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Il SENTIERO SARDEGNA, segmento isolano del lunghissimo SENTIERO ITALIA, nonché del più lungo SENTIERO EUROPA, attraversa la Sardegna nelle parti più alte, impervie, selvagge. Io l’ho descritto minutamente nel suo fisico dipanarsi sin dal 1995, in un libro pubblicato dall’ed. Delfino.
L’approccio di metodo alla descrizione d’un itinerario può essere di tre tipi:
1. può limitarsi a indicare la via da percorrere, mettendo in grado l’escursionista di orientarsi tra i sentieri e di valutare momento per momento il punto di transito in relazione alla carta topografica o al GPS;
2. può aggiungervi commenti e illustrazioni relativi al paesaggio e alla natura;
3. può scegliere un procedimento globale in cui l’itinerario è narrato come momento inscindibile dal più vasto territorio che lo contiene, del quale vengono messi in luce tutti (o quasi) gli aspetti che interessano il geografo: geomorfologia, flora, uso dei suoli e dei soprassuoli, attività umane, segni antropici del passato e del presente.
Il metodo più sbrigativo è il primo. Il terzo è il più complesso e può essere opera di chi ambisce a “storicizzare” il territorio.
C’è anche un quarto approccio, per la verità, ed è appannaggio di chi pretende affermare il primato dell’immagine simbolica su quella reale. Questi autori predispongono intenzionalmente il lettore all’evasione dalla realtà, si rivolgono a quanti, essendo in disagio rispetto ai fatti della propria epoca, amano i trompe-l’oeil, le pennellate contemplative, romantiche, irrazionali, di modo che attraverso tale narrazione lo spazio delle nostre montagne appaia esterno all’uomo, visivo, non interpretato ma descritto, presentato in una condizione statica che nega la storia, l’evoluzione, il tempo.
L’appagamento del senso visivo, dell’effetto scenografico, del colpo d’occhio felice non sono difficili con un tale approccio, grazie alla ricchezza dei panorami e dei paesaggi sardi, e grazie all’eterogeneità della sua componente etnografica.
Tutto sommato, è proprio questo l’approccio che i romantici viaggiatori dell’800 e del primo ‘900 (vedi Lawrence) hanno voluto e tramandato agli attuali confezionatori (e riconfezionatori) d’itinerari turistici. Secondo loro, le nostre montagne mantengono e “difendono uno status originario”… corrispondente a condizioni di povertà e arretratezza. Fissati nella loro “selvaggia” bellezza, nel ruolo di “ultimi custodi” di antiche usanze e tradizioni, i rilievi sardi e i loro abitatori ritraggono da questi “luoghi comuni” dei requisiti metastorici i quali non hanno più bisogno, per essere capiti, che s’indaghino le vicende della storia isolana o dei tipi di governo succedutisi nei millenni e sino ad oggi. In tal guisa il turista s’appaga di sapere che le caratteristiche inossidabili dei montanari sardi sono la riluttanza verso le innovazioni, la caparbietà, la scarsa intraprendenza e, perché no, la ferocia.
Il mio libro non offre saliva alla masticazione di chi è predisposto a digerire luoghi comuni. Esso, per quanto attento alla presentazione degli spazi in termini di godibilità turistica, tenta di “storicizzare” i luoghi; inoltre attua una sistematica traduzione dei toponimi incontrati, attraverso i quali opera un ulteriore approccio storicizzante, ricostruendo certe vicende legate ai toponimi stessi o prendendo le mosse da questi per affrontare specifici temi storici, linguistici, ambientali. Infine il libro descrive il territorio con metodo geografico, ne osserva gli usi che l’uomo ne ha fatto, e spesso non si perita di denunciarne gli abusi.
Abusi talora sin troppo visibili, la cui denuncia è anche una presa di posizione a favore d’una “riconquista” economica del territorio montano, dove il lavoro e l’emancipazione delle popolazioni residenti ritrovino nuove ragioni. Io quindi non ho potuto tacere davanti agli eventi catastrofici che in varia misura hanno lasciato un segno indelebile in alcuni territori.
