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Nel significato delle paroale è racchiusa la motivazione del Rito:

L’Ecce Homo. Ucceómu a Fonni è il ‘fantoccio di carnevale fatto di paglia, che s’incendia l’ultima notte’ (poi divenuto anche ‘spauracchio’ per spaventare gli uccelli). La voce è colta, dal latino Ecce homo!; ma qui importa notare l’equivalenza esatta tra la figura di Cristo avviato al Calvario ed il fantoccio avviato al rogo. Con tutta evidenza, a Fonni non si volle affatto perdere la memoria degli antichi misteri, ossia che al rogo del Martedì Grasso andava il Dio della Natura, e che la pantomima messa in opera quella sera era il culmine delle celebrazioni misteriche d’inverno. Questa figura illustra e testimonia di per sé una intera pagina delle arcaiche celebrazioni misteriche della Sardegna.

Carresegáre. Ma che cos’è, più precisamente, il Carnevale? Lo accennavo più su. Col mito dell’Eterno Ritorno riappare puntualmente il Chaos, il tempo primordiale del disordine cosmico. Questo evento ciclico è rappresentato teologicamente dalla uccisione di Adone (e della Natura) ad opera del cinghiale (esso è l’antagonista del Dio della Natura, e ciclicamente pretende riportare lo sconquasso tra i processi regolari della vita). Le cerimonie orfiche erano rappresentazioni sceniche dello sconquasso nonché degli ordinati processi naturali che l’uomo (e le donne) desideravano ripristinare.

Ecco svelate le pantomime, le vere e proprie rappresentazioni teatrali in motu, che i Carnevali sardi ancora conservano mimando, con vario risalto secondo i villaggi, gli eventi fondamentali, evidenziati in scene ripetute per l’intero percorso, con ruoli nitidi, o confusi, o capovolti secondo i villaggi. Quindi abbiamo: 1. su Mamuthone che balla su ballu tzoppu, un ballo detto anche bìkkiri, o sciampitta (chi avanza zoppicando evoca il dio Adone mortalmente ferito all’inguine, quindi incapace di camminare). 2. Il dio dell’Ordine (Marduk, o Mascatzu per la Sardegna) è rappresentato da s’Issoccadore, che tenta ripetutamente di prendere al laccio e raffrenare la scomposta sarabanda della folla mascherata (rappresentante il Chaos). 3. I duelli rituali tra due maschere con diversa caratza rievocano la lotta di Marduk contro Tiamat, del Cosmos contro il Chaos, rappresentati da s’Omadore che tenta di tenere al laccio s’Urtzu (il Chaos) bastonandolo e pungolandolo fino a renderlo esanime; tale “vittima” è presente sotto forma di capro, cervo, cinghiale, i quali sono ipostasi della bestia che uccise Adone: di essa occorre imbrigliare la dissoluta potenza, perché rappresenta il Chaos che deve essere ridotto al Cosmos, all’ordine del Creato. 4. Zorzi (o Giogli) è considerato molto spesso il “Re” (la figura centrale) del Carnevale; in genere simula Adone morituro portato in processione funebre, seguito dal popolo mascherato che lo compiange, sino al luogo della sua sommersione o arsione, dal quale risorgerà. In Sardegna è praticata l’arsione, tutto termina col rogo finale, epilogo della sacra pantomima.

I Carnevali della Sardegna interna si differenziano l’un l’altro perché ciascuno ha conservato un momento diverso, o più accentuato, della rappresentazione paleo-neolitica. Figure vestite a lutto piangono la morte di Dio e con essa la fertilità che viene a mancare. Sono uomini col gabbano nero, cappuccio calato sugli occhi, volto annerito di carbone, pantaloni neri, gambali neri. Il nero copre tutto: segno di lutto profondo perché alla morte di Dio la Terra s’oscura e cessa di produrre.

CARNEVALE. Questa parola italica non ha quindi alcuna attinenza col “levar via la carne” al popolo non appena concluso l’evento, come purtroppo sostengono gli etimologisti neo-romanzi, totalmente a corto d’argomenti. Ciò sarebbe una contraddizione in termini, resa più assurda perché il popolo non ha mai avuto disponibilità di carne, considerata la sua povertà cronica. Carnevale è invece parola arcaica, con base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + (w)âru(m) ‘andare contro, scontrarsi con’: qarniwâru ‘andare contro il Potere’. Quindi la parola mette in risalto proprio lo “scontro” tra i Poteri della Cosmogonia: il Chaos contro l’Ordine.

