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2 IL CARNEVALE

Nei riti di Adone il popolo anticamente credeva che celebrando i riti magici fosse possibile far risorgere il Dio destinato alla Morte. Le cerimonie erano rappresentazioni sceniche dei processi naturali che l’uomo (e le donne) desideravano agevolare. È infatti dottrina comune della magia che sia possibile produrre un effetto semplicemente imitandolo. Durante queste rappresentazioni sceniche di morte e resurrezione della natura si accompagnava l’unione, scenica o reale, dei due sessi mirante a sollecitare la perpetuazione della natura e degli esseri viventi. In questi eventi rituali d’origine paleo-neolitica è racchiusa l’anima del Carnevale.

Il Carnevale rinnova annualmente il mito dell’Eterno Ritorno, rievoca il Chaos cui segue l’ordine, il Cosmos: per questo esso celebra da sempre i riti di morte e resurrezione rappresentati da Adone (Siria, Fenicia), Attis (Frigia), Dióniso (Grecia), Ba῾lu (Canaan), Osìride (Egitto), Tammuz (Babilonia), Mascatzu (Sardegna).

I personaggi dei Carnevali italici e sardi hanno nomi misteriosi, difficili da dipanare rispetto a quelli meno ermetici dell’Eurasia: ciò a causa dell’opera annientatrice portata avanti dalla Chiesa. Più arduo sembra poi districare le figure borderline tra il Carnevale e la commedia tout court. Un esempio è Arlecchino, del quale rimane ignoto il nome pre-cristiano.

Di Arlecchino scrive Dario Fo (Manuale minimo dell’attore, 66), collegandolo alla ritualità agricola, ossia ai riti paleo-neolitici. Ma questo nome e questo personaggio è apparso nei testi soltanto nel Medioevo, irrimediabilmente apparentato a figure sataniche: Alichino (Dante, Inf. XXI, 118-123); o la familia Herlechini del XII secolo (Orderico Vitale, Storia Ecclesiastica): questo era un corteo d’anime morte guidate da Herlechino, demone-gigante. Questo demone fu infine degradato a figura comica, perpetuatasi nello charivari come Hellequin, poi Arlecchino.

Va da sé che i tentativi di razionalizzare l’etimologia di Arlecchino razzolano nello stesso plancher medievale che alimenta il noto personaggio: come dire che i tentativi s’affiggono all’asfittica aia demoniaca dove la Chiesa aveva serrato molti personaggi fertilistici. E così gli si volle dare origine germanica (Hölle König ‘re dell’inferno’, traslato in Helleking, poi in Harlequin, danese Erlkonig). La Chiesa aveva orchestrato bene un fiorire di fantasie sataniche le più adatte a trascinare fuori contesto (e nel contempo a confondere) il personaggio, talché le Hellequins – o Herlequins – erano pure le streghe che cavalcavano con la dea della morte Hel durante le cacce notturne. Nella cultura francese Hel divenne uomo: il re Herla o Herlequin (antico inglese Herla Cyning poi erlking, tedesco Erlkönig, danese erlkonig, allerkonge, elverkonge, cioè, letteralmente, il “re degli elfi”); e via con altri nomi: Hellequin – o Hellkin, Hennequin, Hannequin, Herlequin, Arlequin.

Col tempo questo personaggio diabolico divenne (fu fatto diventare) semplicemente villanesco, sciocco ma arguto, totalmente stravolto e irriconoscibile, allocato nell’unico ricetto concessogli: la Commedia dell’Arte. Ogni legame col passato era troncato, ed oggi egli è presente sui palcoscenici per far ridere con una carica di scurrilità. Ma invero Arlecchino è persona antica quanto la civiltà, giusta l’intuizione di Dario Fo. Un tentativo di ricostruire il nome porta all’akk. arû(m) ‘render pregna’ (la donna, la natura) + leqû(m) ‘accettare’ (le preghiere) + sum. innin ‘lady, Madonna’: ar-leqû-innin = ‘Dea che accoglie i voti delle donne gravide’. Arlecchino in origine era la Dea della Maternità, e per ciò stesso era l’epifania della Dea Mater Universalis.

