infernale oppure benigna. La Turchi9 riporta una filastrocca ricordata da una leggenda di Oliena, secondo cui un pastore di notte, presso la vetta del Corrasi, s’accostò a degli spiriti carolanti, che lo presero per mano, e facendolo danzare cantavano: Bundu de Calaritanu / de Calaritanu bundu / dádemi destra sa manu / non semus de custu mundu. Della maschera carnascialesca di Orani, Giulio Concu10 scrive che «incarna un essere che è simbiosi tra una creatura umana e un animale, in particolare un bovino… Secondo le testimonianze degli anziani, le terribili voci de sos Bundos potevano essere intese in modo particolare in quelle notti in cui si scatenavano violenti temporali… La credenza popolare vuole che questa creatura mitica uscisse allo scoperto con lo scopo d’incutere maggior timore agli umani (in questo caso rappresentava il male). All’opposto si credeva che si mostrasse sulla terra per invocare benevolenza dalle possenti forze della natura, e propiziare raccolti abbondanti (in questo caso rappresentava il bene)… La messa in scena [carnevalesca] prevede un corteo di numerosi Bundos che impugnano i forconi e tengono in mano sos mojos. Mettono in scena il rito della semina».

Da tutte queste testimonianze – emblema della irresolutezza con cui il tentativo di satanizzare questo personaggio ha vagato dal Medioevo ad oggi – sembra proprio il caso di catalogare sos Bundos tra gli elfi, cioè tra gli esseri dispettosi, talora maligni, ma che anzitutto sono démoni della natura, propiziatori delle energie della Terra, quindi favorevoli alle attività umane. Un tempo su Bundu in lingua locale doveva indicare proprio il Dio della Natura. La base etimologica non può essere quella latineggiante (o italianeggiante) proposta dal Wagner, il quale non da nemmeno conto della mezza parola elisa (vaga-). Sembra invece che la base sia l’akk. būdu (una peste), che però col tempo si fuse o si sovrappose concettualmente all’altro termine būnu(m) ‘bontà, favore, buone intenzioni’.

BÚTTI camp. in fai butti butti ‘burla ki si fait po fai paura a is pippius’, ‘far bau bau’ (Porru). Per Wagner è una formazione scherzosa. Invece la formula deriva dal Primo Medioevo, allorché i preti bizantini fecero il massimo sforzo per cancellare l’antica religione. Utte in sumerico indicava il ‘Mondo sotterraneo’. Da qui *utti-utti, poi diventato butti-butti, evocante un mondo di tenebre e spettri.

CAMBILÁRGIU, Gambilárgiu, Cambilálzu. Su Bòe Muliáke è un uomo che durante la notte si trasforma in bue e, muggendo, si accosta alla casa dei moribondi. Secondo alcuni il bue vagava solo, secondo altri era accompagnato da una torma di diavoli che facevano grande strepito. Prima dell’alba questo essere demoniaco riprendeva le sembianze umane. A Escalaplano annuncia con un prolungato muggito il Carnevale. In altri paesi a Cambilargiu si allungano le gambe a dismisura, i piedi d’asino o di capro: è il Diavolo.

In realtà è il Dio della Natura (mentre quelle commistioni sono imposte dalla Chiesa) < akk. ḫabû ‘tirare acqua’ + larû(m) ‘rami, virgulti’: stato costrutto ḫabilarû ‘(Dio) che reca acqua alle piante’: (epentesi -m-).

COCÒTIS. Dolores Turchi11 ricorda che sino a poco tempo fa le maschere altrove dette Maimònes, Mamuthònes e simili, ad Olièna furono dette Cocòtis. Ella rapporta il nome alle corna generalmente indossate dalla maschera, onde anche i mariti cornuti sono detti cocòtis. Questo concetto sembra un seriore adeguamento all’originario Cocòti, nome proprio della maschera carnevalesca che viene condotta a morte. Occorre quindi chiedersi il perché del nome della maschera. Sappiamo che log. cuguḍḍu ‘cappuccio’, centr. crucuḍḍu, a Fonni è inteso come ‘mantello di orbace con cappuccio’; cfr. lat. cucullus ‘cappuccio’ e ‘veste con cappuccio’.