Sia chiaro che io non intendo essere collocato tra gli ecologisti “puri”, che spesso vivono una stagione di autorevolezza mimata da atteggiamenti professorali. Anche perché costa fatica restare in equilibrio sul filo rigoroso dell’analisi, di una critica non compromessa emotivamente. Mi sembra più civile prendere posizione, rischiando in proprio pur d’affermare le grandi opzioni. Fra le quali, beninteso, è possibile adottarne una di tipo non-manicheo, contraria quindi alle devastanti opzioni morali di chi esorta o censura, e s’alterna tra generiche invettive e paralizzanti minimizzazioni, finendo poi per lasciare piena delega all’opera “di laboratorio” del ricercatore professionale, altrettanta delega all’esecutivo politico e agli organismi ufficiali, agli esperti di supporto, siano essi ingegneri-ecologi, architetti-ecologi, botanici-ecologi.
Una sana cultura di massa è di là da venire, c’è una sorta di rinuncia a capire, si preferisce prendere partito soltanto a seconda del particulare da difendere, e la resistenzialità (perché di resistenzialità si tratta) delle popolazioni montane della Sardegna, nient’affatto mitigata, viene invece rinfocolata sino al parossismo da pochi persuasori appena più informati, che muovono ancor sempre (la lusinga ha i suoi canoni) dalle premesse antropocentriche della storia generale ed economica. Al centro dell’universo è posto ancora l’uomo, e l’accelerazione del progresso scientifico – paradossalmente – sembra rinchiudere sempre più tali persuasori dentro lo scafandro tolemaico che impedisce di vedere l’uomo nella sua vera dimensione di ominide, rinvenibile a un punto prestabilito delle coordinate biologiche. Gli specialisti, gli intellettuali sardi si ostinano a vedere un homo faber sempre vincente, ed esitano a buttarsi alle spalle le gratificazioni offerte da una simile ottica storicistica e antropocentrica.
Esitano a spostare il quadro intero dalla storia degli uomini a quella dei biosistemi o, più in generale, degli ecosistemi. I quali vanno studiati ovviamente in termini aperti nonché in profilo dinamico e storico, perché i loro ritmi e le loro variazioni si discostano da quelli della geologia e della storia naturale, e anche da quelli della storia passata. Infatti i livelli di dissipazione energetica non possono più essere visti come nel Sette-Ottocento, quando l’energia biologica e vegetale era ricostituita con facilità e il suo uso non poteva suscitare allarmi generalizzati. Bastavano pochi interventi che sancissero un limite allo sfruttamento delle risorse naturali, per consentire il recupero di condizioni accettabili di equilibrio.
Il rispetto che i nostri avi avevano per gli ecosistemi era – molto più che oggi – funzionale alla consapevolezza che questi erano “sistemi produttivi” non riproducibili.
Le regole consuetudinarie adottate dai montanari delle Alpi per un’efficace ed equa distribuzione delle acque sorgive sui fianchi delle montagne e sugli alpeggi mostrano come piccole comunità o piccoli gruppi di pastori abbiano costruito un sistema stabile e previdente, in molti casi legalizzato e scritto, quando non sacralizzato per meglio trasmetterlo ai posteri.
Le comunità di villaggio della Sardegna sino a metà Ottocento mettevano eguale impegno difensivo rispetto all’ambiente. Fino a che grandi blocchi di campagne furono retti in uso collettivo, la cautela nell’intraprendere forme di sfruttamento “a breve” per non pregiudicare esiti a lungo termine era dominante. Anche i nobili o gli ecclesiastici, titolari del possesso d’interi paesi, seguivano una logica orientata alla conservazione e perpetuazione delle condizioni del suolo e del soprassuolo. Ma dopo l’Editto delle Chiudende avvenne la catastrofe. Lo spezzettamento di beni comuni, l’incontrollata compravendita di terreni, la negazione di diritti d’uso popolari, l’accantonamento di norme cautelari tradizionali, furono agenti drammatici.
