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PALU. Questa nona etimologia introduce un altro (?) nome di Dio. Riconosco che la mia proposta merita d’essere discussa e capita, poiché pare stravagante, o almeno mostra pochi addentellati rispetto a quanto sinora abbiamo visto per gli altri nomi di Dio.

Cionondimeno, vorrei intrudurla parlando della Grutta dessu Palu, che sta nel Supramonte di Urzuléi, lungo la Codula de Ilùne. L’origine più facile del termine Pálu sembrerebbe essere, a prima vista, il lat. pălŭs ‘palude’. Ma questo in Sardegna sarebbe inaccettabile: l’esito sardo di pălŭs, palūdis è paùli, non palu. Il sardo palu significa più precisamente ‘pendio montano’ (per es. in Anglona), mentre in Ogliastra si preferisce la forma femminile pala. Ma pure tale significato è da rifiutare. Non mette nemmeno conto considerare il termine akk. palāšu ‘perforare, bucare (parete, roccia)’ con riferimento alla celebre grotta di Su Palu, appunto.

Resta in piedi l’unico termine accettabile, che è palu < lat. pālus, pālum ‘palo’ < akk. palûm (a staff, un bastone). Ma sorge un’obiezione metodologica, perché questo significato appare fuori dagli schemi. Quindi per la quarta volta ci sarebbe da opporre una ripulsa. A ben vedere, però, il lat. pālus significa anche ‘fallo’, gr. φάλλος. E nell’intendere ciò gli antichi Latini non operavano alcuna forzatura semantica, non giocavano con la magia della metafora. È che le forme d’adorazione dell’Essere supremo, del Supremo Fecondatore (fosse egli chiamato Giove o Zeus o Baal) erano espresse col Palo in tutto il mondo conosciuto, dalla Mesopotamia sino alla terra di Canaan sino all’intera Italia, ed anche in Sardegna (ricordiamo le ligna et lapides di Gregorio Magno). In Atene le processioni del Phállos furono così importanti da generare persino una forma letteraria d’importanza universale: la tragedia.

In Italia l’antica Processione dei Falli ha mutato nome (si è… imborghesita) e, cristianamente, è divenuta la Processione dei Ceri, rimasta vivissima a Gubbio ma principalmente a Sassari (oltrechè a Nulvi, Mores e Iglésias). I Ceri in realtà sono di legno (ad Atene erano già di legno, sono stati sempre di legno: legno di fico; anzi si preferiva scolpire direttamente il fico in forma fallica, considerato che questo era il fruttifero più importante della civiltà greca).

In Sardegna dobbiamo supporre che le Feste Falliche fossero tenute vive un po’ dappertutto, ma specialmente nella città “tharrense” di Tyrris Libysonis, prima e dopo la rifondazione romana. Solo così si spiega perché i Sassaresi (che sono i fuggitivi di Tyrris Libysonis) conservino ancora come reliquia d’incommensurabile valore la loro Fełstha Manna, ossia la Faraḍḍa, che è una delle processioni laiche più spettacolari dell’intero Mediterraneo.

Potremmo quindi dare a Palu l’ultimo significato ammesso, anzitutto perché l’acqua della Codula d’Ilùne, proprio nel sito di Su Palu, viene “inghiottita”: e ciò ha un significato sacro d’altissimo valore. E poi perché la celebre Grotta (una delle più importanti d’Italia) non sta proprio sul ‘pendio montano’ (che è il secondo significato espunto) ma è prossima alla repentina sparizione del corso d’acqua di questa códula. Rimando al lemma Teletottes (= ‘fiume che va sotto’) per capire l’importanza del più ampio sito così chiamato4, vicino al quale sta anche la grotta e lo scenografico inghiottitoio, costituito da un laghetto che recepisce il fiume sempre in piena, inghiottendolo; e un metro oltre comincia l’aridità totale della golena, che rimane tale sino al mare. Gli antichi vedevano in ciò il Sacro Sperma che penetra nel mistero della Sacra Vagina. Ci sono tanti elementi, dunque, per affermare che in questo luogo s’adorava il Palo, l’albero scorticato (e forse effigiato) a forma di fallo, che poi era l’effige di Ištar, la dea fenicia dell’amore, che presiedeva anche alla prostituzione sacra.

