ASTRONOMIA, COSTELLAZIONI,ORIENTAMENTO, ROSA DEI VENTI, CALENDARIO, STAGIONI

Astronomia, costellazioni p. 1

Orientamento, rosa dei venti 8

Calendario, stagioni 9

  1. Astronomia, costellazioni

Da tante prove letterarie, lessicali, archeologiche, sappiamo che la cultura latamente cananea faceva quasi blocco con quella mesopotamica. Lo stesso accadde alla cultura sarda. È forza riannodare la Sardegna alla Mesopotamia se vogliamo capire le più lontane implicazioni che legano la Mezzaluna Fertile alla cultura sarda. Tra i legami comuni ci fu, nel lontano passato, il nome delle costellazioni, che purtroppo in Sardegna, per gli annebbiamenti ed arretramenti culturali operati dal susseguirsi delle colonizzazioni (dai Romani in poi), non ci è noto direttamente ma rispunta quasi soltanto attraverso i cognomi. Senza l’immenso tesoro lessicale costituito dai cognomi oggi non saremmo in grado di ricostruire la cultura sarda del periodo nuragico e prenuragico.

Alcune costellazioni babilonesi. Nel redigere questa Enciclopedia Etimologica non è mia competenza riproporre la storia di un argomento: in questo caso dell’Astronomia (esistono peraltro splendidi e ineguagliabili saggi al riguardo). Al solito, mi limito a notare che in relazione all’alta antichità si conservano ancora corrispondenze lessicali tra questa branca specialistica e la cultura sarda.

Inizialmente i Babilonesi – i più celebri astronomi della Mezzaluna Fertile – indicarono i nomi di oltre 70 costellazioni (un buon numero, rispetto alle 88 attualmente stabilite dall’Unione Astronomica Internazionale), ed isolarono tra di esse quelle che entrarono a connotare lo Zodiaco, uno Zodiaco “siderale” che suddivide il cosmo in 12 settori visibili dall’uomo, pari ai 12 mesi, ogni settore diviso in 30° quanti erano i giorni di ciascun mese.

Le costellazioni dei Babilonesi acquisirono nel tempo nomi diversi, a causa della figura che gli astronomi intendevano isolare – secolo dopo secolo – nella mappa del firmamento. Soltanto a un certo periodo le varie costellazioni acquisirono la forma e il nome definitivo col quale poi Babilonia le tramandò ai posteri. Così avvenne anche per le stelle ed i pianeti.

In Sardegna, grazie ai cognomi, abbiamo la prova scientifica che 4000 anni fa si respirava, quanto all’astronomia, un’unica temperie culturale tra Sardi e mondo semitico. Ovviamente, com’è tipico della cultura mediterranea, tutto aveva già avuto un incipit con i Sumeri. Ma di loro in Sardegna rimane oggi soltanto qualche vocabolo, qualche concetto, in relazione all’astronomia, mentre è dal paniere semitico che dobbiamo attingere per riannodare ed evidenziare il grosso della parentela.

A quanto pare, la cultura astronomica dei Babilonesi fu condivisa anche dai popoli tirrenici (Magna Grecia, Italici). In seguito questi ebbero gioco facile ad assorbire la cultura ipparchiana, e con essa i nomi greci dei corpi celesti. Ma si trattò di mutualità tra vocaboli (un vocabolo scambiato con un altro, mentre permaneva la sostanza), poiché è ampiamente risaputo che furono gli stessi astronomi greci ad aver attinto a piene mani dalla cultura di Babilonia, specialmente grazie ai Caldei.

In tal guisa, noi evinciamo cinque nomi siderali pertinenti alla cultura italica ed a quella della Magna Grecia (solo in parte alla cultura sarda), che sono Agru, Alu, Muštarīlu, Sinun, Šūlû. Infatti:

AGRIO, Agrelli sono cognomi-aggettivali italici, i quali hanno il referente etimologico nel bab. Agru ‘costellazione dell’Ariete’.

ALI è cognome italico patronimico (suffisso -i), col referente etimologico nel bab. Alû ‘costellazione del Toro’.

MUSCARELLI è cognome patronimico italico avente, forse, una certa parentela con il bab. Muštarīlu ‘nome del pianeta Mercurio’.

SOLE è cognome italico ed anche sardo. Cfr. sardo sòle, sòli, it. sole, lat. sōl, sōlis ‘sole’. Base etim. è l’akk. šūlû ‘elevato; alto’ nel cielo.

ZENONE è il nome del celebre filosofo di Elea (Magna Grecia, V sec. a.e.v.), la cui base etimologica è il sum. sinun (poi Sinuntu in babilonese) ‘nome della costellazione dei Pesci’.

Ecco di seguito l’elenco dei termini sumerici e babilonesi sopravvissuti nella cultura tirrenica, specialmente nella cultura sarda:

Agru ‘costellazione dell’Ariete’

Alluttu ‘costellazione del Cancro’

Alû ‘costellazione del Toro’

Anzû designazione generica di ‘stelle’

Arḫu ‘designazione della Luna nuova’

Aritu ‘(pianeta) Venere’

Bālu, Ba’ālu ‘(pianeta) Marte’

Enzu ‘costellazione della Lyra’

Erû ‘costellazione dell’Aquila’.

Ikû(m) ‘costellazione di Pegaso’.

Is lê, iš lê letteralmente significa ‘le fauci del Toro’: così è chiamata la costellazione del Toro, ossia le Hyadi

Mulan < sum. ‘stella del cielo, firmamento’ (sum. mul ‘to shine’ + an ‘sky’).

Muštarīlu nome del pianeta Mercurio

Nīru ‘Stella della trave incrociata’ (Arcturus e parte delle Bootes)

Nūnu ‘costellazione dei Pesci’

Pa-bil sum. ‘Sagittario (del Cielo)’

Qaštu(m) ‘Canis Major senza Sirio’

Šību, šīpu ‘costellazione di Perseus’

Šer’u ‘costellazione della Vergine’

Sîn ‘Luna’, ‘dea Luna’

Sinuntu, sinun ‘costellazione dei Pesci’ (pesce-rondine) (anche sinun < Sîn + sum. un ‘sky’).

Šūlû ‘elevato; alto’ del cielo = ‘Sole’

Šun sum. ‘Sole’

Uga ‘costellazione del Corvo’

Urgula sum. ‘costellazione del Leone’

Warḫu(m) ‘Luna’

Zappu(m) ‘costellazione delle Pleiadi’

Alcune costellazioni sardiane

Sui 22 nomi accadico-babilonesi ed i 5 sumerici qua su elencati, 20 corrispondono a cognomi sardi, 1 a un macro-toponimo sardo, 4 a nomi e cognomi italici, 1 è nome personale della Magna Grecia, 1 è condiviso tra Italia e Sardegna. Ma, tutto sommato, in Sardegna i termini legati ai fenomeni siderali erano, a quel tempo, molti più di quelli rilevabili da questo elenco, come vedremo nell’elenco completo che più oltre ho apparecchiato.

Oggi si può dire, disgraziatamente, che l’attuale cultura sarda ha ben miseri ricordi della lontana astronomia. Se escludiamo il nobile nome Gurdoni (o Purdoni) indicante le Pleiadi, attualmente coloro che hanno conservato qualche nome di costellazione sono i pastori barbaricini, i quali però, dimentichi del glorioso passato, hanno riformulato nell’attualità i nomi di quelle costellazioni, dandogli nomi legati al mondo pastorale1. Davanti a questo “regresso alla belluinità” nessun linguista mio predecessore è stato capace di affrontare di petto la questione per tentare di rimettere le cose a posto.

In tal guisa, la costellazione dell’Auriga è chiamata Su Pa’ìle (inteso come vakkìle), ossia il ‘recinto delle vacche’.

La costellazione dell’Ursa Major è chiamata Sos Sette Frades ‘i Sette Fratelli’; altrove è detta Bòes ‘buoi’, o Boàrzu ‘bovaro’, o Jùu ‘giogo’. Altrove (es. nel Sarrabus) per Boinarzu, anzi per Boiáxus s’intende il pianeta Venere (“perché quando questa stella appare si rinchiudono i bovini”: Wagner!!).

La cintura d’Orione è chiamata Sos tres vakkeḍḍos ‘i tre vitelli’ (ma è una paronomasia). È chiamata pure Istentàles, riferito malamente alla base latina stō ‘stare’. Un secondo nome di Orione è Suguzzadora ‘colei che sveglia presto la gente’.

La costellazione del Corvo è da me riesumata grazie al cognome Ugas, corrispondente al bab. Uga ‘costellazione del Corvo’.

La stella Sirio è chiamata Su Trubadòre inteso malamente come ‘Colui che guida le vacche, i buoi’.

Il pianeta Venere è chiamato S’Isteddu e arbéskere ‘la Stella dell’Alba’ (quello è il momento di radunare le pecore per la mungitura: Wagner!). La stessa Venere alla sera è chiamata S’Angionadòre (Colui che fa rientrare gli agnelli dal pascolo serale: ma è una paronomasia). Altrove Venere è chiamata S’isteddu de kenadórgiu, o semplicemente Kenadorzu, e s’intende per kenadorzu il sito e l’ora notturna in cui il pastore rinvia al pascolo le pecore: da kena ‘cena’, ma siamo ancor sempre all’assurdità delle paronomasie.

Infine abbiamo Su Carru e Pàggia, Pazza, Palla (letteralmente: il Carro della paglia) a indicare la Via Lattea, immaginata come una scia dove un carro ha perso tanta paglia. Questa è almeno l’interpretazione sulla quale s’adagia anche Wagner, ma che è da respingere in quanto paronomasia. Dal prototipo log. pazza possiamo dedurre il vero etimo, ossia l’akk. pāṭum (ug. paṭṭu) ‘border, district; margine, limite, frontiera; distretto, regione’, ‘the four borders of the world, i quattro angoli del mondo’, ‘cosmic borders, confini cosmici’.

La Via Lattea generò anche un altro mito, secondo cui essa non è altro che un immenso sentiero incendiato. Non è quindi un caso che alcuni villaggi del Logudoro la chiamino Su Camminu de Roma (che Wagner, scelleratamente, interpreta come ‘Il cammino di Roma”), mentre deriva dal sum. rub ‘to go, andare’ + ma ‘to burn, bruciare, incendiare’. Rub-ma alle origini indicò un ‘cammino incendiato’, e l’aggiunta attuale di cammínu è una sovrabbondante replica dell’arcaico rub.

La memoria dei nostri pastori va aiutata a rivitalizzarsi, e va principalmente aiutata a liberarsi dalle grinfie dei “dotti” i quali hanno prodotto ingenti danni alla cultura sarda. Tra i nomi attualmente banalizzati dell’astronomia shardana è facile scoprire delle paronomàsie, ossia degli adeguamenti di antiche parole non più comprese, che vengono assimilate alla fono-semantica di nomi attuali molto lontani dalle verità antiche.

Angionadòre (Venere) è una smaccata paronomasia, riferita oggimai al pastore che fa rientrare il bestiame. Basterebbe la parola angionadòre a mettere in allarme; infatti per angionadòre in Sardegna s’indica principalmente il ‘falco degli agnelli’ (o Aquila del Bonelli). Sappiamo che il pianeta Venere tramonta subito dopo il Sole, e sorge prima del Sole. Quindi è facile riferirne l’arcaico nome alla sua rapida sparizione, alla sua “eclisse” quotidiana, ed al suo risorgere mattutino, attingendo dal sum. anĝi ‘eclipse’ + un ‘to arise, sorgere’ + a’ur ‘hidden place, sito nascosto’: il composto anĝi-un-a’ur indicò il pianeta ‘che tramonta e risorge da un sito protetto’.

Boinárgiu, Boinarzu, Boiáxus (pianeta Venere). Il nome deriverebbe, secondo Wagner, dal fatto che “quando esso appare, si rinchiudono i buoi” (sic!). In realtà ha base etimologica nel sum. gu il ‘to raise, sorgere, risorgere, sollevare’. Quindi significò propriamente ‘Colei che risorge, Stella del Mattino, Aurora’. La confusione col bue è dovuta al fatto che la base etimologica di sd. bòi ‘bue’ è il sum. gu ‘forza’ + u ‘corno’, col significato di ‘potenza cornuta’. Ma Boinárgiu può anche essere < sum. BU’I ‘to face’ + in (= it. in, ‘luogo fisso’); BU’I-in = ‘che appare in luogo fisso’.

Bolentínu log.; Sa rughe de santu Bolentínu indica la ‘Costellazione del Cigno’; altri lo chiamano santu Volentinu (Calvia). Volpati, citato dal Wagner, osserva che questa costellazione viene chiamata croce in molti dialetti, perché “le cinque stelle più chiare… sono disposte così da presentare la figura di una croce”, spesso con l’aggiunta di un nome di santo che ha qualche rapporto con la croce (S.Giovanni, S.Andrea). Quanto a san Valentino, il Volpati scrive di non aver trovato nella biografia dei vari santi di questo nome alcun accenno alla croce. Ovvia la ragione: questo nome è una paronomasia, dall’akk. Ba‛lu ‘Dio Sommo del Cielo’ + entu ‘grande sacerdotessa’. Pare acclarato che il nome attuale della costellazione nel passato significasse ‘Grande sacerdotessa del dio Ba‛al’, forse perché quella che a noi pare una croce (o un “cigno in picchiata”) agli antichi sembrava una grande sacerdotessa con le braccia spalancate in atto di adorazione o implorazione. Ma vedi anche la voce Costantínu.

Borronkèra log. nome delle ‘Iadi’ od ‘Orione’ (Spano). Ad Ittiri con tale nome s’indica la prima stella d’Orione. Base etimologica è l’akk. būru (a word for sky) + kīru (an official). Il composto būru-kīru (con inserzione eufonetica di -n-) significò in origine ‘guerriero del Cielo’.

Costantínu. A Dualchi il ‘Cigno’ si chiama Rughe de santu Costantinu. In questo caso abbiamo la conferma del fenomeno “al femminile” nonché l’indicazione che la costellazione del Cigno è intitolata alla paredra del Dio Sole, ad Antu, all’Aurora (insomma alla dea Ištar). Infatti l’attuale lemma composto Cus(t)-Ant-ínu, Gosantìne ha base nell’akk. kussû ‘trono’ + Antu ‘paredra del Sole, Aurora’ + sum. innin ‘Signora, Madonna’. Il composto denominante il ‘Cigno’ in origine significò ‘Trono della Regina dell’Aurora’.

Gurdòni, Purdòni, Burdòne. Questo nome indicante le ‘Pleiadi’ è una paronomàsia in virtù della quale si pretende bolsamente di farne un ‘Grappolo’. La più antica forma è Gurdòni, avente base etimologica nel sum. gur ‘circle’ + du ‘to speak’ + nin ‘sister’: in questo caso gur-du-nin significò ‘fanciulle che parlano in circolo’. L’intromissione di Purdòni rende un po’ più complessa la traduzione, poiché dobbiamo addurre il sum. puḫrum ‘assembly’, che darebbe il composto puḫr-du-nin (poi semplificato in pu(ḫ)r-du-nin) col significato di ‘fanciulle che parlano in assemblea’. In logudorese Burdòne indica la costellazione di Orione (così anche in còrso, nonché in catalano): indica specialmente le stelle della cintura e della spada pendente.

Istentales è la costellazione di ‘Orione’, ma si riferisce alla celebre “cintura” composta da tre stelle. Il termine ha base etimologica nell’akk. ištēnâ ‘tutti uguali’ + dâlu ‘puntina’: in composto ištēn-dâlu ‘puntine tutte uguali’. In altri luoghi le tre stelle sono dette Su kintàli ‘la cintura’, oppure su baḍḍu de is fiùdas ‘la danza delle vedove’.

Kenadorzu (Venere). La si connette alla “cena”, ma la paronomasia è rivelata dall’akk. kēnu, kīnu ‘vero, permanente, fedele’ (riferito alla stazione di un pianeta). Infatti Venere, a differenza di altri pianeti, appare sempre in posizione stabile e certa, al tramonto e all’alba.

Pa’ìle (Auriga), inteso malamente come vakkìle (recinto per vacche), in realtà ha base etimologica nel sum. pag ‘rinchiudere, recingere, confinare’ + suffisso strumentale -ìle. Cfr. sum. paḫar ‘gathering, raduno’. La forma del “carro da guerra” di questa costellazione porta all’idea del ‘rinchiudere’.

Suguzzadòra ‘costellazione di Orione’, intesa malamente da Wagner come ‘colei che risveglia presto (la gente)’. Invero, il tentativo di trovare l’etimo deve passare per il sum. šugi ‘senior, elder, old person’ + za ‘man’ + duri ‘male, virile’. Il composto šugiz-za-duri significò in origine ‘uomo anziano dall’aspetto virile’ (ed abbiamo l’idea della celebrata costellazione di Orione).

Trubadòre è il nome di ‘Sirio’, la stella più luminosa del firmamento. Questa voce è la paronomàsia più eclatante, la quale desta sospetti già alla prima occhiata, non essendo possibile, in linea di pura logica, che la stella più luminosa sia chiamata banalmente “guidatore di vacche”; Sirio merita ben altro. Truváre, trubbáre in log. significa ‘incitare il cavallo, il bestiame in genere, per farlo muovere o per fargli aumentare il passo’; è anche intransitivo: ‘muoversi speditamente, essere veloci’; ha base etimologica nel sum. tur ‘stalla, ovile’ + u ‘pecora’ + bar ‘fuori, al di fuori’: tur-u-bar significò in origine ‘spingere fuori le pecore dall’ovile’, da cui l’odierno trubare.

Questa etimologia però non c’interessa affatto perché, tagliando corto, il sd. Trubadòre è identico al provenzale Trobador, il personaggio che diede inizio alla poesia d’amore in lingua d’oc.

Al nome di questo artista medievale hanno voluto abbinare (per omofonia) lo stesso significato dell’it. trovare ‘riavere ciò che si era perso; incontrare qualcosa d’interessante’. Riconosco l’equivalenza Trovatore = trovare. Ma denuncio l’ennesima omissione dei filologi romanzi: essi non hanno trovato l’etimologia di questa equivalenza, e nemmeno hanno appuntato la propria curiosità sul fatto che, in genere, i trovatori era gente d’origine nobile, erano cortigiani per vocazione: tutt’altro che… bovari!

