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Duole molto non aver potuto valutare se la metrica fenicia (o semitica lato sensu) avrebbe eventualmente corrisposto alla metrica dei lamenti testè riprodotti, poiché non ci è dato conoscere i fenomeni musicali o prosodici del Vicino Oriente. Per il lamento funebre sardo mi debbo accontentare di citare la metrica greca, la quale è nota; quindi m’azzardo ad accomunare ad essa, fino a prova contraria, pure la metrica semitica.

Peraltro Erodoto (I, 94) fa riflettere quando afferma che “Le istituzioni dei Lidi sono press’a poco quelle dei Greci…”. In questa constatazione possiamo infilarci pure la metrica, e ritenerla pertanto condivisa da Lidi, Greci, Sardi, nonché dai vicini Semiti, popoli la cui navigazione si compenetrava in modo indissolubile con quella greca, come già sappiamo da Omero. L’affermazione di Erodoto implica l’accettazione di un fatto che altrimenti rimarrebbe inspiegabile e inconoscibile, quello della ritmica corale sarda. Dobbiamo convincerci che intorno al 1000 a.e.v., e a maggior ragione molto prima, la metrica nel Mediterraneo aveva delle basi condivise.

Come faremmo altrimenti, noi Sar­di, a spiegare un rebus che generazioni di specialisti, da secoli, si rifiu­tano d’analizzare per incompetenza o per infingardaggine? Parlo del rebus della metrica dei Candelieri di Sassari. Tutti gli specialisti, anzitutto gli spe­cia­listi in musicologia, sono rimasti sempre sorpresi e imbarazzati di fronte alla confrontabilità dei ritmi dei Candelieri con l’antica metrologia greca.

Ma che cos’è, anzitutto, la Festa dei Candelieri? È la festa più importante dei Sassaresi, la più antica della Sardegna, sicuramente una delle più antiche del Mediterraneo ed una delle più belle dell’intero bacino. La chiamano La Fełta Manna ‘la Festa Grande’, ed anche La Faraḍḍa ‘la Discesa’, perché i Candelieri attraversano tutta la città vecchia, che è in discesa, l’attraversano da mura a mura (oggi sparite), da Piazza Castello a Porta sant’Antonio. Ed è una ‘Discesa’ veramente mitica. Un immane tripudio di folla, almeno duecentomila persone, tutta Sassari e l’intero hinterland si riversa per le strade partecipando attivamente al passaggio dei 9 colossi (da tre anni ormai portati a 10 per placare laide beghe di laido elettorato). L’incontenibile fiumana, come i polmoni d’un titanico drago, si stringe e s’allarga, avvolge e sommerge i pesantissimi Candelieri per poi lasciarli correre liberamente nelle antiche vie, portati da cori festanti e variopinti e seguiti dai gremi, antichissime corporazioni rigorosamente imbustate negli splendidi costumi dell’ultimo dominatore, quello catalano-spagnolo.

Il popolo fa l’amore coi suoi Candelieri, per il modo come si comporta. E nell’antichità questo far l’amore doveva essere d’una mimica icastica e sconvolgente per noi moderni. I Candelieri rappresentano l’antico phallos già portato in processione nella Grecia omerica durante i riti agrari (Falloforíe), a Roma per il dio agrario Consus, e ripetono simili riti dell’antico Egitto. Lo storico greco Kallixeinos di Cipro racconta d’aver visto nel 275 a.e.v. una festa dionisiaca ad Alessandria, durante la quale un phallos aureo lungo 60 m fu portato in processione davanti a mezzo milione di persone che intonavano inni in suo onore.

I Candelieri sassaresi sono di legno, come all’origine, ch’erano di fico; la forma e l’addobbo attuali suggeriscono che in origine la parte alta dovesse essere a forma di glande, svettante tra pennacchi, rami fioriti, spighe di grano.