I termini latino e sardo hanno base nell’akk. kukkûm ‘ombra, buio, tenebra’ < sum. kukku ‘to be dark’, ‘dark places’ (con riferimento al mondo infero). Cocòti in quanto maschera carnascialesca, vestita come tutte le maschere barbaricine (ossia integralmente di nero, col viso tenebroso di fuliggine) ha quindi la base nel sum. kukku ‘to be dark’ + utte ‘lower land’ (stato costrutto kukk-utte), col significato di ‘(uomo) tenebroso degli Inferi’; ovvero ha base nell’akk. kukkum ‘mondo infero’ + uṭṭû ‘sacerdote’, col significato di ‘sacerdote degli Inferi’.

DUENA, DOENNA ‘folletto, diavolo’. Base nell’akk. diʼum (a demon, a desease affecting the head).

 

LEUNARDU, Lenardu, Lenardéḍḍu, considerato un diavolo bambino, chiamato anche Andrìa = Novembre il mese più piovoso. Leunardu < akk. le’û(m) ‘padroneggiare, dominare’, ‘avere la capacità, il potere di’ + nāru ‘fiume’ + tû(m) ‘incantesimo (formula)’: le’ûnārtû = ‘(colui che) domina l’acqua con gli incantesimi’, Dio della Natura. a San Leonardo di Siete Fuentes, celebre per le sue acque curative, sorse la chiesa romanica dei Templari con annesso ospedale.

MASCATZU è un diavolo, come Trullio, Brutu, Éstiu, Maimoni, Maskinganna. Leunardu e altri. La base etimologica è l’akk. mašḫu ‘god’ + (w)aṣû(m) ‘far crescere, germogliare, erompere’; mašḫ-aṣû = ‘dio che sovrintende alla nascita della Natura’. Con ogni probabilità, questo era uno degli appellativi sardi più in voga per chiamare il Dio della Natura.

MUSTEDDÍNU, Mostallino (cognome). Il Bòe Muliáke, essere demoniaco che corre nella notte, mugghiando alla porta dei morituri, altrove è detto Cambilalzu, Cambilárgiu, a Lollove Bòe musteḍḍínu, a Mamoiada Vacca musteḍḍìna.

Musteḍḍinu è epiteto sardiano < akk. muštēlum, muštālu(m) ‘(Dio) che prende in considerazione, che delibera (a favore)’ + īnu(m) ‘occhio’ di Dio = ‘Occhio di Dio misericordioso’. L’epiteto, uno dei tanti riferiti al Dio della Natura, doveva essere cantato durante le processioni fertilistiche, specialmente durante quella di Adone morto.

 

 

 

7 LE DANZE

In ogni Carnevale c’è musica, canto, danza. Lo stesso avveniva nelle processioni fertilistiche, per solennizzare i riti di Adone. Durante le cerimonie orfiche erano cantati degli inni propiziatori, dei quali 87 restano raccolti dal Kern. Nell’idillio XV, Teόcrito narra che nel tempio di Afrodite una ragazza dalla voce bellissima canta l’inno ad Adone presso la statua del Dio morente. È la stessa ragazza che nell’anno precedente aveva cantato, uscendo prima dell’alba dal palazzo-tempio, la lamentazione per la morte di Adone.

Le danze per Adone morto dovevano essere particolari. In quanto tali, esse sono trascorse col tempo a connotare integralmente il Carnevale della Sardegna. Peraltro un’eco dei canti e balli delle processioni fertilistiche echeggia anche nella processione dei Candelieri di Sassari, arcaico rito-processione di nove immensi phálloi portati con grande euforia attraverso la città a passo di danza, preceduti dal festoso e arcaico suono del flauto e dal frenetico rullo dei tamburi sonati con ritmi identici a quelli noti nelle feste dell’antica Grecia.

