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METODOLOGIA PER LO STUDIO DEL SASSARESE

01. Il campo semantico 1
02. Ampiezza di un campo semantico 2
03. Confusione tra campi semantici 2
04. Definiamo il vocabolario sardo 3
05. Turris Libysonis, Sassari e la latinizzazione turritana 4
06. I Balares 5
07. Arcaicità del sassarese 6
08. Le prove della parlata pan-semitica in Sardegna 19
09. Lo stato costrutto (The genitive chain), eclatante eredità semitica 19
10. Il modo corretto di studiare un etimo 22
11. I Liguri, i Pisani e la Rivoluzione Sassarese 25
12. Antonio Sanna e “Il dialetto di Sassari” 26
– Italianità e sardità 28
– La “lisca toscana” 29
– La dittatura del Wagner 30
– Ampiezza del “pretoscano” 30
– Il pregiudizio della “diversa età” dei dialetti sardi 30
– Il pregiudizio della “completa romanizzazione” 30
– La pregiudiziale latina e le antiche carte volgari 32
13. Il pernicioso metodo delle “somiglianze fonetiche” 33
14. Ampiezza della lingua mediterranea: le cacuminali 35
15. Formazione della grammatica sarda 39
16. Gli amanuensi ed i latinismi arbitrari 40
17. Unità tra i dialetti sardi ed il sassarese 41
18. Forte parentela tra logudorese e campidanese 43
19. Integrazione tra i dialetti sardi; i rapporti con Terramanna 43
20. Genovesismi 45
21. Galluresismi 49
22. Il sassarese “medievale” è simile all’attuale 59

01. IL CAMPO SEMANTICO

I vocaboli di ogni lingua sono devitalizzati e passivi, anche se noi – gente viva e attiva – crediamo di animarli quando li usiamo strumentalmente nella comunicazione. Non ci rendiamo conto di usarli banalmente come un qualsiasi oggetto del quale abbiamo informazioni insufficienti. Mi ricordo di un’amica che, fresca di patente ed ignara di tutto, acquistò un veicolo ed al primo uso rimbalzò a raffica contro tre vetture. Purtroppo le sue cognizioni sulla tecnica di guida erano poche e soltanto mnemoniche, vuoti archivi di esperienza, incapaci di animare la vis operandi. Cambiando prospettiva, che sappiamo noi di un macinino da caffè? Certo, lo usiamo per uno scopo; ma sappiamo poco o niente dei materiali dei quali è fatto, della sua composizione chimico-fisica, del design ingegneristico, del progetto complessivo che consente di risalire allo strumento finito, di come è stato ottenuto il filo elettrico e la sua guaìna; non sappiamo nulla dei campi elettrici che muovono l’attrezzo, delle scoperte scientifiche che consentirono di mettere al servizio dell’umanità quei campi elettrici. Eccetera. A ben considerare, dietro un macinino da caffè c’è una grande porzione di conoscenza alla quale il nostro scibile attinge poco o niente, bastandoci ripetere, nell’usarlo, la sequenza d’infilare la spina nella presa e premere l’accensione. Il nostro sforzo di sopravvivere nella società è analizzabile in pochi gesti acritici e ripetitivi che trascendono l’oggetto utilizzato.
Per noi oggi i vocaboli sono la stessa cosa. Per rendere vivo un vocabolo ed usarlo consciamente dovremmo conoscerne la storia e l’etimologia, ma è rarissimo che ciò accada. Ci è più familiare evocarlo mnemonicamente come composizione fonica (es. p-a-n-e, l-i-b-r-o), alla quale associamo un concetto (un’idea) di un campo semantico. Es. al suono s-c-a-r-p-a una bimba può associare il concetto della babbuccia, un atleta il concetto della scarpa da ginnastica, una donna il concetto della scarpa leggera a tacco alto, il pastore il concetto della scarpa avvolgente e robusta, il montanaro il concetto dello scarpone caldo ed anti-scivolo; tutte queste calzature attengono ad un solo campo semantico. Quando il concetto è astratto, non è raro associare alla singola composizione fonica più idee; es., alla composizione a-m-o-r-e può associarsi il concetto dell’attrazione fisica, dell’allettamento gastronomico, dell’accumulazione di beni, del richiamo artistico, della passione letteraria, del perfezionamento sportivo, della meditazione religiosa, della missione umanitaria.
S’intuisce che il campo semantico è un cassettino che custodisce concetti tra di loro simili, un mini-archivio, uno dei tanti “grappoletti” di suoni-idee custoditi nella memoria, ognuno dei quali fa parte dell’immenso stuolo di “files” (migliaia di campi semantici, appunto, o “grappoletti” di suoni-idee, o “cassettini”) che compongono il vocabolario condiviso dal popolo nel quale ci riconosciamo.
Soltanto gestendo bene i campi semantici riusciremo a gestire bene i singoli vocaboli; e viceversa. Ciò sembra facile ma in realtà è un processo aleatorio, talora fallace. Spesso la comunicazione non è …comunicativa, crea fraintendimenti, equivoci, incomprensioni, nonostante la buona volontà del dialogante. A chiunque è accaduto, più spesso di quanto s’immagini, d’incappare nell’incomprensione reciproca, poiché ognuno ha interpretato la parola a modo suo. Dalla scarsa comunicazione nascono spesso inimicizie.
Mi rendo conto che sto suggerendo al parlante troppo auto-controllo e molta perizia linguistica. La buona riuscita dipende solo in parte da lui, essendo la comunicazione un processo urgente, nemico dell’indugio, e chiunque può cadere in errori comunicativi. Nessuno ne è immune, compreso chi siede in cattedra, compreso me che ora sto comunicando con i lettori.
In ogni modo, tornando alla conoscenza dei processi comunicativi, ad ognuno di noi farebbe piacere conoscere la vita trascorsa dalla parola che emettiamo fonicamente o dalla parola che ascoltiamo. Proviamo ad “entrare nel meccanismo” ed analizzarne una, per carpirne soltanto qualche aspetto.

AGGIUGNI’. In sassarese questo verbo significa ‘aggiungere’. La voce si è corrotta localmente in lento processo di secoli, dopo essere stata accattata dall’italiano aggiungere, la quale proviene a sua volta dal lat. ad-iungo ‘unisco a’. In sassarese più stringente abbiamo, dello stesso campo semantico, auni’ ‘unire, mettere assieme’. Allargando la piattaforma territoriale d’indagine, recepiamo dal contiguo logudorese un corrispettivo autenticamente sardo: annánghere centr. e log. ‘aggiungere, connettere, unire’; detto anche annághere.
Annághere, tra i due, è un prototipo, che fortunatamente ha avuto una vita longeva durata moltissimi millenni, ed è arrivato a noi indenne, quasi intatto nella forma e nel significato. Ma per capirne la base, ossia l’origine prima, dobbiamo uscire dall’asfittica aiuola del sassarese e del logudorese ed ampliare il campo d’indagine attingendo alla Lingua-Madre (alla Ursprache mediterranea). Il dizionario più antico, quello che conserva la Ursprache mediterranea e che preserva un corrispettivo fono-semantico della voce logudorese, è quello sumerico. Ma poiché in tale lingua il lessico era spesso espresso a monosillabi, spetta a noi rintracciare una o più voci sumeriche la cui giustapposizione possa restituire un significato dal quale poter estrapolare, se possibile, la vera base etimologica, dalla quale partire per giungere all’unione concettuale col nostro campo semantico.
A tal fine troviamo il sum. anna ‘metallo’ + ak ‘to do, make’. In origine significò ‘metallurgia’ (letteralmente ‘fare metalli’), e presto indicò il processo della fusione metallica vera e propria. L’unione lessicale ann-ak ci radica, manco a dirlo, ai millenni precristiani in cui i primi metallurghi sperimentarono le fusioni di vari metalli nell’intento di scoprire delle novità tecnologiche utili alla società.
Per non tediare ed appesantire il discorso con l’intromissione di mie confutazioni dialettiche e scientifiche al riguardo di annághere, rinvio al Dizionario Etimologico Sardo (p. 91) affinché il lettore che abbia voglia di fare il confronto tra la presente etimologia e quella proposta dal Wagner legga i complicati e fuorvianti funambolismi che Wagner esercita nel tentare d’indicare un etimo a base latina. Non ci riuscì, come solito. Mettendo da parte i disastrosi tentativi del Wagner, che amava le lingue moderne ma le usava esclusivamente per propinare acriticamente dei caleidoscopici abbinamenti, noi oggi, con la mia etimologia, possiamo osservare il mondo delle origini, possiamo avere uno spaccato pulsante di civiltà sarda tramite una parola che nasce dall’attività mineraria e metallurgica, un’attività che rese i Sardi rispettati nel Mediterraneo.

02. AMPIEZZA DI UN CAMPO SEMANTICO (o di un grappolo semantico)

Visto che il campo semantico è un cassetto che custodisce idee reciprocamente simili, possiamo mutare immagine e proporlo come un grappolo d’uva. Tra di loro i grappoli non sono uguali. Alcuni contengono pochissimi chicchi, altri sono imponenti e grandiosi.
Il grappolo semantico può essere minutamente analizzato partendo indifferentemente da ciascuno dei chicchi che lo compongono. Nel portare al lettore un esempio, analizzo la voce sassarese cracca.

CRACCA sass. ‘scarpa’, anche ‘scarpone’, ‘ghetta’; pl. crakki; metatesi carca. In questo grappolo semantico rientra il camp. craccái ‘calpestare, pigiare, appiattire’. Ha un equivalente nel lat. calx, calcis ‘tallone, calcagno’.
Giovanni Semerano (OCE II 359) propone l’origine delle voci dall’akk. kallum, kālum ‘tegumento grosso, scorza, guscio, scodella’, donde la ‘parte dura del tallone’ di chi non è abituato alle calzature. In lat. calceus indicò la ‘suola’.
Potremmo soddisfarci di questi quattro raffronti, considerando tale grappolo composto da pochi chicci. Però l’alta antichità delle voci qua citate è certificata pure da ulteriori apporti di voci sarde rientranti nello stesso campo semantico, nel quale le reciproche basi etimologiche possono essere a volte opzionali, come vedremo.
La prima voce è cragare, accragare (Nuorese) ‘coagulare, cagliare’; craccu centr. e log. ‘caglio’. Base etimologica in questo caso è il sum. kalag, kalga ‘to be strong, essere forte’, kalaga ‘stone, pietra’ (ben considerando, il caglio fa “appietrare” il latte). In ogni modo, si può accettare anche la stessa base radicale considerata più su per cracca.
Un’altra voce del grappolo semantico è crákkili, crákkiri camp. ‘bosco folto, macchia cespugliata folta’. L’etimo è lo stesso di carca, carcu, cascu log., cracca camp. ‘calca, folla’; craccu camp. ‘folto, fitto’ (es. capelli). Tutte queste voci hanno base etimologica nell’akk. karku ‘raccolto, compattato’ (di truppe etc.). Ma vedi più su anche l’etimo di cracca.
Altra voce del grappolo semantico è craga, graga misura sarda per la distanza delle tegole, che vengono posizionate con una regola matematica a file ben allineate (circa 41 cm). Base etimologica è l’akk. karāku ‘collegare, abbinare, gemellare, raccogliere assieme’; karku ‘raccolte, riunite’ di trame (e siamo ancora all’idea del “rassodamento”).
Altra voce del campo semantico è il centr. crakkéra ‘gualchiera’, la cui base è la stessa di cracca e del camp. craccái ‘calpestare, pigiare, appiattire’. Crakkéra è detta in log. più che altro cattighéra; ma qui entriamo nel campo semantico di cattigare log., catzigga’ sass. ‘calpestare, comprimere, schiacciare con i piedi’, verbo iterativo. Base etimologica in questo caso è l’akk. ḥatû ‘to strike down, colpire, abbattere’. Da questo verbo deriva il log. cáttigu ‘pressione, stretta’; postu si l’ada a cáttigu ‘l’ha messo alle strette’.

03. CONFUSIONE TRA CAMPI SEMANTICI

Paradossalmente, la confusione tra campi semantici non viene prodotta soltanto dal parlante nelle sue istantanee scelte lessicali ma anche dal grammatico-dizionarista.
Le colpe del grammatico si evidenziano quando, organizzando gli spazi della sua pagina, egli accorpa significati diversi sotto un unico lemma, ossia sotto un’unica voce. Gli accade quando un solo lessotipo (una sola parola) contiene distinti significati. In ogni lingua accade spesso che un singolo lessotipo abbia vari significati, ossia attenga a più campi semantici. In questo caso si dice che il lessotipo è portatore di polisemia; per dirla diversamente, con l’unica stringa di suoni (con lo stesso vocabolo) talora vengono espressi più significati. Esempio italiano di due significati in una sola voce: 1. foro ‘buco’; 2. ‘luogo dove si esercita il jure e si discutono le cause’.
Nei dizionari non eccessivamente ampi (escluso quindi il vastissimo GDLI) certi grammatici amano porre sotto lo stesso lemma (ossia sotto la stessa voce) tutti i significati evocati dall’unica stringa sonora (es. foro), curando di distinguerli poi con esempi appropriati.
Ma se spettasse a me comporre un dizionario normativo, sceglierei di privilegiare non la forma grafica ma il significato, e per ogni significato ripeterei, a fini distintivi, la stringa sonora (ossia il lemma, la parola: es. foro), distinguendole l’una dall’altra con l’esponente (1, 2, 3…). Così ho operato, al fine di migliorare la chiarezza espositiva, nel presente Dizionario Etimologico, anche considerando che questo metodo non abusa di spazio cartaceo rispetto ad altri metodi.
Tutto quanto precede sembrerebbe una questione di lana caprina, ma diventa metodologicamente importante perché accade spesso che certi grammatici, nel comporre il “pacchetto” di ogni singolo lemma (nell’organizzare le pertinenze di ogni stringa fonica), individuano quel pacchetto come singolo “campo semantico”, mentre, per definizione, un lemma è spesso polisemico e pertanto non rientra in un campo unico. Non ci rientra perché esso può avere due o più etimologie e, fino a prova contraria, è l’etimologia a ritagliarsi il proprio campo semantico, diversamente da chi pensa che sia il campo semantico a ritagliarsi l’etimologia. Guai a cadere nella trappola di “una stringa fonica = un campo semantico = una etimologia”! Passo agli esempi:

IXANTARA’1 sass. ‘sgangherare’ (Bazzoni). Con leggera variante semantica abbiamo una diversa voce, iscantare log. ‘spezzare, rompere con violenza’: iscantare sar dentes. A quanto pare, all’origine di queste locuzioni, partendo da quella logudorese, ci fu il concetto di cantòne, cantòni ‘grossa pietra angolare’ (è anche cognome).
DELI pone l’etimologia di it. cantone nel lat. cănthu(m), dal gr. kanthós ‘angolo dell’occhio’, il tutto però di derivazione celtica. La considerazione del DELI parte dal fatto che nella Mittel-Europa il termine è molto in uso: cantone ‘unità amministrativa elvetica’; cantonnière (1562) e cantonnier (1628) ‘chi si occupa di un angolo della strada’, probabilmente dal provenzale. La locuzione it. prendere una cantonata si riferisce a un barroccio che svolta stretto e sbatte allo spigolo d’una casa.
Nessuno ha considerato sinora che tutti questi termini, compreso quello italiano e sardo, hanno base accadica, che è stata veicolata anche presso i Celti e da loro nelle migrazioni per l’Europa molto prima dell’Era volgare. Vedi akk. kânu(m) ‘essere permanente, fermo, stabile; rendere sicuro’ di fondazioni e simili + tu’’umu ‘double, twin’ ( of building part). Oppure akk. qannu ‘built’, ‘fring, border’, ‘horn’ + tu’û ‘twin’: qan-tu’û = ‘angolo geminato’ (per il fatto che gli spigoli delle case in costruzione hanno addentellati reciproci, che s’incastrano nelle due direzioni). In cantone c’è però, in aggiunta, un terzo elemento, l’aggettivo sum. un ‘high, alto’, per cui il sd. cantòne indicò in origine un ‘angolo geminato (costruito) in elevazione’, come dire che la sua perfezione era voluta per creare l’ossatura portante delle costruzioni elevate in pietra.

IXANTARA’2 sass. ‘rimbambire, svampire’ (Bazzoni); con leggera variazione semantica abbiamo log. iscantarare, iscanterare ‘cantare con voce ingrata e stonata, parlare senza giudizio’ (Soro); ‘parlare e agire da dissennato, gridare’ (Casu); iscantarùmine m. ‘discorso scipito, confuso; scipitezza’; cántara log. ‘canto o parlare noioso, stucchevole’, ‘gridio, frastuono, nenia, lamentela’ (Casu). Derivati: iscantaritzare ‘cantare a lungo, allegramente’ (Puddu). Alla base di tutte queste voci c’è il sd. cantu ‘canto, canzone’, base etimologica nell’akk. qanû + sum. tu ‘incantesimo’: qan-tu ‘incantesimo prodotto con la canna’. Ma in sumerico troviamo la più antica parola che apre al fenomeno canoro de su cantu, de sa cantzòni (cfr. it. canzone): ka ‘bocca; parlare, dire’ + tum ‘to bring’. Il composto ka-tum significò ‘portare novità’, letteralmente ‘portare parole’. Le novità furono, fin dall’origine dell’uomo, recate dai menestrelli, dagli aedi, dai bardi, dai rapsodi, dai trovatori, e venivano cantate. Il mondo sardo-semitico affiancò una parola-chiave a questo fenomeno, citando espressamente la canna (qanû), da cui evolvette il primo strumento a fiato, la siringa, la zampogna, chiamata anch’essa qanû. E nacque il cognome sardo Canu (mentre dal sumerico si produsse il cognome Cannas < ḫa ‘vegetale’ + nab ‘musicista’: in composto ḫan-nab ‘pianta dei musicisti’). Canu e Canna(s) costituirono ambedue un raffinatissimo nome muliebre, apposto alle donne per magnificare il primo strumento musicale della Sardegna.
Ovviamente, la confusione tra l’akk. qanû e il sum. ka-tum produsse il lat. cantus ‘canto’. Fin dalle origini arcaiche possiamo quindi documentare etimologicamente che la canna, la siringa, la zampogna furono i primi strumenti con cui l’uomo accompagnò il suo canto, anche in Sardegna.

Il fatto che Bazzoni ignorasse (o non fosse in grado di fare la ricerca su) le due etimologie appena discusse, lo portò a raggruppare i due verbi sardi entro lo stesso lemma, apportando confusione ed inducendo diseducazione linguistica. Lo stesso gli accadde per centinaia di altri lemmi, dei quali reco soltanto due esempi:

IXIRRIA’1, kirria’ sass. ‘scegliere, trascegliere’, ‘allontanare, separare’, ‘bacchiare i mandorli per far cascare i frutti’. Cfr. camp. širrái ‘tagliare le cime delle viti’, čirradroža (Laconi) ‘piccola roncola che serve a sfrondare gli alberi’. Per l’etimo vai a sd. kirru, kerru ‘ognuna delle parti di una cosa, di un sito, d’un territorio; la parte d’un tutto’; può indicare anche il ‘lembo d’una veste’, ‘lembo, lato’ in generale; persino un ‘angolo’, un ‘recinto’. Base etimologica nell’ass. kirû(m) ‘giardino, piantagione (di frutta)’ Nel termine sardo è sottinteso il fatto, importante un tempo come oggi, che ogni giardino o piantagione di frutta erano e sono forzatamente chiusi (separati) da un alto muro o siepe, ad evitare l’invasione delle greggi e – per gli alberi di frutta – delle capre.
IXIRRIA’2 sass. ‘scivolare, sdrucciolare’. Base etimologica il sum. kir ‘to grovel, strisciare’.
IXIRRIA’3 sass. ‘picchiare con la cintura, cintolare’. Base etimologica il sum. ḫirin ‘leather object, oggetto di pelle’.

RISCIARA’1 sass. ‘risciacquare’. Base etimologica ri- (vedi) + sum. šar ‘to make splendid’.
RISCIARA’2 sass. ‘spettegolare’. Base etimologica ri- (vedi) + sum. šara ‘calunniare’.

Ci sono poi delle voci che cambiano significato al cambiare persona. Esempio:

ISCÁGLIU (òmine de) log. ‘uomo forte, coraggioso’. Base etimologica è il sum. kalag ‘strong, powerful, mighty’.

IXÁGLIA sass. ‘bagascia d’infimo ordine, puttanaccia’; scàia (S. Gavino). Ha tre possibili basi etimologice, dal sum. ḫal ‘to roll around; contorcersi, strisciare’; anche ḫal ‘upper thigh, parte inguinale della coscia’; anche ḫala to share, suddividere’.

04. DEFINIAMO IL VOCABOLARIO SARDO

Il vocabolario rappresenta il thesaurum del genio di un popolo, ed ogni singola voce è una tessera museale capace, per dimensione e colore, di esprimere uno o tanti degli inesauribili semantemi della comunicazione. Tali tessere sono preziose e funzionali poiché ognuna di esse va a comporre un insieme che narra e valorizza lo scibile condiviso da un popolo.
Nei casi migliori il vocabolario è l’archivio pulsante di una vera lingua, la quale può dirsi tale quando ha una somma di funzioni che consentono di esprimere un universo di concetti lumeggianti una vasta gamma di attività economiche, sociali, tecniche, scientifiche, spirituali. Nei momenti culminanti della propria storia la lingua di un popolo organizzato esprime anche delle forme di letteratura, le quali a loro volta sono sorgenti di germi vitali al rinnovarsi quotidiano dell’impellenza comunicativa, diventando una potente base colonnare per lo spirito di un popolo.
È possibile oggi inquadrare entro queste coordinate la storia della lingua sarda? Con molta cautela, propendo per il sì, per quanto tali coordinate escano dal buio e comincino a profilarsi molto tardi (soltanto dal 1000 ev.), con una struttura gracile e incompleta, alquanto carente di componenti essenziali quale lo scibile tecnologico, in buona parte perduto.
La tecnologia sarda dei secoli a noi prossimi appalesa per lo più contaminazioni terramannesi (segno di un lungo declino economico-culturale); ma nel settore ittico parecchio ancora trapela dell’antico scibile, il quale non ci perviene fossilizzato come ammasso di voci inerti ma appare connesso alla (pur gracile) economia locale. Si veda l’ittionomastica meridionale conservata dal Marcialis. Ma tale settore primeggia anzitutto nella parlata sassarese-turritana, della quale il Bazzoni ha conservato una massa di voci marinare che non sono affatto un accatto dal lessico di Terramanna ma una preziosa porzione di lessico autoctono (a parte le commistioni reciproche).
Il ricchissimo lessico marinaro del Bazzoni è esclusivo del sassarese (Dizionario fraseologico sassarese-italiano), e riguarda ogni e qualsiasi parte di una barca, di una nave, della carpenteria nautica, del sartiame, delle tecniche di pesca; riguarda pure ogni specie ittica, nonché la gastronomia ad essa legata. Quest’archivio marinaro autoctono per la Sardegna costituisce una potente eccezione, e può essere spiegato per paradosso proprio con l’occupazione romana di Turris Libysonis e con la conseguente romanizzazione del tavolato sassarese. Così come ho scritto spesso, e come spiegherò anche in questa sede, è sbagliato immaginare che la colonia romana di Turris avesse comportato una totale sostituzione etnica. Occorre invece osservare la più grande delle ovvietà, che i Romani diventarono padroni delle terre e dei principali gangli economici, tra i quali erano compresi il porto turrense, la navigazione, la pesca. Ma quel sentirsi padroni assoluti non li spinse giammai a lavorare in prima persona. Schiavi, semischiavi e tant’altro, una cospicua manodopera assunta presso gli indigeni, costituì la massa lavorativa che mantenne vitali tutte le attività che prima di Turris erano gestite in prima persona dai sardi e dai loro padroni sardi.
Pertanto sarebbe inesatto sostenere che i padroni romani si sostituirono nella navigazione e nella pesca. Essi in quelle attività comandarono e guadagnarono. Ma la manodopera rimase quella sarda. Ecco perché fu conservato intatto fino ad oggi lo scibile originario dell’intero corno NW della Sardegna. Va tributata eterna gratitudine a Gian Paolo Bazzoni per avere conservato nel DFSI il prezioso lessico marinaro preromano.
Tutto ciò considerato, dobbiamo tener conto che la lingua sarda è ricca di almeno 100.000 vocaboli, ed è latamente capace di esprimere una enorme massa di scibile. Se la Sardegna fosse indipendente, la sua lingua sarebbe perfettamente in grado di intrattenere relazioni internazionali. Ciò che oggi indebolisce la lingua sarda non è la sua (solida) struttura reale ma gli studi fuorvianti che l’accademia (l’Università) ha sinora condotto su di essa.
Come un tarlo esiziale, l’accademia da oltre un secolo ha operato sulla lingua sarda – concatenandoli l’uno all’altro in circolo chiuso – degli studi che partono (e s’arenano, senza mai navigare) dalla suddivisione isolana in un sistema di dialetti. Sostando in tale secca ed ivi logorandosi, ogni e qualsiasi studio sulla lingua sarda si è connotato sinora esclusivamente per la maniacale ricerca delle distinzioni dialettali, per supposti marchi divisori nella fonetica, per la distribuzione delle voci pertinenti a un dialetto più che all’altro, per la meticolosa ricerca di ciò che è “più sardo” da ciò che è “meno sardo”, per l’ideologica protervia nel crearsi ciecamente a tavolino delle fonti straniere da cui derivare tutti i fenomeni lessicali e fonetici della lingua sarda, quindi per la perniciosa convinzione che la lingua sarda non sia altro che un immenso ammasso di lessemi coloniali, pervenuti da Oltretirreno. Mai nessuno studio accademico è partito dall’assunto che la lingua sarda è una ed una soltanto, da qualsiasi angolo la vogliamo scrutare, e che essa mantiene inalterata da parecchi millenni la propria struttura lessicale e fonetica, sino a pochi secoli fa anche la struttura grammaticale.
Di quegli studi fuorvianti ho scritto tanto, ed altro scriverò in queste pagine (ci tornerò più oltre). Ora conviene ritornare ai tempi di Turris Libysonis (o se vogliamo, ai tempi della presa di Tharros e di Karalis), poiché quella è la linea storica tracciata dai linguisti per decretare la catastrofe della lingua sarda, da cui poi essa sarebbe rinata attingendo esclusivamente dal vocabolario latino, poi dal vocabolario pisano, poi da quello catalano.
Ho spiegato è spiegherò che non ci fu alcuna catastrofe. L’assenza di catastrofe è ascrivibile alla determinazione dei Romani di non penetrare tra le montagne, poiché ritenevano conveniente tener salde le miniere, il grano, la navigazione, e lasciare che i Sardi dell’interno continuassero a vivere autonomamente ed a recare alle città ed ai porti i beni più commerciabili.
Inutile dire che i Romani, senza dissanguarsi in guerre infinite per la conquista della Barbagia, e sopportando pazientemente un fisiologico ripetersi di secolari bardane di cavalieri barbaricini, ottennero lo stesso scopo, poiché in un modo o nell’altro la popolazione sarda avrebbe continuato a produrre le proprie merci e recapitarle presso i gangli commerciali e distributivi (nelle mani del conquistatore). Tutto ciò bastò comunque a sbilanciare fortemente la coesione tra Sardi, tra quelli liberi dell’interno e quelli sottomessi delle pianure, delle miniere, delle coste. E pare sia stata proprio la soccombenza di questi ultimi, iniziata 2250 anni fa con la colonizzazione del 238 aev., ad instaurare una discrasia storica tale da impedire – tra i Sardi sottomessi – l’avvio di una letteratura antico-sarda. In una Sardegna bipartita tra montanari liberi e gente soggetta, reciprocamente a contatto ed in perenne confronto per ovvie ragioni commerciali, la storia sarda mutò in non-storia per un lungo millennio, poiché alla lingua sarda delle città e delle coste era impedito d’esprimersi per iscritto e persino di comunicare verbalmente in limba con l’apparato dominante. A loro volta, i Sardi dell’interno non avevano valide ragioni per esprimersi per iscritto. Anche i loro contratti – com’è noto – non ebbero mai supporti cartacei poiché venivano saldati, senza remore reciproche, con una semplice stretta di mano.
Da quel momento, in qualsiasi sito dell’Impero romano, i popoli colonizzati ebbero una sola possibilità: integrarsi nel nuovo percorso storico e contribuire all’irrobustimento della letteratura latina. Così fecero i Celti dell’Iberia e della Gallia, che espressero degli intellettuali come Marziale, Virgilio, Seneca. Altrove sortì anche il genio di Apuleio, ed in seguito san Girolamo, sant’Agostino, Quintiliano. Ma evidentemente in quei territori c’erano le condizioni politiche (es. la colonizzazione fu integrale, o viceversa fortemente integrante) e si riuscì ad operare con sufficiente respiro entro il tessuto socio-economico. A quanto sembra, la generalità dei residenti percepiva che le nuove forme proprietarie e di comando non erano tanto dissimili dalle vecchie, quindi risultavano decenti e sopportabili.
In Sardegna invece il sistema di appropriazione e di controllo dei Romani fu assoluto e rigidissimo sin dal primo istante (da una parte i Romani, dall’altra i soggetti: uno iato socio-economico profondo); in ogni modo il controllo fu predatorio e vessatorio (vedi l’esempio di Scauro), e l’edificazione di Turris Libysonis ai tempi di Giulio Cesare reinventò il fondaco sardiano alla foce del riu Mannu esclusivamente come nucleo di una città popolata in purezza da coloni latini contrapposti agli indigeni. Fu un momento esiziale che attanagliò l’isola tra due fuochi, la cui parte sud era stata già da tempo sottomessa con l’occupazione di Karallu (rinominata Karalis) e col rapidissimo trasferimento capitario delle miniere, delle saline, delle pianure cerealicole. L’intera marineria sarda fu annientata e la flotta confiscata. Alla confisca ed all’apparizione di fiduciari nelle saline è ancorato il nome del ricco Cleone, mentre per l’ambitissimo commercio dei cereali a sud si deve ipotizzare la nascita del latifondo la cui proprietà passò – senza compenso – in capo a facoltosi romani. In nuce, ecco il primo germe del feudalesimo sardo nonché la nascita dei numerosi pagi di “servi della gleba” in Marmilla e in Trexenta. Ancora più cinica fu la rimozione della tribù Galilla dai vasti territori del corno sud-est a vantaggio d’immigrati campani (i Patulcenses). E per l’ulteriore sorveglianza della vastissima contrada montuosa da Karalis al Flumendosa, Tiberio impiantò 4000 ebrei che procedettero alla fondazione di Sìnnai (da loro nominata Sìnnia).
In Sardegna, nonostante la relativa libertà dei Barbaricini, si era costituito un sistema coloniale di controllo e di rapina, ed ogni leva di potere, ogni grande e media proprietà capace di aumentare la ricchezza, ogni lucrosa mediazione commerciale fu sottratta ai Sardi, privandoli di qualsiasi autonomia nella gestione della ricchezza generata; talché si spense l’artigianato di pregio, si spensero i maestri della tecnologia, si spense la pesca e la navigazione, si spensero le possibilità dell’accumulazione autogena. Persino la produzione dei laterizi fu intestata a gente di fiducia romana, quale Acte. Rimase attivo l’artigianato di sussistenza delle zone interne, oltre a tutte le produzioni intercettabili dalla rete degli intermediari romani.
Nessuna meraviglia se la Sardegna, divenuta terra di diseguali, fratturata da profonde diàclasi tra romani e indigeni, lacerata dalla stessa separazione tra indigeni liberi e indigeni soggetti, non produsse nemmeno un intellettuale. La situazione di allora potrebbe stare a confronto col popolosissimo Zaire odierno, dove mancano gli intellettuali, e malattie altamente perniciose imperversano e dilagano, effetto della dominazione belga e della presa strangolatoria dell’attuale capitalismo sovranazionale, cui piace mettere i gruppi indigeni gli uni contro gli altri, generando guerriglie endemiche.

05. TURRIS LIBYSONIS, SASSARI E LA LATINIZZAZIONE TURRITANA

La storia recente della parlata sassarese comincia proprio da Turris Libysonis. I coloni latini mandati da Giulio Cesare a metà del I sec. aev. non s’impadronirono soltanto del fondaco all’estuario del rio Mannu (Libysunu), ma s’espansero in tutta l’immensa pianura che dalla foce spazia sino a Sorso, sino all’attuale cimitero di Sàssari. Di conseguenza i sardi di stanza al piano furono respinti verso Serra Secca-Ósilo, verso Sénnari-Nulvi, sulle colline oltre il rio Màscari, sul tavolato calcareo di Tissi-Ùsini, oltre Olmedo, oltre Nurae (Alghero), sulle alture di Villanova Monteleone. In tal guisa i cesariani si ritagliarono d’emblée, a proprio vantaggio, la Romània (Romàngia).
Facile immaginare quell’operazione come una depopulātio, almeno nella fase iniziale della presa imperiale. Il saccheggio, la devastazione erano consueti, ed è immaginabile un piano d’incendi contro le baracche degli indigeni, affinché le intenzioni coloniali fossero chiare. Ai romani interessava impossessarsi rapidamente del porto, della terra, del bestiame, degli strumenti produttivi, delle strutture e delle infrastrutture, ma suppongo senza programmi di totale annientamento, bastandogli sospingere con le armi la massa dei fuggitivi indifesi. I quali senza dubbio furono accolti fraternamente nei villaggi pastorali delle colline che stanno a chiostra della Romània.
La catastrofe della lingua sarda nel nord-ovest fu generata 2030 anni fa dal repentino e massiccio ricambio di popolazione. C’è da immaginare che nel giro di pochi mesi nella pianura turritana sparì la lingua sarda e si parlò soltanto latino.
L’evento produsse effetti che oggi ancora durano. Possiamo parlare di flussi e riflussi vichiani, entro i quali però operarono perennemente due costanti. 1. I Turrenses ebbero forte coscienza del privilegio di essere custodi e depositari dell’eredità coloniale e imperiale, la quale rimase anacronisticamente viva nei loro comportamenti persino dopo la dissoluzione di Roma, quando i traffici e persino lo ius solī furono resi insicuri dalla talassocrazia araba. Ordinatamente e programmaticamente, i Turrenses si ritirarono allora sulle basse falde di Serra Secca per fondarci Sàssari, e per tutta la Romània essi proseguirono a parlare il proprio latino, riconoscendosi come comunità di occupazione anche in virtù della legislazione coloniale che ne aveva indirizzato i comportamenti.
2. Non possiamo sottovalutare che la colonia turritana era tale in quanto aveva l’onere di controllare la metà dell’isola sino alle foci del Tirso e sino al Gennargentu. Quest’onere condizionava i turritani a interagire con gli indigeni per qualsiasi esigenza legata ad imposte, commerci, esportazioni, polizia locale, viabilità. I privilegi coloniali erano però tali da costringere i romani ad imparare la lingua sarda (bilinguismo), anche perché i sardi procacciavano a Turris Libysonis e all’intera Romània una notevolissima quantità di merci tipiche delle aree montane, quali formaggi, greggi da esportazione, cavalli, asini, selvaggina, carni macellate, maiali, prosciutti ed insaccati, lana, pelli, miele, cera, corna, vino, olio, cestini, legname, resine di pino o di piante fruttifere, erboristeria, sughero, artigianato tipico, cordami, canapa, lino, graniti e altre pietre edilizie.
Va da sé che l’afflusso a Turris, poi anche a Sassari, di tante produzioni favoriva la lenta contaminazione del latino coloniale con la lingua sarda. Non solo, ma si deve supporre che molti turritani infine si sposassero con delle sarde, ed in più acquisissero parecchie proprietà dai villaggi collinari limitrofi, con codazzo di fiduciari, fattori e schiavi di vario jure. Fenomeno di osmosi che possiamo considerare concluso (e manifesto) soltanto col primo apparire dei condaghes e infine con gli Statuti Sassaresi, scritti in logudorese. E sappiamo bene che la nuova Sassari degli Statuti e dei condaghes apre lo scenario di una nobiltà cittadina che gestiva i propri beni soprattutto nei paesi vicini (esattamente come 1000 anni prima si erano incaricati di fare i Turritani).