Alla rottura traumatica degli equilibri fondiari va addebitato, almeno in qualche misura, anche l’incattivirsi della malaria, verificatosi dalla fine dell’Ottocento sino alla fine della seconda Guerra Mondiale, quando l’intervento salvifico della Rockefeller Foundation pose fine all’incubo. Non si era mai visto un dramma di quelle dimensioni: non in epoca romana, quando le pianure e le colline sarde, ancorché malariche, erano densamente utilizzate e le stesse numerose valli di pesca consentivano di sfamare le popolazioni. Il dramma fu sopportabile pure in epoca spagnola. Ma poi la caduta di poteri e d’insediamenti fecero quanto non riuscì a fare neppure il millenario assalto saraceno alle coste: la malaria non è avanzata per la desertificazione antropica ma per la desertificazione biologica del territorio.
Sì. Ma perché cercare il focus del mal di Sardegna solo nei secoli andati? E i politici d’oggi, che rimedi hanno approntato? Non è forse dall’homo urbanus che dobbiamo prendere le mosse per capire le ulteriori tragiche violenze perpetrate alla montagna sarda?
Oggi l’homo urbanus è partito dal costruito per sottomettere ogni altro spazio. Se qualcosa ancora sopravvive, resta pur sempre funzionale all’Urbe. Gli storici hanno già preso atto della “fine del contadino” in quanto categoria distinta e rilevante. Nella civiltà attuale la “crisi del legno” è stata gestita dai palazzi di vetro, e un’alleanza perversa ha carpito l’assenso dell’intellettuale barbaricino, permettendo che interi territori, anziché essere aiutati – anche economicamente – a rigenerarsi e a riprodurre la quercia, siano stati scarificati e spogliati della selva originaria per sostituirvi foreste di pino o di eucalypto. Quando un intellettuale ha voluto dissentire in nome degli equilibri naturali, la civiltà delle seghe elettriche lo ha rifiutato e deriso, relegandolo a un’impotente e lamentosa cultura “verde” additata come incompetente e puerile.
La rimozione derisoria dell’intellettuale “verde” non cessa neppure nei conversari focalizzati sul turismo. È giustamente turistico, prima che ambientale, ogni discorso sui Parchi intesi come virtuosa operosità economica entro un quadro di convivenza dell’uomo, della natura, degli animali. Eppure una notevole miopia non ha sinora consentito di focalizzare le prospettive di sviluppo esistenti oltre la siepe dell’attuale economia balneare. Fiumi di parole e discorsi ufficiali non sono riusciti, in questi decenni, a colmare la miserevole situazione isolana. Paradossalmente, va addebitato proprio ai responsabili degli apparati pubblici preposti al turismo e all’ambiente il preoccupante difetto di fantasia e di cultura turistico-ambientale dal quale discendono le carenze organizzative e propositive.
I fenomeni socio-economici innescati negli anni Sessanta del secolo scorso conferiscono ancora al turismo sardo, dopo 70 anni, un indirizzo costiero appositamente studiato a tavolino. La “seconda casa al mare” ha attratto molti capitali pubblici per servizi e infrastrutture, e la grancassa pubblicitaria delle immobiliari private ha fatto il resto, in un duetto programmatico che è riuscito a incanalare in unica impresa gli investimenti continentali e i risparmi di numerosi sardi che furono convinti ad adeguare il proprio sistema di vita e i propri comportamenti ai modelli pubblicizzati.
La “corsa al mare” di questo settantennio non ha avuto niente di spontaneo. I Sardi hanno trovato appagante dividere coi persuasori arrivati dall’esterno l’occupazione di un ambiente marino rimasto sino ad allora intatto. Così la montagna interna, fin allora frequentata con una certa assiduità dai ceti urbani sardi, è stata rapidamente disertata perché rapidamente cambiavano le abitudini e con esse montava un sentimento di sottile fastidio a confrontarsi con la cultura pastorale, laddove ormai erano favoriti altri confronti.