Sa Grutta dessu Palu era, evidentemente, un altro dei non pochi siti sardi nei cui pressi veniva praticata quella strana forma di culto naturalistico dedicata ai Genitori dell’Universo.

A proposito di Ištar-Tanit, che era la compagna di Baʽal, va sottolineata questa singolare attestazione del suo simbolo, il fallo, che è prettamente maschile. Ma ciò detto, non si può sottovalutare, in questa ricerca etimologica, proprio il nome del dio Baʽal; immagino che il toponimo Palu indicasse direttamente questo Dio, attestato in Sardegna. Egli, particolarmente onorato in Cartagine dal V sec. a.e.v. assieme alla compagna Tanit, fu onorato pure in Sardegna allo stesso modo. Onde sembrerebbe sotteso proprio il suo nome in tutti i toponimi o nomi sacri che lo echeggiano in Sardegna, a cominciare dal dorgalese (Nostra Sennora de) Balu Irde o Palu Irde, che è la Madonna di Valverde. Quel Valverde, tipico delle chiese campestri dove si adora una Madonna cristiana sconosciuta fuori dell’isola, non è altro che la paronomasia di Baʽal Irdu (akk. Bēlu Irdu, Bēlu Išdu), un epiteto sacro col significato di ‘Signore Base-del-Cielo’, ‘Baal Base-del-Cielo’.

 

BAʽAL. Gli altri nomi di Dio reperiti nell’antica Sardegna sono di evidente importazione. Ciò vale ad esempio per Baʽal, che è il nome di Dio attestato un po’ in tutto il Vicino Oriente: in arabo, ugaritico, fenicio, punico, aramaico, nabateo, palmireno, amorrita, babilonese, accadico. In ug. fa bʽl ‘signore, proprietario’, in amorrita baʽlum, in bab. ba’lu ‘grande, maggiore’, in akk. bēlu ‘signore, proprietario’, e così via. Questo Dio, particolarmente onorato a Cartagine dal V sec. a.e.v. assieme alla compagna Tanit, fu onorato pure in Sardegna, e suppongo che la sua massima penetrazione in terra sarda avvenne proprio in epoca cartaginese.

Va da sé che tale nome di Dio fu gestito anzitempo già dai navigatori Sardo-Fenici, che per parecchi secoli condussero i traffici tra la Sardegna e il Vicino Oriente. E poi rimase talmente concrezionato nel sistema culturale sardo, da aver dato persino dei cognomi. Abbiamo ad esempio Devaddis, cognome da sciogliere in de Vaddis riconducendolo al cognome citato nel condaghes di Silki, Trullas, Salvennor come de Valles e de Balles (Trullas). Questo cognome quindi è un patronimico, indica la filiazione da Balles, o indica direttamente il cgn Balles (De Balles, poi De Valles = ‘dei Balles’, ‘dei Valles’). È chiaro che il cognome a sua volta era già corrotto al momento della sua redazione nei condághes. Sicuramente l’origine del cognome è sardiana e pure mediterranea, e indicò il dio fenicio Baʽal (Bʽl) con base nell’akk. ba’ālu, balû ‘supplicare’, ugaritico bʽl ‘signore’. Da ba’ālu si ebbe *Balle, Balles, ed anche il cgn italianizzato Valle, Devalle, Della Valle.

A mio avviso, fu così espanso e generale il nome del dio Baʽal, che pure il toponimo Paláu (comune della Gallùra) lo ebbe per antonomasia. Paláu è da confrontare con Balláo, altro nome di villaggio sardo. Vedi anche Punta Palái nella catena del Márghine, e Peláu (idronimo dell’Ogliastra). Ma vedi pure Baláy, antico nome di Balláo e nome del promontorio dove furono giustiziati i protomartiri turritani Proto, Gavino, Gianuario.

In catalano palau significa il ‘palazzo’, ma è improbabile l’abbinamento di questo lemma con i toponimi sardi affiancabili a Baʽal (Bʽl).