Abbiamo appena tratteggiato il primo corso-ricorso vichiano. Ma questo riflusso della lingua sarda entro Turris ed entro Sassari, cominciato 2030 anni fa per tutta la Romània (Romàngia) e poi riapertosi di bel nuovo all’epoca delle Repubbliche Marinare con l’insediamento di mercanti e imprenditori liguri e pisani, non si può capire appieno senza considerare gli ostacoli ed i freni (freni giuridici, di vantaggio, di opportunità) opposti dalla costante “coloniale romana”, in forza della quale i Sassaresi, persino a distanza di un millennio, persino oggi, dopo due millenni, hanno sempre fatto valere il proprio status di cittadini contro quello dei biḍḍìncuri, dei villae incolae, dei villici abitatori dei villaggi collinari.
Che lo status di cives Romanorum fosse tenacissimo e distintivo lo si riscontra persino oggi nella irragionevole spocchia dei Sassaresi verso li biḍḍìncuri. Il tempo si era incaricato di trasformare in ideologia quello status privilegiato (già desueto da quando Caracalla aveva promulgato erga omnes la cittadinanza romana). Purtroppo, è stata proprio l’ideologia sottesa alla colonizzazione a rimanere incrollabile. Essa fu persino riacerbata ed attualizzata nel Ventennio fascista con la legislazione contro l’inurbamento dei rurali.
In ogni modo, lo status giuridico originario dei Turrenses si rivela storicizzato in quattro fenomeni significativi. 1. Cominciamo con la divisione dell’economia tra turritani e biḍḍìncuri: la prima fu essenzialmente agricola, la seconda essenzialmente pastorale. Ciò fruttò ai Sassarési, da parte di li biḍḍíncuri (ch’erano di lingua semitica), il primo epiteto: Thatharésu magna cáura ‘Sassarese mangia-cavoli’, sintagma integralmente semitico. Per Thatharésu vedi all’elenco degli etimi; cáula è da akk. ka’’ulu(m); magna da akk. mânu ‘fornire di cibo’ (cfr. ant.fr. manger, parola mediterranea; il log. mandigáre ha diversa ricostruzione, dallo stato costrutto mân-dêq, ‘mangiare cose propizie’: mânu + dêq, damāqu ‘esser propizio’). 2. Dovevano essere burloni, li biḍḍíncuri, perché forgiarono pure un secondo epiteto: méngu. Infatti la stanzialità esasperata nel tavolato sassarese fu osservata da li biḍḍíncuri con divertita spocchia, e méngu, dallo stato costrutto accadico men-ḫū’u ‘amante dei gufi’ (menû ‘amare’ + ḫū’u ‘civetta, gufo’), era il minimo che sos Thatharésos meritassero per l’esasperata vocazione a fare la guardia ai propri orti, a turno, anche di notte, al fine d’impedire gli sconfinamenti e i danneggiamenti delle greggi. Tale guardiania fu resa nota persino dalla Carta De Logu. Méngu era d’uso mediterraneo, e infatti il cognome Mengo ci proviene dalla penisola.
3. Osserviamo adesso il terzo fenomeno. I Sassaresi rispondevano a quegli epiteti semitici con la maledizione La crozi mara!, che in latino classico fa malam crucem!, terribile maledizione rivolta ai non-romani (i quali potevano essere crocifissi); essa è ancora viva a Sassari, ed è palese che inizialmente fosse rivolta esclusivamente ai biḍḍíncuri. 4. Si vede che la catastrofe linguistica in questo territorio era stata radicale. Assieme ad essa ci fu anche la netta separazione della tradizione giuridica. Lo notiamo dal fatto che, alla maledizione La crozi mara!, li biḍḍíncuri rispondevano (ancora oggi rispondono) con l’epiteto “Tatharésu impicca-babbu”, sintagma interamente semitico: babbu è dal bab. abu ‘padre’, impicca è dal bab. pīqu ‘strangolare’. E così veniamo a sapere che dal padre ci si liberava strangolandolo. Il parricidio era un uso prettamente romano, per il fatto che il peculium della famiglia rimaneva sempre in potere del paterfamilias, ed i filii-familias maggiorenni e sposati, non potendo accedere a mutui di alcun tipo, erano spesso indotti al parricidio per subentrare nella disponibilità del peculium. Fu necessario il “senatoconsulto Macedoniano”, espresso sotto Vespasiano (69-79), per impedire che i parricidî continuassero, o almeno fossero meno numerosi. Ma intanto li Biḍḍìncuri, di lingua e diritto semitico, avevano già preso le loro vendette contro gli occupanti, e la nomea anti-sassarese dura ancora oggi.

06. I BALARES

A questo punto serve introdurre una parentesi e guardare molto indietro. L’immenso penepiano calcareo sassarese fu non solo capace di fornire ogni genere di vivande (comprese le derrate da esportazione), ma giaceva pure a bocca delle rotte dell’Alto Tirreno e del Mare balearico: quindi era vicino a Roma, a Pisa, a Genova, alle Baleari, all’Iberia. Va da sé che l’estuario di Libysunu si prestava egregiamente come bacino di partenza alle flotte sarde che in età nuragica puntavano oltre le Colonne d’Ercole per procacciare lo stagno lusitano e quello britannico.
Questa considerazione geografica illumina la storia travagliata ed originale del corno NW dell’isola (scritta non solo dalla colonia romana, non solo da pisani e genovesi), poiché i capovolgimenti socio-linguistici da esso subiti nei vari millenni sono quasi da manuale. Senza tornare eccessivamente indietro alla pacifica invasione dei Cro-Magnon di 40.000 anni fa (vedi la Grotta di Corbeddu in quel di Oliena), dobbiamo però citare la più recente intromissione del Popolo dei Beakers proveniente dalle coste iberiche nel 2500 aev. (ossia 4500 anni fa). Esso sicuramente approdò a Libysunu, e pare generato dai balearici il nome della grande tribù dei Balares esistente, secondo i testi romani, proprio nella futura Romània e nelle sue estensioni ad Est verso l’Anglona.
Beninteso, nulla di drammatico era accaduto con i Cro-Magnon, poiché la loro lingua, simile nei radicali a quella autoctona della Sardegna, fu soltanto in grado di arricchirla. In più, sovrapponendo il formulario accadico sull’originario sumerico, l’Homo Sapiens riuscì ad apportare non solo un geniale metodo d’arricchimento dei vocaboli (la fusione tra due radicali per esprimere nuovi concetti e persino per moltiplicare i campi semantici) ma introduceva pure nuovi schemi grammaticali, quale lo stato-costrutto e la declinazione nominale.
Nuovi processi sono attribuibili anche ai Balares, ma stavolta soltanto sul piano tecnologico, non solo riguardo all’arte del vaso campaniforme ma riguardo all’introduzione delle domus de janas. I Beakers verosimilmente approdarono alla chetichella a Libysunu, entrarono quasi “in punta di piedi”, pochi alla volta in qualità di artigiani, e in quanto tali con un rango rispettato. Per il modo come penetrarono, sembra del tutto ovvio che non vi operarono alcuno stravolgimento linguistico. Si vedano le statistiche dei brachicefali, i quali apparvero inizialmente nel NW dell’isola quasi per caso. La dimostrazione che furono bene accolti proviene dalla progressiva espansione dei brachicefali, che nell’arco di qualche secolo giunsero a parificare i dolicocefali dell’isola, per mantenere infine una parità che ancora oggi perdura.

07. ARCAICITÀ DEL SASSARESE

Possiamo considerare eccezionale (dunque ininfluente per la lingua) il rinnovamento sanguigno e culturale apportato dai Beakers brachicefali. Dopo il loro avvento, la Sardegna potè soltanto migliorare. Ma la lingua originaria della Sardegna era rimasta ancor sempre intatta. Lo si nota dal fatto che la Sardegna (e Sassari) conserva un ammontare tale di parole arcaiche, da non porre alcun dubbio che esse risalgano a parecchi millenni, persino a decine di millenni.
Prendiamo atto che a Sassari, ancora oggi, permangono migliaia di vocaboli talmente arcaici da potersi definire autentici prodotti della Lingua-Madre, ossia relitti inossidabili, viventi, della Ursprache mediterranea. È vero che alcuni tra i vocaboli che ora stiamo per esaminare non sono a base sumerica ma a base accadica, ma è pur vero che l’apparizione scritta dell’accadico risale a 4300 anni fa, mentre del suo primitivo dilagare per la Mezzaluna Fertile e nel Mediterraneo non si può fornire una data, potendo risalire benissimo a 10.000 od a 20.000 anni fa, sempre con provenienza dal Delta (com’è dimostrato dal fatto che sulle alture etiopiche ed attorno alle terre donde origina il Nilo permane ancora oggi un groviglio di parlate a fondo accadico: v. SSG).
Il brevissimo elenco di vocaboli arcaici che propongo qua sotto dovrebbe essere sufficiente – assieme al restante vocabolario sassarese – a lavare ogni possibile errore dalla mente di chi non ha ancora capito che a Sassari le Repubbliche Marinare ebbero soltanto il tempo di stendere un traballante sovrastrato, rilevabile più che altro (e nemmeno sempre) a livello di suffissazione, non certo a livello dei radicali e del lessico in generale. Inoltre va chiarito che il permanere di migliaia di voci intatte quali quelle qua sotto, vuol dire una sola cosa: che a Sassari la plebe zappadora accattò il nuovo trattenendo interamente l’antico.