Dunque al solito dobbiamo privarci della fuorviante ricerca fatta dai filologi romanzi e procedere da soli per dare un senso alle cose e alla storia. Partendo dal triangolo Trubadòre-Trovatore-trovare attingiamo alla corretta etimologia soltanto dal sum. tiru ‘cortigiano’ + ba ‘garment’ + dur ‘to sit’: in composto tiru-ba-dur significa ‘cortigiano che s’asside paludato’, ossia ‘cortigiano con abito sfarzoso’. Con questo composto gli antichi Sardi vollero mettere in risalto la figura elegante e splendida del cortigiano, ossia dell’uomo investito di alti incarichi a corte. Trubadòre è parola arcaica, sardiana, e da questo focus s’espanse nel Mediterraneo. Nel Medioevo fu ritrovata anche in Provenza a indicare un artista raffinato (trovador, trobador), di origini nobili, che girava per le corti a poetare e cantare. Ci pensò Giuseppe Verdi a immortalarlo nell’opera Il Trovatore.

Ugas cognome sardo < sum. uga ‘costellazione del corvo’.

Vakkeḍḍos. Un’altra paronomasia è Sos Tres Vakkéḍḍos (riferita ancora alla ‘Cintura d’Orione’), che non indicano “tre vitelli” ma ‘Tre Fratelli solitari’, dall’antico akk. aḫu ‘brother’ + (w)ēdum ‘single, sole, alone’: in composto aḫ-ēdum.

Elenco etimologico degli altri lemmi sardi (sardiani), in parte anche italici, riferiti a costellazioni, stelle, pianeti

Oltre alle tredici etimologie appena discusse, la Sardegna ebbe tanti altri nomi di costellazioni, di stelle e pianeti. Specialmente grazie agli attuali cognomi – adeguatamente etimologizzati – scopriamo gli antichissimi nomi delle seguenti costellazioni:

Aquila (cgnn. Alliéri, Era), Cancro (cgn. Alluttu), Hyadi (Alìsa), Cane Maggiore (Casta, Casti, Castòni), Corvo (Ugas), Gemelli (Masùli), Leone (Urgu), Lyra (Enzo, Enza), Pegaso (Biccu), Pleiadi (Mulas, Zappádu, Zappu), Perseo (Scifo), Pesci (Nonne, Nonnis, Nonnòi), Sagittario (Pabillonis), Toro (Alocchi, Corsále, Ísola), Vergine (Serra, Serri).

Ricuperiamo persino dei nomi di costellazioni attualmente sconosciute in quanto indicanti delle formazioni siderali non più corrispondenti a quelle universalmente riconosciute, quali Anzu (cgn. Anzas); dal cgn. Neri scopriamo la Stella Arcturus e parte delle Bootes.

La stella in quanto tale anticamente era detta kakkabum (cgnn. Cacabu, Càcau). Il firmamento era detto Mul (cgn. Mula).

Ma la stella fu pure detta, sin dalle origini, astru sd. ‘stella’. Cfr. lat. āster, gr. ἀστήρ ‘stella’. Se ne ignorò l’origine. La base etimologica è l’aram. Aštar, fen. Aštart, bab. Ištar ‘Astarte, paredra del Dio-sole Anu’. L’astralismo della religione babilonese simboleggiava questa grande Dèa anche con la stella Venere, con la quale fu identificata sin da tempi preistorici (OCE II 40); v. akk. aštaru ‘goddes, dèa’ (per antonomasia).

La costellazione di Orione è detta a Bitti Sa Rughe de santu Martinu, perché appare all’orizzonte proprio nei giorni di San Martino, all’inizio dell’Autunno.

Il pianeta Venere era detto anche Aritzu (Aritu). Il pianeta Marte era detto Bālu, Ba’ālu (v. cgnn Ballò, Ballòi, Ballòe, Ballòre).

La Luna veniva chiamata Arḫu, Warḫu, Sîn (v. cgnn. Arca, Arghittu, Vargas, Sini); ma era detta anche Luna (parola sumerica).

Il Sole era detto Šulu ed anche Sonnu (vedi cgnn. Sole, Sonnu).

Vediamo di seguito un po’ di etimologie.

ALÌSA cognome registrato a Sédilo che corrisponde allo stato costrutto accadico indicante la costellazione delle Hyadi. In accadico, come sappiamo, la forma dello stato-costrutto è rovesciata rispetto al sardo, quindi fa is lê, iš lê (che letteralmente significa ‘le fauci del Toro’: così è chiamata la costellazione), mentre in sardo fa appunto al isu ‘le fauci del Toro’ (Hyadi) da alû ‘Toro del Cielo’ (ossia costellazione del Toro, nello Zodiaco) + isu(m) ‘fauci’. In ogni modo, la Sardegna ha anche il cognome Ísola (vedi), che riporta ancora integra l’antica forma e l’antico significato babilonese di is lê, iš lê.

ALLIÉRI cognome sardo indicante la costellazione dell’Aquila, base etimologica nell’akk. allu ‘puro, chiaro’ + erû(m) ‘costellazione dell’Aquila’.

ALLÙTTU cognome sardo con base etimologica nell’akk. allu ‘puro, limpido’ + Utu, Uttu, nome della dea sumerica del Sole, paredra di Šamaš (fu considerata anche al maschile). Il termine è quindi locuzione di devozione riferita alla dea, al Sole. Ma Alluttu può essere anche equivalente del bab. alluttu(m) significante ‘granchio’ in quanto animale, ma principalmente riferito alla costellazione del Cancro.

ALOCCHI, Alocci cognome sardo che ripete un termine accadico indicante la costellazione del Toro, da alû ‘costellazione del Toro’ + uqqu, unqu ‘anello, sigillo’; uqqû(m) ‘incidere, inscrivere’; col significato complessivo di ‘sigillo (con l’incisione della) costellazione del Toro’.

ÀNZAS, Ánzos cognome sardo presente nel condaghe di Silki e in quello di Salvennor 186, 258, 315, 316. La base etimologica è nell’akk. Anzû ‘Anzu, aquila con testa di leone’ segno imperiale scolpito presso le porte delle città mesopotamiche o tra i bassorilievi dei templi; è pure designazione della ‘stella di Anzu’ o ‘stelle di Anzu’.

ARCA cognome sd. con base nell’akk. (w)arḫu ‘la luna’, ‘primo giorno del mese’, ‘inizio della lunazione’. Da ciò anche il gr. arché ‘inizio’.

ARGHÍTTU cognome sardo con base etimologica nell’akk. (w)arḫu(m) ‘Luna’, ‘giorno della luna nuova’ + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova (quale Dio supremo del mondo sumerico) si facevano dei riti propiziatori o anche degli incantesimi veri e propri. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo Archittu. In tal caso la base etimologica più congrua sembra l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’.

ARÍTZU cognome sardo con pronuncia barbaricina, da Aritu, che in babilonese indica il ‘pianeta Venere’.

BALLÒ, Ballòi, Ballòe cognome sardo con base in Bālu, Ba’ālu, vocabolo babilonese indicante il ‘(pianeta) Marte’. Ha base nell’akk. ba’ālu(m), bâlu ‘essere dominante, eccezionalmente grande, brillante’: è lo stesso nome semitico del sommo Dio Baʽal. Attenzione: non bisogna confondere il lat. Marte (dio della guerra) col dio Baʽal. Ma l’accostamento e la fusione avvengono allorché ricordiamo che la marzialità, la potenza era la virtù principale anche del Sommo Dio semitico.

BICCU, Bicu cognome che fu un nome sardiano d’uomo; può derivare dall’egizio bik ‘falco’. Ma può benissimo essere un antico appellativo per Ikû(m), che in babilonese indica la ‘costellazione di Pegaso’.

BURTEḌḌU è una strana parola di Mores per nominare la ‘stella’. Non può essere una confusione estrema richiamata dal ‘coltello’ (come crede ingenuamente Wagner), poiché ciò sarebbe un unicum nel vocabolario sardo, e richiederebbe una sostanziosa quanto ardua giustificazione. Considerato che anche le janas (le attuali piccole fate delle spelonche e delle domus de janas) in origine non furono altro che le ‘stelle del firmamento’ (< sum. di ‘to shine, to be bright’ + an ‘sky, Dio del cielo’, col significato di ‘Dio del cielo brillante, splendente’), penso che ai tempi sumerici questa miriade di esserini splendenti non fossero altro che le stesse ‘stelle del firmamento’. Però esse a Mores sono dette burtéḍḍos (< akk. būrtu ‘cow, vacca’ + ellu ‘che sta in alto, nel firmamento’, col significato di ‘vacche del firmamento’). In questo caso il fenomeno rimane più accessibile alla nostra conoscenza, considerando le definizioni pratiche e utilitaristiche che gli antichi avevano talora rispetto alla volta celeste.

CÀCABU, Càcau cognome che ritroviamo identico nel cognomen lat. Cac(c)abus. Registrato nel CSMB 73, 88, 125, 167, ha base etimologica nell’akk. kakkabu(m) ‘astro’.

CASTA, Casti cognome sardo avente base etimologica nel bab. Qaštu(m) ‘Canis Major, senza Sirio’.

CASTÓNI è cognome sardo indicante il ‘castone’ ossia la cavità dell’anello dove è fissata una gemma. Noto che già il fràncone kasto indicava la ‘cassa’. Ciò significa che già in epoca preromana avvenne la grande espansione della base akk. qaštu(m), che indica l’arco in ogni senso, compresi i contenitori a coppa. Ma questo cognome indicò anche un figura geometrica. Comunque in bab. Qaštu(m) è il ‘Canis Major, senza Sirio’.

CORSÁLE cognome sardo che ha basi etimologiche babilonesi: kurṣ-alû che significò in origine ‘costellazione del Toro’.

ENZO, Enza celebre nome italico, la cui base sta nel bab. enzu ‘costellazione della Lyra’. Attualmente viene considerato un diminutivo di Vincenzo, Lorenzo e simili. In realtà fu nome proprio ad ogni effetto. È celebre Enzo di Sardegna, conosciuto soprattutto come Enzo di Svevia o di Hohenstaufen (Cremona, 1120 – Bologna, 14 marzo 1272). Fu dal 1238 re di Torres e di Gallura, re titolare di Sardegna e vicario imperiale nell’Italia centro-settentrionale per conto del padre, l’imperatore Federico II. Fu sovrano effettivo del giudicato di Torres dal 1238 al 1245.

ERA. Per questo cognome sardo è congrua l’etimologia che lo rapporta al nome bab. della ‘costellazione dell’Aquila’ (Erû). Si noti a proposito anche il cognome sd. Foghéri, che ha base etim. nell’akk. puggum (a bird) + erû ‘aquila’; quindi Foghéri ebbe proprio il significato di ‘aquila’, anzi ‘uccello-aquila’; questo nome fu necessario già ab antiquo per distinguere il semplice erû ‘aquila’ (in quanto uccello) da erû ‘costellazione dell’Aquila’.

ÍSOLA di questo cognome sardo abbiamo già discusso a proposito del cognome Alìsa. Esso ha il corrispettivo etimologico nel bab. is lê, iš lê (che letteralmente significa ‘le fauci del Toro’: così è chiamata la costellazione).

LUNA. Questo termine sardo indica ovviamente la ‘luna’ (vedi anche it. luna, lat. luna); base etim. è il sum. lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’, nu ‘sperma, genitali maschili’, col significato di ‘(Padre) creatore luminoso’ (presso i Sumeri la Luna era un Dio, non una Dèa), ed era considerato il Dio fecondatore dell’Universo.

MASÙLI. È possibile vedere questo cognome come termine astronomico sardiano, con base nel sum. maš ‘gemello’ + ul ‘firmamento’, col significato di ‘gemelli (del firmamento)’, che è la nota costellazione. È un po’ la soluzione linguistica adottata dai Sardiani per Pabillònis, che significò ‘Sagittario del cielo’, per distinguerlo dagli arcieri veri e propri. Cfr., per questa identica procedura, il cgn Era.

MULA, Mulas cognome sardo con base nel sum. mul, mulan ‘stella, costellazione, anche firmamento’ (mul significa anche ‘to shine’). Col raddoppio superlativo Mul-mul s’indicarono le Pleiadi.

NERI è cognome italico con base etimologica nel bab. Nīru ‘Stella della trave incrociata’ (Arcturus e parte delle Bootes).

NONNE cognome già documentato nel condághe di Bonarcado 60, 194 e nel codice di Sorres; documenta per ciò stesso un’antichità preromana. Eliezer Ben David cita il cgn ebr. del nord Africa Nunu, Nono (onde anche il cgn it. Nono). In ogni modo il lemma, come termine comune, è già attestato nel bab. Nūnu(m) ‘pesce’, ‘dio-Pesce’, ‘costellazione dei Pesci’. Variante di Nonne è il cognome Nonnis, Nonnòi.

PABILLÒNIS paese a sud di Oristano. Il toponimo sembra a qualcuno originato dall’antroponimo lat. Papilio, Papilionis. Ma in una carta del ‘600 è detto Babilonis, che sembrerebbe da ebr. Bab-El ‘la porta di Dio’ < bab. Bab-Ilu da bābu ‘gate, door’ e Ilu ‘god’. Non dobbiamo comunque sottovalutare il fatto che presso i Sumeri per PA-BIL s’intendeva il ‘Sagittario (del Cielo)’ (MEA 302), che è la nota costellazione, così detta per distinguerla dagli arcieri propriamente detti.

SCIFO cognome sardo la cui base è l’akk. šību, šīpu che indicò la costellazione di Perseus.

SERRI cognome sardo che ha base etimologica nel bab. šer’u ‘costellazione della Vergine’. Variante di Serri è il cognome Serra.

SINI cognome, ed anche nome di un villaggio dell’alta Marmilla, che va confrontato col toponimo Sìnnai, ambedue collegati alla Luna e dunque al Dio Luna (essenza maschile), poiché in aramaico il Dio-Luna fa Sîn. Anche il cognome patronimico Dessì, col suo significato ‘(del paese) di Sii > Sini’, dà abbondante conferma che il toponimo Sii > Sini indicò il ‘Dio Luna’ (accadico Sîn, Sî, Sê). Pure la penisola sarda chiamata Sinis ha lo stesso nome riferito alla Luna.

SOLE cognome corrisp. al sardo sòle, sòli, it. ‘sole’, lat. sōl, sōlis ‘sole’. Base etimologica è il bab. šūlû ‘elevato; alto’ del cielo.

Questo in origine fu un nome sacro, indicante il ‘Dio Sole’, ossia il Dio Sommo, adorato come tale dai Sardiani.

SONNU cognome sardo che non corrisponde al sost. sonnu ‘sonno’ < lat. somnus ma ha base etim. nel sum. šun ‘risplendere, brillare’ (vedi ingl. sun, ted. Sonne ‘sole’). Indicò quindi in origine proprio il Sole o, che è lo stesso, il Dio Sole.

SUGUZZADORA ‘costellazione di Orione’ (Wagner), intesa malamente come ‘colei che risveglia presto (la gente)’. Invero, la base etimologica è il sum. šugi ‘senior, elder, old person’ + za ‘man’ + duri ‘male, virile’. Il composto šugiz-za-duri significò in origine ‘uomo anziano dall’aspetto virile’ (ed abbiamo l’idea della celebre costellazione di Orione).

UGAS cognome sardo < sum. uga ‘costellazione del Corvo’.

URGU cognome sardo < sum. ur, urgula ‘costellazione del Leone’, da ur ‘canis, lion’ + gul ‘to destroy’: ur-gul ‘cane distruttivo’.

VARGAS cognome sardo che Eliezer Ben David presenta come cognome ebr. sp. Varga, Verga ‘verga’. Non concordo con l’etimo di EBD: ambo i cognomi Varga, Vargas hanno base etim. nell’akk. warḫu(m) ‘la Luna’.

ZAPPÁDU cognome sardo che fu antico nome muliebre, con base nell’akk. zappu ‘(costellazione delle) Pleiadi’ + adû ‘leader’, col significato di ‘Stella maggiore delle Pleiadi’.

ZAPPU Questo cognome sardo conferma quello che un tempo fu il nome della costellazione delle ‘Pleiadi’, da akk. zappu.

Nomi generici

I lemmi sardi la cui etimologia propongo di seguito non appartengono alle stelle ma sono tuttavia correlati al firmamento e ai fenomeni siderali.

ÀMAT cognome sardo che può avere più di uno sbocco etimologico. È forse preferibile l’akk. ammatu ‘cubito’ come misura lineare, o come misura d’area; in astronomia è una misura d’angolo. Per stato assoluto fa ammat.

ANGÙLI. Nella grande scultura di pane sacro di Siurgus, s’angùli è il pane centrale della composizione, quello che sulla croce dove viene appeso occuperebbe il posto del Cristo. La base etimologica del termine sta nell’akk. anqullu (un fenomeno atmosferico: una vampata di luminosità, un bagliore di fuoco). Angùli è termine mediterraneo arcaico, perpetuato sicuramente dall’Età Paleo-Neolitica; ci riporta ai primordi del Mondo; riporta all’Uovo primordiale, quello ancor sempre rappresentato dall’Uovo di Pasqua. A questo riguardo, nei Misteri orfici tramandati dalla letteratura greca si narra che Chronos genera nell’Etere un uovo splendente, che poi esplode, dando origine all’Universo (è quello che oggi chiamiamo Big Bang). A loro modo, i popoli antichi avevano la nozione del Big Bang, visto appunto come un Uovo Splendente (= anqullu ‘bagliore luminoso’, da cui angùlli o angùli, secondo i paesi della Sardegna), dalla cui esplosione ebbe origine il Tutto, si strutturò l’Universo, nacquero le creature del mondo.

ANNU ‘anno’. I linguisti accademici sostengono che derivi direttamente dal lat. annus. In realtà, il termine è antichissimo, prelatino, ed ha base nel bab. Annum ‘il dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese di gennaio.