BÌKKIRI. Significa ‘ballo zoppo, sciampitta’. Dolores Turchi12 dà gli elementi antropologici per inquadrare il fenomeno nell’ambito del Carnevale sardo. «Tra le maschere tradizionali, antico retaggio del culto dionisiaco, la vittima sacrificale si muove mimando uno squilibrio deambulatorio. Questo risulta molto evidente soprattutto nella maschera del mamuthone di Mamoiada che esegue una sorta di danza zoppicante. In alcuni paesi in cui il Carnevale tradizionale è scomparso già dall’Ottocento è rimasta la danza che si svolgeva prima del sacrificio della vittima, in genere simboleggiata da un fantoccio arso su un rogo. Questa danza, in paesi come Sarule e Orani, era chiamata “su ballu tzoppu”, a Ollolai “s’indassia”, altrove “bikkiri” o “ballu bikkirinu”, tutte danze caratterizzate da un certo passo claudicante, fatte con compostezza, in silenzio, con lo sguardo perduto nel vuoto. Pur non conoscendone il significato, è presumibile che tali danze simboleggiassero il passaggio della vittima sacrificale dal mondo dei vivi a quello dei morti».

La Turchi ricorda che lo stesso Dioniso ebbe l’epiteto di Búcheros, mentre i Sardi lo chiamavano su bikku e oro ‘il vitello d’oro’ (che secondo lei è poi lo stesso vitello venerato dagli Ebrei quando Mosè salì al Sìnai). Gli abbinamenti della Turchi sono incongrui, perché in sardo biccu significa soltanto ‘becco, beccuccio, spigolo’, e pure ‘brandello di veste’: s’es tota a biccos ‘il tuo vestito pende sciattamente qua e là’. Quindi bikk-’e-oro, a intenderlo nel senso proposto, va visto come paronomasia. Però la preziosa indicazione della Turchi sull’epiteto di Dioniso ci fa sapere che tale lemma era quasi identico in tutto il Mediterraneo.

Chiaramente il residuo sardo di bìkkiri, o bikk-e-oro non può che agganciarsi alle antiche lingue semitiche, essendo mancato in Sardegna l’influsso ellenico. Infatti il lemma bìkkiri, rimasto sinora senza comprensione, ha base nell’akk. beḫēru ‘selezionare; scegliere animali’. Sembra di capire che bìkkiri indicasse in origine l’animale sacrificale (nel caso sardo inquadrato nel Carnevale, ma comunque scelto in tutta Europa e specialmente nel Vicino Oriente durante le cerimonie della Primavera: vedi il capro espiatorio degli Ebrei).

INDASSA, indàssia (Ollolai). Relitto di danza carnevalesca. La vittima sacrificale mima uno squilibrio deambulatorio. Base etimologica è il sum. im ‘pioggia’ + akk. dāšû ‘fiorente’, dešû ‘germogliare’, ‘far fiorire’ la natura, deššû ‘opulenza eccezionale’. Il significato fu quindi ‘(danza della) pioggia che fa fiorire la natura’.

SCIAMPITTA è una sorta di danza di Quartu, oramai relegata alle feste paesane ma presumo che un tempo fosse rigidamente legata ai riti sacri del Carnevale e alle danze fertilistiche di Adone. Oggi la sua rappresentazione non ha alcunché di logico né di magico né di allusivo. Semplicemente, un uomo mascherato viene tenuto saldamente per le braccia da altre due maschere, ed egli si capovolge a mezz’aria, scalciando al cielo freneticamente. Questa è, per i Quartesi, sa sciampitta, una non-danza simile a certe scene della neuro-delirii. In realtà la vera origine della danza, e la sua movenza coreica, ha un senso soltanto se ricondotta al suo modello ancora conservato dai Mamuthones di Mamoiada. Forse è proprio sa sciampitta il nome più arcaico richiamante la danza zoppa dei Carnevali sardi. La base etimologica pare il sum. ša ‘to snap off, rompere con un colpo secco’ o šab ‘articolazione inguinale’ + akk. ittu ‘caratteristica, natura speciale, condizioni ominose’: šab-ittu indicò in origine la ‘(danza) caratterizzata dall’articolazione inguinale’. Insomma, essa si riferiva ancora e sempre al Dio Adone ferito mortalmente all’inguine, che arranca zoppicando verso la sua fine.