ABBUZZA’ sass. ‘vincere al gioco’. Nell’alta antichità e sino a tutto il Medioevo la vittoria in qualche gioco o gara pubblica era premiata spesso con un palio, ossia un drappo di stoffa fine (da cui it. palio, sd. palu), segno che nel passato questa fu la merce più ambita sul mercato da ogni classe sociale. È quindi probabile che questo verbo sassarese abbia l’arcaica origine nell’akk. būṣu ‘fine linen, byssus’, ‘a type of glass’, ‘glass vessel’ for oil, wine etc.
ABURA’ sass. ‘strinare; macchiare leggermente una stoffa, un indumento, col ferro da stiro troppo caldo’. Cfr. lat. ūrere ‘ardere, bruciare’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + ebr. ḥārā ‘ardere’ (OCE II 601).
ACCANTARRA’ sass. ‘accantonare, sistemare in un canto’ (Bazzoni); anche accantuna’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + ḫamatû ‘help, assistance’ + arû ‘granary, storehouse’. Il composto a-ḫam(a)t-arû in origine significò ‘immagazzinare a fini di assistenza, soccorso’.
ACCÁNTU sass. agg. e pron. ‘poco’: kissa gosa abbałta accantu accantu ‘tutto ciò basta appena’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + akk. ḫamṭu, ḫanṭu ‘quick, sudden; veloce, rapido’.
ACCARAÍZZU sass. agg. e pron. ‘poco’. Vedi anche aízzu, aízzi; anche aḍḍizzu, adíziu (camp.) ‘poco’, ‘appena, un istante’, ‘piccola quantità’; izzeḍḍu ‘pochino’. Base etimologica di aizzu è l’akk. adi, ad ‘entro, nel limite di’ + īṣu, wīṣum ‘poco’, ‘piccolo’.
Quanto ad accaraízzu, è un’antica locuzione akk. da adi, ad ‘entro, nel limite di’ + karû ‘short, corto’, ‘shorten, accorciare’ + aízzu (con l’etimo già osservato). Il composto in origine significò ‘nel limite di pochissimo, di veramente poco’.
ACCIAGGARA’ sass. ‘ammosciare, afflosciare’: lu so’ acciaggaréndi ‘lo stanno rendendo malleabile’; da kissu interrogatòriu n’è isciddu acciaggaraddu ‘da quell’interrogatorio è uscito sbattuto, rammollito’; acciaggarassi da la risa ‘scompisciarsi dal ridere’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + ḫaḫḫu ‘phlegm, mucus’.
AFFEŁTU sass. ‘pettegolezzo maligno’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + sum. peš ‘to slice, affettare; tagliare in (pezzi)’ + tab ‘to burn, bruciare’. Il composto ap-peš-tab in origine significò ‘fare a pezzi e bruciare’ (operazione di magia nera).
AFFINDI’ sass. ‘offendere’. DELI, nonostante tutto, non riesce a dimostrare l’origine latina della voce italiana. Invero, la base sta nel sum. ub ‘to enunciate, speak’ + pendu ‘spot, macchia’. Il composto ub-pendu (leggi uppendu) in origine significò ‘macchiare a parole, denigrare’.
AFFIRA’ sass. ‘orientarsi, dirigersi verso’: a sigundu a undì l’affira ‘secondo che tendenza mostra’; rifl. affirassi: s’è affiraddu a l’ara di giossu ‘si è diretto giù, in basso’. La voce-base è sd. filu ‘sentiero’; ma occorre tener conto che tale semantica è una metonimia, da filu ‘filo’. Si ricordi ad es. il filo di Arianna, poiché tale concetto aiuta a capire quello di ‘sentiero’. A sua volta, filu ‘filo, filamento’ va cfr. con lat. fῑlum ‘idem’; filu, fῑlum è anche il fuso delle Parche (vedi sd. Filonzana, la Parca carnascialesca che taglia il filo dell’esistenza). Cfr. akk. pilaqqu ‘spindle, fuso’, di cui forse filu, fῑlum sono retroformazioni; e cfr. il sum. pela (un tipo di canna, evidentemente una cannuccia, con la quale si costruivano le stuoie e le corde grossolane).
ÁIVVARU (bot.) sass.; álvaru log. ‘pioppo bianco’; anche fułtiáivvaru; l’uno e l’altro vocabolo indicano principalmente il ‘pioppo’ generico. Un po’ in tutta l’isola si ripetono gli stessi nomi: fustiarvu, fustiarbu, pustiarbu, pustialvu (nei vari casi c’è l’apposizione in stato costrutto di fuste ‘tronco’); abbiamo anche la corruzione puttiàrvure; altre corruzioni sono cortiarvu, costiarvu, ed anche linnarbu, linnarvu; altrove si torna alla forma logudorese: álbaru, álvaru, sàlvaru (quest’ultimo inteso evidentemente come su álvaru).
Non c’è linguista che non abbia accostato queste forme al lat. albus ‘bianco’. Ciò è accaduto in forza di un indolente approccio alla voce più comoda, che nel loro caso era quella latina. E non hanno badato al fatto che in Sardegna il cosiddetto ‘pioppo bianco’ ha bianca soltanto una delle due pagine foliari; e comunque questo albero, rispetto agli altri pioppi, è fortemente minoritario, anzi in Sardegna è quasi inesistente. Nessuno si è accorto che tutte le voci sarde sono arcaiche (le numerose corruzioni lo provano, avendo avuto modo di elaborarsi nello spazio di millenni). Invero, la voce-base áivvaru è un aggettivale relativo ai luoghi umidi, acquitrinosi. Non è un caso che il pioppo sia pianta riparia, albero di elezione dei luoghi umidi.
Áivvaru insomma è fitonimo escIusivamente sardo. In Sardegna esiste un territorio da molti millenni chiamato Arboréa, in seguito appartenuto al glorioso Regno di Arborèa. Questo coronimo ha base etimologica nell’akk. ārā ‘terra, territorio’ + būru(m) ‘palude’. Il composto consente di capire come fosse la geografia di quel territorio prima che l’uomo ci mettesse mano e tentasse di trasformarlo. Ne abbiamo avuto peraltro sufficiente dimostrazione storica prima e durante la grande bonifica dell’attuale territorio del comune di Arboréa, iniziata oltre 100 anni fa a vantaggio d’una terra letteralmente zeppa di stagni, lagune, pantani. Ecco perché il coronimo Arboréa significa ‘territorio pieno di stagni’. Ed áivvaru indicò propriamente ‘l’albero degli stagni’.
AKKÉ sass. nell’espressione: in dugna gosa acciappa l’akké ‘va sempre cercando il pelo nell’uovo, cavilli dappertutto’. Questa è una semplice variante fonetica di akkí avv. ‘perché’. In ogni modo, questa voce può anche avere l’etimo nel sum. akkil ‘where, dove’, ‘when, quando’.
AKKÍ sass. e log. avv. ‘perché’. La sua base sta nell’akk. akī, akkī, da ana kī, ana ke ‘come’; ass. akia ‘così’.
AKKIRINADDU sass. agg. ‘accosciato’. Base etimologica il sum. kir ‘to grovel, roll around; strisciare, contorcersi, rotolarsi’ + in ‘abuse’. In origine kir-in indicò uno che si contorce abusivamente (ossia sconciamente)’.
ALLINGARADDU sass. ‘balbuziente, tartaglione’. Detto anche linghiténtu. Per l’etimo vai a linga (< akk. leqû, laqû ‘to take, prendere, portar via’) + akk. raddu ‘pursued, inseguito’, o anche râdu ‘to quake, shake; terremotare, scuotere violentemente’.
ANCAUSÉ sass. avv. ‘altrimenti, casomai, in tal caso’. Base etimologica il sum. anĝa ‘however, tuttavia, comunque, in ogni modo’ + us ‘to follow, drag; seguire, trascinare’. Il composto anĝa-us in origine significò ‘tuttavia di conseguenza…’ (un significato pressoché identico a quello di oggi). Vedi anche le forme incausé, sincausé.
ANCU, k’ancu sass., log. ‘utinam’ (auspicio, desiderio), ‘se…; voglia il cielo che…; potessi…; così sia!’; da Espa: ancu non ti bìas prus ‘che tu possa scomparire!’, ancu andes kéi su fumu ‘che tu vada come il fumo!’, ancu ti falet ráju ‘che ti colpisca un fulmine!’. Base etimologica nel sum. An ‘Dio del Cielo’ + ḫu-, prefisso modale (preformativo verbale) con valore precativo, ottativo: An-ḫu- ‘voglia Dio!’. La forma k’ancu è appoggiata dal camp. ki (che parimenti è un desiderativo).
ANCUSIGNO’ sass. variante di ancu, k’ancu (vedi). Ancusigno’ non è altro che la conferma dell’etimologia proposta per ancu, dove entra in ballo -signo’ ‘Signore’ (invocazione rafforzativa rivolta parimenti al Dio Sommo).
ANNUTA’ sass. ‘guardare’. È Bazzoni a rendere con tale verbo italiano la locuzione Mai ti végghi e mai t’annoti (apostrofe sferzante rivolta a gente scostante, rude, asociale, che rompe ogni dialogo), ch’egli rende così: ‘che mai nessuno ti veda o ti guardi’. Tale traduzione di una locuzione indubbiamente residuale, irrigidita e certamente poco perspicua, sembra alquanto banale. Invece la locuzione acquista vivida personalità se ricaviamo l’etimo di annóti dall’akk. nūḫtu ‘calm, peace’. Quindi Mai ti végghi e mai t’annoti in origine fu la seguente bestemmia: ‘che tu rimanga d’ora in poi solitario e senza pace’.
APIÓRU sass. ‘profondo’, ma solo riferito al cantante (‘basso profondo’). Base etimologica il sum. pû ‘mouth’ + urum ‘male, virile’. Il composto in stato costrutto a-pi-urum in origine significò’ con la voce virile’.
APPRÓSITU, aprόsitu sass. si dice di persona scorbutica, caustica per sdegno o risentimento, ‘risentito, irritato’. Possibile base etimologica è l’akk. apû ‘cloudy, nuvoloso’ + rusû ‘sorcery, stregoneria, magia negativa’. In questo caso aprûsitu è un participiale in -itu dal composto akk. apû-rusû, col significato di ‘rabbuiato, irritato, sconvolto per atto di stregoneria’.
APPUCCIA’ sass. ‘disprezzare, vituperare, infamare’, ‘avvilire’. Per questo verbo sono possibile due etimologie: l’akk. appu ‘becco’ o l’akk. apû ‘nuvoloso’. Nel primo caso il significato originario sarebbe ‘beccare, mordere’; nel secondo caso ‘denigrare’.
APPUNDARA’ sass. ‘soggiogare, sottomettere’; ‘usare prepotenza’. Base etimologica è l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + pûm ‘becco’ + dārâ ‘for ever’, la cui unione dà l’idea della continua insolenza del forte contro il soggetto. Frase usata nell’antico accadico: a pûm X wašābum ‘rimanere obbediente ad X’ (wašābum = ‘soggiacere’).
ARRASA’ sass. ‘pregare’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + rašû ‘ottenere (forza, aiuto, divina protezione)’.
ATTRINTZASSI sass. ‘mettersi in ordine i calzoni o la gonna indossati’; fig. ‘ripiegarsi le maniche, nel senso di accingersi a qualcosa con impegno’. Base etimologica l’akk. a, ana ‘per’ (finale) + sum. tiru ‘courtier, cortigiano’ + anzag ‘treasure’. Il composto at-tir-anzag in origine significò ‘intesorirsi, abbellirsi come un cortigiano’.
ATTRIPPASSI sass. ‘prepararsi, tenersi pronto’: attrìppaddi l’ippaḍḍi ‘preparati le spalle per ricevere una legnata’; attrìppaddi li pédi e pałti ‘prendi i piedi e vai via’. Base etimologica nell’akk. a, ana ‘per’ (finale) + sum. tir ‘arco’ + paḫ ‘leg’. Il composto tir-paḫ (con prefisso accadico di finalità a-) in origine significò ‘mettere in tensione le gambe’, nel senso di ‘predisporre le gambe come l’arco’ (prepararsi ad agire o a fuggire). Nell’attuale formazione sarda osserviamo l’ovvia metatesi di tir > tri-.
AXUBARADDU, aχuparaddu sass. ‘arcobaleno’. Anche aχubintu (lett. ‘arcodipinto’). Un arcobaleno appena intravisto a brandelli tra le nubi è detto occi di crabba ‘occhio di capra’ (questa definizione è del Bazzoni). Base etimologica di aχu-paraddu è l’akk. (w)arḫu ‘(arco della) luna nuova’ + parādum ‘frightening, spaventoso’; quindi significò ‘arco che incute timore (reverenziale)’. Questo secondo concetto si commenta da sé, considerata la meraviglia mista a paura che l’arcobaleno destava presso le primitive popolazioni.
Quanto a occi di crabba, a parte l’inconcepibile spiegazione del Bazzoni, ha base nel sum. ug light’ + diĝir ‘Dio’ + abba log. ‘acqua’ (< sum. a-ab-ba, da a ‘water’ + ab ‘sea’). Quindi occi di crabba (ug-diĝir-aabba) è paronomasia che in origine significò ‘acqua (che riflette) la luce di Dio’.
BAIBÁTU sass. ‘aratura, preparazione del terreno per la semina dopo le piogge settembrine’; anche ‘terreno sottoposto a tale preparazione’. Base etimologica nel sum. bar ‘aratro, plow’ + bar ‘aprire’ + tu ‘to weave, tessere, pettinare’. Il composto bar-bar-tu in origine significò ‘aprire e pettinare con l’aratro’.
BARANDONI sass. ‘crepitacolo’, ‘grossa battola’. Questa è parola arcaica, risalente all’Età della Pietra. Infatti si riferisce ad uno strumento musicale ligneo, evidentemente inventato molto prima della metallurgia, ed anche molto prima che fossero disponibili gli strumenti taglienti del Neolitico. Esistono ancora oggi certe “campanelle” orientali fatte di un grappolo di canne che crepitano all’urto di una porta che s’apre. Ebbene, lu barandoni dovette essere in origine un elementare strumento il cui crepito doveva richiamare la servitù di qualche uomo ricco o potente. Infatti ha base etimologica nell’akk. barû ‘to see, look at; oversee, watch searchingly; vedere, guardare a; sorvegliare, scrutare cercando’ + andu, amtu ‘female slave, schiava’.
BERIGUNZU sass. ‘semichiuso’; altrimenti detto a unu bòi. Base etimologica nel sum. birig ‘to contract, contract oneself, contrarsi; roll up, arrotolare, raggomitolarsi’. Lo stesso etimo di sass. vaħògna, log. birgonza ‘vergogna’.
BERRIDDU sass. ‘belato; mugugno, brontolio’; anche ibérriddu, ibírriddu. Possibile base etimologica il sum. er ‘tears, weeping, mourning; lacrime, pianto, lutto’ + idim ‘furious’. Il composto er-ridim in origine significò ‘pianto furioso’.
BIḌḌATZA sass. ‘orto vicino all’abitato, presso il villaggio’. Questo composto ha la stessa base etimologica di biḍḍa + akk. (w)aṣûm ‘to come out, uscir fuori’. Il composto bīt-aṣûm in origine indicò propriamente il ‘(terreno) fuori paese’.
BILLELLA, billèllera, billèllara. In logudorese è l’elleboro (Helleborus lividus Ait.). La Funtana di la Billèllara, a Sorso, prese l’antico nome da tale pianta velenosa. A Sassari si racconta la storiella che i vicini Sorsinchi, presentati scherzosamente come pazzi in tutte le barzellette “etniche”, desiderassero ardentemente appropriarsi della Funtana di Ruséḍḍu, la bellissima fonte cinquecentesca di Sassari, ed avessero tentato di portarla in villa tirandola con le funi. Non essendoci riusciti, la copiarono in parte, creando la loro bella fontana. In realtà è lo stesso Paulis NPPS 184 a raccontare essere credenza antica che l’elleboro fosse un rimedio contro la pazzia, e che la locuzione bier s’abba dessa billéllera ‘bere l’acqua dell’elleboro’ valesse come ‘esser pazzo’. L’elleboro cresce nei luoghi umidi e predilige le terre calcaree, com’è appunto il terreno su cui sorge Sorso. Il termine billèlla è sardiano, con base nell’akk. billu (a plant) + lillu(m) ‘idiota’ (stato costrutto bil-lillu > billèlla), col significato di ‘pianta dei matti’.
BILLOCCA sass. ‘alba, inizio del giorno’: a l’òra di la billocca ‘all’alba’. Base etimologica nel sum. bil ‘to burn, bruciare’ + ukuk ‘to burn’. Il composto bil-lukuk, con raddoppiamento semantico, indicò in origine ‘l’ora dell’insolazione, del riscaldamento terrestre’.
BILLÓI sass. ‘persona rozza, abituata a vivere in luoghi remoti e incivili’. Al tempo del Fascismo, l’aggettivale era rivolto spessissimo ai paesani. Base etimologica è il sum. bal ‘stone, pietra’ + lu ‘man, uomo’. Il composto in origine significò ‘Uomo delle caverne, uomo dell’Età della Pietra’. Ma potrebbe anche avere base nell’akk. billu ‘admixture; alloy (component of metal)’. In questo secondo caso avrebbe il significato originario di ‘metallurgo’, ma così andremmo in contrasto con la semantica logudorese, la quale si riferisce proprio ad un uomo arretrato anziché al grande artigiano delle epoche passate.
BIRA’ sass. ‘tracimare, debordare, specialmente di liquidi che fuoriescono dal contenitore’. Base etimologica è il sum. bir ‘to scatter, disperse; sparpagliare, disperdere’.
BIRÓNI sass. ‘lucerna, lumino’. Vedi anche làmpana. La voce presenta la rotacizzazione della -l-, com’è usuale a Sassari. In origine fu bilóni, da sum. bil ‘to burn’ + unu ‘wooden stick’. Il significato primitivo fu ‘bastone che arde’ ossia ‘fiaccola’.
BÒI2, bòe è termine sass. e log., in una formazione fraseologica riferita alle porte o finestre che hanno i due battenti socchiusi, combacianti, il tanto da far passare un mero raggio di luce, addirittura soltanto i suoi riflessi, oscurando in tal guisa la stanza: gianna a bòi ‘porta con i battenti accostati’. Quest lemma viene ridotto da tutti i linguisti al significato di ‘bue’ < lat. bōs, bŏvis.
Wagner annota con sicumera che janna a bòi «si dice di una porta socchiusa, che lascia passare un solo bue» (sic!). Egli non si è nemmeno reso conto che un solo bue, nelle antiche porte contadine, non riusciva neppure a infilarsi, anche se tenute spalancate. La vera base etimologica del sintagma a bòi è l’akk. apu ‘hole, opening, foro, apertura’; abû, apû ‘velato’ < abû, apû ‘diventare velato, nuvoloso’. Quindi janna o vintana a bòi significò in origine, ed ancora significa, ‘porta o finestra che lascia intravedere un mero pertugio, che vela ed offusca la luce’.
BRACCA-BRACCA sass. avv. ‘lentamente, mano a mano’. Base etimologica l’akk. warḫu ‘luna, lunazione’, son seriore metatesi. La voce ripetuta pone in evidenza il lento ingrandirsi della luna col passare dei giorni.
BRAGA sass. ‘spacconata, smargiassata, prepotenza’: ài poggu di fa’ braga ‘hai poco da fare lo smargiasso’; no ti dà braga ‘non fare lo spaccone’. Base etimologica l’akk. baqru ‘claim, pretesa, rivendicazione’, ‘diritto alla rivendicazione’.
BRÉTTIU (a bréttiu) sass. avv. ‘a caso, senza un ordine preciso’ (lo stesso significato che ingl. at random). Vedi anche imbréttiu. Possibile base etimologica l’akk. birûtu ‘divination’, ‘capacità di prevedere il futuro, d’interpretare il passato e, più in generale, di scoprire verità nascoste (tramite la chiaroveggenza, la precognizione, la telepatia e altri fenomeni simili)’. Già le persone più indipendenti presso gli antichi consideravano la divinazione un imbroglio. Comunque non fu necessario pervenire a questo concetto per capire che in realtà il sacerdote nella divinazione procedeva realmente at random.
BRIKKETTU sass. ‘fiammifero’. Base etimologica l’akk. barāqum ‘to lighten, shine; illuminare, brillare’ + suff. diminutivo -éttu.
BRUCCIURA’ sass. ‘cadere rotolando, ruzzolare, rovinare’: n’è brucciuraddu da sobra la cabiłtùria ‘è ruzzolato giù dal tetto’. Base etimologica il sum. bul ‘to shake, scuotere’ + ḫulu ‘ruination, rovina’. Il composto bul-ḫulu si modificò per effetto della legge fonetica sassarese e cagliaritana della rotacizzazione. Indi fu sottoposto alla metatesi (bur- > bru-).
BUMBA’, imbumba’ sass. ‘restituire’, ‘rendere ciò che si è preso’: tzéχa di bumbanni kissi dinà ‘vedi di restituire quei quattrini’. Base etimologica il sum. bun ‘bellow, mantice, soffietto’, bun ‘to blow, spingere, soffiare, far svolazzare’ + bal ‘to give back, restituire; return stolen property, restituire il rubato’. Il composto bun-bal in origine indicò l’azione di ‘spingere la restituzione del rubato’.
BURA’2 sass. nella locuzione n’àggiu lu córi buraddu ‘ho perduto le speranze’, ‘ho un brutto presentimento’. Base etimologica è il sum. bur ‘to tear out, strappare, staccare’, anche ‘to cut, tagliare, fare a pezzi’, oppure buru ‘disease, malessere’.
BURADDU2 sass. agg. di piante, verdure, ortaggi sfioriti, passati di maturazione, svigoriti: cáura a fiori buradda ‘cavolfiore avvizzito’. A quanto pare, la base etimologica è il sum. buluĝ ‘to grow up, finire la crescita; ripened, maturato eccessivamente’. In seguito la -l- fu rotacizzata.
BURELLU sass. ‘curvatura, rigonfiamento della rete, punto dove s’addensano i pesci’. Base etimologica il sum. bur ‘to spread out, stendersi’, ‘to tear out, strappare’ + ellag ‘ball, palla’. Il composto bur-ellag in origine significò ‘rigonfiamento per distensione’.
CABAGNA, cavagna sass. ‘grossa cesta, canestro di grandi dimensioni’. Base etimologica nel sum. kab ‘to test’ (vedi anche kabduga ‘container for measure’) + aĝ (leggi agn) ‘measure, misura’. Il composto kab-aĝ in origine indicò propriamente un ‘contenitore per misurare’
CABIASSU, gabiassu sass. ‘contenitore per il trasporto di malta’. Base etimologica l’akk. ḫābû (a storage jar, vaso di contenimento) + azu (a craftsman, un artigiano). Il composto in origine significò ‘vaso di contenimento per lavori artigianali’ (in questo caso per mescolare gli elementi della malta).
CABIGLIÓNI sass. ‘triglia, pesce di mare di colore rossiccio, ottimo per la zuppa’. Base etimologica nell’akk. kāpu, kappu, kāpum ‘roccia, riva’ + illu ‘acqua alta’, sum. illu ‘water’. Sono pregiate le triglie di scoglio.
CAḌḌARÌNA sass. ‘mantide religiosa’ (Mantis religiosa); a primo acchitto sembrerebbe significare ‘Caterina’, dal gr. καθαρά ‘la pura, la vergine, l’immacolata’. Invece la base etimologica sta nell’akk. ḫadālu ‘to tie, knot; legare, annodare; ‘(of spider) tie up, legare’; sum. kad, kadr ‘to tie, weave a mat, legare, tessere una stuoia’. Infatti, quando la mantide sta ferma, agita le zampette anteriori con gesti che paiono imitare il lavoro del legare, del tessere. Non a caso a Sassari la mantide è detta anche Caḍḍarìna pitzinna drappéra ‘Cadalina apprendista-sarta’.
CANU sass., log. e camp. ‘grigio, canuto’: perigganu sass., pilos canos log. ‘dai capelli bianchi’; cfr. lat. cānus ‘candido, canuto, vecchio’. A quanto pare la base etimologica è l’akk. kanûm ‘sistemare per la sepoltura; essere eccessivo oggetto di cure; essere in condizioni perfette (per l’immolazione)’. Sembra che nell’alta antichità ci si riferisse specialmente al vecchio in quanto tale, all’uomo molto vicino a perire.
CARABATTÉSU sass. avv. (a car., oppure di car.) nella locuzione isci’ a carabattésu ‘buscarle, prenderne di santa ragione’. Carabattésu! è anche voce d’incitamento alla lotta, come dire “All’assalto!”. Base etimologica nell’akk. qarābu ‘battle’ + tēšû ‘confusion, chaos’. Il composto mostra l’idea della gran confusione nell’impeto della battaglia.
CARAVÁ sass., secondo Bazzoni si tratterebbe di luogo o regione “ignota”. Il termine vive solo nella locuzione L’ánimi di caravà ‘le anime vaganti, senza meta’. Base etimologica nell’akk. karābu ‘to pray, supplicate, dedicate funerary offering’. Quindi erano le cosiddette “anime del Purgatorio” alle quali venivano rivolte ricorrenti preghiere di supplica.
CAROMMA sass. ‘corda formata da filamenti vegetali che unisce la nassa al galleggiante’. Viene usata anche per allevamento di cozze o mitili. V. lubàna. Base etimologica il sum. kār ‘molo, porto’, akk. kāru ‘idem’ + l’akk. ummu (a reed or rush rope, corda di canna o giunco). Il composto indicò in origine una gomena utilizzata per le operazioni portuali.
CARRITZA sass. ‘malacarne, carne scadente’ (i pezzi di prima scelta sono detti puipùzzi). Per l’etimo vedi carri. Il secondo membro -itza ha base etimologica nell’akk. iṣu, iṣṣu ‘legno, albero’. Quindi carritza in origine significò ‘carne legnosa, dura’.
CARRITZÉIVINU sass. ‘magro, emaciato’. Vedi anche lagnu, iχuipuríddu, łtrimígnuru. Per l’etimo vedi carri + akk. zēru ‘to dislike, hate, reject’; o forse akk. ṭēru ‘mud, silt; terra, fango’. Ma può anche essere dall’akk. ṣēlu ‘rib, costola’: in questa terza opzione carritzéivinu (stato costrutto < carri-tzélvinu) significherebbe ‘con la carne ridotta alle costole’ ossia ‘magro cadaverico’.
CASANDRÌNA sass. ‘casalinga’: a ra casandrìna no piázzi a curriura’ ‘ad una buona donna di casa non piace girellare’. Per l’etimo del primo membro vai a casa. Il membro -andrìna è aggettivale con base nell’akk. andurû (a kind of door). Quindi casandrìna in origine indicò ‘colei che sorveglia l’ingresso della propria casa’.
CASANZÍNU sass. ‘casalingo’. Vedi anche casandrìna. Per l’etimo del primo membro vai a casa. Il membro -anzínu, forse ha base nell’akk. ālûm ‘townsman, paesano’. Il composto in origine indicò un artigiano che, non esercitando la professione di pastore o agricoltore, lavorava entro le mura domestiche, quale calzolaio, falegname, fabbro, etc.
CASARADDU sass. ‘calato, abbassato’: sciscìa casaradda ‘berretto a visiera ben calcato sulla fronte’; occi casaraddi ‘occhi semichiusi’. Anche ‘ammosciato, abbacchiato’. Base etimologica l’akk. ḫašālu ‘schiacciare, to crush’.
CAXASÌNA sass. ‘tracce di sterco lasciate dal bestiame in movimento’. Base etimologica il sum. kar ‘to flee, sfuggire, scappare da’ + kaš ‘urina’; anche ‘runner, trotter’. Il composto kar-kaš nel primo caso significherebbe ‘urina sfuggita (durante la camminata)’; nel secondo caso significherebbe ‘(deiezione) sfuggita durante la camminata’.
CÉGGIARU sass. agg. ‘impettito, tronfio, pieno di sé’. Vedi anche imbuffaddu, téttaru. La voce è una ripetizione esaltativa dall’akk. ḫiāru ‘to choose’, ‘seek out; cercare, ricercare’, ‘look out, prepare (offerings)’ (ḫi-ḫiāru). Questo aggettivo indica la persona ‘ricercata’, specificamente quella che un tempo si agghindava bene per presentarsi al tempio per un’offerta.
CIÁCCIARA sass. ‘chiacchiera, ciancia, diceria’. Vedi anche ciaraméḍḍu. Base etimologica il sum. ḫara ‘ruffiano’, opportunamente raddoppiato in forma esaltativa: ḫa-ḫara.
CIARODDU sass. s.m. ‘tutto quanto abbia aspetto molliccio e limaccioso’, ‘muco’, ‘sporca confusione’. Base etimologica l’akk. ḫarru ‘water channel, moat; canale idrico, fossato’ + uddû ‘to impregnate, impregnare’.
CIÓBBU sass.; gioba log. ‘cappio, laccio’; altrove ciobba; un ciόbbu di sałtitza ‘un “cappio” di salsiccia’, ossia la salsiccia con le punte annodate a forma di anello o cappio. L’etimologia pare poggiare sul sum. ḫubum ‘wheel, ruota’.
CÓIBU2 sass. nella locuzione à fattu cόibu (detto di un cavallo trainante un carro che in salita s’arresta e quasi s’inginocchia perché ha ceduto alla fatica). Base etimologica è l’akk. kurbu ‘benedizione’. Questa voce sassarese va legata a curvare it. ‘curvare, piegare’; cfr. incrubare, incrubái log. e camp. ‘curvarsi, chinarsi’; incruái (Cagliari) ‘curvare il capo’, (Teulada) ‘curvare la schiena’.
Attorno al concetto ed alla forma di curvare, curva e simili si sono avventurate, invano, masse di etimologisti, senza capire che il fono-semantema è una replica di quello descrivente l’antico gesto della ‘benedizione’, della ‘adorazione’ a Dio, della proscinesi, che si faceva al sorgere del sole (“saluto al sole”), specialmente a mezzogiorno, sempre verso il Sole.
CÓLLARI sass. ‘succhi gastrici’. Base etimologica il sum. kul ‘meal, pasto’ + ari ‘disease, malattia’. Il composto kul-lari in origine indicò una ‘difficoltà digestiva’.
COLLU1 sass. ‘cassa o balla trasportabile, contenente merce’; cfr. it. collo ‘idem’. DELI indica anzitutto per la voce l’origine indoeuropea (ed al solito non indica quale ne sia la base); inoltre scrive che tale involucro di merce «è così chiamato per metonimia, in quanto oggetto che si porta sul collo». Invero, la base etimologica è il sum. kul ‘to collect’, ‘to be heavy’, to gather up, glean; raccogliere, spigolare, racimolare’.
COLLU2 sass. ‘un giro di cima attorno a una bitta, attorno a una colonnina o simili’ (per legare una barca, nave, cavallo etc.). Base etimologica il sum. kul ‘to collect, bring together; collegare, tenere assieme’.
COTZA1 sd. ‘zeppa, bietta, cuneo di legno per fissare una base, una ruota, dare stabilità’. Wagner ne dichiara l’origine incertissima, sulla quale fa, a vuoto, numerose ipotesi. Invero, cotza ha una base chiarissima, dal sum. ku ‘depositare, sistemare, deporre’ + zu ‘tooth, dente’ ed anche ‘punta dell’aratro’. Ricordo che in origine la punta dell’aratro era un pungolo di legno avente la sezione conica, appunto come una cozza. Vedi anche iχotza’, iχutza’ sass. ‘sbiettare, togliere le biette, togliere le zeppe, le cozze’.
COTZA2 sass. s.f. ‘cozza, mitilo’. DELI scrive che la voce apparve nel lat. mediev. di Ragusa (Dalmazia) del 1306. Ed è anche il nome volgare dato a questo mollusco nero e liscio nell’Italia meridionale, specie in Puglia. La base etimologica è la stessa di cotza1.
CUCCIÁRI2 sass. nella locuzione ipałti’ li cucciári ‘rompere un matrimonio, un sodalizio, una società, un rapporto’. Possibile base etimologica nell’akk. ḫuḫāru ‘bird-snare, trappola per uccelli, rete per uccelli’ (in questo caso s’individua la “rete” come il nido che contiene i due passerotti innamorati). Ma tenuto conto che ipałti’ significa ‘dividere, suddividere’, s’intravede nella locuzione ipałti’ li cucciári una tautologia con base etimologica nel sum. ḫul ‘ring, anello’ + ḫala ‘share, spartizione dell’eredità’. In tal caso l’originario composto ḫul-ḫala volle intendere la ‘spartizione (restituzione) degli anelli e dell’eredità’.
CÙCCIU sass. ‘cane’. Base etimologica il sum. ḫuḫ-ḫul raddoppiamento di una base ḫul che significa ‘to rejoice, rallegrarsi, godere di qualcosa’. Il cane è noto come il migliore amico dell’uomo. Quindi è ovvio che, già in origine, del cane si volle sottolineare l’aspetto della ‘gioia’ che sempre esprime nei confronti del padrone.
CUIPA’, cuipátzi sass. verbo intrans. usato con gli ausiliari abe’ o asse’, quasi esclusivamente col passato prossimo, nel significato di ‘arrivare sino a, raggiungere’: sóggu cuipaddu a Canàglia ‘mi sono spinto sino a Canaglia’; l’ággiu cuipadda a Santu Juanni ‘sono arrivato sino a San Giovanni’. Base etimologica il sum. kul ‘to run, correre’ + paḫ ‘leg, gamba’ (ch’era anche una unità di misura). Il composto kul-paḫ in origine volle intendere una ‘corsa a piedi’, ossia una distanza raggiungibile da un uomo in una sola camminata.
CUMPRIMÓRI (iłtélla cumprimόri) sass. ‘stella cometa’ (quella del Sacro Natale). Base etimologica è il sum. kunu ‘avvicinarsi, stare contiguo’ + akk. pârum ‘to seek, look for, search for; cercare per trovare’ + urûm ‘stable, stall; stalla, presepe’. Il composto kun-pârum-urûm in origine volle evidentemente indicare ‘quella che s’affianca nella ricerca del presepe’.
CUNFIGGI’ sass. ‘sillabare, compitare’, ‘imparare i rudimenti del leggere e dello scrivere’. Questo verbo richiama i lontani secoli in cui i giovani imparavano a scrivere utilizzando le tavole cosparse di cera, dove avevano facilità di premere, scalfire, solcare la superficie con una punta di canna o con la penna degli uccelli, per poi cancellare facilmente con una livella e imprimere nuovi caratteri. Base etimologica è il sum. kunu (uguale a sd. cun) + akk. peḫû ‘to close up, seal; chiudere, sigillare’ (with clay, bitumen, wax), ‘caulk, calafatare’.
CUPANTI sass. s.m. ‘astice, grosso crostaceo marino’: arruiatzaddu ke cupanti ‘arrossato come un astice’. Base etimologica nell’akk. quppu ‘sharp knife, scalpel; coltello affilato, scalpello’ (of doctor, for mutilation) + antu ‘ear of barley, spiga d’orzo’. Il composto indicò alle origini la ‘falce per l’orzo’ (un modo ironico per indicare le poderose chele dell’astice).
CURRIGGUDDA sass. s.f. (voce arcaica, secondo Bazzoni) ‘corsa affannosa e faticosa’. Per l’etimo vai a curri’ ‘correre’ + sum. gud ‘to jump on, attack, escape; saltare in alto, attaccare, scappare’.
CUSCIÁRI sass. ‘stipite della porta o della finestra’ (l’intelaiatura complessiva di detti infissi si dice cimbràna). Base etimologica è il sum. kuš ‘height, altezza’. L’aggettivale in -ári di cusciári in origine indicò l’oggetto ‘che tiene verticale’ la porta o la finestra.
DAGA’ sass. ‘lasciare’: dàgami lu cabbu ‘lasciami in pace’; dàgaru iłta’ ‘lascialo stare’. Contrariamente a quanto suppongono molti, cioè che questo verbo sia una corruzione di lassa’ ‘lasciare’, preciso invece che la voce daga’ è il verbo originario, mentre lassa’ è italianismo da lasciare. Peraltro non si sarebbe mai potuto pensare a una corruzione in presenza dell’incolmabile separazione fonetica tra lassa’ e daga’, dove ogni consonante è diversa.
Invero, daga’ ha base etimologica nel sum. dal ‘dividing line’, dar ‘to split, dividere’+ ḫal ‘to divide, separare’, ‘to crawl away, svignarsela’. Il composto dal-ḫal già in origine marcava fortemente il concetto dello “stacco”, della “separazione”.
DAGÓGGIA sass. ‘alburno, strato legnoso che ogni anno accresce il diametro della pianta in crescita’. Base etimologica nel sum. daḫ ‘to add, addizionare’ + ug ‘plant’. Il conposto daḫ-ug in origine indicò ‘l’accrescimento della pianta’. Vedi anche sum. ugu ‘to give birth’, ugu ‘watering place’, ugu ‘food’, tre voci con cui è possibile comporre un buon significato per dagóggia.
DI’ sass. ‘dire, parlare’. Base etimologica il sum. di ‘to speak’.
DIPACCIA’ sass. ‘congedare, licenziare, consentire d’andar via’: tzéχa di dipacciammi ‘vedi se riesci a servirmi in fretta’. Cfr. sp. despachar ‘vendere’, ‘sbrigare’. Sgombro il campo dal prefisso separativo dis-, des-, composto dal privativo de- (base etimologica nel sum. de6 ‘portar via’) + il ridondante -s- anch’esso legato a particelle mediterranee di privazione (come e, ex: vedi). Per il secondo membro cfr. it. spacciare ‘spedire merci, consegnare merci’, che DELI presenta come originario dal provz. despachar senza però fornire l’etimo. Invero, la base è il sum. paḫ, paḫal ‘leg, gamba’. Quindi l’alto-tirrenico dis-pacciare in origine significò ‘slegare le gambe, consentire alle gambe di muoversi’. Evidentemente riguardò anzitutto i prigionieri; mentre il concetto di “consegnare la merce” è seriore. La controprova si ha nel sass. dipididda ‘congedo, commiato’, dove il secondo membro proviene dall’akk. pīdu, piddu ‘imprisonnement, imprigionamento’.
DIPIDIḌḌA sass.; dispidiḍḍa, dispedida log. ‘congedo, commiato, saluto d’addio’; base etimologica dis- particella di separazione + pīdu, piddu ‘imprisonnement, imprigionamento’. Al fine di una corretta etimologia, sgombro il campo dal prefisso dis-, des-, composto dal privativo de- (base etimologica nel sum. de6 ‘portar via’) + il ridondante -s- anch’esso legato a particelle mediterranee di privazione (come e, ex: vedi). Vb.: dispedire log.; dispidiri camp. ‘congedare’; cfr. sp.-cat. despedir.
DUGNA2 sass. nelle locuzioni del tipo V’éra cun dugna sóriggu… ‘c’erano topi talmente grossi…’; abìa dugna cantu di rócciu ‘aveva un grosso bastone’. Mai nessuno ha tentato di decifrare questo dugna. In realtà, si tratta di un relitto sumerico, da dūg ‘to be good, sweet’ + na ‘uomo’. Il composto in origine riguardò un ‘uomo valente’, poi si estese agli animali e alle cose. Con la stessa radice cfr. lat. du-l-c-is ‘sweet’, dolce’ dove il sum. dug s’intravede nelle due sottolineature.
DUMÁNI sass. ‘domani’. DELI lo propone come originario di un tardo lat. de māne ‘di buon (mattino)’, considerandosi māne < mānus ‘buono’. Ma nessuno spiega che ci stia a fare quel māne ‘buono’ in riferimento al ‘mattino’. Se riferito alla locuzione it. di buon mattino, questa non significa affatto che il mattino sia buono di per sé, essendo semmai quel buono un sostitutivo del concetto di ‘primo’, ‘iniziale’. Invero, la base etimologica di mane, sd. -máni in dumáni, è il sum. du ‘to go, andare’ + l’akk. manûm ‘to count, calculate’. Il composto du-manûm in origine indicò il ‘calcolo in movimento, calcolo (del tempo) che inizia’.
EBAGGOTTA sass. ‘colla da falegname’. Base etimologica nel sum. ea ‘acqua primordiale’ (sass. éba) + kud ‘pesce’. Sin dall’origine significò, e ancora significa, ‘acqua di pesce’. Infatti la colla fu sempre fatta dalle lische di pesce adeguatamente disciolte con la bollitura.
FACCISIGADDU sass. stato costrutto. Lo stesso che facciχóntzu (indica la condizione di grande imbarazzo di chi viene sbugiardato). Per l’etimo vai a fáccia + akk. sikkatum ‘a serious illness, una malattia grave’.
FA’ CIÓCCURA sass. ‘imbrogliare’. Vai a cióccura2 sass. ‘imbroglio, inganno’: inoghi tz’è ciόccura ‘qui c’è imbroglio’. Base etimologica nel sum. ḫulu ‘to be bad, essere cattivo’; anche ‘demone cattivo’ (opportunamente raddoppiata in termini superlativi: ḫul-ḫulu). Ma vedi anche l’akk. ḫuḫārum ‘bird-snare ‘trappola per uccelli’.
FÁDDIGGU sass. s.m. ‘fatica’, ‘spossatezza per fatica o stenti’: à la fáccia di lu fáddiggu ‘ha espressione affaticata, viso segnato dagli stenti’; kissa à curriddu lu paru di lu fáddiggu ‘quella donna ha corso il palio degli stenti’ (ossia, ha fatto la vita della sgualdrina): Bazzoni. Per l’etimo vai a faddigga’. Lu fáddiggu riferito alla sgualdrina non significa ‘stento’ ma ha il raffronto con l’akk. padûm ‘set free, liberare’ (quindi s’intende come ‘palio della libertà (sessuale)’); altrimenti vedi akk. pādûm ‘forgiving, indulgenza’ (e s’intende ‘palio dell’indulgenza (sessuale)’).
FERRU DI CONTZA sass., altro nome col quale viene chiamata ‘l’acquavite’. Per l’etimo non bisogna tener conto di férru ‘ferro’ né della ‘còncia del pellame’ (contza); la base è l’akk. bēru ‘selected’ + ḫumṭum ‘heat, fever’. Quindi le due voci in composto andarono a indicare, alle origini, il ‘distillato che dà calore’. A sua volta il log. filu e ferru ‘acquavite’ ha base nel sum. bil ‘to burn, bruciare’ + akk. bēru ‘selected’. Il composto in origine indicò il ‘distillato che brucia’.
FIRIADDU (rotacismo da fidiaddu) sass. nella locuzione ora firiadda ‘ora tarda’. Parola singolare, arcaica, riferita all’ora del tramonto, in cui gli antichi credevano che il Sole venisse imprigionato dal Dio della Notte. Vedi akk. pīdu, piddu ‘imprisonment’ < pādu ‘imprigionare’.
FIRUMÉNI sass., così denominati gli asini che risalivano dalla fonte di Rosello con due botticelle piene d’acqua da vendere alla popolazione sassarese. Non concordo col Bazzoni che pensa alle loro figure come a delle capinere (vedi firuména), poiché sarebbe assurdo. Invece la base etimologica è l’akk. bīru ‘sete’ + mēnum ‘love’. Il composto bīru-mēnum in origine volle indicare gli ‘amanti della sete’ ossia ‘quelli che tolgono la sete’.
FIRÙSI sass. ‘fili della tela del ragno’: piłdi’ li firùsi ‘dimagrire molto; perdere gli ultimi fili del tessuto organico’ (Bazzoni). Per l’etimo riferito alla ‘tela del ragno’ vai a firu. Per il secondo significato è più congruo il sum. bir ‘to shred, strappare, trinciare’ + uš ‘to die, morire’, il cui composto significò in origine ‘fare a brandelli portando alla morte’.
FIÙNTU sass. ‘pidocchio’ (detto anche zallu). Base etimologica l’akk. pīum ‘mouth, bocca’, anche bi’u ‘opening, outlet; apertura, fuoriuscita’ + tū’a ‘spider’. Il composto pīum-tū’a in origine indicò il ‘ragno delle fessure’. Infatti si è sempre creduto che i pidocchi fossero auto-prodotti dalla testa umana e che fuoriuscissero da minime fessure della cute.
FOḌḌA2 sass. nella locuzione liáddu a foḍḍa ‘(fidanzato) legato in modo indissolubile’. La locuzione fa riferimento agli usi matrimoniali del passato, secondo i quali l’uomo pattuiva il matrimonio mediante cessione anticipata di bestiame (o dell’equivalente, se non era pastore). In questo contesto, foḍḍa ha base etimologica nell’akk. būlum ‘animals, livestock; bestiame’, con seriore -l- > -ḍ-.
FRÉNU DI TRAMATZA sass. ‘stoffa resistente e ruvida (generalmente a strie marron e bianche) che veniva impiegata sino a 60 anni fa per il rivestimento dei materassi’. Vedi anche frési, iχóttu, diχóttu. La voce frénu ha base etimologica nell’akk. pārum, parru, bāru ‘skin, hide; pelle, cuoio’. Per capire questo accostamento occorre tener conto che sino a meno di un secolo fa in moltissime case di pastori (e di agricoltori) si dormiva semplicemente su una pelle d’animale o su una stuoia intessuta. Va da sé che la più facile per l’imbottitura era proprio la pelle (magari ricucita l’una all’altra), con la quale si combinava un otre rigonfio di paglia (comodissimo per dormirci). Da questa confezione proviene il sass. frénu di tramatza.
GAGNA sass. ‘branchia’ dei pesci. Possibile base etimologica il sum. ĝaĝ ‘to carry, trasportare’ (leggi gnagn o gagn) + a ‘acqua’. A quanto pare, in origine il “polmone” dei pesci fu chiamato ‘filtro dell’acqua’.
GARÍCCIU (propriam. galícciu) sass. ‘buchetta che si praticava per terra per potervi giocare con le piccole biglie di mattone o di creta o di cristallo dette balli (palline)’; è anche il ‘nome di tale gioco’: sintagma: intra’ in garícciu ‘entrare nel galiccio’ ossia ‘raggiungere lo scopo’. Base etimologica il sum. gala ‘vulva’ + i’iz ‘seed, seme’: in composto gal-i’iz; poi la -l- fu rotacizzata.
Questo gioco dovrebbe risalire all’Età Paleolitica, quando ancora non si cuoceva la creta e non si facevano palline di creta. Verosimilmente allora il gioco era praticato con semi rotondi, es. con le nocciole o le noci. Pare ovvio che il vincitore, chi guadagnava più buche, tratteneva quel cibo per sé. Possiamo considerare su garícciu l’antenato dell’attuale golf.
GHÉSSI sass., usato come affermazione categorica rispondendo a certe domande: Ma éḍḍu l’à fattu? No, ghéssi! ‘Ma lo ha fatto lui? Certamente! E a chi altri, se no?’. Quel No della risposta retorica è antifrastico, vuol essere affermativo: ‘Certamente!’. E nella più alta antichità con tale risposta si chiamava a testimone, toccandoselo sacralmente, il “testimone” per antonomasia, il ‘pene’ < sum. ĝeš ‘penis’, ch’era l’effige del Dio Creatore.
GHINDA sass. ‘amarena’ (Prunus cerasus), varietà leggermente amarognola di ciliegie, ottima per sciroppi, bevande, marmellate. Base etimologica nell’akk. ḫindu, ḫiddu ‘perlina’ (tutto un programma).
GIACCUNETTA sass. ‘sorta di pizzo simile al pizzo sangallo’: fattu a giaccunetta ‘ornato con un certo tipo di pizzo’. Base etimologica è l’akk. gāgu ‘ring, torc; anello ritorto’, gagû ‘cloister, chiostro’ + nītu ‘encirclement, surround; accerchiamento, il circondare’. Il composto gāgu-nītu in origine volle indicare esattamente le grandi e composite collane (chiamate da noi pettorali) che attorniavano collo e spalle delle grandi personalità egizie.
GIAḌḌU sass.; ghjaḍḍu gall. ‘gallo’. Cfr. sic. gjaḍḍu. Dell’it. gallo non si è mai compreso l’etimo. DELI lo fa derivare semplicemente dal lat. gāllu(m) il quale sarebbe “di probabile origine espressiva”; DELI azzarda, in aggiunta, che il gallo possa avere lo stesso nome dei Galli, nome peraltro noto dal De Bello Gallico. Nessuno ha mai osservato che la base etimologica di gallo è sumerica, da gala ‘singer, cantante’. Il motivo è ovvio: il gallo canta spesso, anche durante la notte, mentre le galline non cantano mai.
Si noti però la differente pronuncia tra il nome italico da una parte (gallo) e quello siciliano-gallurese-sassarese (jaḍḍu). Questa seconda attestazione ha base nell’akk. ḫādu ‘rejoicing, gloating; rallegrato, gongolante’. Infatti il gallo, infaticabile amatore, canta più che altro dopo il coito, e pare rallegrarsene.
GIRUNDÓ sass. ‘aggiramento, il girare attorno come alcuni animali prima di colpire la preda’: la jatta è féndi lu girundó a lu pizzoni ‘il gatto sta per aggredire l’uccello’. Per l’etimo vai a gira’. Il secondo membro -dó ha base etimologica nel sum. dud ‘combat, strife, quarrel; combattimento, conflitto, scontro’.
GISA, cisa (a g., a c.) sass. avv. ‘(vestito, camicia, maglia ecc,) senza maniche’: una maglietta a gisa, a cisa ‘una maglietta senza maniche’. Base etimologica è l’akk. kīṣum ‘coolness, freschezza, frescura’: forse anche kīṣu ‘flayed, decorticato’.
GUÉRA sass. s.f. ‘scrofa, troia’. Detta anche sùa. L’etimo di guéra può essere afferrato soltanto andando a berre log. ‘verre, porco non castrato’; cfr. lat. verrēs ‘porco maschio’. Le due voci sarda e latina possono essere retroformazioni da akk. erēḫu ‘agire aggressivamente, attaccare’. Ma è più congruo attingere la base nell’akk. (w)erru ‘mighty, potente’.
IBAGANTA’ sass. ‘rovesciare, riversare, vuotare’: lu santu ki ti n’à ibagantaddu sobra a la terra! ‘quel santo che ti ha fatto nascere!…’. Base etimologica l’akk. ibaḫu ‘womb, utero’ + Antu ‘Dea Mater, Paredra del Dio Sole’. Pertanto il composto. ibaḫu-Antu in origine significò ‘utero della Dea Madre’.
IBALLA’ sass. ‘stancare, spossare’: kissa camminadda m’à iballaddu ‘quella camminata mi ha spossato’. Base etimologica il sum. bal ‘to unload (a boat), scaricare (una nave)’; cfr. anche bala ‘wastage, perdita’. In origine significò ‘svuotare (di energie)’.
IBARRIA’ sass. ‘scaricare il basto dell’asino’, ‘scaricare’. Base etimologica il sum. bar ‘to free, liberare, sgravare’.
IBARRIADDA sass. s.f. ‘scarica, caduta violenta, rovescio di pioggia’: un’ibarriadda di rócciu ‘una scarica di legnate’. Per l’etimo vai a ibarria’.
IMBALLA’ sass. ‘picchiare uno sino a metterlo KO’; vedi sass. iballa’ ‘stancare, spossare’: kissa camminadda m’à iballaddu ‘quella camminata mi ha spossato’. Base etimologica per iballa’ è il sum. bal ‘to unload (a boat), scaricare (una nave)’; cfr. anche bala ‘wastage, perdita’. In origine significò ‘svuotare (di energie)’. Quanto a imballa’, la voce va smembrata in is-balla’ o in-balla’ (con is-, in- privativi) + akk. ba’ālu ‘to be in force’. In origine quindi significò ‘privare delle forze’.
IBATTIGÙRU (a ib.) sass. avv. ‘malamente, con spregio’: lu tràttani a ibattigùru ‘lo trattano a pesci in faccia, come pezza da piedi’. Sembra di leggere: ‘gli sbattono il culo in faccia’. Ma questa è una paronomasia. La vera base etimologica è l’akk. batqu ‘damage, danno’ < batāqu ‘hew, tagliare; cut off, tagliar via, sminuire’, stativo (of price) batiq ‘is too low, è troppo basso’.
IBROTTA’ sass. ‘zampillare’. Per l’etimo vai a ibróttu.
IBRÒTTU sass. s.m. ‘zampillo’. Base etimologica è l’akk. būrtu ‘source (of river)’. Il prefisso i- (is-) indica il moto da luogo.
IBRUCCA’ sass. ‘sbocciare delle gemme sui rami, sulle piante’. Base etimologica l’akk. burû (a garden plant) + uqqû ‘painted, dipinto’. Il composto bur-uqqû (poi soggetto a metatesi) in origine indicò la ‘pianta dipinta’ (rara visione poetica). Il prefisso i- (is-) indica il moto da luogo. Vai a ibruccaddu.
IBRUCCADDU sass. pp. agg. ‘(di gemma) sbocciata sui rami’. Base etimologica l’akk. burû (a garden plant) + uqqû ‘painted, dipinto’. Il composto bur-uqqû (poi soggetto a metatesi) in origine indicò la ‘pianta dipinta’ o ‘pittura della pianta’ (una rara visione poetica). Il prefisso i- (is-) indica il moto da luogo. Cfr. it. broccato ‘drappo di seta pesante tessuto a fiori od arabeschi’ (è una specie di tessuto damasco, al quale siamo abituati fin dal Rinascimento dai dipinti di Paolo Veronese). DELI attesta che la voce broccato in Italia era nota da prima del 1492, ma di essa non ha saputo dare l’etimo.
IBURRA’1 sass. ‘depennare, cancellare’, variante di iburria’, imburria’. Base etimologica nel sum. bur ‘to tear out, strappare, staccare’.
IFARRATA’ sass. ‘potare’, ‘recidere i rami secchi’. Base etimologica l’akk. per’um ‘bud, shoot; germoglio (di albero)‘. In origine fu *iferrata’, ma l’influsso còrso-gallurese portò alla metafonesi -e- > -a-.
IŁTEPPA sass. ‘stirpe, origine, genia’: iłtéppa mara ‘cattiva stirpe’. Cfr. lat. stirps, stirpis ‘tronco, la parte solida dell’albero’. Se ne ignorò l’origine. Base etimologica della voce latina è il sum. tir ‘a plant’ + peš ‘descendant, pregnancy, to give birth; discendente, gravidanza, far nascere’. Il composto tir-peš, con prefisso derivativo s-, In origine significò ‘albero generativo’. La voce sassarese è una semplificazione.
IŁTICCA, łticca sass. ‘pupilla’. Base etimologica l’akk. tiqqûm ‘flashing of eyes, lampo degli occhi’, tiqqûtu ‘flashing eyes, occhi lampeggianti’. Il prefisso ił- < is- è un inutile appesantimento parasintetico, tipico della parlata sassarese, del quale è gravata parte del suo vocabolario.
IŁTUŁDIDDA sass. agg., più che altro in uso nella Nurra, ‘(gallina, oca ecc.) che ha cessato di essere ovaiola’. Aggettivo usato anche per tutte le bestie che non possono più procreare per motivi di età (conigli, pecore ecc.). In tono creduto scherzoso, si dice anche di una ‘donna in menopausa’. Invero, ci troviamo in una situazione di metonimia, poiché si usa la parte per il tutto (sineddoche), svelata la quale si torna alla situazione originaria. Infatti la base etimologica è l’akk. tulû ‘breast, seno, mammelle’, anche nipple, capezzolo’. La voce è composta da is- privativo + tulû ‘breast’ + tîtum ‘nourishment, nutrimento’. Quindi in origine is-tul-tîtum significò ‘privazione delle mammelle nutrienti’, ‘privazione del nutrimento al seno’.
IŁTURRA’ sass. ‘dimagrire, perdere grasso, perdere consistenza’. Base etimologica il suffisso privativo is- + sum. tur ‘to be small, to reduce; esser piccolo, ridurre’.
IMBATTI’(TZI), ibatti’ sass. ‘arrivare a, raggiungere, andare a finire’: tz’è imbattiddu in Sóssu ‘c’è finito a Sorso’. Base etimologica l’akk. battum ‘side, region, around; angolo, regione, dintorni’; ina battum ‘somewhere, in one place; in qualche dove, in un posto’.
IMMUJA’ sass. ‘dare, appioppare un soprannome’. Base etimologica l’akk. muḫḫum ‘over, above’, ‘at s.o. expense, a spese di qualcuno’, ‘incumbent on, a carico di’, ‘laugh about, ridere di qualcosa’. Questa etimologia fa intendere che sin dai tempi più arcaici i soprannomi “a carico” furono sempre di moda. Evidentemente il bisogno di ridere degli altri è una costante del carattere umano.
INCARAMA’ sass. ‘impigliare l’amo della lenza nelle rocce, nel fondo’; rifl. incaramassi ‘impigliarsi con l’amo a qualcosa’. Base etimologica nell’akk. karāmu ‘to grasp, restrain, withhold, delay; afferrare, trattenere, ritardare’.
IMPARUNA’ sass. ‘gettare nell’immondezzaio’. Cfr. paróni, ch’era il ‘segnale del luogo destinato a immondezzaio’ (Bazzoni). Non ho elementi per respingere l’affermazione del Bazzoni. Tuttavia non ho mai visto alcun palo negli immondezzai sardi (parlo di quelli vigenti sino a 70 anni fa) e nemmeno nei numerosi letamai dei pascoli alpini, per il semplice fatto che non c’è alcun bisogno di segnalare un sito che un residente conosce a menadito. A mio avviso, base etimologica di imparuna’ è l’akk. parû ‘excrete, espellere (relativo alle deiezioni delle bestie)’. Ma può anche essere par’u ‘sliced through, tagliato di netto’ (con riferimento alla separazione degli immondezzai rispetto all’abitato del villaggio); oppure pārum ‘a container of 1 bur capacity’.
INCASCÍNU sass. s.m. ‘strumento del maniscalco, usato per ripiegare la punta dei chiodi che fuoriescono’. Base etimologica il sum. ḫaš ‘to break, divert; rompere, deviare, piegare’.
INGAVUNA’ sass. ‘imbarcare acqua per il forte beccheggìo’. Base etimologica l’akk. ḫabûm ‘to draw water, attingere acqua’.
INGÉŁTU sass. ‘smorfia, sberleffo’. Base etimologica il sum. ĝeš ‘penis’ + du ‘to hold’. Il composto in origine significò ‘tenere il cazzo in mano’ (nel senso di mostrarlo). Va da sé che quella apparve sempre come una provocazione plebea. A meno che la base non sia ĝeš ‘penis’ + tu ‘to weave, tessere’. Il secondo composto lascerebbe intendere l’azione del masturbarsi: anch’essa provocatoria e plebea, se esibita.
INTIGNA sass. ‘ostinazione, testardaggine’. Base etimologica il sum. tag ‘take hold of, bind, attack; afferrare, legare, attaccare a’ + na ‘uomo’. Il composto tag-na in origine indicò l’idea di ‘uomo che afferra, che si attacca a’, il tutto rafforzato dalla particella sum. in indicante lo stato in luogo, l’approfondimento, l’insistenza.
INTZÓMMI sass. s. pl. ‘nullaggini, chiacchiere inutili’. Base etimologica l’akk. zummûm ‘to be deprived of, lack, miss; essere privato di, mancanza, perdita’, att. ‘deprive of’.
INTZUḌḌISSI sass. ‘darsi da fare osando’: abbaìdda cuménti si l’intzuḍḍi ‘ma vedi come si dà da fare con coraggio’. Base etimologica l’akk. ṭuddu ‘way, path; via, sentiero’.
IPANA’ sass. ‘spanare, rovinare la filettatura di una vite’; rifl. ipanassi ‘spanarsi’. Alla base sta it. pane ‘spira del maschio della vite’ (1550, C.Bartoli), probabilmente da lat. panūm ‘filo del tessitore’ (secondo DELI). Invero, la base comune di queste voci è il sum. pag ‘to enclose, confine, cage, racchiudere, tenere in gabbia’ + NU ‘to spin (thread), far girare (filo)’.
IPIRIGAMBA sass. ‘faccendiere, imbroglione’, ‘furbastro, persona poco affidabile’. Base etimologica l’akk. ipiru, eperu ‘soil, dust; suolo, polvere’ + ḫanābu ‘to flourish, sprout; fiorire, sbocciare’. Lo stato costrutto ipirī-ḫanābu in origine volle significare ‘far fiorire il deserto, la polvere’ (come dire, fare l’impossibile, quindi imbrogliare).
IPUSSA’ sass. ‘gettare un velo di farina sulla pasta’. Base etimologica il bab. puṣûm ‘whiteness, white spot’.
IPUTZA, Putza sass. s.f. ‘diavolo, demonio, Satana’: candu l’Iputza vi poni la coda ‘quando il diavolo ci mette la coda’. Base etimologica il sum. puzur ‘cavity, shadow; cavità, ombra’. Quindi Iputza, Putza fin dalle origini fu considerato per antonomasia ‘Colui che abita nelle grotte, nelle tenebre’.
IRI (a i.) sass. avv. ‘in abbondanza, in grande quantità’: vi n’éra a iri ‘ce n’era a iosa’. La base etimologica è sumerica, ma paradossalmente non è facile individuarla per abbondanza di opzioni. Può essere ir ‘mighty, potenza’; ir ‘to plunder, saccheggiare’; iri ‘to be high’, ‘to make manifest’.
ÌRRIDDU sass. ‘scroscio, irruzione impetuosa di acqua’: è fend’éba a ìrriddi ‘sta piovendo a dirotto’. Base etimologica il sum. ir ‘mighty, potente’ + id ‘river’. Il composto ir-rid in origine significò ‘fiume potente’, ‘potente come fiume’.
ISCIDDU sass. agg. (riferito al labbro) ‘con eruzione cutanea, con èrpes’. Questo è un arcaico pp. dal sum. šed ‘to defecate, escrement; defecare, merda’. Quindi labbru isciddu significò in origine ‘labbro con la merda’ (questo è un giudizio molto pesante, riferito al fatto che l’èrpes era considerato fin da allora un malanno grave). Altrimenti la base può essere il sum. ḫeše ‘to be oppressed, detained; essere oppresso, imprigionato’.
IVIRÉXIDU sass. ‘stucchevole’, ‘che spazientisce per melensaggine’. La voce è composta da ivviri’ ‘nauseare, stuccare’ (< sum. bir ‘strappare, lacerare’) + išku ‘testicolo’. Il composto volle inizialmente indicare la ‘rottura di coglioni’, ‘strappo dei coglioni’.
IXACCÍNU sass. ‘scalcinato, di poco valore’. Base etimologica l’akk. ḫaḫû ‘slag, clinker; scorie, massa fusa vetrificata’. La voce semitica si riferisce alla pietra minerale com’è una volta demineralizzata nel forno: quindi ‘sostanza senza valore’.
IXARA DI SANTU GIÁGGU sass. ‘Via Lattea’. In questa locuzione iχara è composto parasintetico (ed anche paronomasia) da sum. kar ‘to light up, shine; accendere, brillare’. In origine significò ‘Bagliori del Dio Sommo del Cielo’. Il nome di Dio è espresso proprio da Giággu, per la cui discussione rinvio a Jagu, Jaccu, da ebr. YHWH, nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh.
IXAROMMU sass. ‘dirupo sottomarino’. Base etimologica nel sum. kār ‘harbor, porto’ (akk. kāru(m) ‘quay, port, quay-bank; port on river, on sea’) + umun ‘pit, fossa’. Il composto in origine significò ‘bancata a fossa’.
IXATZA sass. ‘scassa, basamento in legno con incavo per alloggiare la base dell’albero di un’imbarcazione’. DELI non contempla la voce scassa. Base etimologica di iχatza è il sum. ḫaza ‘to hold, tenere, trattenere’.
IXESSU sass. ‘macilento, malnutrito’. Base etimologica nel sum. ḫeše ‘to be oppressed, detained; essere oppresso, imprigionato’.
IXOŁTIGGU sass. fig. ‘carogna’ (non sempre con eccesso di cattiveria). Base etimologica nel sum. ḫur ‘to scratch, graffiare’ + te ‘to pierce, prick; perforare, bucare’. Il composto ḫur-te + suff. -gu, in origine significò ‘(colui che) graffia e perfora’.
IXRACCIONI sass. ‘persona di infimo rango, lercia e malvestita’. Base etimologica il sum. ḫar ‘ruffian, scoundrel; ruffiano, canaglia, mascalzone’ + zuḫ ‘to steal, rubare’. Il composto delle due voci dà esattamente l’idea.
IXUDRUGNA’ sass. ‘scrutare, scrutinare, osservare attentamente, squadrare, scandagliare, indagare’. Cfr. iscodrignare log., squadrignái camp. ‘fàghere una genìa de prova, abbaidare, averguare cosa a fine a fine’ (Puddu). Cfr. it. scrutinare, scrutare < lat. scrutor, -āris ‘vado cercando, esploro, perquisisco’.
Nell’indagine l’origine ha fallito ogni ricercatore (Ernout Meillet scrutāri ‘rovistare tra stracci’, ‘scrutare’; DELI ‘idem’; Semerano: saḫāru ‘to look for’). La voce sarda è l’unica a conservare le arcaiche forme e la radice mediterranea, che sta nell’akk. kudurru ‘boundary, boundary stone’, ‘territorial limits’. I kudurru erano nient’altro che perdas fittas limitali, pietre talmente importanti che in certi casi vi si scrissero norme e regolamenti, comprese le celebri leggi di Hammurabi. Cfr. sum. kudr ĝa (ĝa = gna) da cui sass. is-cudru-gna’, col significato di ‘pietra della propria casa, del proprio insediamento, del proprio territorio’ (ossia pietra limitale).
IXUMBATTA’ sass. ‘confrontare, paragonare, riscontrare’. Base etimologica l’akk. battu ‘river-side, sponda fluviale’. Da tale concetto nacque it. rivale ‘chi sta nella sponda opposta del rivo’ e battaglia ‘scontro tra rivali, tra gente di riva opposta’. Il sass. is-cum- mostra in cum- il concetto del confronto, mentre is- è un rafforzativo.
IXUMÉNTZU sass. ‘inizio, principio, debutto’: a l’iχuméntzu ‘da principio, in un primo momento’. Cfr. it. cominciare, incominciare ‘dare principio, inizio’. Base etimologica è il sum. ḫum ‘to snap off, scattare’ + inti ‘way, path’. Il composto ḫum-inti in origine significò ‘iniziare il cammino’.
IXUPPURA’ ‘sbucciarsi, spellarsi (dita del piede)’: s’à iχuppuraddu lu diddu ‘si è spellato il dito del piede’. Base etimologica l’akk. ḫupû ‘fragment’.
IXUSSU sass. ‘apertura a imbuto per dove entrano i pesci nella nassa’. Base etimologica il sum. kuš ‘water channel, pipe; canale d’acqua, tubo idrico’.
IXÙTZURA, χùtzura sass. ‘sorta di sciagura che s’abbatteva sulle colture sotto forma d’invasione di parassiti’. Il rimedio era un sortilegio chiamato oratzioni di l’iχùtzura (Bazzoni). Base etimologica il sum. kuš ‘devastation’ + zur ‘to take care of, prendersi cura di’. In origine kuš-zur significò ‘prendersi cura delle devastazioni’ (riferito al sortilegio da praticare come antidoto).
KEḌḌA sass. ‘quantità di semi che si mette in ciascuno dei fori praticati nel solco con l’apposito piolo (rόccu)’; anche ‘piccolo spazio di terreno dov’è stata posta la semente per una pianta’ (le due definizioni sono del Bazzoni): simina’ a kéḍḍa ‘seminare mettendo i semi nelle buche’; al contrario, simina’ a písciu di bόi vuol dire ‘seminare spargendo i semi sopra il solco’ (Bazzoni): questa seconda tecnica è detta pure a ippágliu ‘a spargimento’ (Dedola).
Invito il lettore a rileggere attentamente le descrizioni e le locuzioni nel dizionario del Bazzoni poiché egli, non conoscendo l’etimologia del termine e nemmeno le ragioni di fondo di certe tecniche agrarie, ha tradotto il tutto con pasticciata approssimazione. Va dato atto del fatto che oggidì la gente ha dimenticato completamente l’atto originario del quale ancora si conserva fortunosamente la definizione kéḍḍa. In origine la kéḍḍa erano i ‘fori che a distanza ripetuta e regolare accoglievano il seme’, e soltanto oggi abbiamo la metonimia che sopprime l’idea originaria della misura lineare ripetuta e dà valore esclusivo alla “quantità dei semi che entrano in ogni buca”.
Per capire bene tutta la questione occorre andare al sum. kidu ‘notazione musicale’. Esso è prova che 5-6000 anni fa la musica veniva registrata con ideogrammi. Ciò peraltro ci è noto indirettamente dalla parola sum. du, che significa ‘suonare’ (uno strumento musicale), mentre ki, abbinato ad aĝ, significa ‘misurare’. Isolatamente, ki significa ‘pavimento’; a sua volta kid significa ‘atterrare, abbattere, tagliare’, mentre u significa anch’esso ‘terra, pavimento’. Stiamo notando dei termini foneticamente diversi ma concorrenti alla stessa semantica. Ciò rende chiaro che il composto kid-u ‘notazione musicale’ significava, letteralmente, ‘battere il pavimento’.
In altra parte ho annotato che fin da epoca Paleolitica l’uomo – pur non sapendo registrare con notazioni la melodia, era però capacissimo di registrare l’armonia, semplicemente battendo il tempo con un bastone (usanza smessa circa 150 anni fa a vantaggio della bacchetta del direttore d’orchestra). Il lemma originario kidu, tanto negletto dagli studiosi quanto pervasivo e vivace, lo ritroviamo nel sd. kida, kita, kéḍḍa, ceḍḍa, cida ‘settimana’. Ciò non è soltanto la prova che già nel Paleolitico la settimana era considerata la quarta parte del mese (lunare); non è soltanto la prova che la partizione del tempo in settimane era già nota ai Babilonesi (senza apparire “innovazione” ebraica, poiché gli Ebrei conoscevano e misuravano il numero “sette” già ab origine, essendo di stirpe sumerica); kidu è principalmente la prova che nel Mediterraneo, in Sardegna, nel Vicino Oriente l’uomo fin dai primordi della civiltà si preoccupò di misurare i tempi della musica che esprimeva con i tamburi (casse armoniche), gli zufoli, i piatti, e che presto riuscì ad esprimere con le corde (minugia) di capra sospese sopra una cassa armonica.
Come si vede, kéḍḍa fini a un tempo per indicare la ‘settimana’, la notazione musicale’, la ‘misura lineare tra un foro e l’altro durante la semina’.
KINTÍNA sass. ‘cantina’, ‘rivendita di vino al minuto’, ‘bettola’. Vedi anche vindiόru e tzilléri. Cfr. it. cantìna ‘locale interrato o seminterrato, fresco, adibito alla conservazione del vino e di altre derrate deperibili’. La voce tirrenica è un composto da akk. ḫimtum, ḫintu ‘leather skin, pouch; otre’ + īnu ‘wine, vino’. Va da sé che oggi kintìna, cantina è una metonimia indicante tout court il ‘locale del vino’, mentre in origine fu soltanto l’otre (fatto di pelle) che conteneva il vino’.
KIRRIÓRU sass. ‘brandello, sbrendolo’; anche ‘budella, intestino’: l’à fattu la viłtiménta a kirriόri ‘le ha ridotto il vestito a brandelli’; dugna tzikkírriu ti ni bogga lu kirriόru ‘ognuno di quegli urli ti strappa le budella’. Base etimologica l’akk. qerû ‘to call, invite’ (person to meal, deity to offering) + sum. ur ‘liver, bulk; fegato, massa’, ‘to be convulsed’. La voce kirriόru indicò primamente in origine le ‘budella, fegato, offerti in sacrificio alla divinità’.
KÌSCIA sass. ‘dolore, ansia, pena’. Vedi anche iχancaggόri. Base etimologica è il sum. kiši ‘the Netherworld, il Mondo infero’ (il quale per gli antichi era il mondo del dolore). Vedi anche sum. kišur ‘grave, tomba’.
KISCINNA’ sass. iterativo ‘lagnarsi, gemere, lamentarsi’. Vedi anche murrugna’. Per l’etimo vai a kíscia, da kiši ‘the Netherworld, il Mondo infero’ + in ‘abuso’. Evidentemente la forma iterativa (= ‘abuso delle lamentazioni’) è forma del tutto seriore.
LEBU sass. voce presente nella locuzione di primma lébu ‘di primo parto’. Base etimologica l’akk. lebû, labû ‘to howl, whine, squeal; ululare, lamentarsi, stridere’; lābû agg. ‘howling, bleating; ululante, belante’.
MAGARÌNA sass. ‘conversa, compluvio, canale di scolo su tetto a falde convergenti’. Base etimologica l’akk. magāru ‘to consent, agree, agree with; consentire, accordare, accordarsi con’.
MAMMÁIA sass. ‘cencio necrotico, sostanza purulenta che sta alla radice di un ascesso, di un foruncolo’ (Bazzoni): truppia’ lu ciccioni fintza a iscinni la mammáia ‘spremere un ascesso sino a svuotarlo completamente’ (Bazzoni). A mio modo di vedere, non è che il “cencio necrotico” stia alla base di un foruncolo. Infatti nel foruncolo si crea materia purulenta dall’alto verso l’interno, a cominciare dalla punta esterna del focolaio. Quando s’interviene sul foruncolo si fa fuoriuscire tutto il pus e si prosegue a spremere sino alla fuoriuscita del siero, che è il vero agente purificatore. Un siero che per gli antichi doveva sembrare acqua biologica, considerata la sua trasparenza. Quindi traduco mammáia dall’akk. māmū ‘acqua’.
MAMMUXÓNI sass. ‘regione o località imprecisata ma lontana e tutt’altro che amena, menzionata in frasi del tipo E indì tz’éri, in Mammuχóni?! ‘dove sei stato, in casa del diavolo?’. La risposta scontata è A Mammuχóni ki ti tzi półtiani! ‘che a Mammuχóni ci portino te!’ (Bazzoni). La “località imprecisata” evocata dal Bazzoni in realtà è molto chiara: è l’Inferno. Di qui la risposta perentoria e stizzita qua registrata dallo stesso Bazzoni. Infatti Mammuχóni ha l’etimo in un raddoppiamento esaltativo akk. con base muskum ‘something bad, something evil’ (quindi mam-muskum ‘qualcosa di veramente orribile’).
MANCANTI sass. agg. ‘matto, mentecatto, folle, pazzo’: tz’è isciddu di casa a l’óra di li mancanti ‘è uscito di casa all’ora dei matti, col solleone’. Base etimologica l’akk. makûm ‘to be absent, missing; essere assente, mancante’. La voce, poi assoggettata ad epentesi mediterranea (ma[n]k-), in origine significò ‘vuoto, cavo, assente’.
MANI-CODA sass. nella locuzione l’àni aùddu a mani e a coda ‘l’hanno sorpreso facendo qualcosa d’illecito’ (Bazzoni). Base etimologica è l’akk. maqûm ‘to spy, spiare’ + ūdu ‘ill effects’. Il composto maq-ūdu in origine significò ‘spiare, verificare cattivi effetti’.
MANKÉIBA sass. ‘erbaccia’. Base etimologica l’akk. makûm ‘destitute, poor; indigente, povero’ + sass. éiba ‘erba’. Il composto, poi assoggettato ad epentesi mediterranea (ma[n]k-éiba) in origine significò ‘erba povera’, o ‘erba degli indigenti’.
MANKÌNA sass. ‘cunetta’. Base etimologica l’akk. makûm ‘to be absent, missing; essere assente, mancante’ + sum. in ‘sito’. Il composto, poi assoggettato ad epentesi mediterranea (ma[n]k-ìn) in origine significò ‘sito vuoto, cavo, scavato’.
MARABAXA sass. ‘mala sorte’; letteralmente viene inteso come ‘mala Pasqua’, ma una formula così intesa non avrebbe senso: s’è tziχéndi la marabaχa cu lu lampióni ‘si sta cercando la malasorte col lanternino’; e marabaχa ki ti póssia inciccia’ ‘la malasorte ti possa incinerire’. Invero, non si tratta della Pasqua ma della Parca (colei che taglia i fili dell’esistenza, detta in sass. Paχa). Nella bestemmia si vuole indicare, delle tre Parche, proprio colei che taglia il filo. Ricordo che le Parche latine venivano anche chiamate Fatae (‘coloro che gestiscono il Fato’, il destino); quindi rinvio per la similarità a maravaḍḍa. Non possiamo dimenticare l’origine romana dei Sassaresi.
Per l’etimo di marabaχa vai a maru + Paχa, ricordando che il lat. Parca ha base etimologica nell’akk. parāqu ‘to divide off, separate’.
MARRONCA, marróncura sass. ‘figura fantastica evocata per impaurire i bambini’: mih la marronca ‘ecco che arriva la marronca’. Cfr. marragotti camp. ‘befana, spauracchio dei bambini’. Base etimologica il sum. marru ‘stormwind’ + ukuk ‘to burn’. Il composto in origine indicò la ‘tempesta che annienta bruciando’. Come solito, la voce sarda contiene l’epentesi eufonica di -n-.
MAXÉSI sass. ‘mestruo, ciclo mestruale della donna’. Base etimologica l’akk. marḫaṣu ‘rinse, lavage; risciacquare, lavare’, ‘drainpipe of terrace; gronda di terrazza’, marāqu ‘whipe out, cancellare, lavare’, ‘clear o.s., chiarirsi, ripulirsi’ + eššiš ‘anew, nuovamente’. Il composto marāq-eššiš (leggi markéssi, sass. maχési) già dall’origine indicò il ‘rinnovo del lavaggio, del ripulimento’. La traduzione con l’it. marchese è una idiozia.
MIDDRÓNGARI sass. ‘tagliatelle’. Base etimologica l’akk. midru (a type of bread) + garûm ‘cream’. Il composto (con la solita epentesi eufonica della -n-) volle indicare in origine un ‘pane cremoso’. Il composto è veramente arcaico, poiché si volle intendere una pasta utile anche a fare il pane ma che in questo caso veniva usata ancora molle, evidentemente bollita come tale, anziché essere messa al forno.
MIDI’ sass. ‘misurare, valutare’; pp. mididdu. Cfr. mesùra log. e camp. ‘misura, rapporto di grandezza’; mesurare, -ái log. e camp. ‘misurare’: in queste voci si nota la fungibilità tra -d- e -s-. Base etimologica l’akk. wadû, madû ‘to know’, edûm, idûm ‘to know’ (OCE II 470).
MISSÀGLIU sass. ‘sorta di diga fatta di pietre accatastate lungo piccoli torrenti o ruscelli, per favorire la pesca delle anguille o per avvelenare le acque’. Base etimologica l’akk. mīsum (a kind of fish) + âlu ‘to cut’. In origine indicò lo ‘sbarramento per i pesci’.
MIZZURÍNU sass. ‘agnellino che è stato appena slattato’. Base etimologica l’akk. mâṣu, wiâṣum ‘troppo piccolo, minuscolo’.
MÙCCURU2 sass. ‘bestemmia, imprecazione’. Base etimologica è l’akk. muḫḫuru ‘offerta (agli dei)’. La voce evidentemente peggiorò il significato nell’Alto Medioevo, allorché i preti bizantini obbligarono al perfido contrappasso per stigmatizzare la persistenza di certi usi.
MUŁTITZU sass. ‘impasto molto molle, sia di farina che di cemento’; anche biaróni. Base etimologica nel sum. muš ‘cagliare’ + tu ‘broth, brodo’ + zur ‘to roil, rendere fangoso’. Il composto indicò fin dalle origini un ‘brodo fangoso ossia semi-condensato’.
MURACCÍNU sass. ‘muratore’; anche frábbiggamùru. Per l’etimo vai a muru + ḫi ‘to mix up, alloy’ + nu (suffisso-prefisso di professione, incarico). Dal composto mura-ḫi-nu si percepisce che in origine per ‘muratore’ s’intendeva ‘colui che mescola, impasta’ (riferito al creatore di mattoni di fango-paglia-pietre).
MURÉḌḌA sass. ‘catasta di pietre a forma circolare formata durante lo spietramento dei campi’. Per l’etimo del primo membro vai a muru. Quello che sembra suffisso (-éḍḍa) deriva in realtà dal sum. ed ‘to go up, salire’. Quindi muréḍḍa significò in origine ‘muro in alzata’.
MURÉXU sass. negli aggettivali frìsciu muréχu ‘lucchetto’; muru muréχu ‘muro a secco’. Bazzoni traduce l’aggettivo semplicemente come ‘moresco’, ossia ‘di origine araba’, sbagliando.
Scindo momentaneamente la discussione soffermandomi soltanto su lucchetto, e preciso che in sass. il ‘lucchetto’ è spesso chiamato semplicemente muréχu; così pure in log. e camp. muréscu ‘lucchetto, catenaccio’ (aggettivali già depurati in partenza da frìsciu, che evidentemente viene considerato superfluo) ; cfr. sic. muriscu ‘catenaccio’ (Traina); ma anche catinatzu muriscu (S. Camilleri).
Per l’etimo di ‘lucchetto’ abbiamo due opzioni: 1) l’akk. murudû ‘lattice, grating; graticcio, grata’ + ešqu ‘solid, massive; solido, massiccio’. Il composto iniziale murud-ešqu col tempo evidentemente fu avvertito come divisione sintattica di *muru-de-esqu e quindi semplificato. 2) Nella seconda opzione propongo il sum. mu ‘crescere’ + ru ‘architettura’, col significato di ‘architettura in elevazione’, ‘struttura in elevazione’ (questo è l’etimo di sd. muru). Per il membro -éscu, -éχu vale l’akk. ešqu ‘solid, massive; solido, massiccio’. In questo caso traduco muréχu (senza il sovrabbondante muru) come ‘muro solido, muro consolidato’. Evidentemente nelle epoche primitive il concetto relativo al lucchetto fu quello di rendere il muro della casa totalmente solido, anche nel vacuo murario occupato dalla porta.
MUSA sass. ‘stato d’animo’: di musa bona, mara ‘di umore buono, cattivo’. Base etimologica nel sum. muš ‘face, appearance; viso, apparenza’.
MUSCIARRA sass. ‘la barca del rais, del capo della tonnara’. Base etimologica il sum. muš ‘pesce’ + ara ‘official’. Fin dalle origini indicò la ‘(barca del) capo dei pescatori’.
MUTU sass. ‘moto, ronzio, ticchettio d’orologio’. Base etimologica il sum. mu ‘to make a sound, emettere un suono’, ‘parola’ + tur ‘small, reduce; piccolo, lieve, ridotto’. Fin dall’inizio significò ‘suono lieve’.
NIVRA sass. ‘odio’: abe’ in nivra ‘avere in odio, avere in uggia’. Base etimologica è l’akk. nērubu ‘to flee, escape; scappare, fuggire’.
PADÉḌḌA sass. ‘amicizia’ nella locuzione àni ifasciaddu la padéḍḍa ‘hanno rotto l’amicizia’. Base etimologica è l’akk. pâdum ‘imprison’ + edûm ‘to know, be aware of, essere conscio’. In questo caso alle origini pâd-edûm volle significare un ‘legame conscio, di cui si ha coscienza’.
PANATZÓRA sass. ‘impiastro di pane e lardo che si applicava caldo su di una infezione cutanea per favorirne la suppurazione’. Base etimologica è pani (vedi) + sum. azu ‘doctor, medico’ + ur ‘to sweep away, wipe clean; detergere, spazzar via, pulire’. Il composto az-zur indicò in origine un ‘farmaco che ripulisce (dal pus)’.
PARÁIU sass. ‘componente dei festeggiamenti patronali’ (Bazzoni); ma a Sassari viene inteso anzitutto come colui ‘che porta la bandiera del gremio’. Bazzoni intende paráiu da it. operaio, ma sbaglia. Base etimologica è l’akk. pārum (an official, un ufficiale, ossia un comandante). Altrimenti la base può essere l’akk. palāḫu ‘to revere, act reverently; riverire, agire con reverenza’ (ciò per il fatto che il paraio guida il suo comitato a riverire la Madonna o il Santo della festa). Sono celebri i parai di Sassari che guidano i gremi durante la Faradda dei Candelieri a Ferragosto.
PARARÍNCURA sass. ‘pipita, pellicola che si stacca attorno alle unghie della mano’. Base etimologica l’akk. pārum ‘skin, hide’ + anḫu ‘tired, stanco, esausto’. Pertanto il composto in stato costrutto pārum-inḫu in origine significò ‘pelle esausta’.
PARASANGU sass. ‘diaframma che separa la cavità toracica dall’addome’. Il primo membro non ha alcuna relazione con sass. para’ ‘parare’; quanto a -sangu, non ha alcuna attinenza con sass. sangu ‘sangue’. Escludo tale semplicistica traduzione per l’ovvia ragione che la funzione del diaframma non è quella di “parare” il sangue dell’area toracica ma quella di sollevare-rilasciare i polmoni affinché si compia la vitale funzione respiratoria. Base etimologica è dunque l’akk. par’u ‘sliced through, tagliato di netto’ samḫu ‘mixed’ < samāḫu ‘to mix’. Il composto par’u-samḫu in origine significò ‘tagliare di netto, bloccare di netto la mescolanza (tra organi superiori ed inferiori)’.
PARESSÉGNU, perességnu sass. ‘croce-segno’: lu parességnu di la Santa Crozi (Bazzoni). Analizzando criticamente la trafila di parole scritta dal Bazzoni, si nota un coacervo di concetti sovrabbondanti, superflui e paradossali, usati ad indicare un fatto estremamente semplice. Al Bazzoni non imputo la carenza di cultura religiosa a fronte della grande competenza che gli riconosciamo nell’arte marinara. Però avrebbe dovuto spiegarci perché a Sassari si dice parességnu al posto di grozi-ségnu. Non lo dice, ma lo spiega a modo suo col sintagma dialettale lu parességnu di la Santa Crozi, dove però apprendiamo che pare- non può significare ‘segno’ (altrimenti sparirebbe di fronte all’omologo -ségnu).
Se poi indaghiamo l’intero sintagma (parességnu di la Santa Crozi), possiamo rilevare un fatto clamoroso che nessuno ha mai sottolineato, ossia che il celebre “croce-segno” è un’invenzione adottata per fare sparire riti precedenti al cristianesimo. Infatti il quadri-segno che facciamo toccandoci quattro parti del corpo (fronte-petto-spalla-spalla) è un’autentica montatura, poiché i concetti espressi vocalmente nel fare quel gesto sono soltanto tre: Padre, Figlio, Spirito Santo.
Chiarita la montatura – che in Sardegna approdò evidentemente nell’epoca dei Bizantini – individuiamo adesso la base etimologica di parességnu o perességnu, che è l’akk. pāru ‘hymn, inno’ + sînu ‘luna’ < Sîn ‘Dea Luna’. Il composto in origine indicò semplicemente l’inno alla Dea Luna che i Sardi elevavano durante le cerimonie pubbliche.
PIÓRU sass. s.m. ‘voce dal tono basso’, ‘brontolio sommesso’: no tzi l’è isciddu mancu un piόru ‘non ha emesso nemmeno un brontolio’; bassu a piόru ‘cantante del coro a 4 (a Sassari tale coro è detto cuncόrdu) avente la voce del basso profondo’. Il sass. piόru è uno stato costrutto accadico da pīum ‘mouth (as speech organ)’ + urû ‘stallion (of oxen)’, ullu ‘a bull’ (< sum. ur ‘lion’, ‘dog’). Pertanto a Sassari lu bassu a piόru significò e ancora significa ‘basso dalla voce di toro’.
PIPIADDA sass. ‘pizzico, piccola quantità, spruzzatina’: una pipiadda di sari ‘un pizzico di sale’. Base etimologica il sum. pi ‘unità di misura’, ripetuto per rimarcare l’idea + suff. tirrenico -ata.
PÍURU sass. agg., usato a Sorso nello stato costrutto occi píuru ‘strabico’. Il log. píuru significa ‘pigolìo’ (di pulcino). Ma qui l’idea è molto diversa, e comunque non è valida la proposta del Bazzoni di tradurre la forma sorsinca con ‘tendente a volare’, poiché gli occhi strabici non danno affatto l’idea di volare.
Mutatis mutandis, la questione si ripete simile anche nell’it. balzano, detto di un cavallo che ha delle “balze” bianche sopra lo zoccolo, salvo poi l’arbitrario trasferire quella caratteristica al suo carattere ‘strambo, bizzarro’ (DELI). Anche qui le cose non combaciano, evidentemente, e sarebbe stato meglio se gli etimologisti avessero interpretato quel balzano come ‘che balza, balzella qua e là’ (e simili), ossia ‘poco mansueto’, prescindendo dalle balze sopra gli zoccoli, la cui origine è dal francese, con base molto diversa.
Tornando a píuru, la voce va ovviamente considerata un aggettivale in -lu. In tal caso troviamo la base etimologica nell’akk. pīum, pûm ‘opening, aperture; ‘apertura’ (ossia divaricazione).
POŁTA2 sass. nella locuzione a bozzi półta ‘urlando’; base etimologica di półta è il sum. pû ‘mouth, bocca’ + tal ‘clamour, cry; clamore, grido, urlo’. Il composto pû-tal in origine significò ‘bocca urlante’.
PREDDUMÁSCIU sass. ‘virago, ragazza che predilige giochi, linguaggio e atteggiamenti virili’. Vedi másciu ‘maschio’. Quanto a préddu, la voce sembra equivalere a Pietro, ma tale omologazione richiederebbe una giustificazione che manca, anche perché ogni altra voce sarda o sassarese avente nel primo membro préddu ha diversa origine secondo il caso (vedi preḍḍuvaba, preddusímuru). Traduco quindi preddu con akk. perdum (a kind of equid). In tal caso traduciamo preddumásciu come ‘cavallo-maschio, stallone’.
PRICUNDÌA sass. ‘capriccio, uzzolo, velleità, pretesa’. Base etimologica l’akk. pirqu ‘claim, pretesa’ + dī’um (a disease affecting the head, un malessere al capo). Il composto in origine indicò colui ‘che si pone in capo delle pretese, delle velleità’.
PRIMA-CÉGGA sass. ‘prima elementare’ (fase iniziale del curriculum istruttivo di un bambino). Per l’etimo di prima vai a prímu. Il secondo membro (cégga) ovviamente non significa ‘cieca’ poiché sarebbe una contraddictiō in terminis: infatti la scuola elementare serve a creare la base da cui l’intelligenza del fanciullo si lancia e si proietta sul mondo, non serve certo ad accecare la visuale del mondo. Base etimologica di cégga è il sum. kigal ‘platform, pedestal; piattaforma, piedistallo’.
PRÓDA sass. ‘spazio tra due filari di piante’. Base etimologica l’akk. purīdum ‘pace, passo’ (come misura lineare).
PURRADDA sass. ‘quota, parte, percentuale’: éḍḍu puru à aùddu la so’ purradda ‘anche lui ha avuto la sua parte’. Base etimologica l’akk. purādum ‘as part of composite beings, quale parte di elementi composti’.
PUTZA, Iputza sass. s.f. ‘diavolo, demonio, Satana’: candu l’Iputza vi poni la coda ‘quando il diavolo ci mette la coda’. Base etimologica il sum. puzur ‘cavity, shadow; cavità, ombra’. Quindi Iputza, Putza fin dalle origini fu considerato per antonomasia ‘Colui che abita nelle grotte, nell’oscurità’.
RISCIARA’1 sass. ‘risciacquare’. Base etimologica ri- (vedi) + sum. šar ‘to make splendid’.
RISCIARA’2 sass. ‘spettegolare’. Base etimologica ri- (vedi) + sum. šara ‘calunniare’.
RISCIUMMADDA sass. ‘rovescio violento di pioggia dopo una breve calma’. Base etimologica ri- (vedi) + sum. šumaḫ ‘mighty, potenza’. In ri-sciumm-adda si evince chiaramente il ‘ritorno di potenza (di un temporale)’.
RISÉTTU sass. ‘ripostiglio a più ripiani, scansìa’. Base etimologica ri- (vedi) + akk. sētum ‘projection, salient; elemento crescente in altezza’ (vedi fr. etajer).
RUGNUNADDA sass. ‘fondamenta di un muro in costruzione’. Base etimologica il sum. RU ‘struttura architettonica, costruzione’, rugu ‘to withstand, resistere’ + nun ‘prince, foremost, best’. Il composto ru-nun oppure rugu-nun in origine volle indicare la ‘struttura costruttiva principale’ o, che è lo stesso, la ‘resistenza principale’.
SEDDU sass. termine agrario riferito a ‘frumento’ (Bazzoni): poggu séddu, séddu leccu si dice a proposito di campo le cui spighe non si sono riprodotte foltamente. Base etimologica nel sum. še ‘barley’, ‘grain’ + du ‘to heap up, pile up, accumulare’, du ‘to plant’.
SERU sass. ‘senno, saggezza, accortezza, giudizio’. Questo singolare vocabolo è stato concepito sulla scorta di sénnu. Così come quello prende le mosse dal sum. šennu ‘priest, sacerdote’ (tutto un programma, visto che ai sacerdoti si accordava la serietà e l’intelligenza), parimenti questo prende le mosse dall’eg. sr ‘funzionario’ (leggi ser); akk. ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’. Peraltro in log. ant. sèr(e) era il titolo che si dava al Giudice o Re (CSMB 100: iudice sere Ugo de Bassu; 164: ser Remundu c’arreiat corona). Cfr. it. sire ‘signore, sovrano’. Il titolo euroasiatico è usato in Italia per rivolgersi al re, ma ciò avvenne poco prima del 1566 ad opera di Annibal Caro. Invero, in Italia la voce appare prima del 1250 ad opera di Cielo d’Alcamo. DELI, non avendo altri raffronti, lo propone dal fr. ant. sire, apparso nel 980 nel significato di ‘padrone, signore’, in riferimento a Dio. Una voce ancora più più arcaica è l’ingl. sir ‘titolo nobiliare’ (pronuncia sér, come la voce sarda e quella egizia). Altra voce collegata è l’it. sèrio ‘dall’aspetto concentrato, grave, responsabile’, antico aggettivale da séru.
SIDDA sass. ‘vecchia tassa relativa alla vendita dei tabacchi’. Cfr. siḍḍu (Bitti) ‘moneta antica’. Base etimologica nel sum. šid ‘to count’.
SINNÓ2 sass. avv., cong. ‘anche’: ággiu una fammi! – e sinnò éiu! ‘ho una fame!… – anch’io, figurati io!’. Base etimologica l’akk. šinnû ‘two each, due ciascuno’, šinnatu ‘similarity, equality’.
SINSÁRI sass. ‘censo, rendita ipotecaria’; ‘tassa, imposta’. La voce ripulita dell’avvenuta rotacizzazione è sinsali, la cui base etimologica è l’akk. Sîn ‘Dea Luna’ + šālum ‘inform o.s. about, informarsi di qualcosa’. A quanto pare, la voce sassarese è un relitto delle antiche età allorché si chiedeva il responso della Sibilla la quale, almeno in Sardegna, era la stessa sacerdotessa della Dea Luna.
SINTINIDDU sass. ‘odore rancido’. La voce è derivata da it. sentìna < lat. sentīna ‘bassofondo, rifiuto’, ‘fondo della nave, luogo dove si raccolgono gli scoli’. Se ne ignorò l’origine (vedi DELI e altri dizionari etimologici). Base etimologica è l’akk. šinātum ‘urina’ + iddum ‘point, punto, sito’. Il composto in stato costrutto (šin[ā]tum-iddum) in origine indicò il ‘sito dell’urina’ ossia il ‘sito che puzza di rancido’. Si può facilmente immaginare che nelle semplici navi d’altura della più alta antichità la sentina fu il luogo d’elezione dove l’equipaggio evacuava o almeno urinava (senza bisogno d’esporsi fuoribordo col mare mosso o tempestoso). Non va dimenticato che ancora oggi l’urina è preziosa (ad es. in Marocco) per la fissazione dei colori nei tessuti. Ciò per il suo valore disinfettante e conservante, che un tempo tornò utile persino alla conservazione della parte più vitale della nave.
SIRASSI, siriassi sass. ‘rendersi conto, accorgersi’; anche abbizzassi. Base etimologica nel sum. šer ‘to be bright, shine; essere luminoso, brillare’, ‘brilliance, brillantezza’. Questa voce arcaica è l’equivalente semantico dell’it. appurare, acclarare.
SIZZA sass. ‘vento freddo’. Base etimologica il sum. sisa ‘north wind’.
SORIDÉU sass. ‘zucchetto, copricapo circolare dei prelati, alla moda ebraica’. Base etimologica il sum. surru ‘priest, sacerdote’ + adda ‘father, padre’. In stato costrutto surr-idd-, col significato di ‘(copricapo del) sacerdote-capo’.
SUAŁDA, suałta sass. ‘corda che assicura il carico sui carri, carrettoni, autocarri’. Base etimologica nel sum. šu ‘handle, attrezzo’ + arad ‘slave, servitore’. Il composto in origine significò ‘attrezzo ausiliare’.
SUGADDU sass. agg. detto di ‘pesce che ha perduto solidità e consistenza a causa di una sorta di svuotamento operato da certi parassiti’ (Bazzoni). Base etimologica il sum. sug ‘empty, vuoto’, ‘to strip, denudare’.
SUPPA. Nella parte centro-merid. dell’isola significa ‘niente’; Kirco e non b’agatto suppa; Non ni budìa fai suppa. Wagner, più divertito che scientificamente coinvolto, nel suo DES riproduce la seguente situazione riferita al lemma suppa: «rientra nell’inventario dell’italiano maccheronico la frase, riferita al figlio: Non ne posso fare zuppa: è morto bicchierino = ‘non posso cavarne nulla: è molto birichino’». Certo, quello del Wagner è un dire maccheronico, una locuzione messa in bocca ad un ignorante che tenta d’esprimersi coi corrispettivi fonetici italiani, stimandoli adatti alla propria semantica: ne risulta una frase sardo-italiana che sguazza nella paronomasia.
Preciso che suppa, con apparente paradosso, significa anche ‘tesoro, cosa meravigliosa’ e simili (Quartu): sa pippìa esti una suppa ‘quella bambina è un tesoro’. Wagner ritiene ignoto l’etimo del sd. suppa. Invece esso ha base nell’ass. ṣuppu ‘decorato, rivestito, ricoperto, placcato’, šūpû ‘rendere splendente, visibile’, col significato riferito semanticamente al risultato dell’abbellimento di un corpo bruto, una trasformazione da oreficeria, una decorazione che migliora fortemente lo stato grezzo.
Una locuzione simile c’è nel sass. bugganni iłtrappéḍḍu ‘arrivare alla verità’. Base etimologica l’akk. tarāpu ‘to be covered with colour, be painted’ + (w)ēdû ‘prominent’. La locuzione si riferisce ai tempi quando la gente in occasione di grandi feste si abbelliva nel modo migliore possibile (un uso tramandato e vivo sin dal Paleolitico in ogni società).
SUPPU sass. aggettivale nella locuzione cottu suppu ‘pazzamente innamorato’. Bazzoni traduce ‘cotto come una zuppa’, ma questa è una paronomasia. La base etimologica è l’akk. ḫutul ‘a magical formula’ + ṣupû ‘soaked, intriso, pervaso’. Quindi la locuzione ḫutul ṣupû fin dalle origini significò ‘completamente pervaso da una formula magica’. Anticamente si credeva moltissimo agli incantesimi, e quando uno non riusciva a liberarsi dal forte innamoramento lo si credeva prigioniero di fatture. La voce cotto passò anche in italiano, ed apparve prima del 1535 in uno scritto di F. Berni nel senso di ‘innamorato perso’ (DELI).
TÁI-TÁI sass. nell’espressione séi sémpri a bozzi ke tái-tái ‘non fai che urlare’; questa espressione viene riferita dal Bazzoni a uno chiamato Taitai del quale non si sa nulla. Ipotesi inverosimile, bastando l’etimo per capirne l’origine. Infatti la base sum. ta significa ‘ilness, disease; malessere, malattia’; la sua iterazione esaltativa (ta-ta) non può che avere lo stesso significato di it. ‘aiuto! aiuto!’.
TAMANTI sass. agg. ‘meraviglioso, stupendo’. Base etimologica l’ant. bab. tamûm ‘to be amazed, essere stupito’.
TÉGGIA sass. ‘mattone da costruzione’. Base etimologica il sum. taḫ ‘to add, increase’.
TIBA sass. ‘narice, ciascuna delle due aperture del naso’, ‘tubéḍḍa o iłtampa di lu nasu’. La ‘parte esterna della narice’ di dice pinna di lu nasu. Base etimologica il sum. tab ‘to double, doppio, parallelo’ + bar ‘aprire’, bad ‘to open’. Il composto tab-bad in origine significò ‘fori paralleli’.
TRAIZONI, traizóru sass. ‘vitellone che s’avvia a diventare toro’: trattaddu a traizoni ‘trattato con i guanti, come le bestie d’allevamento’. Cfr. traiscone (Padria) ‘torello’. Il prototipo è tráu ‘toro’ (vedi), cui si aggiunge (per Padria) l’akk. išku ‘son, figlio’. Per Sassari s’aggiunge l’akk. iḫzum ‘learning, education’. Quindi traizoni ha per base il sum. tar-u ‘toro’ + iḫzum, col significato complessivo di ‘educato, allevato a toro’.
TRE SOŁDA – TRE SOŁDA sass., nella locuzione abe’ lu curu tre sółda tre sółda ‘avere tanta paura’ (nel senso di ‘farsela addosso’). Possibile base etimologica è l’akk. taršītum, teršītum ‘harassment, persecuzione’. Ma è più congruo l’akk. tēṣû ‘liable to diarrhoea, soggetto alla diarrea’ + uddu ‘distress, affliction; angoscia, pena’. Il composto tēṣ-uddu oggidì per paronomasia è pronunciato tre-sołda. Ovviamente il rapporto con it. tre soldi non sussiste.
TRIBA sass. ‘baccello’. Base etimologica l’akk. tīru (a covering, una teca), cui è succeduta la metatesi.
TRÌGGIA sass. ‘pergola, pergolato’. Questa voce è un palese aggettivale in -ia. Base etimologica l’akk. terkum ‘darkness, buio, oscurità’ (tutto un programma), cui è seguita la solita metatesi.
TRÓIU sass. agg. ‘pesante, faticoso, duro’: un’imprésa tróia ‘un’impresa dura’. Cfr. tròglia log. ‘fastidio, faccenda, pena’ (Spano). Wagner ignora l’etimo. Base etimologica il sum. tur ‘to be ill, illness, disease; essere sofferente, malattia, malessere’, cui è seguita la solita metatesi.
TRONÉRA sass. ‘feritoia’. Base etimologica il sum. tar ‘tagliare di netto’ + UNIL ‘menial, servile’. Il composto (soggetto poi a metatesi) significò ‘taglio di servizio’. A meno che il primo membro non sia il sum. tir ‘arco’ + NERU ‘enemy’, dove il composto tir-NERU in origine indicava sinteticamente un ‘arco-nemico’ nel senso di foro per l’uso dell’arco contro l’assediante.
TRÙSCIA sass. ‘grossa difficoltà’ nella locuzione l’à półtu in trùscia ‘lo ha messo in difficoltà’. Base etimologica nel sum. tur ‘to be ill, illness, disease’ + uš ‘poison, veleno’. Il composto tur-uš in origine significò ‘malessere per avvelenamento’, cui seguì la metatesi.
TURA sass. ‘tola, latta’. Base etimologica il sum. tulu ‘to slacken, become loose; allentare, diventare lasco, largo, piatto’.
TURA sass. nella locuzione niéḍḍu ke la tura ‘nerissimo’. Cfr. tura log. ‘nerezza’; nieḍḍu ke tura ‘nero cupo’; nues fittas ke tura s’accaḍḍan in s’aera. Wagner propone l’origine dal lat. āter ‘nero, oscuro’ > *atrura. In verità, la base etimologica è il sum. zur ‘to roil, intorbidare, rendere fangoso’.
TURÌḌḌURA sass. ‘tonsilla’. Questo stato costrutto ha base etimologica nell’akk. tūru ‘carbone ardente’ + tulûm ‘mammella’. Il composto tūrī-tulûm in origine indicò le ‘mammelle ardenti’. Si era capito benissimo che le tonsille sono ghiandole che compensano i raffreddamenti ed i colpi d’aria, arrossandosi e ingrossandosi spesso. Onde furono equiparate a piccole mammelle.
VISIÉRA sass. nella locuzione l’àni fattu a visiéra ‘lo hanno conciato molto male’; l’àni fattu lu curu a visiéra ‘gli hanno rotto il culo’. Base etimologica il sum. išiu ‘deathly silence, silenzio mortale’ + ere ‘to throttle, strozzare’. Il composto in origine indicò il ‘silenzio mortale dello strozzato’ (il quale, anche volendo, non riesce ad emettere voce).
TZÁNTARA nel nord (compresa la Gallura: ciàntara) significa ‘scandalo, vergogna, causa di scherno, ludibrio, smacco, figura ridicola’. Log. tùe sèse una tzántara ‘tu sei la vergogna in persona’; log. atzantarádu ‘svergognato’. Base etimologica il sum. za’am ‘pietra’ + tar ‘abbattere’, ‘tagliare’. Con ciò abbiamo il significato di ‘pietra abbattuta, fatta a pezzi’. In questo caso ci troviamo davanti a una situazione creatasi dopo il VI secolo dell’era cristiana, allorché fu dato ordine di abbattere dovunque le decine di migliaia di menhirs (perdas fittas) che costellavano la Sardegna. La memoria dei padri fu evidentemente dura a morire, e il popolo considerò ancora per molti secoli come una vergogna quegli abbattimenti contrari alla religione dei padri. Da qui il significato di tzántara.
TZIRRIADDU sass. agg. ‘scadente, di bassa qualità’. Base etimologica il sum. zir ‘defect, difetto’.