ÀNZAS, Ánzos cognome presente nel condaghe di Silki e in quello di Salvennor 186, 258, 315, 316. La base etimologica è l’akk. Anzû ‘Anzu, aquila con testa di leone’ segno imperiale scolpito presso le porte delle città mesopotamiche o tra i bassorilievi dei templi, è pure una designazione di ‘stelle’.

ARCARÉḌḌU cognome che è dall’akk. (w)arḫu(m) ‘la luna, l’arco di luna’, ‘il mese’ + ellu ‘chiaro, limpido’, con inserzione eufonica di -r-. Sembra quindi significare ‘luna chiara’ o ‘chiaro di luna’.

ARGHÍTTU cognome che ha base etimologica nell’akk. (w)arḫu(m) ‘la luna’, giorno della luna nuova + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova (quale Dio supremo del mondo sumerico) si facevano dei riti propiziatori o anche degli incantesimi veri e propri. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo Archittu. In tal caso la base etimologica più congrua sembra l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’. Riprenderemo questo cognome per la discussione relativa ai Mesi.

ARI camp. ‘aria’. In Sardegna «non esiste una denominazione (e nemmeno una nozione sufficientemente chiara) di aria in quanto elemento materiale gassoso. Il termine ari o l’italianizzante aria significano genericamente cielo, strati elevati dell’atmosfera, dove stanno le nuvole e vi si formano; is aris, al plurale, è anche sinonimo di nuvole. Non c’è (o per meglio dire, non c’è più) una spiegazione locale di come si formino le nuvole, le precipitazioni, l’elettricità atmosferica e le scariche elettriche durante i temporali. L’atmosfera, in seguito alla formazione di nuvole, può essere detta ari inturriada (cielo irato), ari trua (cielo torbido), ari boirattsa (cielo con nuvole alte isolate…» (Angioni, Sa Laurera 75).

Sembrò inevitabile a tutti i linguisti (o supposti tali) dover ricondurre questo termine sardo all’it. aria ‘miscuglio gassoso, che forma l’atmosfera’, il quale poi è considerato (DELI) originario dal lat. āera, e questo dal gr. ̉αήρ, il quale però è considerato di etimologia incerta. Non si è voluto ricercare questa nell’accadico, che dà aria, erium ‘vuoto’, ‘nudo’, ‘privo’. Il termine sardo ha infatti base nell’accadico, non nell’italico, ed è l’esatto corrispettivo semantico del lat. coelus, caelus ‘cielo’ (originariamente ‘vuoto’) e gr. κοῖλος ‘cavo, vuoto, profondo’.

ARRÙBIU è il nome di vari monti della Sardegna meridionale (es. a Villasalto, Soleminis…) i quali di ‘rosso’ non hanno nulla, essendo al massimo di granito rosa-pallido, più spesso composti da ferrigni scisti gotlandiani. Non è neppure pensabile che Arrùbiu (in quanto cognome) possa sottendere il cognome di un pastore, sia perché non esiste in Sardegna alcun monte dedicato espressamente a una famiglia, sia perché occorrerebbe dimostrare a cosa miri la reiterazione del cognome Arrùbiu in numerosi monti. In Sardegna mancano dei monti che abbiano il nome riferito a qualsivoglia colore. Infatti i vari monti Arbu nient’altro indicano se non la selvatichezza dei siti, la vocazione alla pastorizia. Abbiamo la controprova: il Monte Ferru di Tertenìa è costituito per metà da un porfido rosso-vivo, e ciononostante evoca il ‘ferro’, il colore della ruggine. Quindi anche Ferru è fuori posto.

L’appellativo Arrùbiu connota pure un nuraghe, uno dei più grandi della Sardegna, situato sulla giara di Orròli, che si dice abbia preso il nome dal colore dell’auricellum, il lichene color arancione che ne ammanta le pietre basaltiche. Ma basta obiettare che la Sardegna ha molti nuraghi di basalto, tutti ammantati di auricellum (lichene d’elezione dei basalti), ma questi però non hanno l’appellativo di ‘rosso’ (arrùbiu). Si esce dal cul-de-sac, a proposito del nuraghe Arrùbiu, ricordando che esso, per condivisa opinione, dovette essere una piccola reggia (oltre ad avere la solita funzione di altare del Dio Sole), quindi l’etimo è l’akk. rubû ‘principe, re, regnante’, ‘nobile’: nuḫar-rubû ‘nuraghe del re, del principe’.

Intriga pure un altro termine accadico, rūbu ‘posizione’ di pianeta. Ebbene, per i vari Monti Arrùbiu non si esce dal cul-de-sac se non ammettendo ch’essi hanno nome paronomastico, sortito in epoca medievale quando si era perso l’antico significato, relativo al fatto che gli astronomi d’epoca sardiana si isolavano sulle spianate sommitali a studiare i movimenti delle stelle e dei pianeti.

CASU. In sardo il termine, inteso come nome comune, indica il ‘formaggio’ e sembra derivare dall’aggettivale lat. căsĕus ‘cacio’, mentre in realtà deriva direttamente dall’akk. kasû ‘rappreso, legato’ (căsĕus è aggettivale e quindi seriore).

Inteso invece come cognome, Casu deriva dall’akk. ḫašû ‘diventare oscuro: di persona, di occhi’, ‘soffrire oscurità (cecità)’. Insomma, Casu significa ‘cieco’. Il termine accadico ha prodotto anche l’illustre termine greco Χάος, che è l’immensa buia cavità che accoglie le acque primordiali. Lo stesso significò pure in sardiano. Si noti il sum. ḫaš ‘rompere, fare a pezzi’ (anche qui abbiamo il richiamo alla massa informe dell’Universo primordiale).

CASÙLA. Questo cognome è già registrato nei condághes di Silki e di Trullas, ma non è imparentato col cgn Casu ‘formaggio’, sibbene ha base etimologica nell’akk. ḫašû ‘diventare oscuro: di persona, di occhi’, ‘soffrire oscurità (cecità)’. Insomma, Casu ha prodotto il termine gr. Χάος, che è l’immensa buia cavità che accoglie le acque primordiali. Il secondo membro di Cas-ùla è il sum. ul ‘firmamento’. Quindi Casùla significò in origine ‘Immensa buia cavità del firmamento che raccoglie le acque primordiali’.

DISIZZARE log., disiggiái camp. ‘desiderare’; sost. disizzu, disíggiu ‘desiderio’; cfr. it. antiq. desiare, desìo. Anticamente i desideri si esprimevano implorando la Luna o le stelle di realizzarli. Dalle stelle deriva l’it. desiderare < lat. sīdera ‘stelle’. In Sardegna e in altre parti d’Italia s’implorava la Dea Luna (akk. Sîn, Sînu), e nacque il verbo disizzare, disiggiái (antico stato costrutto *di-Sinī-ai). Patetico quel di-, de- premesso al verbo, preverbio di desiderio, moto da luogo, che si lega alla Luna, alle stelle, come un cocente atto d’amore.

KÉLU log., čélu camp. ‘cielo’; cfr. lat. caelum. Grafia tardiva lat. fu coelum < gr. κοῖλον ‘vuoto’. Esichio ricorda che i Romani utilizzavano la radice kail per il greco οὐρανός. L’Ernout-Meillet dichiara che ogni ipotesi etimologica sul termine lat. rimane incerta, e l’unica possibile è dal lat. caedō ‘reseco, taglio, distacco’, a indicare che il cielo è staccato dalla terra. Mentre invece il lat. caelum, a simiglianza del sardiano kélu, ha base nell’akk. ḫelû(m) ‘essere brillante, splendente’, ‘illuminare’, ‘rendere splendente’, ‘colorato di luce’.

KINTÁLES log., kintári sass. ‘alba, linea dell’orizzonte appena tinta dalla prima luce dell’alba’; a kintári ‘all’orizzonte’; la dì è punendi, o bugghendi, kintári ‘il giorno sta spuntando; sta albeggiando’ (Sassu, Bazzoni). Il termine è un evidente aggettivale da akk. ḫinṭu, ḫimṭu ‘ardente, divampante, rovente, torrido’, ‘febbre’.

CÓRSO cognome che Mauro Maxia (I Corsi in Sardegna, passim) postula di origine córsa, anzi cognome vessillifero dei Corsi. Ma Córsu, Cóssu in Sardegna è già esistito per altra via e con altro significato, come comprimario e in autonomia rispetto a quello proposto dal Maxia. L’atto di pace degli Arborèa del 1388, firmato da famiglie appartenenti al regno di Arborèa, contiene anche i cognomi arborensi Corsu, Cossu. Tale cognome, prima ancora che in quell’atto di pace, è già presente nei condághes, e si sa che i cognomi registrati nei condághes sono, fino a prova contraria, autoctoni, arcaici, d’una vetustà che risale a molti millenni. Il condághe di Bonarcado (Oristanese), spaziante dal 1100 al 1200, cita tanti Corsu.

La verità è che Córsu, Cóssu ha un secondo bandolo d’interpretazione, ed è l’akk. kurṣû (designazione di una stella). Il lat. cursŭs honōrum significò, almeno nei tempi arcaici, ‘stellazione degli onori’ ossia ‘mappatura dei punti luminosi nelle cariche pubbliche ricoperte’ o ‘firmamento delle cariche’. Córsu indicò alle origini le ‘stelle’ in generale, ossia il firmamento, e solo di riflesso poté indicare poi l’astronomo, colui che si dedicava alla cum-sideratio, allo studio del corso delle stelle (inteso non nel loro correre ma come dislocazione e forma delle costellazioni nel firmamento). L’etimologia del cgn Corsále (vedilo più su a proposito delle costellazioni) chiarisce ciò in modo ineccepibile.

GOLOSÍO cognome che significò ‘viaggio di Sî’, ‘navigazione di Sî’, ‘spostamento di Sî’ (con riferimento al corso della Luna, che era considerata il massimo dio del pantheon sumerico: ḫūlu ‘via, strada, viaggio’ + Sîn, Sî, Sê ‘Luna’).

IMPUḌḌÌLE, puḍḍìle ‘mattino prestissimo; alba, aurora’. Ha base etimologica nel sum. im ‘fuoriuscire, sorgere’ + bu ‘perfetto’ + di ‘brillare, risplendere’ + li ‘terra’: im-bud-di-li, col significato di ‘splendore perfetto dell’aurora sulla Terra’.

MALANGA cognome che vale come termine astronomico sardiano, con base nell’akk. malû(m) ‘abbondanza’ + sum. anĝi ‘eclisse’, col significato di ‘eclisse totale’ (di sole).

MÉMOLI cognome; è un lemma sacro mediterraneo, con base nel sum. me ‘essenza, divina proprietà che produce l’attività cosmica’ + mul ‘stella’, ‘brillare, irradiare luce’; il significato è quanto di più “alto” si possa immaginare per il linguaggio di 5000 anni fa.

MONAGHEDDU cognome che fu nome muliebre sardiano, con base nell’akk. mû ‘ordine cosmico’ + nâḫu ‘immobile, tranquillo’ (di corpo celeste) + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato sintetico di ‘purissima stella fissa del firmamento’. Dal nome, si capisce che a quei tempi si distinguevano le stelle fisse e quelle mobili (i pianeti).

NONO. Nonostante la validità dell’etimo relativo ai cognomi Nonne, Nonnis (vedi più su), per il cognome di area italiana Nono è più congrua la base dall’eg. Nun ‘Elemento liquido incontrollato primordiale’ (Chaos).

OGHITTU cognome che fu un lemma astronomico sardiano, con base nel sum. ugu ‘sparire’ + itud ‘luna, mese’, col significato di ‘eclisse di luna’.

OLÌTA cognome che sembra basarsi sul sum. ul ‘brillante, splendente’ + itud ‘mese, luna’, col significato di ‘luna piena’.

ORTOBENE, Orthobène, Orthovène è il monte che da oriente fa da vedetta a Nùoro dall’alto di mille metri scarsi. Per ricuperare l’etimo ci sono varie possibilità, gran parte delle quali tralascio in questa sede. Il suo etimo è rintracciabile in una agglutinazione di tre membri sumerici: uru ‘sito, insediamento’ + uttu ‘calcolare, cum-siderare’ + en ‘Lord, Signore’ (riferito al Dio Luna). L’area cacuminale di questa montagna nell’antichità preistorica fu un sito deputato all’osservazione ed al calcolo dei movimenti lunari.

ORTU CAMMÍNU. La Punta Ortu Cammínu è una vetta angolare del Supramonte di Olièna, alta 1331 metri. La cremagliera delle alte vette dolomitiche sovrastanti la bella vallata di Olièna ed i siti collinari attorno Monserrata forma una squadra perfetta, con un lato a direzione SN, l’altro a direzione WE, incernierata proprio dalla Punta Ortu Cammínu, da cui si gode uno spettacolo mozzafiato su gran parte del territorio nuorese e sulla Barbagia. Questo oronimo ha base etim. in un’agglutinazione sumerica uru ‘sede, postazione, insediamento’ + uttu ‘calcolare, numerare’ + kammu ‘strumento’ + en ‘Lord, Signore’ (riferito al Dio Luna). L’agglutinazione di questi termini fa (Punta) ur-uttu-kamm-en, e sembra indicare sinteticamente un arcaico sito astronomico, noto da millenni a.e.v. quale ‘sito’ (uru) per ‘calcolare’ (uttu) con ‘strumenti’ (kammu) mediante ‘osservazione, cum-sideratione’, la Luna (en).

Si badi che l’oronimo Ortu Cammínu è pure traducibile mediante l’akk. uruttu ‘a stone’, per estensione ‘una vetta’ + kammu ‘tavola, placca’ + īnu ‘occhio’, ‘buco per traguardare’, ‘una figura geometrica’, che in composto fa uruttu kamm-īnu > ur(u)ttu kamm-īnu, col significato di ‘vetta per la cum-sideratione mediante una placca’.

Se veramente gli antichi ritenevano giusto quest’ultimo significato, allora saremmo di fronte a una scoperta eclatante. Al riguardo va infatti sottolineato che gli Arabi nel Medioevo, ancora prima della bussola, conoscevano l’arte dell’orientamento per terra e per mare. Utilizzavano, guarda caso, il kamal (fonetica quasi identica a kammu), che era una ‘tavoletta’, una ‘placca’, così descritta da Stefano Medas in De rebus nauticis 177-8: «strumento nautico ampiamente utilizzato dai naviganti arabi, che si compone di tavolette rettangolari di legno, normalmente tre di diversa misura, al cui centro è fissata una cordicella con dei nodi realizzati a distanze predeterminate. Secondo le sue dimensioni ciascuna tavoletta permette di coprire un settore angolare diverso; quella più piccola serve per rilevare gli angoli stretti, quando la stella è poco elevata sull’orizzonte; quella più grande per rilevare angoli ampi, quando la stella presenta un’elevazione maggiore. La tavoletta veniva spostata avanti e indietro finché l’osservatore vedeva combaciare il bordo inferiore con l’orizzonte e quello superiore con la stella, contemporaneamente. In quell’istante, veniva anche rilevata la distanza tra l’occhio dell’osservatore e la tavoletta, grazie alla cordicella che era trattenuta sullo zigomo o tra i denti. Così si stabiliva un rapporto corrispondente ad un valore angolare (altezza della stella sull’orizzonte), identificato in modo empirico dai nodi della cordicella e dalle frazioni comprese tra questi. Quanto maggiore risultava la distanza della tavoletta dall’occhio, tanto più piccolo era l’angolo di elevazione della stella sull’orizzonte, e viceversa».

SANTEDDU cognome basato sull’akk. sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’. In origine dovette essere un nome muliebre col significato di ‘Alba pura’, ‘Aurora sacra’, con riferimento ad Antu, la paredra di Anu, il Dio sommo del Cielo. Va osservato che in origine il lemma sāntu, sāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’ (ossia proprio l’Aurora, Antu che si eleva al Cielo).

SANTELÌA cognome che è corruzione del cgn Santeddu, operata, ovviamente, dai preti bizantini durante la loro guerra contro la religione sarda delle origini. Infatti Santeddu (in origine Santelìa, Sant’Elìa) era scritto sāntellu, stato costrutto di sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘Alba, Aurora pura, sacra’ (epiteto riferito alla dèa Antu, la paredra del dio Anu Dio sommo del Cielo, che rappresentava il dio Sole: infatti il lemma sāntu, sāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’, ossia proprio l’Aurora, la dèa Antu che si eleva al Cielo). Da tutti i ricercatori è riconosciuto che il nome personale Elìa dissimulò il nome del Dio El, Dio sommo del Cielo, ossia il fenicio-ebr. Eli, Elu, gr. Hḗlios ‘Sole’, che nella nuova religione cristiana fu degradato a “santo”. Quindi è ovvio che Santelìa, Sant’Elìa può anche significare ‘Ascesa di Eli’ ossia ‘Ascesa del dio Sole’, ‘il sorgere del dio Sole’. Sono valide ambo le ipotesi qui fatte, quella di sāntellu e quella di sāntu Eli, Elu.

SANTU cognome che non riguarda un Santo ma ha la base nell’akk. sāntu, sāmtu ‘alba’.

SIÒNI, Siònis cognome patronimico. Forse l’origine di Siòni sta nel sum. siuna ‘zenith’.

SPANIGADRÓXU camp. ‘alba, aurora’. A su spanigadróxu ‘all’alba’. Wagner non registra il vocabolo. Registra invece il verbo log.-gall. ispannáre ‘diradare’, ‘aprirsi’, schiarire’ (del cielo, della mente: sassarese ispanna’).

La base etimologica fa riferimento all’apparizione della faccia del Sole, che presso gli antichi Semiti era detta pānu (da cui i cognomi sardi Panu, Pane, Pani), che è la ‘faccia, il colore (della faccia)’ e più precisamente la ‘faccia del Sole, di Dio (che sfolgora rossa e incandescente)’. È lo stesso termine del greco Πᾶν, anch’esso originariamente riferito al Sole e solo in seguito alla deità dei boschi. In ebraico si diceva penû ’El ‘faccia del Sole, di Dio’. Anche la dea della fertilità e dell’amore, Tanit, era detta Tanit Panè Baal = ‘Tanit Volto di Baal’, come dire ‘Volto dell’Universo, del Dio che governa il mondo’. In fenicio p‛n significa ‘volto di…’ e pny ‘davanti a’.

