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MONTI PRAMA. Visto con occhio nuovo, Monti Prama (denominante il penepiano dove sono state ritrovate le numerose statue eroiche precristiane) può essere proprio una paronomàsia, che pertanto va reinterpretata. Poiché la lingua sardo-sumerica in Sardegna fu parlata sin oltre l’inizio dell’Era Volgare, va da sé che gli abitanti del Sinis dovettero avere avuto una memoria lunga, tale da ricordare perfettamente quel luogo di dolore e di disfatta. Lo stesso successe, in seguito, col luogo sanlurese dove l’esercito arborense perse l’estrema battaglia contro l’invasore, ancora oggi ricordato col nome di quella sanguinosissima carneficina.    Quindi, come primo approccio si potrebbe supporre che Monti Prama, non potendo riferirsi ad alcun “monte” (nemmeno ad alcuna “palma”), può essere re-interpretato con la lingua sumerica, sulla base di mu ‘macello, stritolamento’ + ten ‘estinguere’ + bar ‘bruciare, incendiare’ + ma ‘incendiare, bruciare’. Il composto agglutinale – tipico del linguaggio sardo-sumerico – farebbe capire che mutenbarma divenne Mu(n)ten Bra-ma per epentesi eufonica di (n) + metatesi di bar > bra (legge fonetica sarda). Infine, perduto definitivamente l’antico linguaggio, quella frase si adagiò per paronomàsia in Munte Prama, col significato antico di “(sito della) estinzione, della disfatta, dell’incendio totale”. (Si badi alla nozione d’incendio ripetuta due volte in termini moltiplicativi, a significare proprio la catastrofe).    Ma interpretare quel posto come ‘Sito della disfatta’ sembra un po’ incongruo e persino banale. Considerato che questo basso rialto sta mostrando via via un lungo cimitero con tante fosse allineate al cui capezzale ci stavano le singole statue, sembra quasi una certezza che quel Monti si ponga in compagnia di altri siti sacri dell’isola (come Su Motti di Orroli), esprimendo il nome antico del ‘cimitero’, ch’era motti, motu, in onore del dio semitico della Morte, chiamato appunto Motu. Se così stanno le cose, anche Prama dev’essere una paronomasia, riferibile all’akk. pārum ‘inno alla divinità’. In tal guisa Monti Prama in origine significò ‘Cimitero degli Inni (alla divinità). Anticamente nei tanti siti sacri si andava a cantare gli inni in onore del Dio Sommo (o della dea Ishtar). Tutti i monumenti antichi, a cominciare dalle domus de janas e dalle tombe di giganti, erano considerati delle chiese, ossia luoghi sacri dove l’intero villaggio in determinati momenti si recava a cantare inni. C’è da immaginare che le funzioni si svolgessero con tanta pompa, la stessa alla quale siamo abituati con le messe cristiane.

Salvatore Dedola – Glottologo

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