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  1. Lamento funebre in Sardegna

ATTITTU. Qualcuno traduce attittu come ‘singhiozzo’. E sia. Ma questo è un modo alquanto libero di adattare i semantemi. S’attìttu è, prevalentemente, il gesto carezzevole e primitivo d’una madre che stringe al petto il bimbo piangente, al quale porge il capezzolo e canta la ninna-nanna. Da questo gesto materno è sortito il secondo significato di attittu, legato al gesto della madre che stringe al petto il figlio morto, specialmente il figlio assassinato, il figlio morto in guerra, al quale canta la nenia funebre. Da ciò nacque il grande significato di s’attittu, ancora vivo nei villaggi della Sardegna, che indica anche la riunione funebre dell’intera parentela che piange e narra le gesta del morto.

S’attittu, nella sua vasta risonanza, è per antonomasia il canto funebre delle attittadòras (préfiche), donne scelte per la funzione del lamento funebre, espresso in lunghi lamenti cantati.

Il significato di s’attittu è così profondo, che a Bosa attorno ad esso è stato imbastito tutto il Carnevale, caratterizzato da uomini travestiti da donne che stringono al petto un (finto) bimbo e girano per la città pronunciando frasi oscene (accompagnate da gesti osceni) che burlescamente mimano il bisogno di calmare le pene del bimbo sofferente.

Attittu deriva da titta ‘capezzolo’, e come titta ha base etimologica nel bab. tîtum ‘nutrimento, cibo’, ti’ûtu ‘nutrimento, sostentamento’, termine poi fuso con tiwītum (a song), perché è proprio un canto, una nenia, lo straziante ricordo che la madre fa del morto in guerra (o che le prefiche fanno al suo posto, se del caso).

In Sardegna la tragedia di s’attittu ha conservato anche un altro termine, oramai non più usato ma rimasto ingessato in un cognome:

SARÁIS, Sarái cognome sardo avente base etimologica nell’akk. ṣarāḫu(m) ‘urlare, lamentarsi, gemere’, ‘intonare il canto funebre’.

Quello che segue è un lamento funebre, unu attittu ascoltato direttamente da me in una camera mortuaria dell’ospedale “Brotzu” di Cagliari il 1° novembre 2006. Numerose camere mortuarie costellano il sotterraneo del più grande ospedale della Sardegna, dove s’avvicendano a fiotti, e si mescolano nei lunghi corridoi, innumerevoli visitatori, gente di ogni tipo, paesani dalla professione più arcaica, cittadini dalla professione più evoluta.

Il lamento funebre è stato cantato da una donna di circa 60 anni davanti alla bara del marito, noto per essere stato su prus mannu pillonadòri de Sìnnai ‘il più grande bracconiere di Sìnnai’.

Sìnnai ha una grande tradizione di caccia nella foresta, e per la gente del luogo su pillonadòri (‘l’uccellatore’) non ha alcuna notazione negativa. Oggi in italiano si traduce ‘bracconiere’ perchè la caccia a is pillonis e tàccula ‘ai tordi ed ai merli’ viene fatta con le reti, mentre le attuali leggi europee lo vietano. Eppure la caccia con le reti risale al Paleolitico, è vecchia quanto l’Umanità, esiste da un milione di anni. Le leggi europee, subite dall’Italia e dalla Sardegna senza badare a quanta memoria storica s’erade dal contesto sociale, stanno creando un vuoto di cultura che presto ricorderemo soltanto sui libri.

La signora, rigorosamente vestita di nero, il capo coperto dal velo, è stata portata da figli e parenti alla camera mortuaria per tre volte: la mattina all’apertura, poi sùbito dopo un breve pasto, poi al momento in cui la bara è stata chiusa e portata alla Messa. Ogni volta il suo aspetto era compassato, il viso asciutto. Ma al momento in cui varcava la soglia della camera mortuaria quella donna si trasformava in poetessa lirica. Non piangeva, cantava una nenia dai timbri e ritmi uguali (o comunque assai simili) a quelli del Rosario di Santu Lussùrgiu e dei Rosari di molti paesi della Sardegna interna.

Le sue parole cadenzavano una metrica che oggi noi sentiamo familiare attraverso l’endecasillabo dantesco, ma poiché la donna non era colta, appare chiaro che tale metrica è stata acquisita attraverso la cultura popolare e si rifà a metriche antiche, quasi certamente all’endecasillabo saffico (o almeno somiglia ad esso):

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Considerata la somiglianza tra alcuni metri greci, è pure possibile che il metro usato negli endecasillabi dalla vedova sia il trìmetro o esametro lirico:

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Ma può essere pure il dìstico elegìaco. Infatti l’elegìaco è proprio il metro dell’elegìa, ossia del lamento. Esso ricorre associato, in sistema distico, all’eròon (appunto il distico elegiaco). È costituito da due hemiepe (mezzi-versi) maschili separati dalla dièresi. Esempio:

―ﬞ ﬞ ―ﬞ ﬞ ― ‌‌ │ ―ﬞ ﬞ ―ﬞ ﬞ ―

La non perfetta padronanza del linguaggio (ma in ciò giocava la disperazione) non consentiva alla donna d’esprimere una compiuta sequenza di concetti, e le impediva spesso di emettere un séguito di parole armonicamente adatte alla drammaticità del canto. Eppure la donna era così padrona dei ritmi della tradizione che, quando non trovava il concetto più adatto alla metrica, preferiva spezzare la frase, continuando però a cantarla, e riprendeva e incastonava qua e là le parole che il suo cervello sconvolto e dolorante riusciva a reperire nell’istante in cui era giunta la metrica del canto.