Come si scrivono i Dizionari? Tutte le etimologie appena lette sono impressionanti e di tutto rispetto, e dimostrano che Sassari, al pari della restante Sardegna, non ha certo bisogno di accattare parole esterne per tenere vivo o rinvigorire il proprio vocabolario. Eppure il Dizionario del Bazzoni contiene una pletora di parole italiane (quindi non sarde), che sortiscono in modo lacerante tra le migliaia di voci autoctone.
Il Bazzoni ha introdotto nel suo Dizionario oltre il 60% di parole che avrebbe fatto meglio ad espungere, per ragioni di metodo. Riconosco nel patrimonio autenticamente sardo, da lui tramandato, un tesoro impagabile. Ma la pletora (maggioritaria) di parole italiane, pur essendo un fatto di coscienza ch’egli ha voluto inserire per tramandarci la testimonianza della corruzione della parlata sassarese, non doveva apparire in un Dizionario normativo. Come esempio di metodo impeccabile io propongo il Ditzionàriu Sardu di Mario Puddu. Purtroppo il Puddu non ha potuto essere d’esempio perché Bazzoni ha scritto prima del Puddu.
Osservo da tanti anni con spirito critico tutto quanto sta avvenendo sulla lingua sarda. Dalle due grandi città sarde (Cagliari e Sassari) erompe un cupio dissolvi che sta minando l’intera Sardegna. La futura estinzione della sardità si è insinuata come un morbo cadaverico nelle città, e da lì sta deflagrando nel contado. Ma non mi sarei mai aspettato che il Bazzoni ce la raccontasse a modo suo introducendo nel suo Dizionario il 40% di parole sarde contro il 60% di parole italiane.
In ogni modo, che sia un errore di metodo o la denuncia disperata di un maestro, oggi quell’incredibile 60% ribalta la bilancia del Sassarese verso l’Italiano. Tutto ciò è assurdo e inaccettabile, per quanto ora dirò.
Logica vuole che un dialetto appartenente ad una lingua (in questo caso il sassarese, appartenente al logudorese e più latamente alla lingua sarda) tenda a dissolversi entro il vocabolario della lingua-madre (in questo caso entro il logudorese ed entro il più vasto dizionario sardo). Invece per il sassarese si sta verificando il caso assurdo che sta andando a dissolversi nel grembo di una lingua straniera: l’italiano.
Ciò sta accadendo perché, dopo la stagione delle commistioni apportate dalla borghesia continentale nel Medioevo e dopo l’immissione cospicua di sangue còrso-gallurese durante le grandi pesti, il dialetto sassarese non è più stato capace di rientrare nell’alveo materno del logudorese, entro quel logudorese che a sua volta era riuscito, faticosamente ma non definitivamente, a riconquistare la città nell’arco del millennio “turritano”. Li biḍḍíncuri in quel millennio avevano reintrodotto tra i turritani la propria parlata egemone, per quanto in quel lungo lasso temporale l’allure urbi-centrico (filo-latino) avesse continuato a tener tesa entro la città una molla che la proiettava verso Terramanna. Un peccato d’origine, mai spento, da quando il latino era stato impiantato a Turris Libysonis. Oggi scopriamo che Sassari non ha mai reciso il cordone ombelicale con l’Urbe.
Dal momento fatidico della colonizzazione di Turris la parlata sassarese (ex-logudorese) era divenuta meramente latina e, da lingua trainante come si addice ai parlanti di una città egemone rispetto all’hinterland, si evolvette nell’inseguimento millenario della parlata trans-tirrena la quale ha lasciato in Sassari un forte marchio coloniale derivato dall’implicita nostalgia delle origini romane. Nonostante il forte e tenace influsso (e riflusso) del logudorese sulla città, oggi Sassari si trova in una disastrosa stagione di colonialismo lessicale e di abbandono, una stagione in cui pure l’intera lingua sarda sta in fortissimo declino a causa della Televisione italiana. In questa miserevole china, Sassari persevera a non riconoscere la lingua sarda come lingua-madre ma riconosce esclusivamente l’italiano. Ecco la causa di quel tragico 60% del Bazzoni.
In tal guisa, se in una famiglia si verifica una simultanea fase di malattia (es. una gastroenterite), a Sassari dicono che tutti in casa soni maraddi ‘in casa son tutti malati’, rifiutando di adottare il modello gallurese-sardo gadaleta, cadaletta ‘malattia generale’: esser a una cadaletta ‘essere tutti malati contemporaneamente’. Questa e una bellissima voce sarda, nonostante lo scempio che ne fece Pittau sostenendo che cadaletta sarebbe forma regressiva dall’it. catalettico ‘in stato morboso letargico’, interpretato popolarmente come cada(unu) a lettu ‘ognuno a letto’. Purtroppo, le fantasie dei filologi romanzi non hanno fine, e chiunque ignorerà che il sd. cadaletta ha base nell’akk. ḫadû ‘tagliar via’ + lētu, lītu ‘forza, energia, potere’, col significato di ‘taglia-forze’, (che) taglia le forze, le energie’.

