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SANTU JACCI, Santu Jaccu. Tutta la discussione per questo Santo è stata fatta al lemma Iaccu, di cui Santu Jacci è – con forte evidenza – la “santificazione” del nome di Dio fatta dai preti bizantini al fine di “strappare” il nome venerando dal culto degli antichi Sardi.

SUÌNA. Questo è il settimo nome di Dio. Sarebbe lungo trattare dei modi che i preti bizantini nei secoli bui precedenti il Mille adottarono per combattere, debellare e annichilire le sopravvivenze pagane nell’isola di Sardegna. Abbiamo già visto il gioco facile di relegare l’effige del Dio della Natura – il porco – tra gli esseri schifosi e reietti. Parimenti avvenne per il suo aggettivale suìno. Va premesso che nel latino classico sŭinus (da sūs, sŭis ‘porco, maiale, scrofa’) non veniva utilizzato; al suo posto si usava sŭillus. Si arrivò a sŭinus per demonizzare il porco (ch’era l’effige sacra del Dio della Natura) e con esso la Gran Madre Terra. Il gioco linguistico fu facilissimo, visto che l’aggettivale relativo al maiale era identico al nome che da sempre identificava il Dio-Luna sumero-accadico, chiamato Su’īn, Su’ēn, poi divenuto Sîn per contrazione. In Sardegna, a Morgongiòri, si celebra ancora una Santa Suìna, anticamente più nota come Suìŋa a causa della nasalizzazione della /n/. La si intende come Sofìa perché ormai la memoria storica è stata recisa, ma non fu altro che la Dèa Madre o Dèa Luna (più anticamente il Dio Luna).

DÉU, DÉUS. Ci sarebbe un ottavo nome di Dio tra quelli usati nella Sardegna antica, ed è Déu. Ma forse è meglio distinguerlo rispetto alla discussione sin qui fatta per gli altri, visto che questo nome è veramente universale, a dispetto di quanto pensa lo stuolo dei linguisti che vorrebbero imporre alla Sardegna l’irritante balzello della “eterna colonizzazione”, quindi della “derivazione del pensiero sardo da altri centri più evoluti”. Salvo poi capirsi definitivamente sul concetto di “centri più evoluti”, visto che quando nacquero i concetti di “Dio”, Atene e Roma, gl’inossidabili idoli dei nostri linguisti, stavano ancora in mente Dei, nella mente di Zéus, mentre la Sardegna da oltre 1000 anni aveva costruito i suoi splendidi nuraghi, che furono eretti proprio in onore del Dio Unico, il Creatore dell’Universo.

Vale la pena citare Ζεῦς, ‘Dio’ per antonomasia, che fu il massimo dio dell’Olimpo. Figlio di Crono e Rea e fratello di Poseidone, Ade, Estia, Demetra, Era, egli apparve in Grecia come il padre degli déi e degli uomini. Ma il suo apparire a capo di un pantheon ci porta intorno al 1200 a.e.v. (Iliade), allorchè il nome di Déus/Zéus stava circolando per il Mediterraneo da millenni.

In verità, il sardo Déu è panmediterraneo, pronunciato in Grecia Zéus, in Sardegna Déu, a Roma Deus. Il termine sardo è a dir poco coevo a quello greco e al lat. deus, ma la realtà è un’altra, poichè le prove linguistiche ne confermano un’antichità molto più remota. Il termine pansardo, assieme a quello greco e latino, ha un’arcaica base nel sum. de ‘creare’ + u ‘totalità, universo’: de-u, col significato originario di ‘Creatore dell’Universo’. Che poi il skr. deva ‘dio’ abbia la stessa radice sumerica, è ulteriore indizio che fu proprio il bacino sumerico a irraggiare il concetto del Principio Universale. Vale la pena aggiungere che dalla base di ‘splendore’, de ‘creatore’ i Sumeri forgiarono un proprio termine per nominare propriamente Dio, ed è dingir, di-ĝir, che significa esattamente ‘Dio dei Sumeri’ (dove di significa ‘Dio’, ĝir significa ‘autoctono, nativo’ ossia ‘Sumero, colui che vive nella terra di Sumer’).

Non è vero che il gr. Zεύς trascriva la z– da una *dy– indoeuropea (Rendich, LI), invece la trascrive direttamente dal sumerico d-. Nel quadro dei confronti paralleli fu portata confusione dall’intromissione del lemma greco θεός ‘dio’, poichè non si è voluto render conto che θεός non è nome proprio ma nome di genere: indica qualunque dio del pantheon greco, dai quali si distingue propriamente Ζεύς col suo nome personale. Principalmente non si è voluto tener conto che il concetto greco di θεός è precisato dal collaterale verbo θέω ‘brillare, sfolgorare’: quindi θε- è forma distintiva (oppositiva) ch’esprime lo stesso concetto della radice sumerica di ‘sfolgorare’, cui si erano omologate le altre radici “indoeuropee” in – (es. lat. di-us), relative alla ‘luce del giorno’, allo ‘splendere, brillare, render chiaro’, che appunto hanno la base nel sumerico di ‘brillare, sfolgorare, to shine, to be bright’. Quindi il lat. di-us ‘luminoso, divino, del cielo’, di-es ‘giorno’, gr. dī-os ‘brillante, divino, celeste’ hanno la base nel sum. di ‘to shine, to be bright’ + u ‘universo’, col significato originario di ‘illuminare l’universo’; non sono quindi scomponibili in *d-ī, come pretenderebbero invece gli indoeuropeisti, che lo traducono bolsamente come ‘moto continuo (ī) della luce (d)’ (vedi Rendich), ossia in un modo che sta agli antipodi del pensiero scientifico.

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