STORÁI camp. ‘osservare, scrutare, sbirciare’. La base etimologica è la stessa del cognome Tore, ossia il sum. tur ‘stalla, rifugio, protezione’, per estensione ‘specola’.

SU CRUTZIFISSU MANNU. Il toponimo denomina un sito archeologico lungo l’ex statale 131, presso Porto Torres, a 2 km dal celebre ziqqurat di Monte d’Accoddi. Il sito sta in una dolce vallata, su un affioramento roccioso miocenico pressoché piano, lungo circa 200 metri e largo 150. «Ci sono incisi lunghi solchi, come fossero binari, che corrono in lungo e in largo sull’intera superficie, senza che uno cambi mai la propria direzione. Le linee disegnate sono rette e parallele, a coppie, come fossero abbinate a due a due o connesse l’una all’altra. Tuttavia, la distanza che separa tra loro le linee d’una coppia non è una costante: sebbene la maggior parte delle coppie siano distaccate di circa 40 centimetri, si arriva fino ai 200. Questi binari s’intrecciano tra di loro, disegnando angoli di diverse inclinazioni, dai 30° fino ai 90°. Di tanto in tanto, sono accompagnati da coppelle scavate nel terreno e collegate ai solchi tramite strette canaline. Queste sono ben fatte, dai confini definiti, profonde circa 5 centimetri, assolutamente regolari, simili tra loro. In qualche caso, il margine di tali coppelle tange un binario, altre volte è quest’ultimo ad attraversarle. Questi coppelle sono numerose e stanno quattro-cinque metri l’una dall’altra, lungo uno stesso solco» (Massimo Frera, Halade Mystai 35 e passim).

Nel luogo insiste pure un sepolcreto datato dagli archeologi intorno al 3300 a.e.v., contenente numerose domus de janas scavate sotto il piano di calpestio, raggiungibili mediante le drómoi, corridoi che affondano gradatamente nella roccia. Le tombe appartengono alla Cultura di Ozieri ma furono occupate e rioccupate per 1200 anni fino a tutto il ciclo della Cultura di Bonnannaro (Eneolitico finale – prima età del Bronzo). Poiché parte dei “binari” su descritti sono stati tagliati di netto dalle drómoi, è logico affermare che le domus de janas siano state costruite molti secoli dopo. Come dire che i “binari” risalgono a 4-5000 anni a.e.v.

Massimo Frera, unico studioso dei “solchi” sardi, li mette a confronto con simili manifestazioni delle isole maltesi e specialmente con le macro-manifestazioni presenti in Maremma. Ma ricorda l’esistenza di tante altre car ruts (così le chiamano) visibili a Donnaz (Val d’Aosta), Monopoli, Agrigento (vicino al tempio di Ercole), Siracusa (nei pressi del teatro greco), Cerveteri (nella necropoli etrusca della Banditaccia), a Poggio Buco (Grosseto), a Cagliari, sul Monte Sirai (Sardegna), a Pompei.

Stante la loro presenza in siti sacri o dotati di un forte genius loci, Massimo Frera ipotizza che le car ruts (impropriamente catalogate dagli archeologi come banalissime ‘tracce di carri’, senza mostrare pudore per tali aberrazioni logiche e culturali) siano in realtà delle canalette che convogliavano le acque sacre al momento della celebrazione degli antichi Misteri Mediterranei. Non ci credo.

Rimando al delizioso libretto di Frera per capire meglio l’impostazione dell’opera e la credibilità delle sue ipotesi, che sono suggestive per quanto non definitive. Prima di aderire alla sua rispettabile proposta sulle car ruts, occorre fare i conti col fatto che l’area di Su Crutzifissu Mannu è carente di sorgenti perché carsica, fortemente drenante, agli antipodi di come dovrebbe essere un’area destinata, sia pure per poche ricorrenze annuali, a incanalare acqua lustrale.

La questione può essere risolta con l’aiuto dell’etimologia, ricordando anzitutto che la stragrande maggioranza dei toponimi sardi, specialmente quelli riferiti ai luoghi sacri, non sono altro che abilissime contraffazioni (paronomasie) operate dai preti bizantini per obnubilare e cancellare ogni pregressa manifestazione del sacro nell’antica religione della Sardegna. In questo preciso caso, poi, giocò a favore del clero cristiano il fatto di trovarsi già in un cimitero, onde gli fu facile contraffare il precedente toponimo mutandolo in Su Crutzifissu Mannu (‘Il crocifisso grande’). Ma questa denominazione suscita sospetti in quanto, se è lecito parlare di crocifissi in un camposanto, è però ostica l’ipotesi che l’area cimiteriale pagana, già dismessa da 1800 anni quando iniziò l’insediamento bizantino in terra sarda, fosse stata onorata dai preti cristiani col simbolo più sacro della propria religione. Però è vero che il popolo analfabeta non poteva avere tanta sensibilità verso gli inganni: i Sardi accettarono docilmente l’ingannevole correzione linguistica dei preti. Su Crutzifissu Mannu fu la paronomasia più appropriata cui i preti cristiani potessero far ricorso per cancellare la memoria dell’antico sito, che evidentemente veniva ancora frequentato per fini rituali da un popolo ancora non permeato dalla “buona novella”.

Il toponimo quindi è sardiano, ed è un sintagma basato sull’akk. šû (a stone) + kurṣu (designazione delle stelle) + manû(m) ‘calcolare, contare’. Il significato del sintagma šû kurṣu manû era ‘La roccia per il calcolo degli astri’. Nel Medioevo il sintagma šû kurṣu manû, simile al sardo-medievale sa cròzzi manna ‘la gran croce’, fu lentamente corretto in šû kurṣ(-ifiss)u manû, che tutto sommato significava la stessa cosa. Se la mia interpretazione ha colto nel segno, in questo sito scopriamo il più antico e il più organizzato sito di osservazione del firmamento.

Gli scopritori della scienza antica

Da tutto quanto precede in questo capitolo relativo all’Astronomia e alle Costellazioni, si noterà che non ho considerato gli aspetti delle misurazioni astronomiche e degli “allineamenti” tra nuraghi e costellazioni, tra fonti sacre e pianeti. Beninteso, gli stimoli a procedere in questa direzione, prodotti da vari autori, sono sufficienti a destare una gran voglia di sapere. Ma essi non sono alla mia portata, e cedo volentieri il campo alle ricerche altrui, sia a quelle che provengano dalle Università sia a quelle – molto più numerose – che si stanno svolgendo fuori delle accademie.

  1. Tra gli studi extra accademici, è fortemente suggestivo quello di Piero Piscedda relativo alla celebre Pintadèra di Santu Antìne, da lui presentata come un “calendario nuragico con istruzioni per l’uso”. Le considerazioni fatte da questo studioso privo di laurea specifica sono – secondo come le vogliamo capire – o millimetricamente azzeccate (quindi il prodotto di un geniaccio “self-made”), oppure sono da vedere come una minuziosa e cervellotica elucubrazione di un appassionato, la quale parte da buone letture, ossia dalle acquisizioni degli astronomi attuali sul firmamento attuale, per proiettarle a ritroso e farci credere che gli antichi Babilonesi (e con essi gli astronomi Šardana) ragionassero alla sua maniera (il Piscedda-pensiero), e quindi fossero in grado di sintetizzare in uno strumento fittile o ligneo, tascabile e perfettamente maneggevole, una quantità notevolissima d’istruzioni, ognuna valida, volta per volta, sia per misurare il corso del sole, sia per misurare il corso della luna, sia per stabilire esattamente la lunghezza dei singoli mesi, sia per stabilire i mesi lunghi e quelli corti, sia per stabilire la scadenza esatta del susseguirsi delle stagioni, sia per stabilire gli anni bisestili, sia per stabilire il corso di ciascun pianeta, sia per stabilire i momenti delle intersezioni tra pianeti e zodiaco, sia per stabilire le eclissi di sole e di luna, e tanto altro. A dirla in modo diverso, la celebre Pintadèra (divenuta anche lo stemma di una Banca) sarebbe una sorta di computer portatile, estremamente rimpicciolito, col quale 4000 anni fa gli astronomi precursori di Galileo e Keplero – evidentemente già padroni di tutte le leggi dell’Universo – stabilivano all’istante la conoscenza di ogni e qualsiasi momento astrale capace di dettare ogni sorta di nozione relativa al firmamento nonché alla vita comunitaria dell’uomo. Personalmente mi astengo dal dare un giudizio sulle fatiche del Piscedda.
  2. Un altro studio extra accademico è intitolato Monte d’Accoddi, prodotto da Eugenio Muroni. Da questo lavoro, molto più semplice del precedente, apprendiamo che le linee colleganti gli spigoli (i vertici della proiezione ortogonale), nonché gli angoli geometrici, del celebre ziqqurat di Monte d’Accoddi hanno tra di loro gli stessi rapporti (quindi costituiscono la medesima figura) che misuriamo nella costellazione della Croce del Sud. Dalle misure astronomiche moderne, sappiamo che 5-6000 anni fa la croce del Sud era visibile da Monte d’Accoddi. Però Muroni non ha risposto alla domanda: “perché i pre-Nuragici vollero dare allo schema del proprio ziqqurat la figura della Croce del Sud?”; “qual era la profonda ragione astronomica, o religiosa, che impose ai costruttori di questo ziqqurat le stesse misure di quella costellazione e non, per dire, di un’altra?”. Anche qui, come per la fatica del Piscedda, mi astengo dal giudizio.
  3. In Sardegna sono ormai numerosi gli archeologi non-accademici (ed archeologi extra-Sovrintendenza Archeologica) che scoprono un “allineamento” tra un nuraghe (o fila di menhirs) con una delle tante costellazioni visibili attualmente, senza dare conto, però, che 4000 anni fa quella costellazione non aveva l’allineamento che ha oggi, quindi non aveva relazione con quel monumento; senza dare conto che a quei tempi quella costellazione era altra cosa (nel senso che non raggruppava le stelle attuali, poiché gli astronomi “ritagliavano” altre figure nello spazio siderale, davano altri nomi, non importa quali), e di quel processo il ricercatore attuale non sa dare alcuna spiegazione; principalmente questi “archeo-astronomi” non danno conto delle ragioni che allora avrebbero postulato un allineamento. Ossia, non ci spiegano per quale ragione ci fosse bisogno di un dato allineamento: forse per dare sacralità a un monumento?, o per adottare una costellazione totemica a protezione della tribù, del villaggio, degli eroi ivi sepolti? Anche su questi “ricercatori” il mio giudizio resta inespresso.
  4. Discorso diverso può meritare l’osservazione della Luna. Che la Luna sia stata contemplata e venerata fin dalle origini della civiltà, è testimoniato da un cumulo di dati linguistici, antropologici, etnologici, archeologici che dimostrano, inequivocabilmente, una dimestichezza plurimillenaria dei Terrestri col loro pianeta. Anche in Sardegna sono schiaccianti i dati attestanti il legame con la Luna, vista anche come Dea Mater Universalis, dea avente un’ambigua natura Ying/yang, recettrice del Seme fecondatore (la pioggia) ed a sua volta dispensatrice – tramite le acque di vena – del Seme fecondatore che fa vivere l’uomo, gli animali e – tramite le irrigazioni – le messi e le frutta.

L’astronomo Arnold Lebeuf, professore all’Università di Cracovia, ha pubblicato un libro2 molto serio e molto accurato, i cui risultati confermano scientificamente le intuizioni espresse dagli studiosi sardi Zedda, Maxia e Proverbio e dal veneziano Laner sul pozzo di santa Cristina. «Se vogliamo trovare il più antico antenato dei moderni planetari, la torre di Avignone non arriva affatto al primo posto e ne è ben lontana, dato che S. Cristina la precede di più di due millenni e mezzo, e probabilmente quest’ultimo non fu che il risultato tecnicamente perfetto di una tradizione locale ancora più antica» (Lebeuf, p. 126). Egli premette una lunga lezione per dimostrare che la misura del mese lunare sinodico, dell’Eclittica, della longitudine dei nodi dell’orbita della Luna sull’eclittica, della stessa linea dei nodi, del tempo di rivoluzione della Luna da un nodo allo stesso nodo, richiedono calcoli molto più complessi di quelli relativi ai movimenti del Sole e dei pianeti solari. Calcoli che – in tutta evidenza – i Nuragici erano riusciti a fare perfettamente.

Considerato che il periodo di rivoluzione dei nodi lunari attorno all’eclittica è di 18,61 anni, Lebeuf dimostra che il pozzo sacro di S. Cristina fu costruito 3000 anni fa non solo per dispensare al popolo acque curative e medicamentose, ma principalmente come perfetto strumento di testimonianza, e misurazione plurisecolare, di tale rivoluzione. Nelle 217 pagine del libro Lebeuf dimostra scientificamente l’assoluta perfezione di questo “osservatorio lunare”, nel quale ogni pietra, per essere sovrapposta all’altra in una determinata forma mediante collimature millimetriche, fu scalpellinata e allisciata per parecchi mesi. Fatto che dimostra un lavoro collettivo decennale, prodotto da maestranze altamente specializzate guidate da ingegneri-astronomi muniti di una cultura d’irraggiungibile spessore, nella quale la conoscenza matematica ed astronomica attingeva a vertici altissimi, ancora oggi inspiegabili.

Questo titanico mistero fa il paio col titanico mistero di Su Crutzifissu Mannu, e dimostra quanto miserevole, al confronto degli antichi, sia la cultura scientifica sinora ricuperata dagli studiosi attuali.

  1. Orientamento, Rosa dei venti

 

La repubblica marinara di Venezia misconosceva i quattro punti cardinali (che altrove cominciavano ad essere accettati), perché essa si era formata i propri, quelli che danno nome agli attuali venti, qualificati tali in un’area marina al difuori del “canalone” dell’Adriatico. Infatti le galere veneziane, una volta in mare aperto (lo Jonio), chiamavano Maestro il vento proveniente dalla patria, Grecale quello proveniente dalla Grecia, Sirocco quello proveniente dalla Siria, Libeccio quello proveniente dalla Libia. Oggi anche la nomenclatura veneziana è accettata universalmente, anche perché non interferisce con i quattro nomi cardinali: infatti le direzioni veneziane sono intermedie tra N, E, S, W.

I marinai šardana, altrimenti detti Tirreni, conoscevano bene le quattro direzioni-cardine: lo scopriamo grazie alle etimologie qua sotto evidenziate. Essi erano navigatori, praticavano l’alto mare, si sentivano a proprio agio nel condurre le navi oltre gli orizzonti. Sembrerebbe ovvio attribuire a tale gente, che diede il nome al Mare Tirreno, l’invenzione delle preziose nozioni e tecniche direzionali che poi furono adottate nell’intero bacino e nel più ampio Mediterraneo. Certamente essi conoscevano bene la “rosa dei venti”, essendo gli unici marinai che, vivendo al centro del Grande Verde (o Grande Blu: Iqnûsa), dovevano forzatamente districarsi nella complicata arte dell’orientamento. Quest’esigenza non era sentita da nessun altro popolo, non dagli Adriatici, non dai litoranei Latini o Venetici che navigavano per cabotaggio, tantomeno dagli Egizi cui bastava ed avanzava il navigare lungo il fiume più lungo del pianeta. I vocaboli ancora oggi in uso per tutto il Mondo ci sono pervenuti grazie a questa intuizione “tirrenica”, da attribuire ai Sardo-Sumeri e risalente certamente a decine di migliaia d’anni, allorché i Sumeri (quelli che oggi conosciamo come tali) erano ben contenti e felici di navigare e commerciare lungo il Tigri e l’Eufrate, e non osavano ancora muovere le barche verso l’India attraverso il Mare Erithreum, il quale peraltro, com’è noto, venne navigato soltanto per linee di cabotaggio costiero, al fine di raggiungere Dilmun e altre località (vedi il Periplon del navigatore Scilace di Carianda, VI-V sec. a.e.v., che esplorò le coste dell’Oceano Indiano per conto dell’imperatore Dario I).

 

Il Sud. Esso ci è noto tramite il cognome Sciùto, Sciuti, attualmente di area italica ma di sicura base tirrenica. Ha l’etimologia nell’akk. šūtu, sūtu ‘sud’. È però dalla lingua sumerica che proviene il primo concetto di Sud. Anche la storia delle lingue ha le sue eclatanti chiavi di volta, e dobbiamo abituarci alla nozione del sum. šud in quanto ‘preghiera’, intendendo però con essa anche il punto esatto verso cui la proscinesi dell’orante s’indirizzava, in onore del Dio Sole.

ASSOTTÍRI camp. ‘convenire, riunirsi’ (di persone), ‘unire raccogliendo’. Se ne ignorò l’origine. Base etimologica è l’akk. šūtum ‘south, sud’, sum. šud ‘prayer, preghiera; blessing, benedizione’. Questo verbo sardo, a quanto pare l’unico sopravvissuto nel Mediterraneo, si riferisce all’adunata di preghiera che in ogni villaggio alle ore 12 (quando il Sole è allo zenith) si faceva, rivolgendosi a sud per adorare il Dio Sole. Non è un caso che pressoché tutti i nuraghi nella parte sud siano privi di manufatti (capanne o altro): questo spazio libero dovette servire per le adunanze. Rifiuto, perché ametodico, l’invito del Wagner di considerare questo verbo denominale di sorte ‘qualità, sorta’: infatti non porta da nessuna parte.

ODRINÁGU. Sempre nella lingua sumera abbiamo la base della voce del gergo ramaio di Ísili indicante la ‘destra’; es. s’alluttéra e odrinágu ‘l’orecchio destro’. Base etimologica è il sum. ud ‘sole’ + ri ‘situare, porre, imporre’ + na ‘uomo’ + gu ‘lato’: ud-ri-na-gu, col significato di ‘sole posto a lato dell’uomo’. Immagino che l’uomo si orientava guardando appunto ad oriente, ossia al sorgere del sole; pertanto a mezzogiorno si trovava il sole alla destra. Quindi odrinágu è un termine che indirettamente ci riporta al Sud.