La protervia urbi-centrica (italo-centrica) dei sasseresi comunque non sopravvive senza contraddizioni. Sassari – almeno in apparenza – mostra delle voci conservative monolitiche (vedi gli esempi addotti), laddove gli altri abitanti della Sardegna impiegano le stesse voci con più ariosa elasticità. Gli esempi sono innumerevoli e possiamo citare sass. lóibu ≠ sd. guttùrgiu ‘avvoltoio’; oppure mannu, aggettivo di Sassari, mentre in altre sub-regioni si usa, secondo il momento e la convenienza, o mannu o grandu, ambedue aggettivi di origine sumerica per quanto il secondo sia quello preferito esclusivamente dai Terramannesi.

I Sumeri. Chi ha letto l’Introduzione Metodologica al NOFELSA nonché la mia Grammatica Storica della Lingua Sarda, è informato della mia scoperta scientifica relativa alla Ursprache Mediterranea, evidenziata proprio dalle tavolette sumeriche e sumero-accadiche. Paradossalmente, nella Mezzaluna Fertile la lingua sumerica scritta svanì attorno al 1000 aev. (nonostante che gli Assiri l’abbiano tramandata per iscritto anche in seguito), mentre in Sardegna la parlata registrata in quelle tavolette si mantiene ancora oggi vivissima e in purezza.
Tutti sanno dove stia la terra dei Sumeri, e nessuno s’azzarda a immaginare che i Sumeri abbiano mai invaso la Sardegna. Giusto.
Allora è del tutto ovvio e intuitivo immaginare il contrario: ossia che la lingua sumera in origine non fu altro che la Ursprache Mediterranea, condivisa anche dalla Mezzaluna Fertile a causa del dilagare dell’Homo Sapiens verso Est. E fu proprio in Mesopotamia, per le ragioni che parecchi storici ed archeologi hanno evidenziato, che la Ursprache apparve primamente per iscritto, condivisa peraltro dalla coeva apparizione della scrittura geroglifica, entro la quale si appalesa oltre il 50% della stessa lingua sumerica.
Il popolo dei Sumeri (quello delle tavolette) è rimasto assai misterioso a causa delle miopi prospettive d’indagine. Furono chiamati Šumeru dagli Accadici e dai Babilonesi (v. H. Hunger Babylonische und Assyrische Kolophone: AOAT 2).
Beninteso, ogni popolo li aveva chiamati a proprio modo. Scopriamo che gli Egizi li chiamavano Sangar, gli Ebrei Shinar (sono ambedue parole sumeriche, come vedremo). Da sé stessi si chiamavano però Ki-en-gir, (ki ‘terra’, en ‘lord. signore’, gir ‘colto, civilizzato’), cui possiamo attribuire il significato di ‘padroni dei luoghi civilizzati’. Ma qui sorge il primo di alcuni problemi interpretativi, a causa delle numerose opzioni presenti. Anzitutto va detto che i reperti egizi ed ebraici (Sangar e Shinar) attengono all’indicazione del territorio, non all’aggettivale degli abitanti. Ciò impellerebbe ad affrontare la traduzione in altro modo, attribuendo a Ki-en-gir il significato di ‘terra dei signori civilizzati’. Ovviamente a questo “civilizzati” non poté essere attribuito da loro lo stesso valore che noi oggi gli attribuiamo.
Questa prima complicazione (che declasserei a semplice “variabile interpretativa”) non conclude affatto la problematica relativa ai Sumeri. Partendo dalla stessa “variabile” evidenziata si richiedono ulteriori approfondimenti, ad evitare il sorgere di ulteriori obiezioni.
Ad esempio, la grafia ebraica Shinar va analizzata attentamente, a scanso di clamorosi equivoci. Gli Ebrei preferiscono scriverla in altri due modi: Scinear e Sennaàr. Si sa che tale nome indicava il distretto di Babilonia, la vasta pianura comprendente Uruch (o Erec) ed Accad, nella Mesopotamia centrale presso l’odierna Baghdad. Ebbene, le tre scritte ebraiche Shinar-Scinear-Sennaàr, pur essendo il risultato dell’incertezza rabbinica di fronte alla fonetica degli antichi testi biblici, sono molto simili e possono interpretarsi in un solo modo: dall’accadico še, ša ‘quello, esso’ + nāru ‘fiume’. Il composto šen-nāru significò ‘quello (il territorio) dei fiumi’. Il “fiume” per antonomasia in tutta la Mezzaluna Fertile non fu altro che l’Eufrate, cui s’aggiunge il Tigri ad est.
Grazie agli Ebrei, abbiamo colto il nome ed il significato più antico della “Terra dei fiumi”; ma quello dei suoi abitanti (un appellativo auto-attribuitosi dai residenti) si presta ad una lettura più analitica, mancando certezze assolute sulla divisione sillabica dei componenti grafici. Le agglutinazioni dei caratteri sumerici possono prestarsi, a causa del sandhi (agglutinazione), alla “corrosione” dei radicali che vengono giustapposti. Essi si assottigliano talora sin quasi alla scomparsa. Ebbene, se ci attenessimo strettamente all’interpretazione sequenziale sinistrorsa, la stessa privilegiata dalla grammatica sumerica, potremmo tradurre ki-en-gir come ‘terra dei signori civilizzati’, ma anche ki-in-gi (ki ‘terra’, in ‘settore, in’ + gi ‘canna’), e ne sortirebbe una ‘terra dove fioriscono le canne’ (ed infatti le primitive città sumeriche furono create con le canne, un’essenza che risultava molto più robusta rispetto a quella mediterranea. Però il sumerico gi significa pure ‘giudizio’, quindi ki-in-gi può benissimo tradursi come ‘terra dove si esercita la giustizia’ (infatti è noto che le prime leggi furono scritte dai Sumeri).
Il dubbio rimane, e ne dobbiamo tener conto. Quanto agli invasori, ossia agli Accadici, che s’impadronirono della Mesopotamia, il giudizio ch’essi avevano dei Sumeri era talmente alto, che finirono per assumere in toto ogni aspetto di quella civiltà, rispettandola fin quasi alla venerazione. In tal guisa, una prima traduzione laica del trisillabo Šumeru può basarsi sul sumerico šu ‘totality, world’ + me ‘to be’ + re = uru ‘città’: un composto che possiamo tradurre ‘popolo che vive nelle città’ (šu ‘totality, world’, ma anche ‘popolo, insieme di persone aventi un unico fine’; me ‘to be’ ma anche ‘vivere, insediarsi’; re è contrazione di uru ‘città’).
Ma pure per questo caso ci sono altre opzioni da evidenziare. Poniamo attenzione al fatto che in Mesopotamia, nella Mezzaluna Fertile, ed anche in Sardegna, era in uso uno tra i vari epiteti riferiti a Dio. Si tratta della forma sumerica Merre, riferita esplicitamente al ‘Dio Unico Onnipotente’, scomponibile in me ‘essenza divina che determina l’attività del cosmo’ + re ‘quello’ (Mer-re ‘Quello della Prima Essenza Cosmica’). Ciò evidenziato, va rimarcato che in sumerico šu significa anche ‘totalità, mondo, universo’. Quindi šu-me-re poté anche significare ‘Prima Essenza dell’Universo’. Se teniamo ferma la terza sillaba dell’originario Šumeru (ru = ‘architettura, costruire’) giungiamo ad una migliore interpretazione del trisillabo come ‘Prima Essenza Costruttrice dell’Universo’.
Queste interpretazioni relative a Dio sono però eccessive, a mio parere, ed io per primo le ripudio (per quanto siano mie creature), considerandole “scolastiche, accademiche”, buone soltanto nelle esercitazioni della pratica etimologica.
Credo pertanto che la più accettabile interpretazione dela voce Sumeri sia quella precedente da me fornita, ossia ‘Popolo che vive nelle città’. Al riguardo, è indiscusso che i primi costruttori di città furono proprio i Sumeri in Mesopotamia.

Il livello temporale. Le prospettive. L’Homo Sapiens. Tutto ciò acquisito in relazione ai Sumeri, rimangono pur sempre in piedi certe fangosità da cui il pensiero accademico non riesce a depurarsi.
La prima fangosità colpisce nel vivo la tecnica dell’indagine etimologica condotta nell’ambito degli Istituti universitari di glottologia e di filologia romanza, nei quali si stabilisce a priori il livello temporale dove l’indagine deve cessare. Sinora la storia delle lingue tirreniche attuali e di quelle mediterranee in generale è stata indagata a ritroso sino ad attingere al piano della lingua latina, salvo poi introdurre arbitrariamente l’apporto collaterale delle lingue germaniche (in forza della famigerata teoria della Ursprache indo-germanica), nonché una vaga citazione di “residui celtici” dei quali si dice meno che nulla sul piano scientifico.
Osservo che tale metodo non è congruo, non è affatto scientifico, poiché lo scavo etimologico è simile (e deve restare simile) a quello archeologico. Il “metodo dello scavo” non può eludersi giammai, in quanto esso conduce a toccare il livello più basso nel quale si ritrovino dei manufatti (per l’archeologo) nonché il livello più arcaico cui può condurre la manifestazione dei radicali di un vocabolo (per il glottologo).
In linguistica occorre operare confronti lessicali e morfemici sino al più arcaico vocabolo che, in un’area indagata a raggio adeguato, possa credibilmente confrontarsi col vocabolo di oggi. Stabilire che il livello-base delle lingue tirreniche o mediterranee sia la lingua latina, significa rinunciare al criterio storicistico; equivale ad ammettere che prima di Roma la storia nel Mediterraneo non si sia mai svolta oppure (ed è lo stesso) ch’essa sia obiettivamente inconoscibile. Invece la storia del Mediterraneo e dintorni è nota, con soddisfazione generale, fin dai millenni pre-greci. Mentre la conoscenza delle lingue ad essa correlate affonda ancora più lontano nel tempo e nello spazio.
Dalla prima fangosità deriva la seconda fangosità, concernente le prospettive. Affermare de imperio che la storia delle lingue tirreniche e mediterranee abbia una prospettiva di soli 2000 anni significa rinunciare a capire l’evoluzione del linguaggio mediterraneo, il quale è arcaico quanto può essere arcaica la presenza dell’Homo in questo bacino. I dati archeo-antropologici confermano la presenza del Neanderthal e poi del Cro-Magnon; e giacché quegli uomini lasciarono dei manufatti, è ovvio che parlassero, che scambiassero informazioni, che dessero i nomi alle cose, alle persone, al territorio, che usassero quindi la lingua, che avessero un vocabolario condiviso. L’idea nichilista ch’essi comunque parlassero lingue inconoscibili è generata dalle stesse pregiudiziali “latina” ed “ariana” su citate: pregiudiziali liquidatorie che bloccano ogni nuova spinta ad una seria indagine etimologica.
In verità, gli uomini mediterranei del Paleolitico parlavano. E parlavano una sola lingua: appunto la Lingua Mediterranea, per quanto essa fosse pluri-articolata secondo l’antichità e il radicamento degli stanziamenti nei singoli ambiti geografici. Questa lingua è perfettamente conoscibile mediante una semplice induzione, che è la seguente: la Scienza Glottologica ha sempre messo in evidenza un fatto elementare, intuitivo, cioè che le prime formazioni lessicali dell’Homo furono essenzialmente monosillabiche. Questa osservazione è così palmare, che tentarne una dimostrazione (peraltro facile) è ozioso. Ebbene, dalle età arcaiche è sopravvissuta, restituita a noi grazie alla riesumazione delle tavolette cuneiformi, una lingua che si articolava proprio a monosillabi: è la Lingua Sumerica, a tutti resa nota tramite vocabolari e grammatiche pubblicati da numerose Università. Quegli scavi, quelle scoperte hanno messo a disposizione dei glottologi odierni “l’altra metà del mondo”. Perseverare a non indagare quanta storia linguistica mediterranea sia ancorata alla lingua cosiddetta sumerica, non è più accettabile.
Infatti lo scrivente non accetta più di perpetuare la muta ostilità (ch’egli per 31 anni ha purtroppo condiviso) a conoscere l’altra “metà del mondo”. Lo scrivente da 16 anni ha cominciato ad indagare in ambo le sponde, ed ha scoperto che la Lingua Sarda è arcaica, aborigena, risale alle origini del linguaggio, e condivide con la Lingua Sumerica assai più della metà del proprio vocabolario. Come si noterà leggendo oltre nonché nel corpo dell’intero Dizionario, la mia scoperta è scientificamente dimostrata e rimane in attesa, se ce ne fossero, di prove contrarie. Come attende prove contrarie lo stesso dizionario egizio, il quale condivide metà della lingua sumerica.
Insomma, si perviene alla dimostrazione che la lingua (cosiddetta) sumerica era parlata ab origine in un’area molto vasta avente perno nel Mediterraneo centrale, ed entro l’ampia circonferenza roteavano già dai tempi arcaici la lingua egizia, le lingue che poi vengono riesumate in Mesopotamia, la lingua di Canaan compreso l’ugaritico, il fenicio, l’ebraico; inoltre la lingua araba, le lingue ad ovest del Nilo (es. il punico), la lingua che ancora oggi sopravvive in Sardegna, le lingue italiche compreso il latino, le lingue celtiche meridionali comprese quelle iberiche.
Questi vasti ambiti vanno considerati per difetto. Ma è uopo fermarsi per capire intanto la ragione di tale vastità. Per quanto in certi rami scientifici nulla possa considerarsi ultimativo, in relazione all’antropologia s’individua agevolmente un primitivo focus della Ursprache mediterranea. Che il focus possa essere l’Altopiano Etiopico o che altri lo pongano in Croazia (come qualcuno recentemente suggerirebbe), la questione non muta poiché si scopre che dal focus ci si è mossi lungo le coste per racchiudere a tenaglia l’intero Mare Nostrum.
Attenendoci alla corrente antropologica che narra della progenitrice Lucy, l’Homo (ed il linguaggio che ancora oggi ci appartiene) discese dall’Altopiano Etiopico lungo il Nilo, e da lì prese a tenaglia le coste Mediterranee, ad ovest verso la futura Cartagine ed alle Colonne d’Ercole, ed oltre in Andalusia, in Catalogna, in Linguadoca. Ad Est mosse verso Canaan e la Mezzaluna Fertile, e da lì lungo le coste anatoliche, ai Dardanelli, in Grecia, Dalmazia, Italia. Chiusa la tenaglia, toccò alle isole centrali del Mediterraneo. Erano tempi di glaciazioni, e l’arrivo in Corsica-Sardegna avvenne con mari bassi e molto transitabili nella direttrice dell’arcipelago toscano.