La rivoluzione del turismo marino ha fatto tutt’uno col più grande sommovimento economico e sociale che ha portato l’industria nell’Isola. Il turismo e l’industria hanno agito di conserta dando poderose spallate pseudo-moderniste alla cultura delle aree interne, sino ad allora conservata e curata col rispetto dovuto ai momenti della sacralità. Sono nate le nuove costruzioni paesane, tutte di tipo urbano, e sono state inserite nei vecchi abitati con la grinta di un’agiatezza indisponente esibita come per dispetto. Gli intonaci colorati con acrilici, le fredde geometrie squadrate nel cemento armato hanno umiliato i mattoni di fango crudo, i muri di pietra, le argille chiare del pulimentu rustico, le finestre incorniciate in oltremare, come dolorosamente constatava Costantino Nivòla.
Ancora oggi stentiamo a renderci conto del perché sia successo tutto questo. La dissacrazione e l’obliterazione di su connottu, della tradizione, appare come un assassinio culturale cui il nuovo Molok d’Oltremare ha costretto le popolazioni sarde, prima di ammetterle alla nuova sacralità d’ignoti cerimoniali socio-economici imposti fideisticamente.
Oggi che molte radici sono spezzate e un faticoso risveglio culturale consente il doloroso confronto tra il magro bottino racimolato e la grandissima dissipazione di beni prodotta, si prende coscienza della vera realtà della Sardegna, e s’intuisce la scarsa fondatezza del discorso – anch’esso provenuto dai colonizzatori delle coste ed echeggiato come il canto delle sirene – che attribuisce la minore attrattiva della montagna sarda a presunte povertà di risorse naturali.
E invece la nostra complessa realtà geografica mostra, accanto alle marine ricche d’aranci e di sabbie dorate, bellissimi e numerosi rilievi. Queste zone della neve nel cuore caldo del Mediterraneo sono di potente originalità. Con le loro umanità che le popolano, con la loro massa selvaggia e dalla geologia imponente e tormentata, s’impongono alle coste ed esigono un confronto alla pari.
Lungo le coste, l’induzione dei bisogni e la fabbricazione dei desideri da parte delle grandi organizzazioni economiche corrispondono a nuove forme di estrazione del plusvalore; l’atto del consumo s’intreccia con la cultura del consumo. Lungo le coste s’insedia una società che ha fatto del tempo libero una seconda attività, spostando l’alienazione e lo stress dal tempo retribuito a quello, appunto, libero.
Nelle aree interne non esiste tale inversione di valori né la mercificazione cresciuta su di essi. Il cittadino che cerca la campagna e la montagna perché fugge da tensioni e da sistemi di vita lontani dai ritmi biologici, ha l’occasione di autoescludersi da vacanze alienanti, di reinserirsi in un circuito di contatti semplici, familiari, tradizionali, vivi, affettuosi, rasserenanti, capaci di distendere, riposare, ricostruire. Il turista vuole soggiornare nell’azienda agrituristica, vuole scoprire o riscoprire le attività pratiche e manuali da cui trarre un sereno piacere e un rinnovato vigore fisico. Vuole muoversi in montagna, sentirsi parte integrante dello stesso sistema biologico di cui fanno parte gli ovini o le capre scampanellanti nelle forre. Vuole capire il significato geografico di tante cattedrali millenarie incastonate tra dirupi inaccessibili, compagne mute di tanti nuraghi, liberi nei silenzi pastorali, lontani da strade, da rumori, da ogni segno di consorzio umano. Questo è il Turismo Natura.
Nel quale beninteso non comprendo il solo agriturismo (che si svolge dentro lo spazio rurale-agricolo), ma anche la possibilità di porre in diretto contatto il turista con l’ambiente naturale e con quello storico-culturale, la possibilità di svolgere un insieme di attività allo stesso tempo conoscitive, ricreative e sportive che hanno come punto d’incontro la riscoperta dell’ambiente inteso non solo come contenitore di emergenze storico-artistiche-naturalistiche ma come risorsa esso stesso, e rivolte più alla salute psico-fisica ed all’igiene personale, che non all’agonismo e alla competizione. Tra queste attività le più conosciute sono senz’altro l’escursionismo, il trekking, il canyonismo, l’arrampicata, l’ippoturismo, il cicloturismo, l’osservazione naturalistica (fotografica, speleologica, bird-watching) nonché il turismo fluviale.