 

L’Ovest. Per indicare l’Ovest gli Šardana-Tirreni impiegarono addirittura due termini, l’uno e l’altro eternati, eccezionalmente, in due cognomi sardi. Il primo cognome è Murru, con base nell’akk. amurru(m) ‘ovest’. Il secondo è il cognome Erbì con la variante Erba, che ha base etim. nell’akk. erbu(m), erebu ‘tramonto, ovest’ (da cui poi il gr. Érebos, indicante il Regno delle Tenebre, il Mondo dei Morti, dove sprofonda il Sole). Del nome internazionale Ovest, West (creduto anglosassone) s’ignorò sempre l’origine, mentre la base è il sum. u ‘universo, universale’ + eš ‘shrine, sepolcro’ + de ‘creatore’ (ossia Dio Creatore dell’Umanità). Il composto u-eš-de, divenuto west tra gli Anglosassoni anche in virtù della nota Lautverschiebung germanica, in origine significò ‘sepolcro del Creatore dell’Universo’. La definizione si concilia con quella del Nord.

L’Est è voce mediterranea indicante il punto dove sorge il Sole. Base etimologica nel sum. eš ‘shrine, sepolcro’ + tuk ‘to break off, rompere’. Il composto eš-tuk in origine significò ‘rottura del sepolcro’, ossia di quel sepolcro dove il sole – secondo certi popoli antichi – sostava prigioniero durante la notte (per gli altri punti cardinali, vedi le osservazioni loro peculiari). In Italia certi popoli chiamarono altrimenti l’Est. Un indizio lo cogliamo dal cogn. italico Zito, con base nell’akk. ṣītu(m) ‘uscita del sole’, ossia ‘Est’. Si può notare che i vari nomi per uno stesso punto d’orientamento mostrano l’autonomia dei vari linguaggi antichi.

Anche il lessico comune dice qualcosa dei sistemi di orientamento. Nel Campidano s’indica su bentu estu come ‘vento dell’ovest’ (e sembra una contraddizione in termini). La base originaria, che i filologi romanzi vorrebbero proporre, è il francese ouest che si rifà a una parola inglese …ignota: ignota perché quella a noi nota, west, si dice ricalcata proprio …sul francese! Fra analisti si fa un bel pasticcio, anzi i pasticci da loro fatti vengono reciprocamente accettati. Sul lemma sardo bentu éstu si registra anche una esilarante paronomasia: estu in quanto destru (proite benit unu pagu de sa destra, abbaidende a mesudie: Puddu).

Si risolve, almeno in parte, il pasticcio del sardo estu ricordandone l’etimologia, che è dal sum. eš ‘freddo’ + du ‘whirl, turbinio, vortice’: eš-du ‘(vento) freddo e turbolento’. Quindi indicherebbe il nord-ovest? E perché non anche l’Est, o il Nord-Est?

KINTÁLES, log. kintári sass. ‘alba, linea dell’orizzonte appena tinta dalla prima luce dell’alba’; a kintári ‘all’orizzonte’; la dì è punendi, o bugghendi, kintári ‘il giorno sta spuntando; sta albeggiando’ (Sassu, Bazzoni). Il termine è un evidente aggettivale da akk. ḫinṭu, ḫimṭu ‘ardente, divampante, rovente, torrido’, ‘febbre’.

Sud-Est. Per indicare il Sud-Est gli Šardana utilizzarono un aggettivo originato dallo stesso akk. šūtu, sūtu ‘sud’, ed è šutan(u). Si osservi però che šutan è originariamente composto da šūtu + sum. an ‘cielo’, e indica quel punto esatto nel quale il Sole sta sollevandosi vigorosamente verso lo zenith. Non è un caso che la maggior parte dei monumenti sacri della Sardegna e del Mediterraneo (ivi comprese le tombe dei giganti) abbiano le loro porte rivolte a S-E, che fu il punto preferito dagli antichi per onorare il Sole.

Il Nord. A indicare il Nord dovette essere, un tempo, quello che oggi appare come un antico cognome di area mediterranea: *Sapone, da akk. ṣapūnu ‘Nord’; oggi il cognome è svanito ma rimane il termine accadico, il quale peraltro riappare nei cognomi composti del tipo Saponàro. Quest’ultimo cognome non significa ‘fabbricante di sapone’, ma ‘guerriero del Nord’ (termine neolitico), da akk. ṣapūnu ‘Nord’ + āru ‘guerriero’. Capire questa derivazione è semplice, se si considera che molti Popoli delle Steppe, ed anche i Celti, scesero in Italia, e sciamarono fino all’Asia Minore, a più riprese, in epoca preistorica; ciò avvenne sin dai tempi delle grandi glaciazioni, che sospingevano a sud le popolazioni erranti. Noi conosciamo soltanto le discese storiche (ad es. quella di Brenno; ultime le cosiddette Invasioni Barbariche e quella degli Unni). Ma la logica fa intuire che i Popoli del Nord non cessarono mai le loro scorrerie, le quali avvennero per una condizione “strutturale”, antropologica, connaturata a quei popoli, la quale determinò il loro eterno vagare, ignari della proprietà privata ed abituati a pensare che la terra appartenesse all’Uomo in quanto tale, non agli agricoltori ed ai cittadini insediati a macchia di leopardo nei territori del sud Europa.

In ogni modo, anche il lemma Nord ha basi etimologiche sumeriche: nu-ra-du: nu ‘creatore’ + ra ‘limpido, chiaro, splendente, Dio’ + du ‘to hold, keep in custody, tener prigioniero’. Nura indicò il ‘Dio creatore’, quindi il ‘Creatore della Luce’, il ‘Sole’, la ‘Luce’ per antonomasia; Nura-du significò ‘prigione del Sole’, poiché gli antichi credevano che il Sole, sparendo all’orizzonte, fosse trattenuto prigioniero proprio nelle regioni settentrionali. Il sum. nuradu creò, per la legge nordica delle contrazioni (nur[a]du), lo sp. norte, l’ingl. north, il norveg. nord, il ted. Norden. La prodigiosa sillaba sumerica du, induritasi in tu, tur, generò poi il lat. turr-is, l’ingl. tow-er, il nome della città lidia di Tyrrha, ed anche Thôr (Tiro). Queste due città erano cinte da alte mura turrite, e fu la torre in sé a conservare per sempre l’idea sumerica della ‘prigione’. Cfr. per controprova la Tower of London, che è sempre stata una prigione.

 

  1. Calendario: anno, stagioni, mesi, settimane, giorni, ore

Il tempo e Atlantide. Il concetto del tempo traina per forza un accenno alla tanto vagheggiata Atlantide, e fa notare un fatto non da poco: le notizie (ed ovviamente le date) di Platone sono inverosimili perché i sacerdoti egizi avevano una strana cognizione del tempo. «La concezione egiziana della storia differiva dalla nostra: non dobbiamo aspettarci una cronologia precisa delle dinastie e un rendiconto minuzioso degli avvenimenti. Questi atteggiamenti sono confermati in modo lampante dall’abitudine dei faraoni di trasportare in massa nei loro templi, per annettersele, le iscrizioni e le raffigurazioni fatte dai sovrani precedenti. La “Pietra di Palermo” ne è una prova. Si tratta di una raccolta di frammenti che contengono gli annali dalla fine del periodo predinastico sino all’inizio dell’Antico Regno. Le informazioni contenute riferiscono per lo più di avvenimenti religiosi: fabbricazione di statue per gli déi, edificazione di templi, celebrazione di feste, offerte… Lavori compiuti nel palazzo reale e consacrazioni di sovrani sono integrati in un contesto essenzialmente religioso. Una campagna militare, come quella di Nubia, è ricordata per esempio solo perché procurò molti prigionieri e un buon bottino. È segnalata l’altezza della piena del Nilo giusto in certi anni. Gli annali egiziani sono dunque orientati teologicamente e non possono fornire una base soddisfacente per le ricerche storiche moderne.

Si potrà sempre dire che i sacerdoti avrebbero potuto raccontare a Erodoto delle campagne militari, come quelle intraprese da Tuthmosis III e Ramses II e descritte con ricchi dettagli sui muri dei templi. Dobbiamo ricordarci che l’uso d’un materiale dipende dagli atteggiamenti di base di chi lo utilizza. Un sacerdote egiziano non avrebbe mai pensato da sé a leggere le iscrizioni del tempio per fornire un’informazione dettagliata sulla vittoriosa campagna di Tuthmosis III, perché la sua concezione teocentrica del mondo gli avrebbe fatto considerare trascurabili quei dettagli. I successi bellici incisi sui muri dei templi sono lì solo in quanto segni del trionfo del faraone, rappresentante di Horus in terra, contro le forze del Chaos, ed i trionfi di Horus dovevano essere mostrati con evidenza agli occhi degli déi. Ecco come pensavano i sacerdoti che passavano ogni giorno davanti agli annali ed agli affreschi dei templi. Non avrebbero mai perso tempo a leggerli solo per scoprire quando e come Horus fosse stato il vincitore in una certa battaglia.

Ogni egiziano colto, e di conseguenza ogni sacerdote, doveva avere a propria disposizione, oltre al folklore popolare, un corpus considerevole di dati storici, trasferiti nella letteratura e mescolati con elementi diversi dai motivi folkloristici, attraverso la propaganda ed i trattati d’educazione, sino al sapere gnomico. Tutto ciò doveva costituire una tradizione storica, valida anche per un sacerdote d’alto rango. Per Alan B. Loyd, i resoconti di Erodoto sulla storia egiziana quindi riflettono appunto le caratteristiche che ci si dovrebbe attendere qualora i rendiconti fossero basati su un tale corpus letterario. In altre parole, ciò che Erodoto ha raccolto era considerato dai sacerdoti egiziani come una loro conoscenza tramandata dai tempi antichi» (Joseph Dasvidovits, Il Calcestruzzo dei Faraoni, 167).

Il tempo sardiano. Questa informativa di Dasvidovits è molto scoraggiante. Peraltro non è l’unica interpretazione che ci ammaestra a prendere con le pinzette il senso del tempo presso gli Egizi. Però bisogna riconoscere che il computo del tempo non è mai stato facile. Ogni tentativo di calcolo ha incontrato enormi ostacoli. Il Calendario nel lontano passato era una scienza specialistica e iniziatica, appannaggio del ceto sacerdotale. Peraltro, i popoli mediterranei e vicino-orientali misurarono il tempo in modo diverso tra loro. Pure tra Greci e Romani ci furono calendari alquanto divergenti.

Le festività ebraiche, così connaturate alla cultura degli antichi Sardi (dei Sardi pre- e post-romanizzazione), aiutano ad intuire che il Calendario dei Sardiani fu omologo a quello ebraico e per ciò stesso fu omologo a quello dei Fenici, coi i quali gli Ebrei si mischiarono nella frequentazione e nell’occupazione pacifica della Sardegna.

«Si noti che presso gli Ebrei il calendario di culto subì mutamenti significativi. Il calendario pre-esilico, avente il capodanno in autunno, era accentrato sulla celebrazione della vittoria di Yahweh sulle forze del Chaos, analogamente ad altre religioni dell’antico Oriente. Nel calendario esilico (e post-esilico), col capodanno in primavera, acquista preminenza la celebrazione pasquale dell’Esodo, evento fondante cui si agganciano tutte le speranze di liberazione e di ripresa nazionale».3

In ogni modo, i Sardiani ebbero un loro proprio nome per indicare l’anno: era il sum. Mu, da cui derivò il cognome sardo Moi, e da cui derivò, per antonomasia, anche il nome anglosassone della Luna: Moon (leggi /mun/). Inutile dirlo, fu sempre la Luna a determinare il tempo dei nostri antichi padri.

Il calendario sardiano. Questo tema richiede una premessa sulla cognizione del tempo presso i Sardi nell’antichità preromana. Tempi dei quali sappiamo direttamente poco, per cui siamo portati a integrare le nozioni con quanto si tramanda dai popoli più noti; questa penuria induce comunque a fare tesoro di alcuni termini sardi attuali, dalla cui analisi linguistica è possibile avere più luce sul Calendario Sardiano.

Più su abbiamo constatato che è difficile parlare del Calendario con riferimento ai popoli che ebbero una civiltà nota e tramandata per iscritto. Ancora più difficile è scrutare lo stesso problema presso un popolo come quello Sardo, che nell’alta antichità non ebbe quasi nessun episodio di memoria scritta. Per la Sardegna sembrerebbe quindi impossibile parlare di calendario. Invece non è così. Una serie di dati linguistici portano a credere che i Sardiani (o Šardana) ebbero un calendario simile a quello ebraico e, per estensione, simile a quello siro-fenicio.

Comincio a provarlo proprio col mese di Cabidánni ‘Settembre’, che non avrebbe senso chiamare ‘Capodanno’ se gli antichi Sardi avessero computato l’anno da Gennaio o da Marzo. Va da sé che il Capodanno degli Šardana cominciava proprio con l’attuale mese di Settembre, come quello degli Ebrei pre-esilici.

Peraltro tutto ciò è attestato in modo palmare, se teniamo presente la lunga discussione fatta sui Misteri di Adone (che sono una tradizione siro-fenicia, e di riflesso una tradizione cananeo-ebraico-šardana), che si svolgevano nel mese di Settembre e che rappresentavano in modo solenne il mito della morte e rinascita della natura, ossia il mito della morte dell’anno vecchio e dell’inizio del nuovo anno.4

Un altro forte indizio (anzi, una prova) è il termine log. e sass. istíu, iłstíu ‘estate’. La base etimologica non è il lat. aestivum ‘ciò che accade d’estate’, come hanno dichiarato frettolosamente troppi linguisti, ma l’akk. ištiyû ‘primo’ < ištēn ‘uno’. Evidentemente i Mesopotamici chiamarono in tal modo la prima stagione che succedeva al solstizio d’estate (considerata pertanto come quella che dava inizio al nuovo anno). Vediamo, qui appresso, di fare luce definitiva su quanto è testimoniato sull’Anno in Sardegna.

SBARCARE IL LUNARIO. Intanto fu sempre la Luna, nel lontano passato, a scandire il tempo annuale nonché quello dei mesi. Il sintagma italico “sbarcare il lunario” significò ‘terminare l’annata (scampando alla fame)’. La s- di s-barcare è “completiva” (particella indicante l’atto del completamento). Barca, è pleonasmo indicante la Luna, < akk. (w)arḫu(m). Traduciamo quindi: “consentire alla Luna di completare il corso annuale (di fare il… lunario)”.

ARGHÍTTU è cognome sardo, anch’esso con base etim. nell’akk. (w)arḫu(m) ‘luna’, ‘giorno della luna nuova’ + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova si facevano dei riti propiziatori o anche incantesimi. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo sardo Archittu. In tal caso la base etimologica è l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’. Questo lemma ha una radicale relazione con i mesi, ma indica principalmente l’inizio dell’anno, in quanto l’Anno cominciava col primo arco della Luna Nuova.

Il Capodanno. Quindi non è affatto vero che un termine indicante il “Capodanno” fosse ignoto nell’epoca šardanica: era detto Arghittu, come ora sappiamo. I nomi oggi vigenti sono purtroppo banalmente simili nell’intera Europa: vedi ingl. New Year, sardo Candeláriu (‘Calendario’), it. Capodanno.

Dicevamo che l’anno sardo cominciava inequivocabilmente in Settembre, e le prove sono più d’una, anzitutto il fatto che nel sardo attuale e in quello medievale tale mese è detto Cabidanni. In secondo luogo perché l’anno degli antichi Romani cominciava in Marzo, e quindi è accertato che la nostra tradizione non proviene dai Latini.

Prima di procedere sul Capodanno dobbiamo ricordare che esso, almeno in Sardegna, ricorreva con riti di carattere eliminatorio-fondativo: all’inizio di Gennaio si esorcizzava la stagione infeconda (l’inverno in quanto freddo) e si celebrava invece l’inizio delle piogge, le quali rifondano il ciclo vitale eliminando i pericoli della siccità e della carestia. Ma occorre precisare che la stagione delle piogge aveva pari valore sia all’inizio sia al suo termine, ed a tal fine spesso tra certi popoli antichi l’anno era diviso in due parti nette, onde la fine delle grandi piogge (l’inizio della Primavera) aveva uguale valore fondativo, talché è proprio attorno alla Pasqua che i vari popoli mediterranei ricordavano la morte-rinascita del Dio misterico: Adone per i semiti occidentali e per i Sardi, Core (Persefone) per i Greci, Osiride per gli Egizi, Tammuz per i Babilonesi, Gesù per i Cristiani, ecc.

Certo è che un fortissimo mito fondativo era imperniato al momento in cui l’anno cessava di dispensare il buio e procedeva verso il Sole allungando le ore. Si tratta dell’attuale Capodanno europeo.

Tra gli Ebrei il Capodanno era a Settembre (Tišri), ma anch’essi avevano la tradizione di considerare come doppio Capodanno il periodo pasquale (plenilunio equinoziale: mese di Nisan), seguendo la tradizione babilonese che poneva appunto il Capodanno al 1° di Nisan (marzo-aprile). In Sardegna abbiamo già notato che i Capidanno erano tre, a Gennaio, a Pasqua, a Settembre.

L’anno in generale. In Mesopotamia l’anno cominciava col plenilunio di primavera; in sé però il primo mese dell’anno cominciava col riapparire della luna. L’anno attico dopo Solone cominciava nella seconda metà di luglio, ma è noto che parecchie città della Grecia ebbero un calendario particolare.

I Celti cominciavano l’anno il 1° novembre. Halloween (un tempo chiamato Samhain, leggi sow-in) era il rito propiziatorio del 31 ottobre che scacciava l’anno vecchio. Si accendevano grandi falò, attorno ai quali si danzava e si festeggiava per intimorire e scacciare gli spiriti maligni che cominciavano ad albergare nelle tenebre oramai troppo lunghe. Anche la mascheratura del viso e del corpo aveva le stesse funzioni repulsive. È proprio in questo periodo che avviene il repentino cambio di stagione nel centro-nord Europa, a distanza di un mese dall’equinozio d’autunno, allorché le masse d’aria polari cominciano a irrompere.