08. LE PROVE DELLA PARLATA PAN-SEMITICA IN SARDEGNA

Nel Mediterraneo non ci furono mai rotture linguistiche traumatiche e le spinte imperialiste non poterono giammai decretare la morte di una lingua, tantomeno della lingua sarda. Le dimostrazioni abbondano. Ad esempio:
1) Nel II-I sec. a.e.v., oltre un secolo dall’invasione romana, Cleone sente bisogno di scrivere una dedica in greco-latino-punico (colonna bronzea di S.Nicolò Gerréi), per essere certo che i Sardi lo capissero almeno tramite la lingua punica.
2) Duecento anni dopo l’invasione, Cicerone denuncia (Pro Scauro) che la Sardegna non ha nemmeno una città amica del popolo romano. Se le città erano ancora ostili all’invasore, cosa dovremmo dire delle campagne e delle aspre montagne (che costuiscono il 70% del territorio sardo)?
3) I censimenti e la ripartizione dell’Italia ai tempi di Cesare Augusto mostrano una penisola composta da 32 popoli, che fino a prova contraria usavano 32 lingue. Numero che aumenta se sommiamo le lingue della Sicilia e quelle parlate in Sardegna dalle macro-ripartizioni tribali dei Balares, Corsi, Iliensens.
4) È famosa l’affermazione di Saulo di Tarso il quale, naufragando nell’isola di Malta, fu salvato dai residenti che parlavano una lingua barbara (ossia né greca né latina). Era una lingua semitica che tra quel migliaio di marinai e coltivatori durava in purezza nonostante che Malta fosse diventata romana da centinaia d’anni. I Melitesi si rifiutavano, forse persino inconsciamente, di adottare la lingua di Roma, nonostante che fossero così pochi e così esposti, che per i Romani sarebbe stato facilissimo imporglielo. Ancora oggi la lingua maltese viene riconosciuta di stampo semitico.
5) Altro episodio è quello del De Magia 98, in cui Apuleio, difendendosi dall’accusa di aver indotto con arti magiche la vedova Pudentilla di Oea (l’attuale Tripoli) a sposarlo, apre uno squarcio impressionante sulla società africana del tempo (siamo nel 159 e.v.). Infatti colloca da una parte Pudentilla, donna ricca e colta, che scrive e parla correntemente non solo la lingua latina ma pure quella greca; dall’altra mette il figlio di questa, Sicinio Pudente, che non solo non conosce il greco pur essendo stato allevato nella cultura, ma che addirittura balbetta continuamente nel tentativo di esprimere, durante il processo, qualche frase in latino: non gli riesce per il semplice motivo che ha trascurato lo studio delle lettere latine, preferendo vivere come il resto della popolazione, la quale parla esclusivamente il punico. Dall’affermazione di Apuleio veniamo a sapere che nell’Africa latina, occupata da Roma nel 202 a.e.v. dopo la battaglia di Zama (Naraggara), ancora 360 anni dopo si parlava quasi esclusivamente il punico, nonostante che fosse stata romanizzata al massimo. Agostino, cittadino berbero, aveva imparato il suo ottimo latino, ma egli era uomo urbanizzato, apparteneva alla minoranza di cives cui era rivolta in esclusiva la predicazione cristiana, anch’essa espressa in latino.
6) Altra testimonianza: nel VI secolo e.v. i Barbaricìni adoravano ancora ligna et lapides (Lettere di papa Gregorio): solo le città avevano cominciato a recepire il verbo di Gesù, e tuttavia molti cittadini pagavano l’imposta per continuare ad adorare liberamente il Dio degli avi. Si badi, erano passati 3 secoli dalla liberalizzazione del cristianesimo, 5 secoli e mezzo dal suo esordio. Qualcuno dovrebbe riflettere sul fatto che i Barbaricini di Ospitone (ossia i ¾ dei Sardi, tutti residenti nell’immenso territorio montano), erano ancora pagani, e a maggior ragione non erano entrati stabilmente in contatto con i predicatori latini. Solo la religione è in grado di operare, con lento processo di secoli, dove non riesce il potere politico. La religione ha bisogno di essere predicata con somma circospezione, poiché i soggetti accettano il nuovo verbo soltanto se viene trasmesso nella lingua materna. Così fece Wulfila nel IV secolo e.v., il quale trascrisse la Bibbia ed i Vangeli greci nella lingua gotica, della quale inventò pure l’alfabeto. Così fecero Cirillo e Metodio, che per evangelizzare Ruš ebbero persino l’esigenza di creare un apposito alfabeto nazionale. Operò similmente Martin Lutero, che impose la propria Riforma traducendo la Bibbia in tedesco, previa correzione di numerosi passi.
Se questi episodi vengono traslati in un’isola grande ed aspra come la Sardegna, allora l’esempio di Malta, ancor più l’esempio dell’Africa romana, ma pure l’esempio di Ospitone, possono rendere bene i processi linguistici che s’instaurano presso un popolo di vinti. La chiave per comprendere il problema si trova proprio nella conquista delle città e nella netta frattura che nella storia del mondo si è sempre creata tra città e campagna, tra città e montagna. Infatti le montagne sarde rimasero libere dall’occupazione romana.
Beninteso, una religione può attecchire anche rapidamente: basta operare un genocidio (come fece Cortez). I sopravvissuti aderiscono, eccome! Ma i territori montuosi della Sardegna non furono mai conquistati con le armi, almeno fino al VI secolo, allorché l’esempio di Cortez ebbe un “luminoso” precedente nelle armi bizantine. Ospitone dovette salvare il proprio popolo: aderì al cristianesimo. In compenso la lingua sarda rimase indenne. Perché mai un popolo avrebbe dovuto cancellare la propria lingua a vantaggio di quella dell’invasore, un invasore che peraltro ai tempi di Ospitone cominciava ad esprimersi con la lingua greco-bizantina e non con quella latina?

09. LO STATO COSTRUTTO (THE GENITIVE CHAIN), ECLATANTE EREDITÀ SEMITICA

Ho rispetto per il lavoro di Antonio Sanna, del quale parlerò più oltre. Dello sfacelo degli studi di linguistica sarda egli non è l’imputato principale. Il caporione rimane M.L. Wagner, suo contemporaneo. Resta però il fatto che i successori del Wagner (escluso Sanna che morì un decennio dopo) non hanno mosso un dito per correggere le migliaia di follie linguistiche gocciolate dalla penna del Wagner come piombo fuso. Nessuno riuscì a fermare Wagner, nessuno ha revisionato la sua opera (escluso me stesso) allo scopo di frenare la perniciosa inondazione che ha seppellito gli studi di linguistica sarda sotto un’immensa coltre di fango.
Alcune “perle” sono state evidenziate da me nei paragrafi precedenti. Altre meritano adesso la dovuta rivisitazione, a cominciare dalla imperdonabile noncuranza (o totale ignoranza) del fenomeno dello “stato costrutto”.

Un particolare del dialetto friasino (S. Andrea Frίus) è che, nell’indicare una quantità minima (pagu pagu ‘poco poco’ < lat. paucum), essi dicono pìghi pìghi. Si noti la -i- (per di più ripetuta in finale), che qua e là in Sardegna ridonda in moltissime parole. Quella -i- friasina è una delle tante contaminazioni vocaliche, quasi una “fuoriuscita debordante” dalle pure forme dello stato-costrutto.
L’analisi dello stato costrutto sardo richiederebbe un intero libro, e non è proprio il caso d’indugiare su certe eccezioni “tipo friasino” causate da contaminazioni fonetiche, dall’analogia, da fraseologie trasandate, da mode locali prevalse nel respiro dei secoli, peraltro ovvie, insite nel ruolo d’un linguaggio vivo e complesso ma poco controllato dagli scrittori, com’è la lingua sarda.
Lo stato costrutto è la chiave indispensabile per capire e districare tutti i lemmi sardi (e sassaresi) che intuiamo essere degli antichi composti. Prima d’introdurre le basi e gli esempi semitici, voglio partire dalla fenomenologia sarda.

Lo stato costrutto sardo e mediterraneo
Per intuire nei composti sardi la sussistenza di antichi stati costrutti ci vuole pratica (coltivata con l’uso indispensabile delle grammatiche semitiche, sulle quali torneremo); ma per un principiante vale una regola basilare, che è quella di mettersi in guardia ogni qualvolta un lemma polisillabo contenga in posizione mediana una -i- (indice di sutura tra due vocaboli). Il fenomeno è anche italiano, e pure latino. Da qui l’esigenza di mettersi a studiare senza preconcetti. L’irruenza semitica nel Mediterraneo due, tre, quattro, cinque, sei millenni fa, fu amplissima. Comprendo l’imbarazzo di certi linguisti, i quali ancora affermano categoricamente che non di Semiti ma di soli Fenici si trattò, e che questi comparvero nel Mediterraneo dal 750 a.e.v., e che per giunta essi toccarono (tanto per restare in argomento) soltanto la Sardegna (oltreché mezza Sicilia), ed in Sardegna lasciarono soltanto… sette vocaboli. Questo è uno degli errori fondamentali della ricerca (una delle tante mazzate a-scientifiche tirate da M.L. Wagner). La scienza linguistica le sta pagando a carissimo prezzo.

Muzzére mìa est mattifalàda ‘mia moglie ha un prolasso uterino’. Ecco, siamo dentro lo stato costrutto sardo. Così è per cambirùssu ‘dalle gambe grosse’, per conkimànnu ‘dalla testa grande’, etc. Nel primo membro (che funge da complemento di relazione) è rilevante l’uscita fissa in -i-, costituente il morfema di giuntura, e nel secondo la variabilità dell’aggettivo secondo il genere e il numero.
In italiano abbiamo tantissimi esempi, quale capinera, pettirosso; nell’italiano arcaico abbiamo capirotto, collicorto, collilungo…
Tralascio i conii letterari italiani quali occhicèrulo, occhinero, occhisanguìgno… In Toscana abbiamo vari esempi (codibianco…), e più ancora in Corsica (barbibiancu, bokkigrussu, capileggeri, cornirittu, nasitortu…). Nell’Italia meridionale: anchitortu, capirasu, capiddijancu, cudilonga, manilestu… Massiccia è la presenza di stati costrutti nelle aree romanze, soprattutto in Spagna: aliquebrado ‘con l’ala rotta’, barbirrubio ‘barbarossa’, boquiangosto ‘bocca stretta’, cabizbajo ‘a capo chino’, cari-redondo ‘di faccia tonda’, corniapretado ‘dalle corna ravvicinate’, cuellierguido ‘impettito’, dientimallado ‘coi denti cariati’, labihendido ‘dal labbro leporino’, lenguicorto ‘di poche parole’, lomienhiesto ‘alto di schiena’, ‘borioso’, maniabierto ‘prodigo’, ojinegro ‘’di occhi neri’, orejisano ‘con orecchie non marcate’, palmitieso ‘dallo zoccolo piano o convesso’, patituerto ‘a zampe storte’, pasilargo ‘a passo lungo’, pechiblanca ‘bianca di petto’, pelirojo ‘rosso di capelli’, piernitendido ‘a gamba tesa’, rabicorto ‘di coda corta’, teticiega ‘dal capezzolo ostruito’.
A quanto so, formazioni di stato costrutto sono quasi assenti nella lingua catalana, mentre appaiono nel guascone moderno: brassilounc ‘di braccia lunghe’, cabiort ‘forte di testa’, caminut ‘a gambe nude’.1
Anche la lingua latina è piena di stati costrutti, che sono l’ovvia traccia di un arcaico linguaggio semitico: armiger, pontifex, accipiter (quest’ultimo < akk. akki-pitru ‘furia delle steppe’), eccetera.
Lo stato costrutto è diffusissimo nel logudorese, nel sassarese, nel gallurese, sembra meno esteso in campidanese, ma soltanto perché qua s’usa più che altro la forma di stato costrutto con perdita di desinenza: ma vedi in ogni caso pettsiakka ‘carne di vacca’, casiakka ‘formaggio di vacca’, abressóu (< abrissóu) ‘chiara dell’uovo’. Lo stato costrutto sardo s’estende anche alle formazioni fitonimiche (es. fustialbu ‘pioppo’). E non si può certo dire che la Corsica, che ne è piena, abbia subito l’influenza spagnola! No, “per la contraddizion che nol consente”.
Manco a dirlo, il Meyer-Lübke e lo Spitzer avanzano l’ipotesi che tali forme (ovviamente non riconosciute come stato-costrutto) abbiano modelli latini di origine dotta (es. oviparus). Wagner e Rohlfs capovolgono propendendo invece per una origine dal latino volgare. Ma quand’è che sortirà un accademico poco avvezzo a mitizzare un Mediterraneo spaccato in due da una “cortina di ferro”, che alzi la schiena e allunghi lo sguardo, facendolo spaziare per tutte le sponde del Mare Nostrum? Egli scoprirebbe che l’origine del fenomeno è accadica e riguarda tutte le lingue semitiche, quindi riguarda anche il sardo antico, nonché quello attuale, oltreché l’antico latino.
Nei composti antico-greci s’osservano due fenomeni bipartiti: da una parte i nomi propri o comuni vengono semplicemente giustapposti (eredità sumerica, evidentemente la più arcaica); dall’altra i nomi non-composti vengono considerati non-greci dagli studiosi di oggi. Invero, i grecisti non riconoscono il secondo tipo di nomi, che hanno basi semitiche! Ma a dire il vero, quello “sdoppiamento” del metodo compositivo greco vige pure in Sardegna, per quanto esso vada finemente razionalizzato ad evitare che lo si cataloghi come “legge sintattica”.
In sardo lo stato costrutto viene utilizzato ancora oggi in quanto tale, e la sua legge formativa presiede pure alla costruzione dei composti, che in sardo sono numerosi, come si sarà notato per moltissimi fitonimi e per moltissimi cognomi, e come si nota per molti toponimi ed ovviamente per moltissimi nomi comuni.
Nessuno dei linguisti che si sono applicati alla grammatica sarda attuale, in specie a quella logudorese (ed a quella del dialetto sassarese), si è reso conto che la lingua sarda conserva uno stato costrutto identico a quello semitico, per quanto esso presenti talora degli adattamenti peculiari che sottolineano per un verso l’arcaicità del fenomeno sardo, per altro verso la sua autonomia e la distanza tra la Sardegna e il Vicino Oriente, onde i due fenomeni, millennio dopo millennio, sono rimasti reciprocamente isolati ma, ripeto, fortemente identici nella forma.
In accadico-assiro-babilonese, ma pure nell’ebraico biblico, lo stato costrutto è una sequenza di sostantivo reggente + sostantivo retto al genitivo. Quindi: šēmi ikribī ‘esauditore della preghiera’ (da šēmūm ‘esauditore’), lēqi unnēnim ‘colui che accoglie la supplica’ (da lēqûm ‘colui che accoglie’).
In Sardegna la forma di stato costrutto sopravvissuta e praticata è più fungibile, quindi può servire a formare il legame grammaticale reggente-retto, ma pure altri legami, es. il capovolgimento retto-reggente, e precipuamente i composti predicativi. La massima parte dei composti registrati qua sono, appunto, predicativi.

La forma dello stato costrutto sardo è attiva ancora oggi (quindi non è, come si potrebbe supporre, un relitto linguistico), e funziona per una miriade di parole e di locuzioni, a cominciare dai rapporti predicativi composti da nome-aggettivo, del tipo sass. cabi-isciaibiḍḍádu ‘testa matta’ (letteralmente: ‘scervellato quanto a testa’, con una funzione logica simile a quella dell’accusativo alla greca); o curi-sáida, che a Sassari indica la ‘cutrettola’ (Motacilla flava), un curioso passeraceo invernale, che dimena freneticamente la coda, tenendola alta e fremente. La fantasia popolare gli diede un nome che nessuno oggi può capire, dall’akk. kulu’u ‘male cultic prostitute, prostituto sacro’ + ṣaḫittu ‘desiderio (sessuale)’: st.c. kuli-ṣaḫittu, col significato sintetico di ‘prostituta con la frenesia d’amore’ (stato predicativo).
Ci sono molte costruzioni sarde che conservano lo stato costrutto nelle stesse posizioni assunte da quello semitico, quindi nella forma reggente-retto. Esempio, il fitonimo (canna) aresta gall. ‘cannuccia’ (Arundo phragmites L.), dove aresta non indica lo stato selvatico: è invece un composto sardiano basato sull’akk. aru ‘gambo, stelo’ + aštu ‘rami; fogliame’ (st.c. ar-aštu), col significato sintetico di ‘(canna) a gambo ramificato, o con fogliame’ (con riferimento al fatto che queste cannucce, oltre alla vistosa pannocchia sommitale, hanno moltissimi rametti laterali).
Altro stato costrutto del tipo accadico è ninniéri ‘rosa di macchia’ (Rosa canina L.), fitonimo sardiano con base nell’akk. nīnû (a medicinal plant) + erû ‘aquila’ (stato costrutto nīni-erû), col significato di ‘pianta delle aquile’. Questo fitonimo è nato sull’acrocoro del Gennargentu, dove le aquile reali erano numerose, ed ancora oggi vivono indisturbate.
Altro stato costrutto sardo del tipo accadico è il fitonimo piricόccu ‘perlina minore’ (Bartsia trixago L. o Bellardia trixago L.), composto con base nell’akk. per’u ’germoglio’ + quqû (designation of a snake), st.c. per’i-quqû = ‘germoglio dei serpenti’. I Babilonesi usarono spesso il primo membro per’u nei composti a indicare un tipo di pianta: vedi ad esempio per’u kalbi = ‘germoglio di cane’ (stato costrutto, dove il reggente per’u è allo status absolutus, come in bēl bītim “il padrone della casa”), e si nota soltanto il genitivo nel secondo membro.
Anche arizáru (Arisarum vulgare Targ.), aracea sarda, è stato costrutto del tipo accadico, con base in akk. arītu (a knife, dagger) + āru ‘guerriero’ = ‘spada di guerriero’ a causa dello spadice che contraddistingue questa aracea.
Il macrotoponimo Aritzo, sempre di tipo accadico, indica il ‘sito (ara) delle sorgenti’ (barbar. itzo, itze, allotropo del camp. mitza). Altro toponimo di tipo accadico è Lanaίttho, che significa ‘il compendio (la‛ana) delle sorgenti (itho)’ (riferito alle grotte di Sa Oke e di Su Bentu).

Capovolgimento. Nell’esempio di Lanaίttho, e in altri che vedremo, si nota che in Sardegna non sempre il reggente ha il suffisso -i (come pure tra i Semiti). Inoltre, ho già detto che in Sardegna non tutti i composti presentano lo stato costrutto nella sequenza reggente-retto. Spesso la costruzione si capovolge, presentando la sequenza retto-reggente.
Un esempio di capovolgimento di stato costrutto sta nel cognome sd. Aléssi, Alèsse, stato costrutto da akk. ālu ‘villaggio’ + essû ‘pozzo’, che in sardo significa ‘il pozzo del paese’ (con la -i genitivale situata a fine composto, esattamente sul nomen regens). Questa costruzione è accadica al 100%, ma gli antichi Accadi, secondo le loro leggi grammaticali, la capovolgono quasi sempre: essû āli ‘pozzo del paese’. Ci saremmo aspettati essi ālu, ma in questo caso gli Accadi hanno espresso il primo membro allo stato assoluto, mettendo il rectum in genitivo; vedi anche per’u kalbi = ‘germoglio di cane’. Le formazioni di questo tipo lasciano intravvedere nitidamente dei processi molto simili al latino, e si scopre che la -i- nel genitivo non appartiene soltanto ai Latini.
Altro stato costrutto sardo capovolto rispetto ai canoni accadici è áliga camp., con base nell’akk. ālu ‘villaggio, città’ + ikû ‘campo’ (st.c. āl[i]-ikû), col significato di ‘campo comunale’, ‘luogo comune di gettito’.
Launèḍḍas è un altro stato costrutto capovolto, peraltro privo della caratteristica -i finale. L’etimo di questo strumento musicale della preistoria sarda è basato su akk. laḫu ‘mascella, bocca, ganascia’ + nīlu ‘ingolfamento, riempimento, allagamento’.
Alidéḍḍu ‘lampagione o cipollaccio’ (Muscari comosum Mill.) ha base etimologica nell’akk. ālu(m) ‘montone, ariete’ + te’ītum, tîtum ‘nutrimento (cibo)’, col significato di ‘cibo degli arieti’. Stato costrutto capovolto.
Alìsa, cognome corrisponde allo st.c. accadico indicante la costellazione delle Hyadi. In accadico fa is lê, iš lê (letteralmente ‘le fauci del Toro’: così è chiamata la costellazione), mentre in sardo fa appunto al ίsu ‘le fauci del Toro’ (Hyadi) da alû ‘Toro del Cielo’ (ossia costellazione del Toro, nello Zodiaco) + isu(m) ‘fauci’.
Alisanzéḍḍa ‘tenia, verme solitario’ ha base etimologica in un composto akk. da alû (un démone cattivo) + isu(m) ‘mascella’ + anzillu(m) ‘abominio’ o Anzû (un démone malvagio, con natura di aquila con testa di leone) = ‘démone malvagio dalle mascelle abominevoli’. Stato costrutto capovolto.
Allelùja camp. Oxalis pes-caprae, composto con base nell’akk. ālu(m) ‘ram, montone, ariete’ + elû(m) ‘risultato’ di un raccolto (stato-costrutto āl-elû). Il significato originario fu ‘pabulum di arieti’, e solo nell’era cristiana prese la semantica attuale. St.c. capovolto.
Anki fáχinu sass. ‘con le gambe a falce’. St. c. capovolto.
Anchìta, Anchìtta cognome con base nell’akk. anḫu(m) ‘stanco’ + ittu(m) ‘peculiarità; caratteristica, particolare, natura speciale’. Il composto significò ‘(uomo che ha) l’aspetto, il portamento stanco’. St.c. capovolto.
Aspìḍḍa fitonimo che generò per corruzione asprìḍḍa, abrìḍḍa, arbìḍḍa (il camp. squìḍḍa è italianismo); ha base nell’akk. (w)aṣû(m) ‘sollevarsi molto, crescere molto’ + pillû (a plant) = ‘piantina dalla forte crescita’. St..c. capovolto.
Azzigàna, faccigàna ‘viso grigio’. St.c. capovolto.
Balossu camp. ‘poco accorto, stupido, cretino, imbecille’; base nell’akk. balu(m) ‘senza’ + uššu(m) ‘fondamenta (di casa o altro: equivalente del lat. imbēcillus ‘senza bastone, senza sostegno’ quindi ‘debole di corpo o di mente’). Stato costrutto integro.
Bìttiri cognome con basi ben documentate in semitico. In bab. e neo-ass. si ha un ērib bīti(m) (da erbu ‘entrate, introiti’ del tempio), col significato di ‘addetto alle entrate del tempio’. Era un compito importante riservato a certi sacerdoti, i quali dovevano cernere i visitatori secondo il vestiario, il sesso, gli addobbi rituali, principalmente i doni. In Sardegna abbiamo ērib bīti > bīti ērib, stato costrutto bīt-ērib > bittéri > bíttiri.
Cabéccia cognome che fu un termine importantissimo del popolo sardiano, basato sull’akk. qābu ‘pozzo’ + ēqu (un oggetto di culto). In assiro per bīt ēqu s’intende un ‘sepolcro sotterraneo’, letteralmente ‘tempio-sepolcro’; invece i Sardiani hanno utilizzato la forma di stato costrutto qāb-ēqu indicante proprio il ‘pozzo sacro’, esattamente ‘pozzo destinato al culto’. St.c. integro.
Caddémis, caddémini ‘persona miserabile, vestita di stracci o comunque male vestita, sporca’; basi nell’akk. qaddu(m) ‘piegato’ da miseria, preoccupazioni, malattie + emû, ewûm ‘diventare’, ‘essere come’; questo verbo si usa spesso col suffisso modale -iš ‘come, like’. Il significato complessivo è ‘diventare come uno schiavo, un servo’. Stato predicativo.
Culuèbba ‘corinoli arrotondato’ (Smyrnium perfoliatum var. rotundifolium Mill.). La paronomasia lo abbinerebbe al… ‘culo di cavalla’ ma in realtà ha base nell’akk. kulūlu ‘corona, merlatura’ + ebbu(m) ‘brillante, puro, splendido’, col significato di ‘corona splendente’ (con riguardo al fatto che la rotundifolia ha le foglie che chiudono “a corona” lo stelo, ed esse sono lucide).
Dίpsakos, gr. δίψακος, termine italico con base nell’akk. dišpu(m) ‘miele, sciroppo’ + saqqu ‘sacco’ (metatesi: *dips-sacco), col significato di ‘sacco di miele’; i grossi capolini ovoidali del Dipsacus producono ognuno una miriade di fiorellini che vengono bottinati dalle api per produrre un miele raffinato. La quantità del miele bottinaio in un Dipsacus è prodigiosa: da qui il termine accadico. Stato costrutto capovolto.
Erba de sproni ‘vedovina’ (Scabiosa atropurpurea L.). Sproni è composto sardiano con base nell’akk. esu, eššu ‘sepolcro’ + pûru ‘(stone) bowl’ (stato-costrutto es-puru + suff. sardiano -ni), col significato di ‘(erba per) vasetti da sepolcro’. È evidente che la ‘vedovina’, così chiamata per il viola-purpureo dei petali, fu già usata in età arcaica per abbellire i sepolcri. St.c. integro.
Giùspinu (Sinapis) è lemma sardiano con base nell’akk. ḫušu(m) ‘pezzetti, semi’ + pênu ‘macinare’, col significato di ‘semi macinati’ (giusto com’è la procedura per confezionare la senape per condimento). St.c. privo di -i-, con primo membro allo stato assoluto.
Golóstiu fitonimo. La base comune del lemma sardo (e basco) è l’ass.-bab. kullu ‘mettere il velo (alla sposa), la corona (al re); guarnire di merletti’; anche ‘sostenere (un baldacchino o una corona di re)’ + uštu, ištu ‘(di vegetazione) nascere da, essere la conseguenza di’, anche ‘prominente, alto (corpo, vegetazione)’. Quindi dobbiamo vedere in korosti, golóstiu ‘agrifoglio’ un albero nato per (‘deputato’ a) confezionare le corone o altri sacri ornamenti. Con ciò veniamo a sapere che il bell’agrifoglio nella Sardegna arcaica era utilizzato per le incoronazioni, al posto del più banale lauro (che peraltro in natura mancava e che invece nel Lazio abbondava), ed al posto dell’ulivo che invece era prediletto dai Greci. Stato costrutto rovesciato.
Innabitza’ sass. ‘fare a pezzi, frantumare’. Base etimologica l’akk. in, ina ‘in, on, by, from’ + abātum ‘to destroy’. La metamorfosi ā > ī è tipica dello stato costrutto (unione funzionale tra due parole), ma col passare dei secoli essa si verificò (metafonesi) per processo analogico.
Lanusé, Lanuséi macro-toponimo, appellativo divino significante ‘forma, aspetto del dio Luna’, composto da bab. lānu ‘forma, aspetto, statura’ + Sê’ (= Sin) ‘dio-Luna’. St.c. integro ma senza -i-.
Linghiténtu sass. ‘balbuziente’. St. c. rovesciato.
Piliálvu cognome significante ‘dai capelli bianchi’. La formazione cognominale in questo caso è sorta nel Medioevo: lo testimonia il secondo membro di origine latina. Forse a suo tempo riguardò le persone affette da albinismo. St.c. rovesciato, di tipo predicativo.
Pillòsa. Is pillòsas sono pani donati al futuro marito dalla promessa sposa in occasione del fidanzamento. Hanno foggia di due tozzi archi giustapposti in modo da formare una losanga la cui vacuità centrale serve a sistemarci l’uovo. La sua sagoma ricorda proprio la silhouette dell’uovo. La base è nell’akk. pell-usu ‘uovo di oca’ (da pelû ‘uovo’ + ūsu ‘oca’). St.c. integro.
Trággiu sass. ‘tono, maniera, armonia’: à un béḍḍu trággiu di bozzi ‘ha un bel timbro di voce’. La base etimologica è l’akk. tīru(m) ‘un cortigiano’ + awûm ‘parlare’, ‘riflettere’ su qualcosa, ‘(parole) che sono in uso, che sono in alta considerazione, che sono studiate (per la loro preziosità)’. Abbiamo quindi uno stato-costrutto che produce il composto sardiano t(i)r-awum > t(i)raggiu, col significato di ‘cortigiano che recita parole preziose’ (con riferimento al tenore del quartetto); o, con stato costrutto rovesciato, ‘parole preziose da cortigiano’. Questa etimologia ci dà un importantissimo squarcio di vita sociale e civile di 4-5000 anni addietro. Il log. háer bellu trággiu ‘attillarsi, avere buone maniere’ richiama proprio la figura del cortigiano, che delle buone maniere fece uno stile di vita. St.c. capovolto.

Lo stato costrutto antico-ebraico (vedi GBH 275)
Come dicevamo più su, un nome può essere usato in stretta unione con altro nome per esprimere la nozione di possesso, appartenenza etc., così come nella costruzione latina al genitivo (es. equus Pharaonis). Questa relazione è espressa in ebraico mediante la semplice congiunzione di due nomi: sūs par‛oh ( פַּרְעֹה סוּס ) ‘il cavallo del faraone’. I due nomi formano a un tempo unità fonetica e unità logica. Il primo è nomen regens, il secondo nomen rectum. Il primo nome è definito in stato costrutto perché poggia foneticamente sul secondo come una costruzione s’appoggia alla fondazione. L’opposto dello stato costrutto è lo stato assoluto, ossia sciolto, slegato da altri vocaboli.
Ovviamente, l’accento della prima parola può venire alterato dalla congiunzione, come in ben-adàm ‘figlio dell’uomo’, in cui ben perde l’accento. Non lo perde invece pàḥat nel legame pàḥat-iḥūdah ( פַּ֫חַת־יְהוּדָה ) ‘governatore di Giuda’.
Uno degli effetti dell’indebolimento dell’accento è la perdita della vocale: alcune cadono, altre s’accorciano: es. dābār ‘parola’ → dbar.
Il plurale maschile -īm diventa -e (sūs-īm > sūsē ‘cavalli’), il duale -aym > -e.

Lo stato costrutto accadico
Si osservi che, mentre nella fase sumerica i nomi composti sono frequenti (per es. ekallum ‘palazzo’ < é gal ‘casa grande’, asugallum ‘medico-capo’ < a-zu gal ‘medico grande’), sono piuttosto rari fra quelli della fase semitica, essendo estranea alle lingue semitiche la composizione dei nomi, se non tramite lo stato costrutto.
Nel campo semitico la composizione non è impossibile, anzi!, soltanto che essa è più che altro percepita nella forma dello stato costrutto (dove reggente-retto costituiscono unità concettuale). Tra i Semiti il nome composto (perché di questo si tratta) è l’effetto della fusione dei due elementi in unità morfologica. Es. šamaššammum ‘sesamo’ (lett. ‘olio di pianta erbacea’ per distinguerlo dall’olio d’oliva, da šamanu ‘olio’ + šammum ‘pianta, erba’); rabisikkātum ‘sovrintendente alle dighe’ (un alto ufficiale, da rabû + sikkatum, quasi una tautologia). I composti semitici abbondano fra i nomi di persona: lo stesso avviene per i cognomi della Sardegna (originati da nomi propri), la gran parte dei quali ha base semitica.
Diverse forme di st.c. accadico prendono una vocale di appoggio (ausiliaria) che è generalmente i in fine di parola, esattamente come in ebraico e in sardo: libbi alim ‘il centro della città’ (da libbu); kakki nakrim ‘l’arma del nemico’ (da kakku), sardo curi-féa ‘dai fianchi brutti’ (da curu).

Ma cos’è esattamente lo stato costrutto? Gli orientalisti suddividono gli stati del nome di parecchie lingue semitiche (assira, babilonese, accadica, ebraica, aramaica etc.) in:
status rectus, quando il nome non ha reggenze genitivali o relative, ma applica rettamente le funzioni della propria desinenza, del tipo “di’ al re” (dativo), “il re comandò” (nominativo);
stato assoluto, dove il nome è privo di desinenze: es. seher rabi “grandi e piccoli”, šar “o re!”;
stato predicativo, quando il nome è coniugato nel permansivo: šarrāq “è un ladro”, ul aššat “non è moglie”, sinnišā “sono (ormai) donne”;
stato costrutto, quando il nome ha una reggenza che può essere un sostantivo al genitivo, un suffisso pronominale oppure una proposizione relativa non introdotta dal pronome determinativo: bēl bītim “il padrone della casa”, ana bēlī-ja “al mio signore”, dīn idīnu “il giudizio che giudicò”.
Non sto a precisare minutamente nella sua complessità questo fenomeno grammaticale semitico. Il lettore troverà completa informazione in GLA ai paragrafi dal 45 al 47; in GA alle pagine 55 sgg, 61-62; in GBH al paragr. 92.
Ai nostri fini è sufficiente (e tuttavia importante) sapere che, seguendo una serie di passaggi fonetici, lo stato costrutto semitico si presenta precipuamente nelle due forme fondamentali che sono, per il sostantivo reggente:
a) la perdita della desinenza: ossia al singolare le forme dello stato costrutto si ottengono togliendo al nome in status rectus le desinenze della declinazione;
b) l’assunzione della vocale finale in -i: ossia il retto prende una vocale di appoggio (ausiliaria) che è generalmente i in fine di parola.

In ogni modo – prescindendo dalle classiche forme di stato costrutto – va notato che in accadico un suffisso -ī viene comunque aggiunto alla base di molti nomi, inclusi quelli personali, quelli propri, i macrotoponimi, per formare aggettivi denominali, concernenti la relazione, l’appartenenza a, l’origine geografica. Questo suffisso e questo comportamento è simile a quello che si verifica nello stato costrutto vero e proprio. Esempi:

maḫrûm (base maḫrī-) ‘primo’ < maḫrum ‘fronte, lato frontale’
elûm (base elī-) ‘superiore’ < elum ‘top, upper part’
šaplûm (base šaplī-) ‘più basso’ < šaplum ‘fondo, di sotto’
Akkadûm (base Akkadī-) ‘Accadico’ < Akkade ‘Akkad’

10. IL MODO CORRETTO DI STUDIARE UN ETIMO

Cos’è l’etimo? Ve lo presento. Questa voce deriva dal gr. ἔτυμον, neutro sostantivato dell’agg. ἔτυμος ‘vero, reale’. Presso i filosofi ed i grammatici greci e latini era l‘anima di una parola, il significato “vero e reale”. A quei tempi non si sapevano affrontare correttamente certi argomenti, e l’etimo veniva ricercato attraverso le connessioni parola-suono (la stessa tecnica dei nostri contemporanei, tra i quali giganteggiano Eduardo Blasco Ferrer, Massimo Pittau e Giulio Paulis, come vedremo meglio nel prossimo capitolo).
La connessione parola-suono, operata senza criterio, risulta per lo più arbitraria e fantastica. Esempi antichi: Marco Terenzio Varrone (I sec. aev.) abbinò lat. canem ‘cane’ a canendo ‘cantando’ (assumendo il latrato del cane come un canto). Elio Stilone, grammatico latino del I-II sec. aev, intendeva il lat. vulpes ‘volpe’ come sincope da volipes ‘che vola con i piedi’. Potrei addurre altre farneticazioni antiche e moderne, cominciando da Isidoro da Siviglia e terminando con certi scrittori di oggi che propongono abbinamenti pazzeschi, come un tale che associa il monumento più antico della Sardegna, Monte d’Accoddi, ad un lupanare poiché le sequenze foniche assomigliano all’invito sardo “a coddi?” ‘vuoi fornicare?’. Si badi che in errori così allucinanti sono caduti anche dei professori universitari viventi.
Vivaddio la linguistica moderna ha voluto inquadrare meglio la ricerca etimologica, ed intende per etimo ‘la forma più antica alla quale sia possibile discendere nello studio di un vocabolo’. In funzione di ciò, affinché l’etimo possa dichiararsi acquisito, occorre che nell’indagine sia stato controllato ogni vocabolario o dizionario (dagli attuali ai più antichi) al fine di poter evidenziare in linea diacronica, quando ciò è possibile, la somiglianza tra il vocabolo attuale sotto indagine ed una base arcaica ad esso collegabile.
Ovviamente non basta riuscire ad individuare un vocabolo-base utile all’indagine; anche qui occorre metodo, poiché non c’è interesse a cercare parentele storico-antropologiche tra una voce sarda ed una mongola. I confronti debbono avvenire entro un bacino storicamente congruo (nel nostro caso il Mare Mediterraneo e le appendici della Mezzaluna Fertile e della Lusitania) per il quale si possano fissare ed accettare certi parametri derivazionali o parentali accertabili scientificamente.
Tutto ciò non è ancora sufficiente. Infatti l’indagine etimologica ha senso se viene condotta col “criterio della triangolazione”. Ossia, ai due vertici di base stanno le due voci omofone o simil-omofone (quella attuale e quella arcaica); al vertice sta il significato convergente.
Tutto quanto precede è il metodo. Ma esso non è affatto sufficiente quando manchi l’interpretazione. Infatti gran parte del lessico attuale differisce dal lessico antico, anzitutto nella quantità di sillabe e nell’incastro (sandhi) delle sillabe che concorsero a fissare la voce a noi pervenuta. Ad esempio, occorre tener presente che molte voci accadiche non sono altro che l’unione di due voci sumeriche. Rammentando questo fenomeno storico, è indispensabile che non ci si fermi al dizionario accadico ma si esplorino minutamente anche le primitive voci sumeriche. Ovviamente ciò non basta: occorre che lo studioso conosca le regole grammaticali antiche (del sumero, dell’accadico, dell’ebraico, del greco, del latino…) capaci di disvelare come s’incontravano e si fondevano le parole nell’antichità. Da tutto ciò si capisce che un etimologo deve avere una congrua conoscenza delle grammatiche citate; deve padroneggiare il metodo; deve sapere interpretare storicamente e linguisticamente i fenomeni.
Tutto ciò ancora non basterebbe, se mancasse l’intuizione, ossia la molla che fa scattare l’indagine nel senso giusto o la fa approdare entro soluzioni appropriate.