Il suo era il classico lamento funebre delle préfiche, elaborato per cantare le lodi del defunto, e lei non si curava molto delle frasi eventualmente ripetute nel cantare la propria tragedia; invece era rigorosamente attenta a trovare le rime che la metrica imponeva nella strofe cantata.

Il suo cantare esprimeva all’incirca i seguenti concetti, che scrivo senza i vuoti estemporanei lasciati dalla vedova; inoltre – per difetto di familiarità col campidanese – preferisco ricostruirli in logudorese:

Marídu méu bόnu, cόro méu Marito mio buono, cuore mio

su méri méu è(st) bόnu, bísu méu è buono il mio signore, sogno mio

partidu sése, andádu dáe Gesúsu sei partito, andato da Gesù

su cόro méu è(st) mόrtu, non tz’è prúsu il cuore mio è morto, non c’è più

e prús non sézzi(t) in dόmo, s’ádorádu e più non siede in casa, l’adorato

e lássa sá muzzére e sú matádu e lascia la compagna e la foresta

e cáru túe mi sése prús ke s’όro e caro tu mi sei più dell’oro

e όro a méda préjiu cún decόro e oro a caro prezzo con decoro

mi hás lassádu in dόmo, prénda mánna mi hai lasciato in casa, tesoro immenso

ma túe ti n’ánda(s) e béssi dáe sa giánna ma tu te ne vai, ed esci dalla porta

e cόmo tú(e) ti n’ánda(s), (i)té dolόre ed ora te ne vai, che dolore!

e in dόmo túa non k’ísta sú calόre e in casa tua non rimane il calore

sa cára méa adoráda bόna e bélla il viso mio adorato, buono e bello,

presciáda e límpia lúghe(t) prús ke stélla… prezioso e puro, lucente più che stella…

……………… e così via.

Questi versi sono riportati in endecasillabo saffico. Come ho fatto notare, la ricostruzione è mia personale, fatta dopo avere ascoltato attentamente la nenia campidanese che, stando ai singulti artatamente emessi ad ogni piede del verso (i singulti soto tipici de s’attittu, servono a scandire il ritmo) poteva fare interpretare il verso sia con primo piede in arsi, sia con primo piede in tesi, a seconda di come s’intende interpretare la prima sillaba del verso stesso, che nelle intenzioni metriche poteva essere intesa con ìncipit atono oppure con ìncipit tonico. Dalla frammentarietà ed approssimazione del verseggiare della vedova, ho capito che tutte le parole emesse all’inizio del verso erano toniche nella seconda sillaba. Ma ciò ha poca importanza, poiché sono molti i metri greci (e latini) che utilizzano la prima sillaba con procedura atona, tanto per intonare l’intera frase e poterle dare il ritmo successivo (succede ancora oggi in moltissimi canti sardi, specialmente in s’arrepentìna). In questi casi la procedura è quella del dimetro coriambico anaclastico, oppure dei metri trocaici quando ammettono al loro interno il trìbraco. Ma nelle unità ritmiche, in sé inscindibili e indivisibili, furono numerosi i poeti (es. Aristòfane nelle Vespe) che utilizzavano ad esempio dodici tempi primi, che sentivano equivalenti a ritmi che superavano i dodici tempi primi. C’era insomma una differenza dei tempi o anisocronìa che non annullava l’equivalenza di movimento ritmico. Quindi la gamma dei dimetri (o metri) non si limitava ai periodi di dodici tempi ma si estendeva anche a periodi maggiori dei dodecasèmi, ossia a dimetri che potremmo chiamare “ampliati”.1

Beninteso, ogni villaggio tende ad avere proprie forme canoniche del canto funebre, anche se l’endecasillabo è preferito per la sua capacità di consegnare al canto fluidità e lunghezza bastanti a concepire una frase compiuta, verso dopo verso, compatibilmente con l’improvvisazione la quale, essendo assoluta e drammatica, spesso non è in grado di completare l’endecasillabo (come ora vedremo).

