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È ora di entrare più a fondo nello spirito del Carnevali sardi, osservando dappresso il celebre palio carnevalesco di Oristano: una gara all’anello. Cfr. sp. sortija ‘anello’, sp. saltillo ‘giuoco di carnevale’ per il quale si appende una gallina ad una corda tesa attraverso la strada, e correndo a cavallo se ne strappa il collo.

Base etimologica di Sartìglia è il sum. šar ‘cerchio’ + til ‘palo’ = ‘cerchio del palo’. A dispetto dell’arcaicità del termine, il palo, palio viene proposto (dai medievalisti) come invenzione medievale. Addirittura, molti ricercatori malaccorti, miopi, servili, indolenti pretendono che questa manifestazione carnevalesca cominci in Sardegna con l’occupazione iberica. Ovviamente non è così; è assurdo – in linea di principio oltreché in base a un metodo razionalista – accettare la cappa plumbea di un non-pensiero che obbliga a immaginare che ogni vagito di civiltà sia pervenuto in Sardegna grazie ai conquistatori e, in sovrappiù, che sia giunto tardissimo, a cominciare dal 1500, più raramente dal 1323, rarissimamente dal 1016, il poco rimanente dall’Impero romano, al disotto dell’Annus Christi la ferinità totale.

Questo termine, e gli altri due che di seguito propongo, non possono essere apparsi soltanto cinquecento anni fa, per quanto ciò faccia comodo agli storici medievalisti ed ai filologi romanzi, i quali hanno avuto sempre bisogno del testo scritto per poter dare avvio alla storia del (proprio) mondo. A loro non interessano le parole parlate, le quali invece – al contrario di quelle scritte – superano d’un balzo il silenzio millenario dei testi, e ci conducono alle Origini, allorquando tutto aveva senso.

I giochi equestri sono vecchi quant’è vecchia la civiltà. Ne abbiamo la più antica descrizione nel canto V dell’Eneide (vv. 548-603), allorché Ascanio figlio di Enea guida la Sartiglia dei Troiani:

Va e chiedi ad Ascanio se ha già pronto

Il drappello dei giovani, i cavalli

schierati alla corsa… Detto ciò

Fa ritirare dalla lunga arena

tutta la folla e sgomberare il campo.

I giovanotti avanzano allineati,

al cospetto dei padri, sui cavalli

tenuti a freno, splendidi. Al vederli

tutti i giovani, siculi e troiani,

fremono, pieni di stupore. Sul capo,

come vuole il costume, i cavalieri

portano una bella ghirlanda

di verde olivo, impugnando due aste

di duro corniolo dalla ferrea punta.

Alcuni hanno in spalla la faretra…

Sono tre squadroni, comandati

da tre guerrieri; dodici fanciulli

vengono dietro a ciascun gruppo,

distinti in due schiere…

Timidamente avanzano, acclamati

dai Troiani in festa…

Quando tutto il corteo, sotto lo sguardo

dei compagni, ha terminato la sfilata

e s’è disposto alla partenza, Epitide

da lontano, gridando, dà il segnale

con uno schiocco di frusta. Dapprima

corrono insieme allineati, poi s’aprono,

dividendosi in gruppi di tre schiere,

quindi, a un cenno, si volgono indietro,

si vanno incontro con l’asta puntata:

una carica e via, sciamando in rotta,

tornano a fronteggiarsi da lontano,

e di nuovo si scontrano, s’intrecciano

gli uni con gli altri a impedirsi il giro

alternativamente, dando luogo

a finte scene di battaglia…

Della Sartiglia scriverò più ampiamente un po’ oltre. Qui inserisco come prodromo alcune etimologie ad essa relative:

PÀLIO (antico aggettivale in -us) ha base etimologica nel sum. pala ‘vestito regale’ (da cui il cognome sardo Pala). L’ant. it. pàlio indica un ‘drappo ricamato o dipinto’. Da sempre è stato un palio, un panno il premio del vincitore di un torneo.