Mi si consenta di presentare alcuni lemmi che dimostrano il modo corretto di fare la ricerca etimologica col metodo diacronico.

CUŁTÉRA sass. ‘costiera, costa marina’. Cfr. sp. costèra ‘idem’. Questa voce è ovviamente un aggettivale. Secondo tutti gli etimologisti ambo le voci sono dal lat. costa ‘costola, fianco’. Ma si sono dispensati dal ricercare la base etimologica di costa, che è il sum. kušum ‘to cry, wail; gridare, piangere’ + ti ‘rib, edge; costola, bordo’. Il composto kuš-ti in origine significò ‘confine urlante’ (a causa del fragoroso moto perpetuo delle onde). Manco a dirlo, l’origine del vocabolo può risalire anche a 100.000 anni.
DIPACCIA’ sass. ‘congedare, licenziare, consentire d’andar via’: tzéχa di dipacciammi ‘vedi se riesci a servirmi in fretta’. Cfr. sp. despachar ‘vendere’, ‘sbrigare’. Sgombro il campo dal prefisso separativo dis-, des-, composto dal privativo de- (base etimologica nel sum. de6 ‘portar via’) + il ridondante -s- anch’esso legato a particelle mediterranee di privazione (come e, ex: vedi). Per il secondo membro cfr. it. spacciare ‘spedire merci, consegnare merci’, che DELI presenta come originario dal provz. despachar senza però fornire l’etimo. Se DELI avesse approfondito, avrebbe rilevato che le voci sono mediterranee, con base nel sum. paḫ, paḫal ‘leg, gamba’. Quindi l’alto-tirrenico dis-pacciare in origine significò ‘slegare le gambe, consentire alle gambe di muoversi’. Evidentemente riguardò anzitutto i prigionieri, mentre il concetto di “consegnare la merce” è seriore.
La controprova si ha nel sass. dipididda ‘congedo, commiato’ (dispedire log.; dispidiri camp. ‘congedare’; sp.-cat. despedir), dove il secondo membro proviene dall’akk. pīdu, piddu ‘imprisonnement, imprigionamento’. Per l’antichità di queste voci possiamo tranquillamente risalire a quando s’imparò a intrecciare le erbe, almeno a 100.000 anni.
INTUPPA’ sass. ‘urtare, inciampare’. Anche intruppa’. Cfr. intuppare, attuppare log. ‘imboscare, nascondere o nascondersi nella macchia’; ‘addensarsi del grano’. Il significato sassarese è arcaico, riguarda i tempi dell’Alto Paleolitico allorché mancavano persino le strade ed erano percorribili soltanto i sentieri nella foresta e nella macchia. A quei tempi ‘inciampare in una radice, in un bronco’ era avvenimento quotidiano. Per l’etimo vai a tupa ‘macchia intricata’, ‘nascondiglio’.
LEBRARÍXU sass. ‘levriero’, ‘cane da lepri’; da sass. léparu ‘lepre’, tramite metatesi -ar- > -ra- e sonorizzazione di /p/. Cfr. lèppere log., lèppore centr. ‘lepre’. Pittau, manco a dirlo, lo deriva senza meditare dal lat. lepus, leporis ‘lepre’. Giustamente Semerano OCE II 453 richiama quanto Plinio NH 8, 217 osserva per i conigli: «leporum generis sunt et quos Hispania cunicolos appellat, fecunditatis innumerae…». La base originaria concorda proprio col concetto di fecunditas: < akk. lēpu ‘generation, offspring’, di elēpu ‘to be grown together’. Verbo: allepporeḍḍare log. (Siniscola, Posada); allepporizare log. ‘essere allegro, ringalluzzire, amoreggiare’. In log. ant. lepporariu ‘covo della lepre’ (così interpretato dal Wagner).
Quanto ad -isku (sass. -íχu), esso non è affatto un suffisso arcaico ma è l’attributo babilonese isqum ‘rôle assigned to s.o. by destiny or deity, ruolo assegnato a qualcuno dal destino o dalla divinità’. Quindi in origine (ed ancora oggi) lebraríχu significa ‘(cane) destinato a cacciare lepri’.
MACCARRÓNI2 sass. ‘asta’, ‘aste’ (s’intendono le aste verticali delle quali ai tempi della mia infanzia in Prima Elementare il bambino riempiva pagine di quaderno, al fine d’imparare a tenere la penna e il polso fermi, per poi passare alla vera e propria grafia alfabetica corsiva). Di questa voce si è sempre ignorata l’origine. Indubbiamente essa ha stretta relazione con maccarrόni1, ed individua specificamente gli ‘spaghetti’, in virtù della loro linearità. Ma occorre prestare attenzione alla convergenza di una più solida base etimologica, che è l’ant. akk. makkārum ‘merchant, dealer; mercante, commerciante‘. In tal caso col sing. e pl. maccarrόni si volle intendere le prime “firme”, i primi suggelli, le prime cretule che i mercanti usarono per marchiare e sigillare i sacchi contenenti i beni ceduti. Ci troviamo, con ogni evidenza, a 5000 anni fa, agli esordi dell’invenzione della scrittura.
SARDIGNA. Siamo cortesemente invitati a deporre i dubbi sul vero nome dell’antichissima Sardegna. L’isola si chiamava SARDIGNA, esattamente come oggi. Se gli Italiani mutano la fonetica in Sardegna, sarebbe da rispondergli: “affare vostro!”. Purtroppo sappiamo che la toponomastica e la coronomastica attuali non si possono cambiare a piacere in quanto sancite in legge. Tant’è vero che nell’isola tutti i municipi hanno deciso di usare anche il nome sardo del proprio villaggio (le nuove leggi lo consentono), salvo però l’affiancamento del granitico nome italiano: quindi Puttu Majore – Pozzomaggiore. Fastidioso, vero?
Gli Italiani però non avevano deciso a capriccio il nome dell’Isola, avendolo scimmiottato dagli Spagnoli, che nei secoli passati ebbero mire, pretese e forze imperiali, ed infatti possedevano mezza Italia. A questi la nostra isola suonava come Cerdeña (bontà loro…) e lo Stato italiano fu sin troppo magnanimo a restituirci la -a- di Sardigna. Però ci manca ancora quella -i- intermedia, ed è insostituibile in quanto base portante di una legge fonetica mediterranea che ora spiegherò.
Meno male che nessun glottologo italiano ha voluto infierire sull’incompreso -gna, che a tutti resta insignificante (bontà loro!). In più, alla negligenza dei cattedratici italiani supplisce la …”solerzia ascara” di quelli sardi. I quali, convinti prussianamente che in Sardegna tutto ciò che tocchiamo o evochiamo sia eredità spagnola, hanno sancito da 160 anni che l’intero coronimo, compreso -gna, dev’essere iberico (bontà loro).
A questo punto i miei lettori avranno capito che la Sardigna si trova impantanata in un guazzabuglio linguistico. Tranquilli!: non c’entra la storia, a noi manca soltanto un po’ di disciplina. Se fosse stato abituale lo studio e la riflessione, tutto sarebbe risolto, e nessuno più scenderebbe in campo a difendere le pronunce cantonali dell’isola (tipo il romaneggiante Sardìnia o l’italianeggiante Sardìnnia). Le quali sono distinzioni fascinose, ma sono soltanto elementi di disturbo, e non hanno il diritto di rubare la vera essenza del primitivo nome dell’Isola.
Storicizzando, notiamo che il nome dell’isola venne scritto primamente dai Sardi circa il 950 a.C., ai tempi di Salomone. I Sardi (dagli Egizi chiamati Shardana) stavano cominciando la navigazione di riflusso dai Paesi conquistati durante l’epopea dei Popoli del Mare. Essi tornavano per commercio in Sardigna, nella madre-patria, erano i nipoti dei conquistatori andati in Oriente, e si portavano appresso l’alfabeto da loro stessi inventato in terra di Giahy (da Omero chiamata Fenicia ma da loro chiamata propriamente Giahy, talché i residenti sardi, riconoscendo i Fenici come nonni, li identificarono propriamente come i figli dei nonni-marines, e da allora li chiamarono giajus ‘nonni’). Fenici o Giàjus, sarebbe lo stesso, a ben vedere, ma lo zampino messoci da Omero pesò, eccome!, e sinora le accademie stentano a riconoscere che sarebbe meglio tornare a chiamare Giahy il lembo di terra libanese, così come fu chiamato dagli Egizi per tanti secoli.
Is Giajus, i nonni, erano tornati da Giahy, e col nuovo alfabeto avevano scritto, in sardo, la Stele di Nora. Quella Stele è il primo documento in lingua sarda, al contempo è il primo documento nella storia d’Occidente. In esso ecco apparire il nome SARDIGNA.
Nella Stele norense c’è scritto che a Nora, chiamata Nùgura, si recò Saba (un bel nome che in ebraico significa ugualmente “nonno”, ed oggi lo conserviamo come il primo cognome della Sardegna). Saba fondò Nora-Nùgura e se ne ascrisse il merito. Egli scompartì in due la Stele: nella prima parte c’è la dedica («Prosperità all’insediamento principale, quello di Nùgura in Sardigna»); nella seconda c’è l’autopresentazione («Chi augura prosperità è Saba figlio di Melk-Aten, che ha costruito Nùgura di propria iniziativa»). In totale 20 parole antico-sarde.
Si badi che nella Stele il coronimo SARDIGNA è scritto ŠRDN. Le ragioni sono due: la prima ci ricorda che Is Giàjus (gli Ugaritici-Fenici del Ritorno) scrivevano le consonanti senza le vocali. La seconda ragione ci ricorda che Is Giàjus non avevano due caratteri per distinguere -gn- e -n-. Lo stesso accadde ai Romani, che scrivevano soltanto Sardinia, mai Sardigna. Invece i Sumeri avevano due grafie per le due consonanti, e sappiamo che GN presso di loro significava ‘casa, patria, insediamento, luogo in cui si vive’, mentre ane (‘egli’) era all’occorrenza un aggettivo di appartenenza, accodato come suffisso alla voce da connotare, così come facevano gli Egizi, i quali nominavano “quelli di Sardigna” come Šardana, Šardin, registrati come Šarṭana, Šarṭenu, Šarṭina (EHD 727b); quindi i suffissi di origine già alla prima apparizione erano in -ana, -enu, -ina: non possiamo dimenticarlo. Gli Ebrei, che molto presero dalla loro patria intermedia (l’Egitto), seguivano gli Egizi, e l’afformante ebraico -ān indica l’appartenenza esattamente come in Egitto, esattamente come dai Sumeri, esattamente come accade presso noi Sardi.
Sard-ì-gna è quindi il nome più antico dell’isola, col suo legante -i- spia di uno stato costrutto identico per l’intero Mediterraneo. Sardì-gna (in sumerico Šard-ī-ĝa) significò in origine ‘Casa dei Sardi’, ‘Dimora dei Sardi’.
L’analisi non è completa se non rammentiamo che in origine la lingua mediterranea (preziosa eredità dell’Homo Neanderthal, poi perfezionata dall’Homo Sapiens) era formulata a monosillabi. Ogni monosillabo un nome, un concetto, un universo. E per formulare i rapporti di dipendenza o genitivali, ecco che un giorno sortì quella magica -i- a legare due parole. Fu così che nacquero le prime catene foniche che divennero voci bi-sillabe, e tale tradizione è riconosciuta come accadica.
Già. Però Sar-di-gna ha tre sillabe. Certo! Se è per questo, oggi le lingue hanno anche dei quadrisillabi. Nessun problema. Tutto si spiega tornando alle origini. Possiamo notare che il tri-sillabo della Stele di Nora (ŠRDN) ebbe un seguito – questione di poche centinaia d’anni – con Erodoto 1, 170, che mostrò la forma-base-mediterranea del coronimo primevo, Σαρδώ: due sillabe che mostrano un’età sicuramente plurimillenaria. L’arcaismo di Σαρδώ è dimostrato tra l’altro dalla facilità di circolazione di quel nome per tutto il Mediterraneo. Ad esempio, apparteneva anche alla moglie di Tirreno, il principe lidio che una tremenda carestia spinse per altre terre.
L’analisi di Σαρ-δώ è facile, riposa sul sumerico sar ‘giardino’ + dū ‘tutto quanto’, componibile in sar-dū: ‘Tutta un Giardino’. Strabiliante questo nome sumerico dato alla nostra Isola e poi alla moglie di un principe anatolico. Ovviamente si tratta di un epiteto pre-neolitico, quando la Sardegna risplendeva per tante risorse, per i minerali, i coralli, le magnifiche foreste, le pianure ubertose.
Σαρδώ ci attesta che l’isola poteva essere nominata in due modi: o con un arcaico bi-sillabo sumerico, o con un contemporaneo tri-sillabo sumerico, parimenti arcaico, la cui scomposizione mostrava lo stesso impianto originario. Infatti aggiungendo -gna si manifestava la ‘dimora’, il posto di residenza del popolo sardo.
La questione sarebbe ora risolta se non ci scoppiasse una seconda volta tra le mani la “teoria delle colonizzazioni”, dalla quale emergerebbe che la Sardegna sia stata eternamente oggetto d’invasioni e che per se stessa sia stata sempre incapace di formulare una propria personalità tra le civiltà mediterranee. Chi crede a tale teoria è convinto che Sardṓ derivi da Sardi (l’Erodotea Σάρδεις) città lidia, da cui appnto mosse Tirreno con sua moglie Σαρδώ. Ma Giovanni Semerano (Origini della Civiltà Europea) ci fa notare che ai tempi di Erodoto quel termine appariva già corrotto: infatti la capitale della Lidia ebbe il nome originario di Sfard, persiano Saparda, ebraico Sephārad. Quindi sembra ovvio che il bisillabo sar-dū, antitetico alle forme appurate come lidie, preesistette quale nome dell’isola mediterranea perché autoctono, distinto dal nome della capitale lidica.
SERU sass. ‘senno, saggezza, accortezza, giudizio’. Questo singolare vocabolo è stato concepito sulla scorta di sénnu. Così come quello prende le mosse dal sum. šennu ‘priest, sacerdote’ (tutto un programma), parimenti questo prende le mosse dall’eg. sr ‘funzionario’ (leggi ser); akk. ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’. Peraltro in log. ant. sèr(e) era il titolo che si dava al Giudice o Re (CSMB 100: iudice sere Ugo de Bassu; 164: ser Remundu c’arreiat corona). Cfr. it. sire ‘signore, sovrano’. Il titolo euroasiatico è usato in Italia per rivolgersi al re, ma ciò avvenne poco prima del 1566 ad opera di Annibal Caro. In Italia la voce appare prima del 1250 ad opera di Cielo d’Alcamo. DELI, non avendo altri raffronti, lo propone dal fr. ant. sire, apparso nel 980 nel significato di ‘padrone, signore’, in riferimento a Dio. Una voce ancora più più arcaica è l’ingl. sir ‘titolo nobiliare’ (pronuncia sér, come la voce sarda e quella egizia). Altra voce collegata è l’it. sèrio ‘dall’aspetto concentrato, grave, responsabile’, antico aggettivale da séru.
SINARÍXU sass. agg. ‘abitante dell’Asinara’. Per l’etimo vai ad Asinara. Qua abbiamo la persistenza della voce Sinàra che è veramente arcaica. Notisi la persistenza del suffisso sardiano in -isku (sass. -íχu), per il quale rinvio a lebraríχu.
TERRASANTA invece non è affatto di origine latina (come purtroppo ogni filologo romanzo va dicendo) ma è ferreamente sassarese; significa ‘terracotta, argilla’, ‘terra da cui si costruisce vasellame di poco pregio’. Questa parola sembra una ovvietà ma l’etimo non deriva affatto dal lat. (terra) sancta ‘terra santa’, perché non ha alcun senso, fino a prova contraria. Il membro (santa) ha base nell’akk. šātûm ‘che assorbe molta acqua’, con riferimento proprio all’argilla grossolana.
RISA SAŁDÓNIGGA sass.; gr. sardónios ghélōs o sardánion ghélōn, ossia ‘riso sardònico’. La prima apparizione scritta collegabile a questa espressione è in Omero Od. XX 301-302, allorché Odisseo schiva la zampa di bue lanciata da Ctesippo e “ride sardonicamente” (μείδησε δε θυμῷ σαρδάνιον μάλα τοῖον ‘sorrise in cuor suo, però dolorosamente’). L’unica ricostruzione arcaica cui è possibile agganciare l’aggettivo avverbiale greco è il composto sum. sa ‘to burn’, ‘to sting, pungere’ + raḫ ‘disease’, ‘to beat, break, crush’ + du ‘to push, thrust, gore; spingere, attaccare, incornare’ + niḫuš ‘terrifying appearance’, che agglutinandosi (sa-raḫ-dú-niḫuš) porta al significato compatto di ‘dolorosissimo, sconvolgente’.
Ma tanti autori greci e latini seriori, nel tramandarsi a vicenda un’incompetenza culturale sull’omerico σαρδάνιον, sono andati a parare su altri significati, a loro parere legati a un’erba speciale che fa morire tra spasmi di labbra e digrignar di denti; senza peraltro aver mai pensato che Omero con l’aggettivo σαρδάνιον volle descrivere lapidariamente un Odisseo muto e serio, che non aveva affatto sorriso per la provocazione di quel prepotente ma aveva soltanto rimuginato nel proprio animo la giusta vendetta per un affronto doloroso che al momento suggeriva prudenza. Ed oggi arriviamo a Paulis (Nomi Popolari delle Piante in Sardegna 143 sgg.) che identifica nel sd. isáppiu la celeberrima “erba sardonica” o “sardonia”. «Di tutte le specie di Oenanthe questa è la più velenosa. Provoca intossicazioni mortali, caratterizzate da fenomeni di violenta infiammazione gastro-enterica, accompagnati da brividi, sudore freddo, midriasi, angoscia respiratoria, convulsioni, delirio, stupore e talora anche sincope. Il succo della pianta fresca, quando entra in contatto con l’aria, assume un caratteristico colore giallo zafferano. Cresce nei luoghi umidi, soprattutto presso i corsi d’acqua… Possiamo arrivare alla soluzione… (del)… problema etimologico considerando la ricca tradizione del mondo classico relativa ad un’erba velenosa… la cui ingestione provocava la morte attraverso un quadro clinico caratterizzato da spasmi muscolari e contrazione delle labbra, con messa in evidenza dei denti come quando si ride, donde, a detta di molti autori antichi, l’origine dell’espressione gr. sardónios gélōs ‘riso sardonico’… Dioscoride, alex. 14, descrive l’erba sardonica come simile ad un ranuncolo… caratteristico della Sardegna (De materia medica 2, 175,1)». NPPS cita vari passi di Dioscoride, nonché del suo interpolatore, e pure di Paolo Egineta 5,51, di Sallustio (hist.frg. II,10, apud Serv. Ad Bucol. VII,41), di Plinio (N.H. 20,116). «Da tutto ciò discende la conclusione che la ”erba sardonia” dell’antichità era l’Oenanthe crocata, la quale essendo un’ombrellifera molto somigliante al sedano selvatico, era definita da tutti gli autori antichi simile al sedano ed in particolare al sedano selvatico».
Paulis, nella convinzione che, al pari di quasi tutti i fitonimi presentati nelle stesse pagine, anche isáppiu abbia origini greco-latine, conclude così: «Dopo tutto ciò che abbiamo visto sulla tradizione del riso sardonico connesso con l’Oenanthe crocata, non può esservi il minimo dubbio sul fatto che isáppiu, voce oscura per il Wagner, in effetti derivi da risáppiu ‘sedano che provoca il riso’».
Ma Paulis sbaglia. Nel dargli merito di avere operato una vastissima disamina ed una intelligente interpretazione delle fonti disponibili, contesto le sue deduzioni poiché non sortiscono da un confronto fono-semantico tra tutti i lemmi mediterranei disponibili ma solo dal confronto tra lemmi greci. Mentre d’altro canto tutte le descrizioni dell’erba (anzi delle varie erbe simili), nonché le arbitrarie commistioni e confusioni tra ranuncoli ed ombrellifere, sono assai discutibili; come sono discutibili gli effetti nell’ingerirla. Soltanto della cicuta si hanno certezze, mentre la Oenanthe crocata è stata da me mangiata parecchie volte senza conseguenze.
Sul riso sardònico si potrebbe scrivere un libro, ma sarebbe sprecato, perché parlare dell’erba sardònia o del riso sardónio è come parlare del sesso degli angeli. Nella storia di questo appellativo ognuno degli autori è stato coinvolto in un vortice di traviamento collettivo, condito da molta ignoranza, da presunzione e dalla fiabesca distanza tra Grecia e Sardegna, un’isola che i Greci non avevano mai visto ed alla quale, considerata la sua dislocazione nel mitico Occāsŭs Sōlis, potevano conferire a man salva tutti i misteri mediterranei covati dalle civiltà dell’epoca. Tutto ciò portò poeti e pensatori a girare su se stessi sino a parare in una messe di paronomàsie che si stratificò ed ammuffì col passare dei secoli. Il riso sardónio esala puzza di stantio.
Pertanto c’è bisogno di dare la giusta interpretazione al passo omerico, ed ognuno è autorizzato a proposte migliorative rispetto alla mia: ma esorto a formularle con intelligenza. Inoltre, considerato che i pensatori greci si scambiarono e barattarono un riso che, francamente, non poteva essere sorto dal nulla, occorrerebbe apparecchiare a questo riso, se non una cornice storica, almeno una cornice proto-storica, sempre però nell’alveo della logica. A me viene d’inquadrarlo nel sum. šar ‘vacca’ + du ‘imprigionare’: šar-du ‘imprigionare entro la vacca’. Era l’urlo lacerante emesso dai moribondi entro il ventre metallico di questo arnese inventato dai Cretesi e surriscaldato. Altri lo chiamano Toro di Faláride, perché donato al tiranno Falaride di Agrigento da Perillo ateniese. Il sardónios ghélōs fu una cosa orribile, che oggi fanciullescamente possiamo intendere come ‘risata smodata, plebea, esagerata, chiassosa, urlante’.
Questa mia interpretazione però può essere lambiccata e dunque da trascurare, poiché l’amico Pier Paolo Sciola mi ha fatto notare che in akk. esiste un sartum ‘falsehood, dishonesty, crime’. Pertanto la frase omerica μείδησε δε θυμῷ σαρδάνιον μάλα τοῖον (interpretata dai grecisti come ‘sorrise in cuor suo, però dolorosamente’) va reinterpretata così: ‘sorrise, ma meditando vendetta in cuor suo, sorrise meditando il crimine in cuor suo’. In questo caso il celeberrimo riso sardonico va semplicemente inteso come ‘riso falso’.

11. I LIGURI, I PISANI E LA RIVOLUZIONE SASSARESE

Antonio Sanna2 ammonisce che non si può studiare un fatto storico fuori della storia. In tal guisa egli contrasta efficacemente le varie posizioni, talora smaccatamente metastoriche (ed io aggiungo: liquidatorie e rinunciatarie), espresse con varie sfumature sull’origine del dialetto sassarese dal Campus, dal Guarnerio, dal Bottiglioni, dal Wagner, dal Petkanov. Però anche Sanna ha il suo piccolo tallone d’Achille (lo dico con grande rispetto), allorché traccia il confine, il non-plus-ultra dei propri studi, all’epoca delle prime apparizioni del sardo scritto, privandosi in tal modo d’indagare a fondo l’intera fenomenologia della parlata di Sassari a cominciare dall’origine di Turris ed omettendo un aspetto metodologico ed epistemologico non secondario: che l’assenza di testi scritti nei secoli pregressi non può essere un ostacolo, quando sussistano degli indizi (persino delle prove) capaci di supportare scientificamente la ricostruzione – sia pure a grandi linee – di una traccia storica nientaffatto fantasiosa.
Tanto per rievocare la mia citazione dei corsi-ricorsi vichiani, il Sanna incasella la propria piattaforma di studi nel secondo corso-ricorso, quello medievale cominciato nel 1016 (con dei preamboli nel X sec.) e terminato con la sconfitta dei Doria.
È fuorviante definire il sassarese di quell’epoca come “dialetto plebeo” (così classificato da Pasquale Tola, Codex Diplomaticus Sardiniae, 1861), salvo però che il Tola fornisce un’importante notizia: sino al XVII secolo la nobiltà sassarese parlava logudorese (Sanna DS 12), quindi la classe dominante rimaneva ancorata alla lingua-madre parlata da mezza Sardegna.
Si tratta di capire perché la plebe prese a parlare diversamente. Al riguardo Sanna DS 17-18 prende avvio dalla sconfitta di Mugahid nel 1016 ad opera di Genova e Pisa coalizzate, le quali furono compensate con vaste donazioni terriere da parte del giudice turritano. A Porto Torres, sede del Giudice e dell’arcivescovo, prese piede una borghesia genovese e pisana legata ai Doria ed ai Visconti, poi trasferitasi a Sassari per l’importanza crescente della città. A Sassari, attraverso matrimoni con l’elemento locale, sortì una nuova classe urbana, «dalla quale doveva nascere la rivolta contro le arcaiche e inadeguati istituzioni giudicali… I nuovi elementi urbani… forti della protezione pisana o genovese, rumoreggiavano nelle vie e nelle piazze, anelando a sottrarsi dalle viete forme dell’organizzazione dei giudicati e a costituirsi in autonomo governo. Nel 1234 un gruppo di cittadini sassaresi, tra i quali il famoso Michele Zanche, ch’erano stati cacciati dal giudicato e avevano subito dal giudice la confisca dei beni, si trovavano a Genova e iniziavano, per intermediario dei Doria, trattative col giudice per rientrare nella città; ma a questo fine ponevano alcune precise condizioni all’accordo, che erano già un segno del valore politico da essi raggiunto» (Solmi citato da Sanna).
Le sollevazioni erano capeggiate ora dall’elemento genovese (es. nel 1236) ora da quello pisano (es. nel 1238), tra di loro peraltro antagonisti. Fatto sta che Sassari ruppe col reame turritano in occasione dell’episodio del giudice Barisone III, gettato in pasto ai cani, e rapidamente le famiglie genovesi e pisane riuscirono a far riconoscere l’autonomia di Sassari. Nel 1272 Sassari ricevè il podesta da Pisa, poi da Genova, e tosto furono scritti in latino gli Statuti Sassaresi, le leggi di una repubblica autonoma dove governavano cives, mercatores, habitatores civitatis. Indi gli stessi Statuti furono tradotti in logudorese
Da queste stringatissime notizie possiamo arguire facilmente come a Sassari la borghesia alto-tirrenica abbia rapidamente introdotto la frattura della parlata, serbando a sé stessa l’uso di un vocabolario a forte influsso genovese-pisano. Ma i mercanti pisano-genovesi non avevano la maggioranza preponderante, e scrissero le leggi in latino e in sardo affinché tutto il popolo condividesse e si adeguasse (anche la gente non-stanziale, anche i dipendenti, i fornitori ed i clientes dell’agro, soprattutto i nobili locali che non volevano né potevano rinunciare al logudorese avito). Quest’azione audace e rivoluzionaria denuncia il peso notevole della nuova borghesia, insediatasi in un territorio estraneo ch’era tuttavia incapace di contromisure, anche per il messaggio di novità, di grande modernità e di progresso che il Comune lanciava verso il popolo, verso il contado e verso il resto dell’isola.
Concordo con le conclusioni del Sanna, secondo cui «una trasformazione di carattere linguistico così radicale, come quella che ha portato Sassari fuori dall’ambito del sardo, non può giustificarsi col gioco degli influssi linguistici né con il fissarsi di nuclei stranieri, pisano o genovesi, ma presuppone una profonda trasformazione delle strutture sociali ed economiche e un totale rinnovamento spirituale e politico».
Beninteso, Sassari non era diventata un’isola straniera come lo fu, più tardi, Alghero, la quale con i Catalani assumerà la stessa grinta politica e di rapina che 1400 anni prima aveva assunto Turris Libysonis. Sassari non poteva più nemmeno sognarsi di ridursi a città d’occupazione; la città si era integrata, era diventata bilingue, e l’unica sua prospettiva era di mantenersi come motore di sviluppo e di apertura mediterranea. Ciò le consentì di non bloccare la reciproca permeabilità linguistica, che infatti durò sino a che le alterne fortune dei Pisani ed infine dei Doria poterono legarla a interagire col contesto territoriale, diventando uno stimolo anziché un polo di stagnazione. Invero, a comandare entro le mura sassaresi erano pur sempre i sardi (cfr. cap. XIV, libro I degli Statuti, il quale obbliga anche ai pisani di risiedere extra muros).
Non è reale l’ipotesi avanzata dal Manno e dall’Angius, poi accettata dal Wagner, che Sassari sarebbe stata svuotata dalle grandi pesti dell’Eta moderna e ripopolata da toscani, còrsi e genovesi. Quella tesi fu smentita statisticamente da Enrico Costa e ribadita da F. Corridore nel 1909 (v. Sanna 23, 55). Peraltro Sanna osserva acutamente che «accettare la tesi della scomparsa dei sardi… significa anche spostare la formazione del sassarese …al periodo della dominazione spagnola, la qual cosa è contraddetta clamorosamente dalla dura politica di ispanizzazione perseguita in Sardegna dai monarchi spagnoli. Ad un periodo, per intenderci, in cui ai giovani sardi si vietava – a dir vero, con scarso successo – di frequentare le Università italiane e si decideva di tradurre in catalano i testi degli Statuti delle città sarde, scritti in lingua italiana o ispirati all’Italia, disponendo, nel contempo, che gli originali italiani fossero distrutti sicché non ne restasse il ricordo». Sanna 24 osserva che «soprattutto all’inizio e fino a quando l’Aragona non si sostituì completamente alle repubbliche marinare nel dominio dell’isola, conservare i legami con l’Italia fu, per le nuove classi che avevano conquistato libertà e dignità civica ragione stessa di vita: perdere quei contatti, allentare questi legami avrebbe significato lasciarsi riassorbire (ed era ormai impossibile) entro le vecchie strutture giudicali… Su una base sarda, già del resto profondamente intaccata da elementi italiani nella fonetica e nella sintassi e arricchita nel lessico, si venne sviluppando un linguaggio d’incontro… La popolazione sarda di Sassari assunse lentamente le strutture grammaticali dell’italiano, toscano e genovese, perché in esse si esprimevano i concetti della nuova economia e dei nuovi rapporti politici e sociali».
Sanna 26 osserva realisticamente che ai nobili sassaresi però «non tanto interessava salvare la nazionalità della lingua, proprio essi che erano i mediatori del potere, quanto opporre il sardo – la lingua antica – come segno di distinzione aristocratica e conservatrice, alle innovazioni “borghesi” e “rivoluzionarie” della nuova classe emergente: una classe ricca e attiva di fronte alla quale i loro antichi privilegi e le loro proprietà terriere perdevano valore sia sul piano sociale sia su quello economico». Possiamo osservare, insomma, che Sassari, priva del patriziato nell’età comunale e repubblicana, riebbe una classe gentilizia solo a partire dalla dominazione aragonese-spagnola; e si trattò di una classe nuova, elementi stranieri (ossia iberici o comunque fedeli alla Spagna), i quali ebbero i loro feudi nei paesi del Logudoro. Una situazione perpetuatasi sino ad ieri, sino al crollo del Ventennio fascista nel 1945.
Quest’ultima osservazione dimostra che l’aristocrazia fu elemento di conservazione della parlata logudorese in città, perché era estranea alla trasformazione socio-economica avvenuta con i Doria ed i Visconti. Per contro, fu l’elemento popolare, i numerosi zappadóri, nonché i numerosi artigiani, a sentirsi maggiormente attratti dalle novità e dal progresso ed a restarne fortemente invischiati. Che il popolo in quell’epoca avesse capovolto l’alleanza e si fosse affratellato precipuamente con la nuova borghesia ligure-toscana, lo dimostra anche un fatto extralinguistico: la tradizione dei Candelieri, la Féłta Manna, una festa laica, la più importante dell’anno, arcaica quant’altre mai (e non spagnola come stupidamente propongono troppi pensatori), allorché le varie compagnie dei mestieri artigiani e dell’agricoltura – una compagnia per ogni candeliere – fanno ancora oggi sfoggio di potenza e di eleganza, impadronendosi della città ed esibendosi a nome della città, resi autorevoli e legittimati dall’ostentazione dei mazzieri civici, del gonfalone civico, delle fanfare, e resi prestigiosi dalla pompa magna del sindaco che li segue paternamente e se ne fa garante.