L’Ecce Homo. Ucceómu a Fonni è il ‘fantoccio di carnevale fatto di paglia, che s’incendia l’ultima notte’ (poi divenuto anche ‘spauracchio’ per spaventare gli uccelli). La voce è colta, dal latino Ecce homo!; ma qui importa notare l’equivalenza esatta tra la figura di Cristo avviato al Calvario ed il fantoccio avviato al rogo. Con tutta evidenza, a Fonni non si volle affatto perdere la memoria degli antichi misteri, ossia che al rogo del Martedì Grasso andava il Dio della Natura, e che la pantomima messa in opera quella sera era il culmine delle celebrazioni misteriche d’inverno. Questa figura illustra e testimonia di per sé una intera pagina delle arcaiche celebrazioni misteriche della Sardegna.

Carresegáre. Ma che cos’è, più precisamente, il Carnevale? Lo accennavo più su. Col mito dell’Eterno Ritorno riappare puntualmente il Chaos, il tempo primordiale del disordine cosmico. Questo evento ciclico è rappresentato teologicamente dalla uccisione di Adone (e della Natura) ad opera del cinghiale (esso è l’antagonista del Dio della Natura, e ciclicamente pretende riportare lo sconquasso tra i processi regolari della vita). Le cerimonie orfiche erano rappresentazioni sceniche dello sconquasso nonché degli ordinati processi naturali che l’uomo (e le donne) desideravano ripristinare.

Ecco svelate le pantomime, le vere e proprie rappresentazioni teatrali in motu, che i Carnevali sardi ancora conservano mimando, con vario risalto secondo i villaggi, gli eventi fondamentali, evidenziati in scene ripetute per l’intero percorso, con ruoli nitidi, o confusi, o capovolti secondo i villaggi. Quindi abbiamo: 1. su Mamuthone che balla su ballu tzoppu, un ballo detto anche bìkkiri, o sciampitta (chi avanza zoppicando evoca il dio Adone mortalmente ferito all’inguine, quindi incapace di camminare). 2. Il dio dell’Ordine (Marduk, o Mascatzu per la Sardegna) è rappresentato da s’Issoccadore, che tenta ripetutamente di prendere al laccio e raffrenare la scomposta sarabanda della folla mascherata (rappresentante il Chaos). 3. I duelli rituali tra due maschere con diversa caratza rievocano la lotta di Marduk contro Tiamat, del Cosmos contro il Chaos, rappresentati da s’Omadore che tenta di tenere al laccio s’Urtzu (il Chaos) bastonandolo e pungolandolo fino a renderlo esanime; tale “vittima” è presente sotto forma di capro, cervo, cinghiale, i quali sono ipostasi della bestia che uccise Adone: di essa occorre imbrigliare la dissoluta potenza, perché rappresenta il Chaos che deve essere ridotto al Cosmos, all’ordine del Creato. 4. Zorzi (o Giogli) è considerato molto spesso il “Re” (la figura centrale) del Carnevale; in genere simula Adone morituro portato in processione funebre, seguito dal popolo mascherato che lo compiange, sino al luogo della sua sommersione o arsione, dal quale risorgerà. In Sardegna è praticata l’arsione, tutto termina col rogo finale, epilogo della sacra pantomima.

I Carnevali della Sardegna interna si differenziano l’un l’altro perché ciascuno ha conservato un momento diverso, o più accentuato, della rappresentazione paleo-neolitica. Figure vestite a lutto piangono la morte di Dio e con essa la fertilità che viene a mancare. Sono uomini col gabbano nero, cappuccio calato sugli occhi, volto annerito di carbone, pantaloni neri, gambali neri. Il nero copre tutto: segno di lutto profondo perché alla morte di Dio la Terra s’oscura e cessa di produrre.

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