Ovviamente, il canto funebre è una vera e propria nenia, ed essa non prevede chiuse strofiche ma procede lineare e inesausta, finché le condizioni psicologiche della madre reggano, e regga la sua lucidità nello sceverare i ricordi e le impressioni sulla vita del figlio (o marito) e sui momenti che hanno determinato la tragedia. La Prima Guerra Mondiale (1915-18) fu per la Sardegna una tragedia immane, perché l’Isola fu privata per anni di un’immensa massa lavoratrice, e la chiusa finale fu che gran parte di quei giovanotti caddero al fronte, crudelissimo emblema della stupidità dei Governi. Il crollo dell’economia fu duro, ma il lamento per l’inspiegabile e orribile olocausto fu molto più devastante. Rosella Mattu2 consegna ai posteri due canti funebri ovoddesi improvvisati per la perdita di due giovani combattenti. A lei lascio condurre questa pagina:

Appena giunse la notizia che il mio prozio Francesco era disperso e che non era riuscito ad attraversare il grande fiume [Tagliamento], tzia Soru Orrosa si recò a casa dei miei bisnonni Loddo Vacca e, dopo le formule e le parole di rito, ponende sa passiéntzia, iniziò a cantare:

De Ovodda zòvanos de vantu

Hizu meu

De coro jai m’essi custu gantu

Hizu meu

De coro m’essi sa favella

Hizu meu

Oje an dadu sa trista novella

Hizu meu

Un àteru sordau in su fronte mortu

Hizu meu

Frantziscu Lodde su zòvan’e notu

Hizu meu

Frantziscu Lodde su zòvanu amau

Hizu meu

In terras anzenas l’ana isparau

Hizu meu

Po s’impinnu sacru e santu

Hizu meu

Maria Zusseppa cuhùtzadi su mantu

Hizu meu

Cuhùtzadi Maria su mantu nieddu

Hizu meu

T’a narau adio Frantziskeddu

Hizu meu

Mortu eroe a bintitres annos

Hizu meu

In terra de Trentinu faghen dannos

Hizu meu

In Trieste e Gorizia dannos crudeles

Hizu meu

Cuddos zòvanos a su Re tottus fideles

Hizu meu

Fideles a su Re balentes sordados

Hizu meu

A difende sa Patria fin lamados

Hizu meu

Lamados cuddos nostros fizos

Hizu meu

Sas mamas pranghen sos fastizos

Hizu meu

Medas ke lizos jai sun ruende

Hizu meu

Gherrande invanu in su Continente

Hizu meu

In su Continente punnande invanu

Hizu meu

A Antoneddu un’istrinta e manu

Hizu meu

Una istrinta e manu dáeli a fizu meu

Hizu meu

Ki bos abbratze sa Mama e Deu

Hizu meu

Sa Mama e Deu bos dia cunsolu

Hizu meu

E a sas hamìlias tristas in dolu

Hizu meu

Cunfortu tenzedas in s’eterna gròria

Hizu meu

A nois resta sa vostra memòria

Hizu meu

Quando a tzia Vacca arrivò, per vie discrete e contrite, l’annunzio della morte in guerra di un secondo figlio, «andò via senza salutare e senza versare una lacrima, entrò in casa e chiese un bicchiere d’acqua. Lo strinse forte tra le mani e lo frantumò in mille pezzi. Come pochi mesi prima aveva fatto per Francesco, iniziò il canto funebre, dondolando il busto avanti e indietro e battendo le mani sulle ginocchia:»

Ohi hizu meu

Mi pàred’unu vissu

Battiu m’an s’avvissu

Hizu meu

Su meu combattente

Mortu in Continente

Hizu meu

Mortu mi l’ana a balla

L’an dadu sa madalla

Hizu meu

No l’ana mancu interrau

In cuss’errivu undau

Hizu meu

In cussa disaura

No l’an dau seportura

Hizu meu

No l’ana sepurtau

Su zòvanu amau

Hizu meu

Su zòvanu e notu

‛i este ‛i mi l’a mortu

Hizu meu

No l’ana hatt’interru

Mortu in cuss’ifferru

Hizu meu

In sa batalla orrenda

Sa menzus mia prenda

Hizu meu

Su meu sordaeddu

Salud’a Frantziskeddu

Hizu meu

In sa menzus edade

Attoviau ‛un su frade

Hizu meu

Mortu bos a sa gherra

No bos ammanta sa terra

Hizu meu

S’abba no bos an ghettau

Su ‛oro meu dissontzolau

Hizu meu

‛a no bos ammanto sos ocros

‛i este ‛i mi los a mortos

Hizu meu

Nazemilu ‛ie

A no los torro a bie

Hizu meu

Mortu m’an duos hizos

Biancos prus de lizos

Hizu meu

Duos hizos istimaos

No los apo cunfortaos

Hizu meu

No lis apo dau ‛ontzolu

Lassau m’ana in dolu

Hizu meu

‛a mama est in prantu

De sa domo su vantu

Hizu meu

Bos incumando a Zessussu

‛a no bor bio prussu

Hizu meu

A Zessu e a sa Mama

Su ‛oro jai mi danna

Hizu meu

Mi dannada e ‛omente

Non torran dae Continente

Hizu meu

Po sos frades sa preghiera

Lestra ke ‛ole s’aera

Hizu meu

‛usta aera malinna

Ke tòrrene ‛antu prima

Hizu meu

Pre‛adelìu a sos santos

Ke tòrrene tottu ‛antos

Hizu meu

Tòrrene ‛un sa vittòria

E bois in sa santa gròria

Hizu meu.

1 Gentili, Metrica Greca, 18-19

2 Soru Giuseppe non saluta più! (p. 116 e 158), Grafica del Parteolla, Dolianova, 2014

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