CARNASCIALE (sardo Carrasciale), altra parola italico-mediterranea, ha base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + šalû(m) ‘to tear to pieces, fare a pezzi, strappare a pezzetti’. Al verbo accadico fa riscontro l’it. scialo ‘spreco, distruzione di beni’, scialare ‘sprecare, distruggere beni’. Quindi qarnišalû indicò in origine ‘la distruzione del Potere, dei Potenti’; o anche šalû(m) ‘annegamento’, onde ‘annegamento, sommersione dei potenti’ (non a caso Tiamat, il Chaos, rappresentava l’Oceano indistinto primordiale).

CARRESEGARE è parola tipicamente sarda, avente base nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + seḫu ‘rivoltarsi, distruggere, dissacrare’: qarniseḫu ‘rivolta contro il Potere’.

Le tre parole-chiave mediterranee svelano completamente tutta la tradizione dell’Eterno Ritorno e del capovolgimento dell’Ordine, un periodo in cui i poveri possono dileggiare i ricchi, gli schiavi possono essere serviti dai padroni, i re possono essere schiaffeggiati dai sacerdoti in nome del popolo. La processione mascherata è un’icona di tale Capovolgimento.

Il carro carnevalesco e le maschere. Il Navigium Isidis, antesignano egizio dei carri allegorici italici, era seguito da gruppi mascherati (Apuleio, Metamorfosi XI): tale nave veniva messa in mare l’8 marzo per festeggiare l’inizio primaverile della navigazione. Questa ricorrenza africana mostra che al tempo di Apuleio quel popolo costiero aveva preferito indirizzare il rito orfico al momento dell’anno in cui l’Ordo comincia a manifestarsi tra le placide onde oceaniche (possiamo immaginare il ritorno della Primavera come la sconfitta di Tiamat).

In Grecia durante le Antestérie o Baccanali passava il carro di colui che doveva restaurare il cosmo a seguito del chaos primordiale.

In Babilonia dopo l’equinozio primaverile veniva ritualizzato il processo di fondazione del Cosmo descritto nella lotta di Marduk contro Tiamat. Nella processione vi era anche un carro sul quale stava l’allegoria del Dio Luna o Dio Sole.

Le maschere del Navigium Isidis si ritrovano in ogni Carnevale, ma anche fuori contesto. Ad esempio, a Venezia si circolava spesso mascherati per nascondere l’identità ai curiosi. La maschera cinematografica (il buttafuori) aveva esigenza di mascherarsi per evitare rappresaglie dai molestatori ch’entravano al cinema. I medici si mascheravano con facciali orridi in funzione apotropaica, al fine di sconfiggere il Male che gli s’ergeva contro impersonificato dal malato. Le maschere apotropaiche nel lontano passato erano di largo uso, credendosi così di poter scacciare i demoni che minacciavano il benessere umano. Così fu anche per certi animali, specialmente i cavalli da tiro (l’unico patrimonio del povero carrettiere) ai quali, non essendo possibile una maschera facciale, si appendeva in fronte uno specchietto donde lo spirito maligno, specchiandosi, rifuggiva inorridito.

Spesso a Sassari il regolamento di conti tra rivali avveniva proprio durante il Carnevale, confusi tra le maschere che compiangevano Giόgli morituro. Nell’antica Grecia gli attori delle commedie e delle tragedie erano mascherati; in tal guisa parlavano liberamente anche contro i potenti, non temendo d’essere riconosciuti.

Mircea Eliade diceva che le maschere carnevalesche sono i morti che tornano, e devono essere placati ricacciando il Chaos e riportando la Cosmogonia. Sarà così? Vediamo.

MÀSCARA = it. màschera ‘volto finto’ servì da sempre a nascondere l’identità, consentendo di dichiarare liberamente il pensiero. Il sardo màscara è originario < sum. maš ‘puro’ + ka ‘parola’ + ra ‘indirizzare’ = maš-ka-ra ‘indirizzare parole pure, schiette’. Fu questo lo scopo principale delle maschere di Carnevale. Altrimenti non sarebbe stata mai possibile la sfrenatezza loro e quella del Carnevale in generale.

Il Natale. Tutta la fenomenologia dei rituali fertilistici e carnevaleschi cominciava col Natale, del quale la religione isiaca aiuta a capire le origini. Nella notte tra il 24-25 dicembre ad Alessandria si esponeva la statua di Horu, figlio di Iside, salutato da esclamazioni: “Esultate. La Vergine ha partorito. La luce sta crescendo” (di qui i cognomi sardi Aru e Orùi). Horu era figlio di Osiride il quale muore e risorge. Le cerimonie sono ripetute la notte tra il 5-6 gennaio per salutare il sorgere dell’anno nuovo (l’apparizione solare, l’Epifania).

Vale la pena rammentare che Isis, Iside, la sposa di Osiride che muore e risorge, è una dea sempre triste, in consonanza con l’etimologia del suo nome, dal sum. isiš ‘sorrow, dolore, tristezza’.

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