8 SU PANI DE IS BAGADÍUS

Abbiamo aperto il tema dei Carnevali trattando la questione dei Misteri; chiudiamo allo stesso modo, parlando espressamente dell’unica vera processione misterica sopravvissuta in Sardegna, quella de su Pani de is Bagadìus di Siùrgus.

Il convitato di pietra di questa processione è nientemeno che il dio Adone, il dio siro-fenicio-sardo della Natura. La sua effige da questa processione è stata fatta sparire dopo tanti secoli, mentre sopravvive l’effige di Ištar dolente (rappresentata dalla statua allettata di Maria Assunta al Cielo). Adone rimane il convitato di pietra. Egli in questa processione è presente in croce, però ridotto “metabolicamente” a forma di pane, attorniato da tanti altri pani, al cui centro sta Lui. Oggi è chiamato Angùli; evidentemente ha conservato quello che nel lontano passato era uno dei suoi epiteti canonici.

Tra tutti i pani della celebre composizione, il più grande è appunto s’angùli; attorniato da una faša ‘fascia’, sei o più pillònis ‘uccelli’, quattro melas ‘mele’, matzus de gravellus ‘mazzi di garofani’, manus ‘mani’, una cadèna ‘catena’, una cannùga ‘conocchia’, due latzus ‘lacci, trappole’; otto cabriòlus ‘giovani daini’, otto cuáḍḍus ‘cavalli’, quattro o più pipìas ‘bambine’, quattro o più arrégulas ‘regole’, nove coccòis de pitzus ‘pani tondi a forma di corona circolare’.

Oggidì l’etimologia ci concede di rapportare i 14 tipi di pane, legati assieme in un caotico horror vacui, ai 14 “misteri” celebrati nella processione notturna del Venerdì Santo, che è la rievocazione della passione e morte di Gesù Cristo.

1. Il pane centrale chiamato Angùli rappresenta il primo mistero, contemplante la fulgida apparizione del Dio sulla terra (akk. anqullu ‘bagliore lucente’ dell’Uovo Primordiale).

2. I pani chiamati cuáḍḍu o cuaḍḍéḍḍu sono il secondo mistero, contemplante la cerimonia di venerazione di Adone (kubadu ‘venerazione’, ‘cerimonia di…’).

3. I pani chiamati cabriólu sono il terzo mistero, contemplante l’appellativo del Dio (kabri-ullû ‘grandemente esaltato’).

4. I pani chiamati pipìas sono il quarto mistero, contemplante i peccati dell’umanità in forza dei quali il Dio soffrirà l’uccisione (pipilu ‘peccato’).

5. I pani chiamati gravéllus sono il quinto mistero, contemplante anzitutto la terra divenuta improduttiva per i peccati: gravéllu < ḫarāb-ellû ‘Altissimo (dio) improduttivo e malato’. Le apposizioni di pasta chiamate manus contemplano un mistero a sé: vedi punto 12.

6. I pani chiamati cannùgas sono il sesto mistero, contemplante le precauzioni nel trattare delicatamente il Dio morto (kanû ‘trattar delicatamente’ + ugu ‘morto’).

7. I pani chiamati arrégulas sono il settimo mistero, contemplante la necessità d’inseminare la Terra attraverso il rapporto sessuale sacro (reḫu ‘inseminare la terra o la donna’); questo Mistero è sotteso agli incontri “orgiastici” che nell’antichità dovettero connotare la Settimana Santa precedente la Processione del Pane di Siurgus.

8. I pani chiamati melas sono l’ottavo mistero, contemplante l’Ascensione del Dio al cielo dopo l’inseminazione sacra (melû ‘ascensione’).

9. I pani chiamati latzus (akk. laṭu) sono il nono mistero, contemplante il Dio che abbraccia universalmente il mondo intero.