Il coro dei portatori d’ogni candeliere, preceduto e governato da un corifeo-danzatore, riceve anima, forza e ritmo da un pifferaio e da un tamburino che sono la spina dorsale della struttura coreica. Il ritmo del tamburo conserva – indubbiamente da molte migliaia d’anni –la metrica greca del:

coriambo ― ˘ ˘ ― , ― ˘ ˘ ― , ― ˘ ˘ ― , ˘ ― , ˘ ˘ ―

anapesto ˘ ˘ ― , ˘ ˘ ― , ˘ ˘ ― , ― ―

giambo ˘ ― , ˘ ― , ˘ ― , ˘ ― , ˘ ― , ˘ ―

anacreontico ˘ ˘ ― , ― ― , ˘ ˘ ― , ― ― , ˘ ˘ ― , ― ― , ― ― , ― ―

ma anche di altri metri antico-elladici, variati secondo momenti precisi della processione, e cadenzati per concedere il rilassamento dei portatori o, al contrario, per incitarne il vigore e restituire velocità alla danza. Questi sono i ritmi che ho ascoltato fin dalla prima infanzia, quelli che si sono annidiati nella mia memoria di sassarese. Oggi la scuola si è persa, i ritmi sono imbastarditi, ogni tamburino batte ad sensum, e nessun etnomusicologo investe la propria autorità per il ripristino dei ritmi del passato. Il piffero s’adegua normalmente al ritmo del tamburo

L’arcaica festa dei Candelieri fu ovviamente immiserita e mortificata dai vari dominatori di turno seguiti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. Con ascientifica miopia, e col grottesco senso d’un servilismo pitocco, s’afferma essere stata inventata di sana pianta in epoca spagnola, con l’intento di ringraziare la Madonna per aver liberato il popolo dalla peste. Secondo questi esegeti la Fełta Manna risalirebbe al 1580, allorché una terribile pestilenza fece 20.000 vittime. Altri ipotizzano essere stata mutuata nella seconda metà del Duecento dal mondo culturale pisano (e ricadiamo nella voga del servilismo pitocco!). Il Casula (Di.Sto.Sa. 297) rammenta invece che il padre Francesco Gemelli nel 1776 riconosceva come incerta l’origine dei Candelieri. Come dire che s’ammetteva già da allora una possibile antichità del rito. È comunque importante registrare il passo del Gemelli (Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura) da cui si viene a sapere che la festa fu creata per onorare l’agricoltura, e lo dimostrava il fatto curioso che il candeliere della corporazione dei massai (‘agricoltori fittavoli’) scendeva per ultimo, al posto d’onore, ed i massai erano gli unici ad avere l’onore di sostare sotto il palazzo civico, di salire e donare al sindaco una bandiera dipinta con le spighe, e di essere poi seguiti dall’intera giunta sino alla chiesa, dove tutti i candelieri sostavano in piazza lasciando che l’ingresso trionfale fosse fatto proprio dal candeliere dei massai. Rito agrario, dunque, quello dei Candelieri, che risale agli albori del Neolitico.

La Fełta Manna pertanto non fu “inventata” dagli Spagnoli ma, semplicemente, essi se ne appropriarono, o al massimo fu fatta da essi riemergere. Infatti dobbiamo verosimilmente supporre che tale festa fosse stata categoricamente vietata dal clero bizantino sin dall’inizio dell’VIII secolo, perché terribilmente “scandalosa”. La Fełta, sicuramente, è rimasta sempre in auge, celebrata in qualche forma dal popolo (lo dimostra e contrario il fatto ch’era sopravvissuta in qualche forma a Nulvi, a Ploaghe, ad Iglesias). Gli Spagnoli, fortemente incuriositi, ebbero il destro d’intervenire affinché quegli strani riti incomprensibili ed innocui, celebrati da secoli senza alcun “santo” di riferimento, trovassero nuova dignità e “pulizia” in onore della Madonna. E così la festa riapparve, seppure castigata, solo perchè gli Spagnoli, nella foia d’evangelizzare a loro modo il popolo ed indirizzarne maniacalmente il culto verso la Madonna, s’erano prefissi d’inventare o cambiare i connotati a decine di feste in ogni angolo dell’isola.

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