Il calendario di 365 giorni, noto durante l’epoca repubblicana romana, era ancora quello egizio, e fu Giulio Cesare a modificarlo, inserendo un giorno ogni quattro anni: fu il calendario che durò di più nella storia europea, anche per la sua precisione.

Come detto, gli Ebrei avevano due date d’inizio anno: una corrispondeva all’equinozio di primavera, l’altra all’equinozio d’autunno (Es 12, 2.18; 23,16; 34,22). L’iscrizione del X secolo a.e.v., nota come Calendario di Gezer (SU 140), distingue i mesi a seconda dei raccolti e fa coincidere l’inizio dell’anno con l’autunno:

  1. yrḥw ‘sp yrḥw z Mese del raccolto, Mese della semina
  2. r‘ yrḥw lqš Mese dell’ultima semina
  3. yrḥ ‘ṣd pšt Mese della trebbiatura del lino
  4. yrḥ qṣr š‘rm Mese della mietitura dell’orzo
  5. yrḥ qṣr wkl Mese della mietitura e della misura
  6. yrḥw zmr Mese della potatura
  7. yrḥ qṣ Mese della raccolta della frutta
  8. ‘by(h) Abiyāh

Sappiamo comunque che gli Ebrei ebbero a imitare presto il calendario babilonese, nel quale si faceva combaciare il calendario lunare di 354 giorni e mezzo col calendario delle stagioni, onde aggiungevano un mese ogni due o tre anni. Ma a sua volta il calendario delle stagioni rimase sempre sdoppiato, essendo legato ad un fenomeno naturale tanto importante quanto complesso: la rinascita della flora, che aveva due cicli, quello della Primavera e quello d’Autunno. In tal guisa, gli Ebrei celebravano il Capodanno (Rosh ha Shanah, citato in Ez 40,1) il primo giorno del mese di Tišri (settembre-ottobre), che era però il settimo mese del calendario ebraico (Lv 23, 23-25; Nm 29, 1-6). Infatti secondo Es 12,2 il mese di Abib (noto poi come Nisan, marzo-aprile) è il primo mese dell’anno, per quanto non vi sia prescritta alcuna festa. Alcuni studiosi fanno però notare che al primo di Nisan cominciava pure l’anno babilonese, onde è ulteriormente accertato l’influsso babilonese sul calendario ebraico. Altri studiosi ipotizzano sottilmente che l’originaria festa ebraica dell’anno nuovo cadesse in primavera in quanto era il Capodanno regale, in cui si enumeravano gli anni di regno, mentre il primo di Tišri era il calendario religioso o agricolo, valido a computare il calendario liturgico.

In ogni modo il pergamenaceo rotolo di Qumran noto come “Rotolo del Tempio” (il più lungo tra quelli trovati) dà il calendario delle festività, corrispondenti pienamente a quelle note dagli altri testi di Qumran, in cui si evince chiaramente un anno diviso in 12 mesi di 30 giorni più un giorno ogni 3 mesi e quindi di 364 giorni (vedi IQM, II,1-5; IQS, X, I; 4QSI). Il rotolo rivela a questo proposito ancora qualcosa di interessante: una serie di festività cadevano di domenica a distanza di 50 giorni l’una dall’altra; l’offerta del primo covone (la domenica 26 del primo mese), la festa delle settimane (la domenica 15 del terzo mese), la data del vino nuovo (la domenica 3 del quinto mese). Questa constatazione può, a quanto sembra, contribuire a risolvere il problema della adozione della domenica, in luogo del sabato, da parte dei cristiani.5

L’anno in Sardegna

Dopo tutto quanto precede, scopriamo pure che l’Anno degli antichi sardi era noto in quanto vocabolo, oltre che come misura del tempo. Addirittura in Sardegna ci furono due nomi – parimenti importanti – per indicare l’Anno; ne presento l’etimologia:

ANNU ‘anno’ (cfr. lat. annus) < bab. Annum ‘dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese iniziale di Gennaio, sd. Ennarzu < sum. en ‘Signore, Lord (Sîn)’ + ara ‘volta: in moltiplicazione’; en-nara = ‘le volte del Signore’ (sottint. ‘le 12 volte’).

MÒI cognome che ha base etim. nel sum. mu ‘anno’. Quindi questo cognome in origine indicò proprio l’anno sardiano.

Le stagioni in Sardegna

Considerate le concezioni antiche che portarono alla formulazione del ciclo dell’anno e dei suoi tempi, la Sardegna distinse alquanto la propria nomenclatura, usando fin da epoche arcaiche ben sei termini peculiari per indicare le stagioni. La Sardegna classifica precipuamente tre stagioni: l’Inverno, la Primavera, l’Estate. Nessuna stranezza! Ancora oggi in Sardegna il clima è tale da produrre materialmente soltanto tre stagioni. L’Autunno in Sardegna è sempre stato poco apprezzato, essendo nota la transizione quasi traumatica da un’estate che dura 4-5 mesi, all’inverno che inizia tra Ottobre e Novembre (anche tra gli antichi Celti, come più su abbiamo notato, l’anno cominciava al 1° Novembre). Certamente esiste anche la parola sarda indicante l’Autunno: è atonzu, attugnu, molto simile a quella latina: autumnus. Ma, stranamente, questo lemma non fa riferimento alla temperatura né ad altri fenomeni terrestri: è propriamente un vocabolo marinaro, interessò quindi le tribù o populi della Sardegna costiera dediti alla marineria. Lo vedremo adesso tra le etimologie. Ma è la Gallura a conservare ancora un secondo lemma sardo indicante l’autunno: è vagghjmu, un vocabolo affiorante dalle vocazioni agro-pastorali.

Anche per la Primavera la Sardegna usò due termini, evidentemente uno vigente al nord, l’altro al sud dell’isola.

ATONZU, attugnu ‘autunno’. Assieme al lat. autumnus ha base etimologica nel sum. a ‘acqua, mare’ + tumu ‘wind’ + -nu suffisso e prefisso sumerico di situazione; a-tum-nu indicò fin dalle origini il periodo annuale in cui i venti riprendono ad agitare il mare, rendendolo pericoloso.

CUTZU è cognome con base accadica, da kūṣu, kuṣṣu ‘inverno’, ‘freddo intenso’. Questo fu in origine il vero nome sardo dell’Inverno. Va da sé che il lemma sardo iérru ‘inverno’ è un accatto dalle lingue continentali (francese, italico).

ERÁNU log. ‘primavera’; base etimologica è l’akk. ēru(m) ‘risvegliarsi, to (be)come awake’. Quindi eránu in origine indicò il ‘periodo del risveglio (floreale)’.

ISTÍU, iłtíu log. e sass. ‘estate’. Base etimologica non è il lat. aestivum ‘ciò che accade d’estate’, come dichiarano molti linguisti, ma l’akk. ištiyû ‘primo’ < ištēn ‘uno’ (prima di un nome). Evidentemente fu così chiamata la prima stagione successiva al solstizio d’estate (e dunque l’Estate era considerata, forse nelle alte età paleolitiche, l’inizio dell’anno).

SESTU cognome corrisp. al toponimo Sestu, relativo al nome di un comune presso Càgliari, già attestato nel 1341 come Sexto. Ivi non passava alcuna strada romana, dunque è impossibile ipotizzare il nome dal lat. Sextum ‘sesto (miliario)’. Esistette un’altra città con questo nome, Sestos, agglomerato greco del IX-VI sec. a.e.v. nel Chersonesos tracico, di fronte a Troia. Non potendosi affermare che in zona greca sia attecchito un aggettivo latino, si deve pensare a un termine frigio-lidio, alla pari di tanti altri toponimi gravitanti nell’Anatolia occidentale o all’incirca. La base etim. è il sum. šeštub ‘primavera’. Questo cognome è pure un antico nome muliebre.

VAGGHJMU gall. ‘autunno’, ‘pascolo autunnale’, ‘erba che cresce con le prime piogge d’autunno’. A quanto pare, la base etimologica è il sum. ua ‘approvvigionatore, rifornitore’ + gin ‘grass’: ua-gin ‘approvvigionatore di erba’. Infatti in Sardegna l’erba comincia a crescere con le prime piogge autunnali; ciò a maggior ragione in Gallura. L’etimologia è la stessa che propongo per il mese di Ottobre (Sant-ua-ìni): vedi appresso.

I Mesi in Sardegna

Fissare la misura del mese fu un fatto complesso per ogni popolo. Nella Bibbia ci si riferisce ad un mese composto di 30 giorni, per quanto poi gli Ebrei usassero normalmente il Calendario Lunare (29 giorni e mezzo). Il calendario assiro-babilonese aveva 12 mesi lunari di 29-30 giorni irregolarmente alternati. La corrispondenza con l’anno solare si otteneva aggiungendo 1 mese intercalare dopo l’ultimo mese dell’anno, di cui si ripeteva quel nome con l’aggiunta di secondo. In Sardegna il mese intercalare si chiamava Deretta, ed ovviamente, cominciando il nuovo anno a Settembre (Cabidanni), non poteva che corrispondere al mese precedente, l’attuale Austu.

Una certa qual controprova che lo scomparso Deretta corrispondesse all’attuale Austu la abbiamo nel vocabolo Istìu ‘Estate’, recante l’arcaico significato di ‘Primo’ ossia ‘Inizio’ (del nuovo anno).

Dall’elenco delle etimologie che propongo qua sotto s’evince che i nomi dei mesi in Sardegna sono totalmente autoctoni, escluso – da 2000 anni – Aùstu (nome troppo cogente, imposto forzosamente per tutto l’Impero al fine di festeggiare le Feriae Augusti, il Ferragosto). Per questo il nome Aùstu sostituì lentamente il mese intercalare Deretta.

Che la Sardegna abbia conservato intatti, fin dall’origine dei tempi, i nomi dei propri mesi è un risultato clamoroso, che sconfessa l’intero corpo accademico mondiale, il quale sostiene caparbiamente che i nomi dei mesi sardi siano d’origine latina. In più, dalle etimologie siamo stati in grado di stabilire definitivamente – ma era peraltro intuitivo – che i mesi in Sardegna servivano a indicare i vari periodi delle fatiche umane, suddivisi secondo lo svolgersi dei fenomeni naturali.

Così come accade per migliaia di altre parole sarde, anche i mesi hanno conservato una fonetica diversificata secondo le aree tribali dell’isola, ed addirittura hanno conservato (per giugno, luglio, ottobre, novembre) persino due, tre, quattro nomi diversi. L’ultimo mese del calendario attuale (Idas), avendo subìto l’influsso della religione cristiana, è chiamato alternativamente anche Mese e Nadàle.

MESE, mési log. e camp. ‘mese’. Nel Mediterraneo questa denominazione è attecchita un po’ ovunque, poi fu ereditata anche da altri popoli: toc. A mañ, B meñe; got. mēna, lit. ménů (OCE II 472). I prototipi classici sono lat. mēnsis ‘mese’, gr. μήν ‘mese’, μήνη ‘luna’, ma la base più arcaica, per le altre parlate italiche, nonché per il sardo, è il sum. me ‘Essenza, divina proprietà motrice dell’attività cosmica; Being, divine properties enabling cosmic activity’ + šid ‘to count, contare’. Il composto me-šid fin dalle origini paleolitiche significò ‘computo dell’Essenza cosmica’. L’Essenza cosmica, il Motore dell’Universo in origine fu la Luna, la Dea Luna, che impersonificò anche la Dea Mater Universalis. Questo fu il motivo per cui, persino in periodo storico, molti popoli hanno proseguito a contare secondo le lunazioni, aggiustando con vari metodi la conta annuale ma tralasciando le misure basate sugli equinozi e sui solstizi.

  1. Gennaio

ARGHÍTTU cognome (già discusso all’inizio del Capitolo) che ha base etimologica nell’akk. (w)arḫu(m) ‘la luna’, giorno della luna nuova + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova (quale Dio supremo del mondo sumerico) si facevano dei riti propiziatori o anche degli incantesimi veri e propri. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo Archittu. In tal caso la base etimologica più congrua sembra l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’. Tutto lascia intendere che questo cognome indicasse in origine il Capodanno.

ENNARZU log. ‘gennaio’. Questo termine non deriva affatto dal latino Januarius. La questione va chiarita sulla base di due vocaboli, dei quali quello accadico interessa Sardegna e Lazio, quello sumerico interessa esclusivamente la Sardegna. Il primo è Annu, che in Sardegna e nel Lazio indica l’anno (cfr. lat. annus). Esso ha la base etimologica nel bab. Annum ‘dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese iniziale dell’anno, Januarius. Il termine sardo Ennarzu per ‘gennaio’ ha invece la base nel sum. en ‘Signore, Lord (Sîn)’ + ara ‘volta: in moltiplicazione’: en-nara ‘le volte del Signore’ (ossia ‘Signore che si ripete 12 volte’). Fu proprio in onore del Dio Luna – apportatore delle piogge – che ai primi di Gennaio iniziavano i grandi festeggiamenti di Carrasegàre.

  1. Febbraio

FREBÁRI, Fervári, Frevári cognome medievale già annotato nel Medioevo tramite il CSNT passim; CSP 141,142,205,225,279; Mi rendo conto che tale nome personale è basato a sua volta sull’arcaico nome del mese di Febbraio, detto a Roma Februarius e in Sardegna Frevárju, Friarzu, Breárju, etc. La base etimologica è la stessa per il latino e il sardo (bre-, febr-), poiché la parola è mediterranea, dall’akk. berû ‘essere affamato, affetto da carestia’ (di animali, campi) + agg. mediterraneo di agente -árju. Come si vede, questo mese nel Mediterraneo era chiamato in tale modo perché quelli erano e sono i “giorni della merla” (da sum. mir-la ‘venti freddi da nord apportatori di tempesta’), ossia i giorni delle grandi gelate o brinate, che bloccano o fanno morire l’attività vitale delle erbe. Non a caso Frevárju è il mese nel quale arrivano al culmine le attività di Carrasegàre, ossia Carnevale, attività magiche e preghiere invocanti il Dio della Natura ed imploranti la sua resurrezione.

  1. Marzo

MARTU in sardo è il mese di ‘Marzo’, corrotto in Martzu per voga italianistica. Questo è nome mediterraneo, comune agli antichi Sardi ed anche ai Latini, coloro che in un secondo tempo conquistarono l’isola.

Nell’indagine etimologica dobbiamo fare attenzione ad ogni aspetto contraddittorio nelle nomenclature. Ad esempio, è contraddittorio, prima che eccessivo, che gli antichi Sardi (e pure gli antichi Romani) intestassero al dio latino Marte sia il Martedì sia il mese di Marzo. E’ ovvio che tale nome-doppione è una paronomasia, ossia è un comodo adagiarsi su fono-semantemi seriori, dopo che si era perduto l’arcaico significato dei nomi dell’uso millenario. Per i Sardi questo doppione è doppiamente sospetto, perché in Sardegna si parlava lingua semitica ed era praticamente impossibile che, prima dell’invasione romana, preesistessero addirittura due nomi calendariali intestati a un dio nemico.

Occorre pertanto raddrizzare il vero significato sia dell’attuale Martedì sia dell’attuale Marzo. Per Martedì (Marti) vai a suo luogo.

Anche il nome sardo-mediterraneo Martu ‘Marzo’ fu interpretato dai Romani come riferito al dio Mars, Martis, e Martius fu l’aggettivale che a un certo punto prevalse. In realtà, così come succedeva per gli altri mesi, anche questo era stato legato, com’era solito nei tempi preromani, ai momenti cruciali che segnano le tappe annuali della sopravvivenza. Il mese riceveva il nome dall’akk. marû ‘ingrassare (con le nuove erbe di fine inverno)’, da cui mārūtu ‘tecnica d’ingrasso’.

  1. Aprile

ARBÌLE sardo ‘Aprile’. Su questo mese si sono spesi fiumi d’inchiostro al fine di dimostrare, con le etimologie più astruse che mi perito di citare, l’una o l’altra origine, suffragata da parole inverosimili, molto lontane dalla logica e dalla fonetica. Questo dicasi per la lingua sarda ed anche per la lingua latina. Per quest’ultima si cimentò per primo Varrone (L. Lat. 6,33), già 2000 anni fa, ad accreditare aprīlis “quod ver omnia aperit”, mettendo in relazione questo mese con l’apertura della primavera. E nessuno ha preferito la semplicità intuitiva e la perfezione della identità, ricavando il nome del quarto mese dell’anno dall’ebr. ‛arbà ‘quattro’, akk. arbaʼu ‘quattro’.

  1. Maggio

MÁU, Máju sardo ‘Maggio’. I Romani lo chiamavano Majus e credevano che prendesse nome dalla dea Maja, senza render ragione dell’abbinamento. In realtà, la base etimologica è il sum. ma ‘ship’ + ḫu ‘dissotterrare, ripulire’: maḫ-ḫu significò ‘(mese della) rimessa in azione delle navi’. Infatti cominciava in quei giorni la ripresa della navigazione, ch’era stata interrotta da ottobre ad aprile.

MES’E BURRICCOS log. ‘Maggio’. Wagner, incapace di volare alto, scrive che il nome deriva dal fatto che nel mese di maggio «gli asini vanno in calore». Da questa volgare “intuizione” non fu distolto nemmeno dall’osservare che burriccu è nome esclusivamente meridionale. Il nome ha base etimologica nell’akk. būru ‘hunger, fame’ + ikûm ‘field, campo’. Il composto būr-ikûm significò in origine ‘fame dei campi’ (poiché è l’ultimo mese dell’anno prima delle nuove messi).

  1. Giugno

LÀMPADAS ‘(mese di) Giugno’. Wagner ricorda che già nel Medioevo lampadas era il nome del mese di giugno (St. Sass. II, 17 (60r); 126 (41v). E sostiene che «questa denominazione esisteva nell’Africa settentrionale, dove si celebravano feste con illuminazioni prima in onore di Cerere, poi in onore di San Giovanni, e che queste feste ricorrevano nel mese di giugno, detto perciò lampades come risulta da passi delle opere di Fulgenzio, vescovo di Ruspe, e di S.Crisostomo. Si deve arguire che gli Ebrei espulsi dall’Africa e stabilitisi in Sardegna siano stati i mediatori».