Il SENTIERO SARDEGNA, a 24 anni dalla sua inaugurazione avvenuta nel 1995, non è più un itinerario immaginario. I tracciati sono segnati, quindi accessibili a gli escursionisti, e sono percorribili l’intero anno. Quasi tutti i tratti (escluso il M. Albo, l’area centrale del Supramonte, i Sette Fratelli) sono percorribili anche a cavallo, spesso in mountain-bike.
Più che la wilderness, nel Sentiero Sardegna conturbano i grandi silenzi. Su queste montagne si può stare un’intera settimana senza incontrare persona e senza vedere i tetti d’un borgo.
Muoversi a piedi, muoversi lentamente, nel silenzio primigenio, osservando il paesaggio, gli ambienti naturali, la struttura geologica delle montagne, i fiori, i muti branchi dei mufloni. Osservare i segni lasciati nel corso dei millenni dal lavoro dell’uomo, muoversi lungo i percorsi della transumanza, farsi largo tra le greggi scampanellanti nelle balze, avanzare lungo le antiche vie selciate, lungo i sentieri scavati nella roccia dallo scalpitio dei cavalli. Incontrare nel silente peregrinare ampi pascoli, boschi tenebrosi, antiche cattedrali e solitari novenari, i nuraghi millenari e le tombe dei nostri padri. Questo è il SENTIERO SARDEGNA. “Un viaggio senza fretta che restituisce ritmi rilassati, senza distinzioni d’età”.
Il grande Sentiero Sardegna-Italia collega l’Isola (e la Penisola) alla Corsica e al resto d’Europa con un filo sottile che per l’intera Italia è di 6160 chilometri, dei quali il nove per cento (540 km) srotolato sui crinali delle montagne sarde. Lungo la banda territoriale percorsa dal Sentiero Italia si trovano i più importanti sistemi montuosi e naturali: le Alpi, gli Appennini e, in Sardegna, le ininterrotte giogaie della Barbagia.
Il Sentiero Italia, per l’importanza e la risonanza in campo nazionale e internazionale, diviene in ogni regione d’Italia IL SENTIERO per antonomasia, la spina dorsale del sistema d’itinerari ambientali esistenti o futuri. Ad esso si fa riferimento come a un capostipite dal quale decorre in via subordinata il rango degli altri itinerari. Il Sentiero Italia si presenta quindi come la proposta di una ulteriore valorizzazione delle “terre alte”, destinate in tal guisa ad essere costellate da aziende agrituristiche interconnesse da una fitta rete di sentieri pastorali.
Si determina così una inversione di tendenza nell’uso delle terre alte, evitando da un lato la progressiva desertificazione della montagna e dall’altro l’eccesso di viabilità rotabile sui crinali.
In Sardegna esistono oltre 50.000 chilometri di sentieri pastorali e carbonari, il cui parziale ricupero a fini di turismo equestre, di cicloturismo o di trekking è indispensabile. Oggi è possibile che nell’arcaica Sardegna, nell’isola più antica del mondo, la modernità non operi ulteriori nefaste obliterazioni della memoria storica. Il paesaggio sardo, ieri ossessivamente frantumato da gole impenetrabili, focolaio di anofele e di spopolamento, oggi mostra l’aspetto nuovo di un paesaggio dai recetti ombrosi e ricchi di laghetti, dove l’assoluta purezza dell’acqua lascia trasparire il fondo rosso-sangue dei porfidi o il fondo smeraldo dei marmi del Gotlandiano.
Il Sentiero Sardegna, interminabile filo d’Arianna, collega tanti siti altrimenti irraggiungibili, per monti, per valli, per forre, rendendo ragione a quanti vagheggiano un riequilibrio territoriale tra il turismo costiero e il turismo montano.

Salvatore Dedola

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