PANNU. In Sardegna il palio ha trovato comoda riproposizione in su pannu, che al solito era il premio che del cavaliere vincente. I filologi romanzi lo derivano dall’it. panno, o dal lat. pănnus, per quanto poi non siano in grado di ritrovarne l’etimologia (così DELI ed Ernout-Meillet). Si sa che per panno, oltreché un generico ‘tessuto, stoffa’ o ‘tessuto di lana cardata pesante’, s’indicò e ancora s’indica il drappo di stoffa pregiata dato al vincitore del palio, della corsa dei cavalli. In latino il pannus era anche la banda o bandana di stoffa apposta sul capo, il diadema, inteso anche come copricapo prezioso. In greco abbiamo πῆνος ‘tessuto’, in accadico pānu ‘coperta di un letto’ (OCE II 503). Ma in accadico per pānu s’intendono anche altre cose, contenute in un vasto campo semantico dove domina l’idea del premio, del valore, del primato, dell’andare in testa, del protagonismo, dell’apparire. In sumerico abbiamo la forma pa e ‘apparire’ + nu ‘filare’, come dire ‘il tessuto dell’apparizione (di Dio)’.

E in tal guisa ci colleghiamo al dio Pân. Stando ai miti greci, gli uomini appresero dai Satiri la musica, che all’origine era un’imitazione del canto degli uccelli, del soffiare del vento, del mormorio delle fonti. I Greci trasformarono tutto in mito e in poesia. Ma ciò non toglie che i loro termini mediterranei avessero una base più arcaica della loro stessa lingua. Ad esempio, Pân (Πᾶν) ha base etimologica nell’akk. pan, panû, penû ‘faccia, apparizione’ (apparizione del Sole, faccia del Sole, poiché Pân era in realtà l’originario dio dell’Arcadia, ipostasi del Sole). Non a caso il celebre panico (πανικός) arrivava all’ora meridiana, quando il Sole risplende e accalda in sommo grado, richiamando la terribile insostenibilità del Dio. Abbiamo pure la corrispondenza ebraica: pāne, pānīm ‘faccia, apparizione, apparenza’; cfr. ebr. Penû ’El ‘la faccia di Dio’, al cui santuario si recavano gli Israeliti per adorare la faccia splendente di Dio, il Sole, col suo severo potere giudiziale.

Tutto questo richiama su Pannu, il premio che si dà al cavaliere vincente, poiché egli si rendeva degno della manifestazione di Dio.

PALU è invece un termine sopravvissuto a connotare il Carnevale di Santulussùrgiu, dal sum. pa ‘ramo, fronda’ + lu ‘divampare’: pa-lu significa esattamente ‘palo del Divampante’, ed ha forte attinenza col “Roveto ardente” di biblica memoria. Su Palu ad Urzuléi (nella códula de Ilùne) indica ciò che in greco è il phallos, un palo scolpito a forma di pene che in origine rappresentava Ištar, la Dea della Fecondità. Questo nome fin troppo allusivo viene dato a un sito selvaggio in una gola selvaggia dove il fiume forma un laghetto e sparisce repentinamente nell’invisibile inghiottitoio: emblema dello sperma divino che penetra nelle viscere della Terra ingravidandola. La pioggia, la rugiada, furono sempre identificate nel seme divino, e l’acqua, invocata e venerata durante i Carnevali sardi, è sempre connotata dai crismi della sacralità.

REMÀDA è uno dei momenti più emozionanti della corsa carnevalesca di Oristano, allorché su Cumponidòri, il Re del Carnevale, dopo la corsa alla stella d’argento, torna al punto di partenza e poi rifà il percorso precedente benedicendo la folla in una posizione assai scomoda: riverso all’indietro sul cavallo. Remàda ha base etimologica nell’akk. rêmu ‘to have compassion on, be merciful’.

CARRELA E NANTI è il nome che identifica precisamente la giornata clou del Carnevale di Santulussùrgiu, caratterizzata da spericolate esibizioni a cavallo. A tradurre letteralmente, dovremmo interpretare la locuzione come ‘strada di davanti’ o peggio ‘strada di chi parla’: due clamorosi nonsenses. È ovvio che carrèla e nanti è una paronomasia. Riusciamo ad esplicare la locuzione soltanto se badiamo ai significati precristiani del Carnevale, ch’erano tutti mirati ad invocare la benevolenza del Dio Sommo e della sua Paredra, l’Aurora nelle vesti di Dea della Natura, affinché facesse rinascere i pascoli e desse nerbo alle terre arate.

In tal senso, la locuzione può essere risolta dall’akk. ḫarû (a sanctuary) + Elu (Dio Sommo del Cielo) + enu ‘Signore’ + Antu (paredra del Dio Sommo). Con tutta evidenza, la catena accadica ḫar-Elu-en-Antu dà la prova che nell’alta antichità accanto al villaggio esisteva un ‘Santuario dei Signori Elu e Antu’, dedicato alla sacra coppia divina.

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