C’è da chiedersi come gli Ebrei possano essere i mediatori della tradizione attecchita in Sardegna. Fosse stato vero, essi avrebbero utilizzato termini propri, non un termine latino-greco come làmpada. Va poi osservato che il significato antropologico dei fuochi del solstizio d’estate va riferito al Dio Sole, che in misura diversa ebbe il suo momento di supremo culto un po’ in tutto il Mediterraneo.

Ho dimostrato dappertutto che i termini apparsi nei condaghes o nei coevi Statuti sono antichissimi, molto più antichi del termine latino làmpada (formato sull’accusativo greco), il quale fu importato dalla Grecia nientemeno che ai tempi di Cicerone e Virgilio, ossia quando stava per cominciare l’Era Volgare: terminus ante quem troppo vicino a noi, che porta a ritenere inaccettabile l’omologazione di Làmpadas ‘lampade’ a Giugno. Va aggiunto che gli antichi Greci non lasciarono in Sardegna segni linguistici di sorta, se non quelli seriori portati dai bizantini: ed un termine bizantino, in questo caso, va rifiutato a fortiori.

Lampadas ‘giugno’ ha base etimologica nel sum. lam ‘far crescere riccamente’ + pad ‘rompere, fare a pezzetti; sminuzzare’ (senso di ‘trebbiare’): significò ‘trebbiatura della ricca crescita’. Infatti Làmpadas è il mese della trebbia dei cereali.

  1. Luglio

IL MESE DI LUGLIO IN SARDEGNA

Così come accade per migliaia di altre parole, in Sardegna anche i mesi hanno talora due o più nomi, relitti della frammentazione tribale che nell’antichità e sino ad epoca romana persistette nell’isola. Comincio col primo dei due nomi.

ARGIÒLA (mese e) camp. ‘luglio’. La forma base di argiòla è il log. arzòla; infatti, anche proponendo per base (come fa Wagner) la forma campidanese (e come derivata quella logudorese), la prima potrebbe difficilmente giustificare la sua -g- partendo dal lat. areola. Che Wagner rafforzi il proprio orientamento basandolo sulle forme antiche quali ἀργιόλα della Carta Greca 14, o ariola del CSP 10, 186; CSNT 106, 223; CSMB 176, è poco congruo, poiché quelle scritture attengono soltanto a un breve periodo, alla fine del Medioevo, epoca recente e circoscritta rispetto ai millenni che ci separano dalla nascita del termine, il quale non è latino ma sardo-sumero-accadico. In Sardegna quella del tardo-Medioevo e dei condaghes fu un’epoca connotata da una classe di monaci-scribi di formazione latina, i quali a contatto con le parlate sarde riuscirono (a stento) a renderle con le grafie a loro più familiari, quelle imparate sui codici latini con i quali s’erano formati.

Prima di trattare l’etimologia di argiòla occorre prendere atto d’un fatto incontrovertibile, reso sicuro dalla mia testimonianza diretta e dalla interpretazione da parte di tutti gli storici ed archeologi, cioè che le “aie” dove si trebbiava il grano, scelte obbligatoriamente nelle parti più ventilate delle valli, delle colline, dei monti, erano nel contempo anche “circoli solari” dove il popolo praticava anche il ballo sacro, su baḍḍu tundu. Ebbene, considerata la sacralità della trebbiatura dei cereali, sembra ovvio che essa fosse preceduta proprio dal “ballo tondo”, da una danza sacra di ringraziamento al Dio supremo. In epoca sumerica l’essere supremo era il Dio Luna.

Ed ecco l’etimologia, dall’akk. arḫu ‘Luna’ + ṣulû ‘supplica, preghiera’. S’arzòla quindi era un sito dove, prima delle operazioni della trebbiatura – in sé importantissime perché dal cereale dipendeva la vita dell’uomo per il futuro anno – si levava una supplica, una preghiera corale al Dio Luna, manifestata nel modo più congeniale che il popolo sardo seppe conservare, che era su ballu tundu.

Per correttezza, propongo di seguito due altre etimologie: sum. ara ‘grindstone, to grind’ (oppure ar ‘preghiera) + ul ‘to grind’. Se assumiamo il composto ara-ul (> stato costrutto sardo ari-òl-a) avremmo il significato di ‘pietra per macina’ (e andrebbe bene, per il fatto che le aie per trebbiare furono sempre basolate con pietre piatte, adatte allo scopo). Se invece assumiamo il composto ar-ul (poi diventato ari-ul per attrazione dal precedente composto), dobbiamo tradurre un originario ‘preghiera per la trebbia’, e in tal caso assumerebbe più importanza l’atto iniziale della trebbiatura, che certamente era costituito dai preliminari onori al Dio Sole.

La traduzione ‘preghiera per la trebbia’ è indissolubilmente legata all’altro significato assunto dal nome comune argiόla, che è ‘chiacchiera’. Questa metamorfosi è fortemente maliziosa, ed avvenne ovviamente in epoca bizantina (dal 600 al 1000 e.v.), allorché i preti cristiani riuscirono a scalzare dalla Sardegna gli antichi usi sacri, sostituendovi semantiche dissacratorie.

TRÍULA log., tríura sass., tréula camp. ‘trebbiatura’; ‘(mese di) luglio’ (si usa in tutta la parte settentrionale dell’isola, corrispondente al merid. argiòla ‘luglio’); triurà sass., tribuláre log., triguláre orun.; camp. treulái ‘trebbiare’. Wagner pone l’etimologia nel lat. tribulare ‘pigiare, calcare’ da tribŭlum ‘trebbia’ (specie di carro a ruote basse e larghe munite di denti).

Indubbiamente il carro da trebbia latino era, per quei tempi, un evento tecnologico, ma non dimentichiamo che in Sardegna fino a 50 anni fa si trebbiava ancora facendo trottare una fila di cavalle attorno a un palo. Nella più alta antichità, quando in Europa e nel Vicino Oriente il cavallo era ancora poco o punto conosciuto, si trebbiava con i buoi, possibilmente con i tori, animali più grossi e pesanti, oltreché più energici. Infatti la base etimologica di tríula è l’akk. ṭerû(m) ‘battere’, ‘sfregare’ + ullu ‘toro’ > t(e)ri-ull-are.

  1. Agosto

DERETTA cognome sardo che fu termine sardiano, con base nell’akk. dīru, derû ‘mese intercalare’ + ittu ‘caratteristica, natura speciale’, col significato di ‘mese intercalare X’ (anche i Sumeri ed i Babilonesi avevano un mese intercalare, come peraltro gli altri popoli del Vicino Oriente, per colmare le differenze create dalle mensilità lunari).

AUSTU è nome seriore che ha subito la tradizione imperiale romana, da (Feriae) Augusti ‘Ferragosto’.

  1. Settembre

CABIDANNI è il mese di ‘settembre’. Indica proprio il capodanno (espresso con lo stato costrutto: cabu d’annu > cabi d’anni), poiché in Sardegna l’anno agricolo cominciava con l’arrivo delle piogge di fine estate. Per l’etimologia di annu vedi più su; quanto a cabu, in Sardegna s’usa tradurre il termine come ‘capo, promontorio marino’ (oltreché come testa). Ma il concetto è più complesso, coinvolgendo anche certi fenomeni lontani dal mare. L’origine non è dal lat. caput ma dall’akk. kāpu ‘roccia, riva, cliff, embankment (of river, of mountain)’. Insomma, Cabudanni = ‘Capodanno’, ha base etimologica nell’akk kāpu + sd. annu ‘anno’ (cfr. lat. annus) < bab. Annum ‘dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus.

  1. Ottobre

MESELADÁMINI ‘ottobre’, il mese in cui si comincia a distribuire il letame sui campi. Vedi Ruzzittu e Santuaìni.

RUZZITTU cognome; è l’arcaico nome sardiano del mese di Ottobre (Mese e ladámine ‘mese del letame’), avente base nell’akk. rubṣu(m) ‘letame d’animali; lettiera’ + sum. itud ‘mese’, col significato di ‘Mese del letame’.

SANTUAÍNI. In molti villaggi dell’isola è il nome del mese di Ottobre. Il quale con San Gavino non ha niente da spartire, avendo la stessa etimologia già vista per l’Autunno della Gallura (Vagghjmu).

Infatti la base etimologica è il sum. ua ‘approvvigionatore, rifornitore’ + gin ‘grass’: ua-gin ‘approvvigionatore di erba’. Infatti in Sardegna l’erba comincia a crescere con le prime piogge autunnali, che normalmente cadono all’inizio di Ottobre (Sant-ua-ìni). Non mette conto fare osservare l’apposizione di quel Sant-, che i monaci bizantini inventarono per ogni occasione, senza che in questo caso si tenesse conto che santu Aìni (san Gavino) a P.Torres, luogo del suo martirio, si festeggia nel mese di maggio.

SANTU MIÀLE ‘Ottobre’ (nel centro-Sardegna). Tenuto conto che in questo periodo cominciano le grandi piogge, possiamo ricavare l’etimologia dall’akk. šatûm ‘bere’ + alû ‘Toro celeste’ (ipostasi del Dio Sommo, colui che fa cadere lo “sperma” divino ossia la pioggia: da confrontare col romano Giove Pluvio). In composto fece šatûm alû, ed al genitivo šatûm alī, col significato di ‘piogge del Dio Toro’. Non è un caso che la festa di S. Michele Arcangelo (ricorrenza bizantina) in mezza Sardegna ricada il 29 settembre, si può dire “a bocca di pioggia”.

  1. Novembre

SANT’ANDRÌA in Sardegna denomina il mese di Novembre, altrimenti detto d’Ogniassanti. Dolores Turchi scrive: «Si comprende perché fu scelto proprio il nome dell’apostolo Andrea a copertura di una festa che aveva ben altri contenuti. Tutto il mese di novembre era dedicato a Dioniso… A Galtellì Sant’Andria è detto su santu e su vinu… perché in quel mese si sturano le botti». Purtroppo, la Turchi non spiega perché sant’Andrea sia il “santo del vino”, e perché viene abbinato a Dioniso. Non basta sostenere che, in quanto patrono, viene celebrato il 30 novembre (salvo eccezioni).

Purtroppo per lei, sant’Andrìa è una paronomasia, creata certamente dai preti bizantini nella loro infaticabile missione volta ad obnubilare la religione sarda. Il vocabolario religioso e carnevalesco della Sardegna è zeppo di paronomasie create “a tavolino”. Circa le feste dedicate agli Apostoli e agli altri Santi, nessuno si è mai posto il problema di come siano stati stabiliti dal Vaticano i mesi e i giorni di ciascuna festa. Qualcuno dovrebbe spiegare perché la festività di S. Andrea cada proprio a Novembre. Non conoscendosi i giorni di nascita e di morte degli Apostoli, la fissazione delle ricorrenze rimase nell’assoluto dominio della Chiesa, che in tal guisa ebbe campo libero nel creare una rete arbitraria di punti solidi coi quali soffocare, inglobare, camuffare ed azzerare le manifestazioni religiose dei Sardi. Sant’Andrìa è una paronomasia operata sopra un sintagma sardiano. Santu è basato sull’akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ con epentesi di -n-; questo campo semantico del ‘bere’ ingloba anche il mese di Ottobre, perché Ottobre e Novembre sono i mesi in cui iniziano le grandi piogge: i campi cominciano ad essere irrigati ed ai coltivatori si dà accesso ai diritti d’irrigazione. Quindi Novembre era particolarissimo per la doppia manifestazione del ‘bere’: quella dell’uomo che assaggia il vino, quella della natura che riceve le grandi piogge. Andrìa è un composto sardiano basato sul sum. an ‘Cielo’ + dirig ‘galleggiare, inzuppare’: an-dirig significò ‘cielo che inzuppa’ (la terra). Si ebbe in seguito la metatesi: drīa. Il significato complessivo è ‘Mese in cui il Cielo inzuppa la terra’.

12: Dicembre

IDAS (mesi e) camp. ‘dicembre’. Il primo raffronto lo troviamo nel latino Īdūs, che secondo Varrone è di origine etrusca (Itus). Il termine ricorre pure presso gli Oschi, e presso i Sabini. In latino per Īdūs s’intendevano però le Idi, ossia la metà del mese, il giorno 13 o 15 secondo i mesi. Mentre qui, in Sardegna, troviamo il termine per indicare l’ultimo mese dell’anno.

La base etimologica di tutti questi termini mediterranei, principalmente di quello sardo, è accadica. Proprio in Sardegna si è conservato fedelmente il significato originario. In accadico idu(m) è un maschile plurale e indica i ‘salari, paghe, pagamenti, rendite, affitti’. Era il termine dei pagamenti dovuti, ad esempio, agli operai che lavoravano per un padrone. Evidentemente, in Mesopotamia i pagamenti avvenivano alla fine dell’anno. Questa tradizione di pagare alle Idi c’era pure a Roma (cfr. Orazio, Epodi 2,67). La voce etrusca itus richiama il sum. itud, iti ‘mese’ (OCE II 431).

MESEÌDAS ‘dicembre’, altrimenti detto Nadàle. Vedi Idas.

Altri nomi di mesi

GHIÁRRU cognome sardo che fu termine sardiano, con base nell’akk. ḫiari (una festa; anche nome di mese non meglio precisato).

GOLOSÍO cognome sardo che fu un lemma sardiano e significò ‘viaggio di Sî’, ‘navigazione di Sî’, ‘spostamento di Sî’ (con riferimento al corso della Luna, che era considerata il massimo dio del pantheon sumerico: ḫūlu ‘via, strada, viaggio’ + Sî, Sîn, Sê ‘Luna’). Quindi Golosío indicò in origine il ‘Mese’ per antonomasia.

SANTU ANI nel Campidano (ad es. a Quartu) è così chiamato san Giovanni (santu Ani). La persona chiamata Giovanni viene invece detta Giuánni. La differenza non può essere spiegata con ragioni di eufonia, di contrazione all’incontro di due parole, di sandhi. Il parlante crede inconsciamente che santu Ani sia l’effetto di un troncamento eufonico da scrivere esattamente santu-áni, ma non è così. Ammesso che lo fosse, sarebbe da spiegare perché *Áni appaia soltanto collegato a santu, mentre non appare nella normale catena parlata, o negli appellativi del tipo tziu Giuánni ‘zio Giovanni’. In realtà, santu Ani è un relitto nominale riferito al dio semitico Anu (il Dio sommo del Cielo, il dio Sole, dal sum. an ‘luce, splendore’). Fu impegno dei preti bizantini “aggiustare” foneticamente il fenomeno, trasformando il dio Anu in san Giovanni, il quale non a caso viene celebrato il 24 giugno, al massimo dello splendore dell’astro.

ACHÈNA, Dachèna, D’Achena cognome presente in CDS, II, 278, XXXI. La D-, D’ della seconda e terza forma è, secondo i più, una preposizione d’origine. Essendo cognome d’alta antichità, in quanto registrato nelle carte volgari, c’è da supporre una base etimologica egizia, o forse accadica. Segnalo il composto akk. daqqu(m) ‘minuto, fine’ + enu(m) ‘signore’. Il composto daqq-enu, riferito a re, déi, significò quindi ‘signore delicato, elegante’. In questo caso la forma originaria è Dachèna, mentre Achèna risulterebbe ipercorrettismo, prodotto nel Medioevo allorquando la d- fu creduta particella d’origine o patronimica.

Ma per Achèna e Dachèna si possono supporre altre due basi: 1 una base accadica (Alalakh < hurrita) Ekkena (un mese); 2 una base egizia Aken (notissima per essere appartenuta al faraone Akhen-aten, Aakhu-en-Aten della XVIII dinastia, il fondatore del monoteismo), con base in aakhu ‘essere dotato di, essere creato da, servire’ + Aten ‘Sole’ = ‘Creatura del Sole, Figlio del Dio Sole, Colui che serve il Sole’. Ma il cognome sardo può avere pure la base egizia akhen ‘rematore’ o akhen ‘appartamento per le donne, harem’. L’ipotesi egizia fa comprendere che il cognome prese piede coi giovani egiziani trasferiti in Sardegna nel 19 e.v. assieme ad una maggioranza di Ebrei. Ma nulla vieta che il cognome abbia origini molto più antiche, da quando gli Šardana occuparono il Delta del Nilo durante le prime campagne dei Popoli del Mare, nei primi secoli del II millennio a.e.v.

La settimana dei Sardi

La settimana (col corollario del riposo settimanale) è una cognizione adottata dagli Ebrei in rapporto alla Creazione del Mondo: ma era già tradizione ugaritica, e prima ancora sumerica e, ovviamente, sarda. La costruzione del tempio celeste del dio Ba’lu richiedette sette giorni (Baldacci SU 249-50). Il numero sette ebbe un forte significato in buona parte del Vicino Oriente. Ma è stata soltanto la Sardegna ad aver conservato sino ad oggi, dalla notte dei tempi, il nome sumerico della sittimàna, che è kida, ed anche il nome accadico: bisenda. Essi non sopravvivono in alcun’altra parte del mondo. Questi sono due indizi che il focus originario del nome della settimana sia proprio la Sardegna, non la bassa Mesopotamia.

BISENDA ‘settimana’ (Bitti). Wagner, fisso nella pregiudiziale latina ed italica, lo volle derivare dall’it. vicenda ‘serie di fatti che si succedono alternandosi’, ed aggiunse, a rafforzo della propria intuizione: «Campus crede che si tratti di un termine pastorale, che in origine doveva indicare quel periodo di tempo in cui una persona doveva badare al bestiame in campagna in attesa che un’altra la sostituisse; ma forse si riferiva al turno settimanale per fare il cacio». Ma tutto ciò è assurdo. Wagner non sa che i pastori un tempo (e sino a ieri) facevano il formaggio ogni giorno per impedire il deterioramento del latte. Inoltre si noti il fatto imbarazzante che, mentre i due linguisti derivano la voce sarda dall’italiano, gli studiosi della lingua italiana non si sono ancora raccapezzati sulle vere origini dell’it. vicenda (DELI). In tal guisa, tutti questi linguisti non si sono accorti che è il sd. bisenda ad essere stato il prototipo dell’it. vicenda, e non viceversa.