Conosco la topografia del territorio di Paláu, a cominciare dalla celebre statua naturale dell’Orso. Il suo porto naturale e le sue alture litoranee, ammantate d’un fascino struggente, non poterono essere state ignorate dai naviganti. Si sa che i Fenici, sia pure quando non lasciavano tracce, navigavano tutt’attorno alla Sardegna per commercio, ed avevano la sana abitudine di depositare sulla spiaggia o sul “molo” la propria merce, risalendo sulla nave ed attendendo educatamente che gl’indigeni s’avvicinassero e lasciassero oro, argento o altra merce di baratto. Scendevano nuovamente, e risalivano a bordo varie volte, in mutuo (e muto) accordo con gl’indigeni, sino a che non si raggiungeva un ragionevole equilibrio tra il valore intrinseco della merce e quello datogli dagli acquirenti. Poi ripartivano (Erodoto). Ma se vedevano che il sito era degno del loro Dio, allora gli erigevano un tempio, senza lasciare gente, e se ne andavano, sicuri che gl’indigeni risparmiavano religiosamente la nuova struttura. Orbene, se i Fenici (ed i Sardi) erano di tal fatta, è facile ammettere che la radice del toponimo Paláu sia identica a quella di Balláo, di Baláy, di Palái, perch’erano tutti siti degni di conservare un tempio a Baʽal. Peraltro possiamo sempre ammettere una sovrapposizione fono-semantica alla forma Baʽal del più antico akk. palaḫu ‘onorare, venerare’.

 

SAMASSI. Un ulteriore nome di Dio appare in Samássi, nome di un comune del Medio Campidano. Il toponimo è attestato in RDSard. a. 1341 come Somaso, l’anno seguente come Semasse.

Giusto quanto proponeva lo Spano, deriva dalla forma akk. Šamaš, il dio ‘Sole’ (esattamente il dio dell’accadica Sippar), ebraico Šeméš (ֶשֶׁמֶשׁ ) tramandatosi identico nel pantheon cananeo. La base è l’akk. šamû, ug. samû ‘cielo, volta celeste’ come fenomeno naturale e sede degli déi. Va ricordato che Šamaš nel (cosiddetto) “pantheon” mesopotamico è da considerare emanazione del Dio Luna, e poi, quando il Dio Luna fu “femminilizzato”, il suo paredro. Non è un caso che Šamaš sia scomponibile in šamû + māšu(m), ma(š)šû ‘gemello (fratello/sorella), detto di deità: stato costrutto šam-ma(š)šû, quindi col significato di ‘Gemello (fratello) della Risplendente’.

 

SASSU. Oltre al toponimo Samassi abbiamo pure il cognome Sassu legato al Dio Sole. Questo cognome è già registrato nel codice di S.Pietro di Sorres e nel CDS II 58/2, 60/1. Ciò è segno di alta antichità. Pittau CDS, con facile e banale assonanza, lo fa derivare dal sardo sassu ‘sabbione’ < lat. saxum. Invece vanno ricordate due cose: anzitutto che Šašu erano chiamati nel Nuovo Regno egizio i nomadi del Sinai (1540-1070 a.e.v.). Se l’origine fosse questa, avremmo una ulteriore prova, per via indiretta, del “ritorno degli Shardana” in terra sarda. Infatti la teoria che gli Shardana d’Egitto si fossero almeno mischiati agli Hyksos, prima che questi rifluissero verso il Sinai, ha parecchi sostenitori. Per questo discorso, vedi più su nel paragrafo che tratta i popoli della Sardegna.

Ciò detto, è parimenti possibile che il cgn Sassu indicasse tout court il Dio Sole, da akk. šaššu, šanšu, šamšu ‘Dio Sole’. Nulla osta a vedere nel succitato etnico Šašu un termine autoreferenziale coniato esplicitamente da tale raggruppamento, che volle chiamarsi ‘Popolo del Sole’. Col ritorno degli Shardana, tale etnico si radicò in terra sarda, divenendo il cognome Sassu, che i Bizantini ebbero buon gioco a presentare oramai come l’equivalente del lat. saxum.

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