10. I pani chiamati pillònis sono il decimo mistero, contemplante lo Spirito Santo che discende sulla Terra e sull’Umanità: da akk. bêlu, pêlu ‘dominare, prendere possesso di’.

11. I pani chiamati cadènas sono l’undecimo mistero, contemplante l’accensione delle torce per la processione notturna del Dio (qâdu ‘accendere; torcia’) e per la purificazione del genere umano + enu ‘lord’, col significato di ‘falò del Signore’. (La processione notturna dei Misteri è ancora viva a Castelsardo. Parimenti, è viva l’analoga e ripetitiva processione notturna della Via Crucis, celebrata immediatamente dopo quella dei Misteri cristiani).

12. Is manus sono il dodicesimo mistero. Manû(m) in accadico è un ‘inno’. Inni speciali erano cantati durante la processione notturna, del genere di quelli cantati nelle processioni cattoliche in onore dell’effigie portata in giro. Manû(m) significa pure ‘incantesimo’, onde è possibile che la processione dei Misteri alternasse i propri inni a momenti di recitazione di formule magiche in onore del Dio. Anche questo clichet rituale è noto attraverso le processioni cattoliche, le quali alternano gli inni (ad esempio in lode della Vergine) con interminabili giaculatorie mirate a ottenere i favori della Dea: es. Mater amabilis, ora pro nobis; Mater admirabilis, ora pro nobis; Speculum justitiae, ora pro nobis; Mater boni consilii, miserere nobis; Virgo fidelis, ora pro nobis, e via all’infinito.

13. I pani chiamati fàscias sono il tredicesimo mistero, contemplante la ritrovata armonia dei fattori produttivi (pašāḫu ‘pacificare la terra’).

14. I pani chiamati coccòis de pitzus sono il quattordicesimo mistero. Riguardano la chiusura finale delle estremità della croce dove veniva appeso Adone (pītu ‘fermaglio’ per collane e altro). Ma è probabile che un tempo indicassero il sigillo del segreto e della solidarietà che le affiliate al Mistero di Adone rinsaldavano a conclusione del rito.

 

Si raggiunge pertanto il numero di quattordici misteri, corrispondenti alle stazioni cristiane della Via Crucis, momenti di sosta per contemplare le sofferenze di Adone (ed ora di Gesù). La Via Crucis, percorsa in processione notturna nella ricorrenza del martirio di Cristo, non è altro che l’antica processione notturna dei Misteri, alla quale essa si sovrappone dopo avere occultato l’odioso termine Misteri, che la Chiesa non riuscirà più a riacquisire, lasciandolo gestire dalla religiosità popolare. Fu così che la nota Processione dei Misteri (cosiddetti) cristiani viene lasciata interamente alla gestione laica, senza alcun crisma ufficiale della Chiesa. La processione laica si svolge parimenti nella Settimana Santa, ma precede quella canonica della Via Crucis, che ha il nome mutato, ma è la stessa cosa.

L’una e l’altra Processione, l’una concorrente dell’altra, sono dei fili che ci legano ancora alle arcaiche processioni paleolitiche dedicate alla rinascita della vegetazione.

 

1 Per la cui illustrazione vai a Salvatore Dedola, Monoteismo Precristiano in Sardegna, p. 363.

2 Giovanni Tzetzes, ad Aristofane, Pluto 1013.

3 Vedi Scarpi RM I 135.

4 Salvatore Dedola, I Pani della Sardegna, p. 206

5 Dolores Turchi, Maschere, miti e feste della Sardegna 332

6 La Nuova Sardegna del 15 febbraio 2007

7 Notizia di Giovanni Spano e di Raffa Garzia nel Mut.Cagl. n° 51

8 La Storia, dalla Preistoria al’Antico Egitto, p. 366, La Biblioteca di Repubblica

9 Lo sciamanesimo in Sardegna 134

10 Maschere e carnevale in Sardegna 42

11 Maschere, miti e feste della Sardegna 101

12 Lo sciamanesimo in Sardegna 186

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