Ciò si capisce bene osservando la base etimologica di bisenda (poi di vicenda), che è l’akk. wīṣum ‘alcuni, few’ (giorni) + emdu ‘sovrapposto’ < emēdum ‘to lie on each other, add; adjoins’. Il composto wīṣ-emdu significò in origine ‘pochi giorni affastellati; gruppo di pochi giorni’. Era un modo primitivo ma efficace per indicare i giorni della settimana, che si affastellano in gruppo per servire come base di conto dei quarti di luna. La settimana sarda chiamata bisenda è l’eredità accadica ancora conservata in rari recetti della Sardegna montana. Ma sappiamo, e vedremo oltre, che la lingua accadica è seriore rispetto a quella sumerica: penetrò in Sardegna meno di 5000 anni fa, promuovendo parole nuove, formazioni nuove, ivi compreso lo stato-costrutto. Il fatto che bisenda sia conservata proprio nel Nuorese ripropone l’idea da me evocata, quella del condottiero temerario che poi rimane intrappolato. Oggi bisenda è trattenuta soltanto sull’area montuosa, mentre dappertutto nell’isola è conservata l’arcaica voce sum. kida, cida (già citata), ch’ebbe il vigore di tenere segregata ed isolata nel Nuorese la sopravvenuta voce accadica.

KIDA, kita, kèdda, cedda, cida ‘settimana’. La base arcaica di questo vocabolo sardo è il sum. kid ‘staccare, spezzare, rompere; tagliare’, ed anche kidu ‘notazione musicale’. Ciò è segno che già dal Paleolitico la ‘settimana’ era considerata la quarta parte del mese (lunare). Da questa partizione, inizialmente sumerica, appresero uguale partizione del tempo anche i Babilonesi, e gli Ebrei. Infine i Cristiani. L’estrema importanza di questa parola fece sì che fosse adottata anche per indicare la ‘notazione musicale’.

KIDDA cognome corrisp. al sost. kita, kèdda, cedda, cida ‘settimana’. Vedi kida.

SITTIMANA sass. ‘settimana’; log. ant. settumàna, presente in CSP 291, mentre nelle CV I, 1 c’è tres semanas e nella CdL 106 simana, che secondo Wagner riflettono probabilmente l’it. ant. sem(m)ana (Petrocchi). I termini sardi simàna, semàna e sittimàna sono fortemente minoritari, specie nel Logudoro, rispetto a kita, kìda, camp. cida. Infatti kida è di origine sumerica, simàna e sittimàna sono di origine accadica, come vedremo adesso. Il sumerico kida esiste già negli Statuti Sassaresi e nella Carta de Logu con questo senso.

Wagner ritenne che il sardo sittimàna fosse originato dal lat. septimāna. Altri sforzi culturali non era possibile richiedere alla gracile erudizione di quel signore, innamorato esclusivamente della latinità e soprattutto del pan-germanesimo.

A disdoro del Wagner, ricordo che il termine settimana entrò nell’italiano soltanto nel 1294. DELI lo presenta come voce dotta, dal lat. tardo septimāna(m), forma sostantivata di septimānus ‘di sette’ (da sĕptimus ‘settimo’), calcato sul gr. hebdomás (così scrive DELI). Ma i conti non tornano. Il lemma sardo-latino sittimàna-septimāna hanno base etimologica nell’akk. sebūtum ‘settimana; settimo giorno (in un mese)’. Quindi non c’è alcuna infiltrazione romana che possa aver disturbato l’antichissima origine del sardo sittimàna. Semmai si potrebbe immaginare il contrario.

Quando poi abbiamo da fare con un lemma mediterraneo detto semmàna, semàna, simàna, ci accorgiamo che esso è alquanto diverso da sittimàna, quindi è da approcciare con diversa etimologia. la distinzione è ovvia, se pensiamo che le quattro settimane non sono altro che le quattro partizioni della lunazione. Allora tutto diventa chiaro, semplicissimo: il sardo Simàna ha base etimologica nell’akk. Sî ‘Dea Luna’ + manûm ‘calcolare, contare, misurare, listare, ripartire’. Quindi il sardo simàna, poi espansosi nell’italico semàna, significò letteralmente ‘calcolo delle lunazioni’, ‘ripartizioni della Luna’.

I giorni dei Sardi

Il giorno era misurato presso i Romani da mezzanotte a mezzanotte; presso gli Ebrei era (ed è) misurato da tramonto a tramonto; gli Egizi ed i Persiani lo misuravano dal sorgere del sole. Presso i Mesopotamici il giorno cominciava al calar del sole, come per gli Ebrei.

Gli arcaici nomi dei giorni in Sardegna sono riferiti tutti ad area sumero-semitica (quindi sardiana), e non corrispondono a quelli romani. Viceversa, pare che siano proprio i nomi romani – poi impostisi in Italia e nell’area tirrenica durante l’Impero – ad avere attinto dal filone sardiano. Che i nomi sardiani siano molto arcaici, sicuramente preromani, sicuramente nati qualche millennio prima dell’Era volgare, lo dimostra icasticamente non solo la radice dei singoli nomi, ma anche il fatto che non contengono il suffissoide -dì. Quest’assenza è sintomatica di uno stato primordiale al quale la Sardegna si è sempre attenuta.

Come premessa alla discussione etimologica, va detto che i giorni presso i popoli semitici e presso i Sardi avevano certamente nomi peculiari, diversi da quelli poi prevalsi a Roma. Ad esempio, in accadico ibbû è il ‘giorno della collera’ (19° giorno del mese, secondo i Babilonesi). Ma è innegabile che questo è lo stesso nome da cui poi prese vigore l’attuale cognome sardo Ibba. Ciò è spia di una temperie culturale condivisa e molto vasta, la quale poi è stata gradatamente disintegrata dagli interessi imperiali romani.

Dobbiamo farci una ragione dei nomi sardo-tirrenici di antica origine. Stante tutto ciò che abbiamo rivelato circa l’astronomia sardiana, c’è da immaginare che in epoca nuragica, ed anche prima, gli astronomi sardi abbiano deliberatamente scelto il nome dei giorni con riferimento alle stelle mobili (così erano chiamati i pianeti). Ovviamente si tratta delle stelle mobili ch’essi riuscirono a distinguere ad occhio nudo. Come adesso vedremo, questi pianeti avevano dei nomi che non corrispondono a quelli attuali di tradizione latina. È però la tradizione latina a dare una mano nel fare intuire che anche in Sardegna i giorni venissero intestati al sistema planetario un tempo conosciuto.

Serve prevenire e bloccare qualsiasi tentativo di ribaltare le etimologie che ora sto per proporre. Le obiezioni ed i ribaltamenti arriveranno ovviamente per iniziativa (e sdegno) dei troppi che sono asserviti ciecamente alla nomenclatura oggi invalsa nell’area italica. Costoro si fanno usbergo dell’ideologia assorbita come veleno soporifero dai “pensatori” d’Oltre Tirreno, i quali dettano che “tutto ciò che è sardo proviene dall’Urbe”, che “la civiltà dei Sardi è integralmente di stampo romano, imperiale”. Poiché questo modo di non-pensare non ha alcuna base scientifica ed è totalmente privo di qualsiasi nerbo logico, noi lo abbandoniamo al suo destino, condannandolo dinanzi alla storia della scienza.

LUNI ‘lunedì’; base etimologica nell’akk. lumnu (uno dei nomi del Pianeta Marte). Sembra ovvio che il lunedì dei Sardiani non fosse dedicato alla Luna ma al pianeta Marte. Ciò è persino intuitivo. I Sardi non avrebbero mai dedicato alla Luna (la Dea Mater Universalis) un singolo giorno, visto che alla Luna era già dedicata l’intera Settimana nonché il mese di Luglio, come abbiamo dimostrato più su.

MARTI ‘martedì’; base etimologica nell’akk. mārtu ‘figlia’. Con tutta evidenza, qua s’indica un pianeta che oggi non riusciamo facilmente a inquadrare (penso però al pianeta Venere il quale, abbinandosi sempre al sorgere e al tramonto del Dio Sole, evidentemente fu sempre considerato come la Figlia del Sole, né più né meno come avvenne nella religione greca e romana: Venus figlia di Zeus-Giove).

Si noti il capovolgimento concettuale tra i primi due giorni sardiani e romani. I Romani non avevano la parola mārtu (figlia) ma avevano la parola Mārs (Marte), la quale si basa sul sum. maḫ ‘alto, eccelso, importante’ + akk. rāšû ‘ricco, benestante’, la cui unione maḫ-rāšû portò nei secoli alla semplificazione romana Mārs. Fu il nome che i Romani diedero al dio della guerra. Infatti va notato un fatto non marginale, che nell’alta antichità erano adatti alla guerra soltanto i giovani di famiglia ricca (rāšû), capaci non soltanto d’acquistare i costosi strumenti bellici ed il cavallo (in origine, una spada di ferro costò molto più di una spada aurea di pari peso), ma di dedicarsi quotidianamente ad estenuanti esercizi che li rendevano idonei alla battaglia. Quindi sembra ovvio che il dio romano della guerra abbia avuto un nome primitivo così azzeccato: ‘grande e ricco, forte e ricco’.

MÉRCURI ‘mercoledì’; base etimologica nell’akk. merḫum ‘giudice’. Anche il nome di questo pianeta ci rimane sconosciuto.

GIOBI ‘giovedì’; base etimologica il sum. ḫubi ‘acrobata; danzatore’. C’è da supporre che in origine anche questo nome indicasse un pianeta.

KENÁBURA ‘venerdì’. Vale la pena fare la storia del termine sardo kenábura, čenábura, čenàbara. La Sardegna è l’unica regione (tra quelle ritenute – a torto – “romanze”) dove il ‘venerdì’ è chiamato kenábura, sardo antico kenápura. Premetto già da ora che il termine è una corruzione creata scientemente dal clero bizantino insediato nell’isola.

M.L. Wagner6 nel tentativo di fornirne l’etimologia imbocca la via greco-latina, e ricorda che già sant’Agostino afferma la presenza della locuzione cena pura nella Bibbia precedente la Vulgata (locuzione sparita poi, stranamente, proprio dalla Vulgata!). Wagner non spiega perché la locuzione latina fosse già presente nella Bibbia (ebraica o greca?) prima ancora della sua traduzione in latino; dice soltanto – senza dimostrarlo – che corrispondeva al greco δεῖπνον καθαρόν ‘cena pura’. «Cena pura era un termine del rituale pagano (sic), come ci è attestato da Festo, ed è probabile che designasse un pranzo in cui i partecipanti dovessero astenersi da certi cibi; gli Ebrei lo adottarono per designare la vigilia di Pasqua, durante la quale ogni traccia di lievito doveva essere rimossa dalle case». La denominazione cena pura indicava, insomma, per Wagner, la vigilia della Pasqua ebraica (Pesah), ed oltre a ritenerla una locuzione del rituale …pagano egli sostiene che sia stata usata dagli Ebrei nord-africani. Egli procede, a ulteriore confusione del discorso, affermando che παρασκευή (parascève) corrisponde a cena pura (sic!), usato in neo-greco per indicare il ‘venerdì’ [mentre noi sappiamo per certo che in origine παρασκευή significava semplicemente ‘preparazione’, esattamente ‘preparazione al sabato, shabbat; e solo in seguito, grazie al poderoso influsso della cultura ebraica nell’Impero d’oriente, giunse a significare tout court ‘venerdì’].

Wagner non s’accorge nemmeno che la denominazione sarda del ‘pane azzimo’, chiamato pùrile, non deriva, com’egli crede, dal lat. pūrus ‘puro’, quindi non ha nulla a che vedere con cena pura, e tantomeno con kenábura.

A Wagner sfugge, insomma, che il sardo kenábura, kenápura non deriva dal latino cena pura ma da un composto sardo-ebraico, kena-pura, classico stato costrutto di forma cananea indicante la ‘cena di Purim’ (osserviamo che gli Ebrei, ancora oggi, indicano il complemento di specificazione con la semplice giustapposizione della parola).

La cena di Purim è la grande cena del popolo ebraico tra il 14 e il 15 del mese di Adar (febbraio-marzo): sono giorni di gioia sfrenata per il mancato sterminio ordito e comandato dal perfido ministro susiano Amàn. La festa è preceduta da un giorno di digiuno pubblico (Ta’anith Esther), fatto il 13 di Adar in ricordo dell’eccidio operato dagli Ebrei su 75.000 cittadini dell’Impero persiano (loro nemici dichiarati) da loro messo in atto su licenza del re Assuero. In pratica questi morti ammazzati erano il partito anti-ebraico, governato dal ministro Amàn in barba alla buona fede del re Assuero, il quale della trama che tendeva a detronizzarlo s’accorse all’ultimo istante, grazie all’allarme dato da due ebrei, sua moglie Esther aiutata dallo zio Mardocheo.

Pur in ebraico indica la ‘sorte’, il getto della ‘sorte’, che fu fatto da Amàn per decidere la data esatta dello sterminio del popolo ebraico, che cadde al 13 dell’ultimo mese dell’anno, quello di Adar. La ricorrenza annuale di Purim cade per puro caso alla vigila della Pesah, che sta all’inizio del primo mese dell’anno nuovo babilonese; in tal guisa si è confusa Purim con la purificazione dai lieviti attuata prima della Pasqua. Il fatto di celebrare il Pur (plur. Purim) già purificati dal digiuno del 13 di Adar (e principalmente purificati idealmente dal digiuno di tre giorni fatto da Esther prima di recarsi da Assuero per sventare la trama di Amàn) ha fatto ritenere ai latinisti che cena pura fosse semplice traduzione dal greco δεῖπνον καθαρόν. La confusione, anzi la vera e propria paretimologia, avvenne già coi primi traduttori del Libro di Esther, poiché già nei Settanta al Libro di Esther (10, 31) c’era un’appendice che rendeva noto in maniera imperitura che la comunità ebraica d’Egitto aveva ricevuto il Libro di Esther dalla Comunità di Palestina. In tale appendice è scritto che nell’anno quarto di Tolomeo e Cleopatra il sacerdote e levita Dositeo portò in Egitto la lettera di Mardocheo (zio di Esther) che indiceva i Purim per i tempi a venire, affermando che si trattava della lettera autentica tradotta da Lisimaco, figlio di Tolomeo, uno dei residenti in Gerusalemme. La celebre lettera di Mardocheo fu diffusa in Egitto nel periodo in cui era già cominciata la supervisione romana sul Mare Nostrum (siamo al 114 a.e.v.), e la lingua latina, che oramai entrava in concorrenza col greco e con l’aramaico, può aver favorito la paretimologia dall’ebraico pur al latino pūr-us.

È nell’Alto medioevo che in Sardegna è avvenuta la commistione del sardo Kena de Purim ‘cena di Purim’ – anzi Kená-pura, classico stato costrutto aramaico indicante la ‘cena di Purim’ – col lat. cena pura che cominciava ad indicare per antonomasia il ‘venerdì’ (per il quale la Chiesa cristiana aveva stabilito un ferreo digiuno in memoria del giorno della crocefissione di Cristo). La commistione non avvenne per iniziativa del popolo analfabeta. Fu certamente ordita e gradatamente imposta dal clero bizantino, impegnato a scalzare ed eliminare in modo surrettizio gli antichi culti e principalmente i culti degli Ebrei che abitavano in Sardegna.

SÀPADU ‘sabato’. Il termine deriva notoriamente dall’ebr. šabbat ( שַׁבַּת ). Ma da ciò non si deve inferire che il termine sia transitato in Sardegna dall’Italia. Il termine esiste nell’isola da epoca prelatina.

DUMÍNIGU camp., domínica (Bitti), duméniga (Sassari) ‘domènica’. Questo nome riprende quello imposto dalla Chiesa romana nell’Alto Medievo, da dōminus ‘Signore’ (epiteto di Dio).

Il giorno e l’ora in Sardegna

DIE log. ‘giorno’. Base etimologica il sum. di ‘to shine, to be bright’. Il concetto greco di θεός è precisato dal collaterale verbo θέω ‘brillare, sfolgorare’: quindi θε- è forma distintiva (oppositiva) ch’esprime lo stesso concetto della radice sumerica di ‘sfolgorare’, cui si erano omologate le altre radici “indoeuropee” in dī- (es. lat. di-us), relative alla ‘luce del giorno’, allo ‘splendere, brillare, render chiaro’, che appunto hanno la base nel sum. di ‘brillare, sfolgorare, to shine, to be bright’. Quindi il lat. di-us ‘luminoso, divino, del cielo’, di-es ‘giorno’, gr. dī-os ‘brillante, divino, celeste’ hanno base nel sum. di ‘to shine, to be bright’ + u ‘universo’, col significato originario di ‘illuminare l’universo’; non sono quindi scomponibili in *d-ī, come pretenderebbero invece gli indoeuropeisti, che lo traducono bolsamente come ‘moto continuo (ī) della luce (d)’ (vedi Rendich), ossia in un modo che sta agli antipodi del pensiero scientifico.

ORA. I Sardiani avevano anche un nome per indicare la ventiquattresima parte del tempo giornaliero. Era un nome mediterraneo; cfr. it. ora, lat. hōra, gr. ὥρα ‘periodo di tempo definito’, la cui base etimologica è il sum. ur ‘to go along, to drag; andare lungo (la giornata), trascinare (il tempo)’.

1 Alcuni dei nomi proposti quassù mi sono pervenuti da Mario Mureddu di Fonni tramite l’amico Rinaldo Deiana, nonché da Massimiliano Rosa.

2 Il pozzo di Santa Cristina un osservatorio lunare, Tlilan Tlapalan, Cracovia, 2011

3 Mario Liverani, Oltre la Bibbia 250

4 Vedi al riguardo quanto scritto nella Sezione di questa Enciclopedia dedicata alla Religione.

5 Vedi Manoscritti di Qumran, Utet, 1971, p. 735

6 La lingua sarda p. 72, traduz. di G. Paulis, Ilisso, 1997

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