12. ANTONIO SANNA E “Il Dialetto di Sassari”

Quest’ottimo Autore, del quale ho condiviso varie sentenze nel capitolo precedente, aveva intenzione di regalarci un libro più ampio e più ragionato rispetto al lascito intitolato “Il Dialetto di Sassari”. Su questo dialetto scrisse 109 pagine. È un vero peccato che Antonio Sanna se ne sia andato presto. La sua prosa era bella e polita, la sua mente acuta, la sua erudizione robusta. Purtroppo fu la temperie culturale nella quale stava immerso (o il sistema di distribuzione delle cattedre) a non consentìrgli di scampare ad alcuni stereotipi, per quanto il proprio acume storico e linguistico gli abbia concesso di divincolarsi alquanto e mettersi in liberta al fine di ridimensionare qua e là le sentenze di certi studiosi e, negli spazi che gli erano consentiti, di correggere spesso le assurde “considerazioni alla cieca” (scusate l’ossimoro) espresse da fior d’indagatori quali il Guarnerio, il Bottiglioni, il Campus, il Petkanov, il Wagner.
Se dovessi commentare le 109 pagine, obbligatoriamente dovrei stenderne altrettante di critica serrata (quasi tutta rivolta non a lui ma ai cinque studiosi da lui evocati). Non ne ho l’intenzione. Sarebbe oltremodo ozioso. Alla luce dell’intero contenuto del mio presente excursus metodologico (dove spero di chiarire alcuni aspetti della parlata sassarese da loro trascurati o negati), forse è sufficiente che il lettore percepisca almeno le storture più macroscopiche di quei ricercatori. Storture tali, però, da fare implodere l’intero castello dei contributi sinora pervenuti sulla “Questione Sassarese”, escluse le varie sentenze del Sanna già da me condivise.
Non mi attardo sul fatto che tutti loro, compreso il Sanna, abbiano programmaticamente omesso una doverosa rivisitazione storica che cominciasse almeno dall’occupazione romana. Per quanto il fermarsi a 2000 anni fa non sarebbe bastato a rendere tetragono il loro metodo, poiché i caratteri più autentici della parlata sassarese – ad iniziare dalla famigerata “lisca toscana” – affondano nella lingua sumero-semitica.
Oltre a ciò, non è proprio accettabile che tutti i loro ragionamenti siano stati focalizzati su evidenze e somiglianze sincroniche tra sassarese e parlate alto-tirreniche (più quelle catalano-occitane), cui segue l’incredibile corollario dell’inesorabile dipendenza del sassarese da tali parlate, donde (stando ai loro messaggi palesi o subliminali) giunsero alla spicciolata manciate di vocaboli, di forme, di suoni, di consonanti, di vocali, di stili grammaticali, ora da una lingua ora dall’altra. L’effetto delle loro sentenze filologiche è di averci imposto la visione di un dialetto quasi rattoppato alla Frankenstein, con innesto di aggeggi lessicali-glottologici d’accatto che lo rendono un automa anziché il prodotto storico dell’ingegno di un popolo il quale, malgrado loro, era sardo, genuinamente sardo, almeno da quando si trovò riassorbito nella sardità dopo il tracollo millenario della romanizzazione.
I flussi-riflussi vichiani da me evocati lo hanno giusto confermato per il periodo da Roma all’Alto Medioevo. Resta da dimostrarlo per il flusso-riflusso su cui ora siamo impegnati. Il quale intanto non fu traumatico come quello romano ma – giusta la dimostrazione del Sanna e del Costa – consentì alla lingua logudorese di permanere in città e convivere, d’interagire e di contrastare gli eccessi lessicali della classe dominante ligure-pisana. I fondamenti sardi o specificamente logudoresi del lessico di Sassari hanno una tale somma di radicali e di vocaboli, da sbalordire e da sgominare ogni avversa credulità o propensione: lo abbiamo visto e lo vedremo ancora.
A quei numerosi ricercatori non si può perdonare d’essersi imbozzolati nelle miopi e fallaci comparazioni sincroniche, disdegnando la diacronia, ossia il lunghissimo excursus lungo la storia millenaria, cui si sottrassero perché inadeguati a formulare una metodologia capace d’individuare un percorso ininterrotto (ripeto, ininterrotto) che retrocedesse alle origini arcaiche.
Mostrare qualche esempio delle loro numerose storture non è facile, poiché la normalità delle procedure di ragionamento dei miei predecessori fu quella di esprimere molti buoni pensieri, impastati però (entro la stessa frase, nello stesso sintagma!) con credenze e postulati scandalosamente azzoppati dall’assenza del metodo diacronico e dall’ideologia (es., l’ideologia della “pregiudiziale latina” e la più ampia “pregiudiziale coloniale”). Districare almeno qualche “perla” dal poltiglioso marasma da loro prodotto è veramente arduo. Ci tenterò indicando alcuni aspetti.

1) Italianità e sardità. Come si fa, ad esempio, a sostenere la “non-sardità” dell’articolo determinativo lu (Guarnerio apud Sanna DS 68) soltanto perché si distingue dal sd. issu o isse? Al fondo della loro credenza c’è l’incrollabile certezza che issu e isse derivino dal latino (ecco affiorare la necrotica “pregiudiziale latina”!); e siccome issu-isse è logudorese, ipso facto sarebbe sicuramente sardo (secondo i loro ragionamenti); mentre lu (ch’essi pretendono esclusivo dal lat. illu) sarebbe soltanto sassarese-gallurese accattato direttamente dall’it. lo. Queste sono petizioni di principio!
Invero, quello operato per lu ↔ issu è un confronto senza fondamenti, aereo, soltanto sincronico (inoltre bacato dalla “pregiudiziale latina” nonché dalla “pregiudiziale coloniale”), e per giunta mal combinato nei suoi elementi. La realtà è un’altra: il sass. lu deriva dal sumerico lu (come pure l’it. lo); ed è autenticamente sardo, talché si ritrova pure in frasi logudoresi (es. cussu traste est su méu e lu kerzo ‘quel mobile è mio e lo voglio’).
Nel Tirreno l’art. lu, lo ha due opzioni grammaticali, l’una come articolo determinativo, l’altra pronominale; così pure in logudorese.
Osserviamo adesso il sass. li, art. det. m. e f. plurale = it. ‘i, le’; è anche dativo sg. e pl.; viene usato parimenti come pronome indicativo plurale: li botti ‘le scarpe’; li doggu un’iχavanadda ‘gli do un ceffone’; lì di la crunfarìa ‘quelli della confraternita’. Simile uso come articolo anche in aprvz. m. dativo li, f. li; stesso uso in siciliano: li = ‘i’. Si noti che in sassarese quand’è usato come pronome diventa tonico: lì di la banda ‘i suonatori’, ‘quelli della banda’ (questa formalità è un calco grammaticale del log. sòs de sa cuffrarìa ‘quelli della confraternita’).
Lungi dal rimpicciolire la nostra prospettiva e vedere nella particella li un’origine italica, dobbiamo invece espanderci su larghi scenari mediterranei, e considerare questa forma come arcaica eredità semitica sulla quale la forma italica ha soltanto sorvolato. Infatti la base etimologica di li (dativo) è l’ebr. lī ( לִי ) ‘to me’ (dativo), mentre li al nominativo si adegua alla pletora di forme plurali in -i della parlata sassarese (es. abéłta ‘apertura’, abéłti ‘aperture’), analiticamente non dissimili dal plurale campidanese -is, il quale parrebbe accostarsi all’italiano pl. -i al pari dell’uso sassarese.

Quanto a isse, Wagner e gli altri sostengono l’origine dal lat. ipse. Ma prima di accertarlo avrebbero dovuto stendere criticamente un plancher preparatorio. E allora va detto che isse, issu coesistettero e coesistono in Sardegna con precisi ambiti d’uso. Nel Logudoro, ad esempio, isse ‘egli’ è usato in termini di rispetto per il proprio padre o per una persona importante (vale come l’italiano ‘Lei’, ed è in seconda persona: Isse m’às fattu unu piaghère dèndemi unu caḍḍu ‘Lei, padre mio, mi ha fatto un favore dandomi il cavallo’).
Issu invece significa, pariteticamente, ‘egli’ e ‘quello’. Certamente è da registrare il fatto che nei condaghes la forma dominante non era issu ma isse (3a persona), però va precisato che i condaghes erano scritti da preti italiani o comunque da preti (e notai) di cultura precipuamente latina, e specialmente i preti ed i frati tendevano – sia pure involontariamente – a “rispecchiare” ogni termine sardo nell’equivalente del dizionario latino. Specialissimi furono i preti provenienti dalla Francia, che conoscevano poco o punto l’italiano ed avevano nel latino l’unico referente, l’unico “scheletro” confacente alla redazione dei testi che gli venivano dettati in sardo.
In secondo luogo va osservato che i Sardi che intervennero attivamente nei condaghes quasi mai sono persone del popolo ma gente più o meno altolocata, talora “infarinata” della stessa cultura latina che intrideva i monaci delle abbazie e gli stessi notai.
Che la forma issu (omologata o no a ipse, isse) sia antichissima, lo dimostra pure il fatto che nei condaghes sono frequenti le sue forme enclitiche, specie dopo le preposizioni: CSP 31 kene iura de ‘ssos; 63 cun boluntate de ‘ssa; CSNT 39 in anima de ‘ssos; CSP 10 neunu homine pro ‘ssos; Stat. Sass. I, 151 (49r) per se ouer attera submissa persone prossos; I, 74 (27 r) infra su tempus dauesse ordinatu. Guarda caso, anche in babilonese c’era la stessa enclitica: -iššu ‘egli’ al posto della forma libera šū ‘egli’, ‘lo stesso’ = lat. ipse.
Si noti in ogni modo che la forma sarda issu ha base etimologica primaria nell’akk. iššu ‘egli, he’, ebr. išš ‘uomo’ ( אׅישׁ ).

2) La “lisca toscana”. Campus (apud Sanna DS 69) non attribuisce alcuna importanza decisiva agli esiti sassaresi di L, R, S + consonante, giudicandoli “fenomeni regionali ristretti che non possono dare alcuna caratteristica del tipo genuino della lingua”. Prosegue affermando che i punti di contatto del sassarese col sardo sono poca cosa rispetto alle differenze e ai fenomeni che dimostrano l’affinità con l’italiano.
In seguito porterò, oltre a quelli già addotti, degli elementi scientifici che capovolgono le credenze del Campus, e denuncerò pure quella generica e coloniale definizione “affinità con l’italiano”, gettata con nonchalance per non esporsi esplicitamente con una più esplicita “origine italiana del sassarese”. Qua urge discutere del nesso L, R, S + consonante. Infatti nel Logudoro settentrionale (con Sassari al centro) tale nesso viene modificato. Esattamente la -lt- si muta in elemento fricativo laterale (ałtu ‘alto’); -rc- e -lc- portano a baχa ‘barca’, a baχoni ‘balcone’, a fuχa ‘forca’; la -lg-, -rg- porta ad aħa ‘àliga, immondezza’, nonché a laħu ‘largo’. Eccetera.
Sanna (DS 94) pensa che il fenomeno risalga al sostrato “proto-sardo” mentre Wagner (HLS §§ 338-340) respinge l’ipotesi di una “reazione di sostrato” e presuppone che questi strani nessi abbiano imitato un fenomeno toscano volgare, in particolare la cosiddetta “lisca” (presente soltanto in un piccolissimo villaggio). Il Bottiglioni – precursore del Wagner – notò che già a Èvisa in Còrsica c’è un fenomeno analogo, “in virtù della forte toscanizzazione di quel dialetto”. Secondo Giulio Paulis, commentatore del Wagner3, l’azione del superstrato toscano avebbe operato su una preesistente tendenza a mutare la -r- anteconsonantica in -l- e a dare articolazione palatale ovvero schiacciata alla s preconsonantica. Paulis pensa che comunque il fenomeno avrebbe potuto svilupparsi anche autonomamente, senza influsso toscano. È un vero peccato che Paulis, oltre alla laconica, platonica ed involuta ipotesi mirante alla autoctonia del fenomeno, non lo abbia voluto approfondire con una ricerca esplicita, tantomeno con una dimostrazione diacronica. Quindi, mentre le ipotesi del Wagner non convincono (ed al solito sono coloniali, ossia presuppongono l’importazione del fenomeno in Sardegna), quelle del Paulis non recano prove, sono illazioni campate in aria e annebbiano tutto il campo d’indagine. Parimenti, anche l’ipotesi del Sanna è orfana di dimostrazione.
I quattro studiosi non si sono accorti che il fenomeno sardo-còrso-toscano è condiviso anche dall’ant. francese. È Aurelio Roncaglia (LO 116) a testimoniarlo, rivelando che si tratta della stessa laterale velare ł del sassarese e del logudorese nord-occidentale. Quindi possiamo affermare che il fenomeno è mediterraneo (o almeno alto-mediterraneo). Questa constatazione rende meschino e ascientifico il costume del Wagner d’imporre sempre e comunque l’ideologia delle “origini” (delle “origini straniere di tutto ciò che è sardo”), e in questo caso d’indicarne l’importazione dal micro-dialetto di un paesino della Toscana (come dire, la minuscola lucciola diventa un potente faro portuale). Poiché invece il fenomeno è macroscopico, espanso, fortissimo e vivace soltanto in Sardegna mentre gli altri due sono limitatissimi ed evanescenti (quello francese è oramai scomparso), potremmo pensare che siano stati i Sardi ad averlo esportato. Ma facciamola corta e concediamo che i fenomeni siano affratellati, scansando la tentazione di tracciarne la genealogia: infatti tutti quanti risalgono al plancher semitico-mediterraneo. Ciò significa che Sardi, Còrsi, Etruschi, Galli condivisero per lunghe epoche questo fenomeno linguistico. Il processo fonetico di cui stiamo ragionando ha due soli modelli etimologici.
Cito come esempio scolastico le voci sarde iłtivίgnu e iχudì, ed i corrispondenti leniti ałdénti e aħa. In totale abbiamo nove nessi di partenza e due soli esiti (più le due forme lenite tipo ałdénti e aħa):
il nesso sd. -lc- attinge al modello semitico l-q, r-g (v. baχòni ossia balcòni)
il nesso sd. -lg- attinge al modello semitico i-k-, s-ḫ (v. aħa ossia alga)
il nesso sd. -lt- attinge al modello semitico š-ṭ, lt (v. agałtóru, iłtivignu)
il nesso sd. -rc- attinge al modello semitico rḫ, rḥ, ḫḫ (v. baχa, puχeḍḍίnu, suίχu)
il nesso sd. -rg- attinge al modello latino rg < sem. rāḫ (v. laħu ossia largu)
il nesso sd. -rd- attinge al modello sem. rd, latino rd (v. ałdhénti ossia ardente nonché cardu, e cfr. iłtivignu ossia istivinzu)
il nesso sd. -rt- attinge al modello semitico r-t (v. béłtura ossia bértula, e v. pure iłtivignu ossia istivinzu)
il nesso sd. -sc- attinge al modello semitico sḥ, sḫ, ḫ, šk (v. dirraχu ossia dirrascu, iχudì, imbuχu, Paχa)
il nesso sd. -sd-, -st- attinge al modello semitico š-ṭ, št (v. iłtivignu ossia istivinzu, e vedi láłtima)
L’esito fonetico dei nove nessi ha – come dicevo – soltanto due sbocchi (-łt- e -χ-, più le relative lenizioni), i cui modelli sono:

1. agałtólu, iłtivignu, całdu, láłtima, mułtatzu, priułtì: per i quali vedi anche – tra tanti – assułtu, béłtura, bułtá, fałta, frałtimáre, iłthudà, iłtruddádu, iłturrudà, imbrùłtia, immułtiddu, ippałtizzià, małtizzu, małtutzà, mełda, mułta, mułtínu, pibiriłta, pułtiggári;
2. dirraχu, imbuχu, iχampuḍḍìtti, iχudì, laħu, Paχa, puχeḍḍίnu, suίχu: per i quali vedi anche – tra tanti – aħa, baχa, baχòni, iχìccia, iχimùzzu, iχurivìtta, iχussìna, iχutta, miχínu, poχrábu, tuχonósu, viχiddòni.

3) La dittatura del Wagner. Abbiamo notato che questo professore tedesco è stato criticato liberamente dal Sanna. Però al Sanna fu reso il corrispettivo, poiché scrivendo il DES (Dizionario Etimologico Sardo) il Wagner, quando poté, non risparmiò paterni sospiri di sufficienza per come Sanna tentava di elaborare sgangherate etimologie “in erba” sulla lingua sarda. Evidentemente Sanna era linguista versato per altri campi. Anche Wagner, per la verità. Se poi in Sardegna (e nel mondo) Wagner fu visto come un “padre assurto ai vertici degli studi linguistici sul sardo” (quasi un semidio, insomma), dobbiamo tutto al fatto – obiettivo quant’altri mai – che i successori del Wagner ebbero coralmente l’umiltà di riconoscere tutti i gradini risaliti dal Wagner, non importa verso quali sbocchi, rispetto al pianterreno dove essi hanno sostato e sostano.
L’umiltà è la costante dei glottologi delle nostre università. Una umiltà cristiana, in virtù della quale risparmiano le critiche ai colleghi cattedratici e lanciano la “damnatio memoriae” soltanto contro i glottologi che non hanno concorso alle loro cattedre. Quindi nessuno si è mai accorto della scarsa propensione del Wagner per le etimologie (scandalo che ho fatto notare soltanto io in ogni pagina del mio No.F.E.L.Sa.). In quel Dizionario ho evidenziato circa 20.000 errori del Wagner (uomo quanti mai inadatto). Qui – per economia di spazio – presento soltanto uno dei …contributi del Wagner.

IŁTRUMA’ sass., istrumare log. ‘abortire’. Base etimologica è il sum. tur ‘(young) child, bimbo’ + umu ‘storage, immagazzinamento’. Il composto tur-umu, unito al prefisso di origine s-, is-, significò fin dalle origini ‘togliere il bimbo dal magazzino’ (ossia dal luogo ove è conservato). Vedi istruminzu log. ‘aborto’.
Wagner, commentando il log. ant. isturminare, sostiene che anche istrumare derivi dal lat. exterminare ‘bandire oltre confine’. Anzi, non distinguendo l’uso pre- e post-evangelizzazione della voce latina, egli lascia persino intendere che – mercé l’uso chiesastico – exterminare significhi ‘sterminare fino all’ultima persona’. Chiunque può arguire che il campo semantico del nascere o dell’aborto non può affatto accordarsi con i due campi semantici evocati dal Wagner.

Wagner fu indolente ad osservare le parentele lessicali da una specola diacronica. La plurimillenaria Koiné Mediterranea nel tempo e nello spazio, per lui non è mai esistita, per quanto questa fosse tanto forte ed evidente da mostrare a chiunque la rete unificante entro cui il Mare Mediterraneo, dai millenni arcaici sino ai giorni nostri, ha reso possibile la nascita e l’apparentamento di lingue ancora oggi simillime. Wagner ai suoi tempi volle restare fuori dalla specola. Non era galileiano. Peraltro l’educazione da lui ricevuta nella natia Germania non era adatta – in quei tempi di odio e di revanche – a ribaltare quella poderosa corrente di pensiero che, partendo dal focus germanico, dal focus ariano, stabiliva “scientificamente” che ogni lingua del Mediterraneo fosse stata cancellata dal poderoso intervento romano e poi dalla “tabula rasa” operata dai popoli germanici durante le Invasioni barbariche.
Wagner nutrì forse inconsciamente questi pregiudizi, che si erano incancreniti con l’avvento del Romanticismo e infine col Nazismo, e li assunse come verità epistemologica e metodologica. Non è un caso che quasi ogni lemma del DES ponga in primo piano le voci bittichesi, secondariamente quelle nuoresi, rispetto a quelle logudoresi e campidanesi. Egli era convinto – e lo ribadì apertamente nella “Fonetica Storica del Sardo” – che le voci bittichesi e nuoresi fossero i prototipi (latini!) del vocabolario sardo, e che le voci consimili del Logudoro e del Campidano fossero semplici derivati adattati foneticamente secondo il genio delle singole parlate sarde. Incredibile ma vero, Wagner relegò il dialetto gallurese tra quelli di origine italiana, non accorgendosi che in Gallura si è conservato un dialetto assai simile al bittichese; anzi, la parentela gallurese-bittichese è evidentissima (anzitutto nelle velari); ed è strano che Wagner abbia postulato il bittichese come “prototipo conservativo” dell’antica fonetica latina, ed al contempo abbia postulato il gallurese come accatto dal toscano. Si vede che il professore non aveva studiato né l’uno né l’altro dialetto.
Anche i vari linguisti che avevano preceduto Wagner erano stati abbagliati dai “latinismi” del Nuorese, e Wagner, ereditando il pensiero dell’accademia, ne fu corifeo entusiasta. I tentativi del Wagner di formalizzare le sue credenze entro la “Fonetica Storica del Sardo” sono stati da me denunciati, come spiego nel cap. 3.1 della mia Grammatica Storica (GLSPL). Fu tale l’arbitrio dei linguisti del passato, che hanno addirittura inventato delle “leggi fonetiche” le quali dovrebbero dimostrare la derivazione del sardo dal latino.
Ad esempio, Wagner sostenne che il log. abba deriverebbe dal lat. aqua, in virtù dell’esito lat. -q- > sardo -b-. Nella mia Grammatica io dimostro che -q- = -b- non prova alcun processo derivativo; non siamo di fronte ad un fonema derivato diacronicamente dall’altro, bensì di fronte a due fonemi sincronici, operanti ognuno per proprio conto prima dell’invasione romana. Abba esisteva già nel vocabolario accadico: abbu ‘palude, pantano’; abbû ‘fauna acquatica’; bā ‘acqua’; sum. a’abak ‘(acqua del) mare; sea (water)’, a-ab-ba ‘idem’ (< a ‘water’ + ab ‘sea’ + ba ‘marine creature’). Il sd. abba in tal guisa non ha concesso niente alla lingua latina, rimanendo inalterato sino ad oggi ed ignorando il lat. aqua, il quale invece riuscì ad insinuarsi nel dialetto campidanese (áqua). Al riguardo di abba/aqua, osservo che in origine la Sardegna ebbe un doppio registro, che poi lasciò in eredità due parole: abba a nord, áqua a sud. Al secondo registro appartiene l’akk. agû, egû ‘onda, corrente, flutto’. Fenomeno di Lautverschiebung nord ≠ sud, come ho spiegato nel cap. 3.1.4 della mia Grammatica Storica.
Stesso discorso vale per il suffisso sardo -u, che Wagner fa derivare dal lat. -us, mentre esistevano entrambi nella stessa epoca, ognuno operante nel proprio campo linguistico prima dell’invasione romana. Per il sardo -u non c’è da accampare un supposto influsso romano, poiché già le lingue mesopotamiche (sumero-accadico-assiro-babilonese-cananeo) mantennero per migliaia d’anni il proprio suffisso -u al quale possiamo e dobbiamo riferire una -u sarda originaria.
Percepiamo ancora le arcaiche desinenze cananee in -ū per il nominativo anche nell’antico ebraico (1Sam 2,10 ‘ālū “l’Altissimo”, corrispondente a Yahweh del primo stico; Sal 140,9 yārūmū “l’Eccelso”, anche esso in parallelo con Yahweh del primo stico). Parimenti percepiamo ancora nell’antico ebraico le arcaiche desinenze cananee in -ī per il genitivo (Sam 22,44; Ez 5,3; Os 11,4; Sal 26,10). Altro che genitivo di formazione latina! Il genitivo latino non è altro che un genitivo mediterraneo con basi etimologiche semitiche!
Tornando alla Sardegna, era tipicamente sardo, quindi originario, pure il suffisso femminile -a, per il quale non c’è da accampare la colonizzazione romana, come pretende Wagner, essendo tale forma, di per sé, latamente presente nel Mediterraneo, comune, ad esempio, ai Latini, ai Sardi, agli Aramei. Ed è proprio l’identità o similitudine di certe leggi fonetiche tra Sardo ed Aramaico che lascia capire l’autoctonia di molte forme della lingua sarda, preesistite all’invasione romana e coeve alla celebre Koiné aramaica esistita prima delle falangi di Alessandro e prima dei Cesari.
Pari discorso riguarda le velari sarde k, ĝ, che Wagner crede derivati dal lat. c, g, mentre esse preesistevano nella lingua sardiana, con un impianto confrontabile alle velari accadiche k, g, ḫ.
Quella “certezza scientifica” del Wagner è corroborata da un fatto celebre ancorché strambo, che è il seguente: dalle leggi fonetiche del sardo attuale (e del sardo medievale) i cattedratici hanno derivato le loro certezze sulle leggi fonetiche latine, non viceversa! Infatti per dimostrare che il latino ciceroniano aveva le velari non si è fatto di meglio che supporne l’esistenza (altrimenti indimostrabile) attraverso l’attuale parlata di Bitti, in Sardegna. Ma quei “linguisti” non sono gli stessi che hanno pontificato l’origine del sardo dal latino?
Insomma, quei cattedratici hanno preso al guinzaglio la lingua sarda per andare in soccorso della lingua latina intesa come Ursprache mediterranea. Si badi, è stata soccorsa la lingua latina: nessun’altra! Come dire che la “trasfusione di sangue” è andata ad una sola lingua da loro prescelta. Mentre tutte le altre lingue italiche (che erano 32 ai tempi di Augusto) nonché quelle mediterranee lato sensu non hanno meritato le loro attenzioni. Perchè? Ovvio: essi sono partiti dall’ideologia secondo cui tutta la civiltà mediterranea oggi percepibile avrebbe l’incipit nell’Urbe. Da qui il “soccorso” della lingua sarda nei confronti della propria… “madre”! Ma vediamo di seguito qualche esempio che meglio illustra la questione.

Accásu log. ‘per caso, forse’; cfr. sp. acaso. Wagner deriva accásu dal sd. casu, e questo direttamente dall’it. caso ‘avvenimento fortuito, imprevisto’, considerandolo dunque non solo un prestito ma anche un cultismo italianizzante. A sua volta, occorre badare che tutti i linguisti sinora hanno considerato la base di it. caso, ossia il lat. cāsus, come cultismo che fu tale già nella fase latina. Non hanno saputo fare diversa considerazione davanti al verbo da loro considerato l’incipit, che è cădere ‘cadere, cascare’. Il cultismo sortirebbe – secondo loro – dalla fusione (o confusione) della semantica del “cadere” con quella dell’ “accadere”. Questa confusione dura da oltre 2500 anni, ma è confusione confezionata “a tavolino”, freddamente, senza meditazione, quindi idealistica, ed è ora di dare un colpo a tale nodo gordiano. La vera base etimologica del lat. cāsus, it. caso, sd. casu è l’akk. ḫašû ‘frantumare’, anche ‘to become dark, diventar buio’, ‘suffer darkness, essere cieco’. Insomma, tutto rinvia alle origini dell’Universo e all’arcaico cognome sd. Casu, identico al gr. Χάος, ambedue riferiti all’immensa buia cavità che accolse le acque primordiali. Pertanto il riferimento non è alla caduta ma al caos.
Avu sd. ‘nonno’ = it. avo apparso in Italia prima del 1374 col Petrarca; al pl. ‘antenati’ (1581, T. Tasso); vocabolo ritenuto dotto dal DELI, originario dal lat. āvu(m), a sua volta considerato di origine indoeuropea col sign. di ‘anziano’. Non discuto, per spirito di carità, che l’origine possa essere indoeuropea, ma la voce è condivisa anche nel campo semitico, dall’ebr. āv ‘padre’ ( אׇב ).
Cartu log. ‘misura di grano, di fave, ecc.’. Cfr. it. quarto ‘idem’ (che soltanto foneticamente corrisponde al lat. quartum ‘quarta parte’ aggettivale di quattru: vedi). Wagner non dà l’etimo, sembrandogli ovvia e bastante la derivazione latina. Invero, base etimologica è l’akk. kārtum ‘prezzo corrente’. Cfr. akk. qa ‘misura di circa 1 litro’; karāṭum ‘(merce vendibile), da cui it. carato (misura per pietre e metalli preziosi).
Para camp. ‘frate’. Wagner lo deriva dal cat. parə ‘padre’ (padre in ogni senso, anche come sarcerdote o mestierante del sacro). Anche in altri dialetti italiani abbiamo gli stessi esiti. Ma in ciò Wagner è generoso, perché ogni volta che cita l’origine catalana vuole sempre intendere che il catalano stesso a sua volta ha origini latine, quindi le parentele con analoghe voci italiane sono già messe nel conto. Ovviamente questo modo di andare per etimologie è incongruo, quindi mi tocca subentrare precisando che para s’incontra con l’akk. pâru(m) ‘cercare, andare a cercare’. I primi monaci che diedero impulso alla costruzione della Cristianità erano anzitutto frati “cercatori”, per aver fatto voto di assoluta povertà. Nonostante tale vocazione, i frati non sono mai stati indicati come “pitocchi” ma in altro modo, almeno in Sardegna; l’uomo sardo aveva un tale rispetto della povertà, che anche il classico mendicante non veniva chiamato così, sibbene mazináiu ‘venditore d’immaginette sacre’, con riferimento a ciò che lo caratterizzava. Così fu per i primi frati cristiani, che vennero catalogati come ‘cercatori’, dall’akk. pâru(m).
Párdula. In Campidano è il corrispettivo della casatìna del nord Sardegna, ma al posto del formaggio si preferisce la ricotta. La base etimologica è l’akk. parû ‘base’ + dulû ‘secchiello’ (stato costrutto par-dulû > párdula), col significato di ‘base a secchiello’. Secondo Wagner questa voce può risalire a lat. quadrula «siccome le pardulas sono di forma quadra». Ma i dolci chiamati párdulas sono tutti di forma tonda. Sale a galla l’ennesimo intento ideologico d’indovinare anzitutto la fonetica latina più consona, proporla come fosse una base etimologica cogente, e ricondurre ad essa il significato della parola sarda, con plateali stravolgimenti della realtà.
Pesáre1 log., pesái camp. ‘pesare, bilanciare’ (Stat. Sass. I, 30 (13r): Sa mercatantia et issas cosas qui si aen uender sas quales se pesan, neuna persone uendat ouer peset ultra libras .X. si non cum sa istatea dessu cumone); fig. ‘apprezzare, giudicare il carattere, l’indole di una persona, ponderare’: l’appo pesadu bene. Cfr. lat. pendere ‘appendere, pesare, pagare’. Se ne ignorò l’origine, che è dall’akk. pedû, padûm ‘to set free, absolve, be merciful; liberare, assolvere, esser pio’. Questi concetti sono strettamente legati alle pratiche dei dazi reali ed anche alla pratica della decima data al tempio: da una parte il concetto della assoluzione, affrancamento del cittadino che ha fatto verificare la produzione, cedendo una parte come tributo al re; dall’altra, parimenti, la giustezza del tributo dovuto al tempio, dimostrazione di pìetas, di correttezza nel rapporto con Dio.
Piatza sass. (nell’agglomerato urbano è il luogo alquanto largo creato per ampiamento d’una via, d’un sito). Termine paneuropeo ed eurasiatico, del quale uno dei riferimenti sta nel gr. πλατύς ‘largo, ampio’, fem. πλατεῖα ‘via ampia nella città’; cfr. lat. plătēa ‘via ampia, cortile’. Pompeo Calvia: Li Candaléri fàrani in piàtza / cu li vétti di rasu trimuréndi… ‘I Candelieri scendono in piazza (ossia nella via più larga di Sàssari), con i nastri di raso tremolanti…’. Vedi anche sp. plaza ‘piazza’, fr. place ‘piazza’ ma anche ‘posto, sito’ = ingl. place ‘luogo, sito’ (le ultime tre voci sono latinismi da plătēa).
Il lemma sardo piatza, pratza, paltza e simili, così semplice e così complesso, ha numerose parentele semantiche oltre a quelle viste, ad iniziare da it. pertùgio ‘stretta apertura naturale o artificiale’, sd. paltùsu, partùsu ‘foro’, per estensione ‘ano’; camp. pratzìri, log. paltìre ‘dividere, staccare’, lat. partior ‘divido’; it. partìre ‘dare origine al moto di allontanamento’.
Il termine sardo non è un latinismo, non lo è nemmeno il termine italico, e nemmeno lo sono i derivati sardi come pratzìri, paltzìri ecc. Il termine è arcaico, mediterraneo, primamente sumerico: appunto da sum. pad, padr, par ‘rompere, spaccare, dividere’ + zu ‘lama o punta dell’aratro’: par-zu ‘spaccare con l’aratro’, oppure par + tab ‘compartire in due, suddividere’: par-tab ‘rompere in due’.
Pilu1, filu. In log. e camp. significa ‘pelo, capello’. Viene proposto dal lat. pĭlus. Ma se ne ignorò l’origine. In analogia con pūbēs ‘peluria’ dei giovanetti, la -l- è una originaria -r- mediterranea: cfr. ebr. pera ‘pelo’, akk. per’u ‘bud, shoot’; vedi sass. péru ‘pelo’.
Pisciòni camp. ‘polpaccio’. Ancorato alla pregiudiziale latina, Wagner segnala come base il lat. piscis ‘pesce’, senza badare all’assurdo accostamento. Invece la base etimologica è il sum. peš ‘topo’ + unu ‘(animale) selvaggio’, col significato di ‘topo selvaggio’ (ossia Rattus). Questa voce è autoctona della Sardegna. Ma la circolazione culturale nel Mediterraneo non è mai cessata; pertanto anche i Latini vollero comparare il muscolo (ad esempio, quello del braccio) al musculus ‘topolino’, causa l’atteggiamento tipico dei topi d’ingobbire la schiena quando stanno fermi.
Ragno (voce italiana). Ma vedi sd. ranzόlu, aranzόlu, arranzόlu ‘ragno’ (Araneum species). Cfr. lat. arāneum, gr. αράχνη ‘ragno’. Base etimologica il sum. raḫ ‘to kill, uccidere’ + nu ‘to spin (thread), tessere (fili)’. Il composto raḫ-nu (> it. ragno) significò ‘assassino che tesse’. In Sardegna ritroviamo la stessa base mediterranea ma col suffisso aggettivale -lu. Questo è uno dei tanti esempi di false origini latine.
Siḍḍu2 (Bitti) ‘moneta antica’; (Desulo) ‘occhio di pernice’ (callo); (Cagliari ‘stella di mare’ (echinoderma), ‘cerniera, cardine delle ostriche e delle arselle’ (Marcialis); ‘coppetta, ventosa del polpo’. Nel CSNT figura col senso di ‘sigillo’; armentariu de sigillu (88, 115, 240); maiore de siillu (129). Wagner propone sbrigativamente per tutte queste voci l’origine dal lat. sigillum. Ma quest’operazione è ametodica, poiché le semantiche sono molto diverse e vanno spiegate una a una.
La prima voce, relativa alla ‘moneta antica’, ha base etimologica nel sum. šid ‘to count’. Quella relativa alla ‘ventosa’ del polpo può avere base nel sum. sidug ‘cavity, cavità’. Il significato di ‘stella marina’ può corrispondere al sum. si ‘horn, corno’ + du ‘to go, andare’ (col significato di ‘corni che camminano’). Il significato di ‘occhio di pernice’ può essere dal sum. si ‘horn, corno’ + dun ‘to dig, scavare’ (col significato di ‘corno che scava, che infilza’).
Sitzillu camp. ‘quarzo, silice’; sa pedra sitzía ‘pietra focaia’ (Mògoro). Base etimologica il sum. zi ‘life, vita, soffio’ + zu ‘flint, pietra focaia’ + illu ‘source, sorgente’. Il composto ziz-z-illu significò ‘pietra (focaia) sorgente di vita’. Tale fu il grande significato iniziale. Voler derivare questa voce dal lat. siliceus ‘di silice’ (come propone Wagner) significa storpiarne la vocalità e dare alla voce sarda un marchio d’accatto immeritato.
Suspirare log. ‘separare il siero dal latte’ (Spano). Base etimologica il sum. peš ‘to be thick, essere spesso’. Il latte nella cagliata s’ispessisce. Però noto che la definizione dello Spano è infelice, poiché il siero non è un bi-componente separabile dal latte ma è un prodotto di trasformazione, diventato tale dopo l’inserimento del caglio. Wagner a sua volta s’intromise sull’infelice traduzione dello Spano, aggravando la situazione (DES II 252), poiché origina suspisare da un inesistente lat. *suspe(n)sare, quasi un ‘sospendere’, ignorando peraltro il contesto della caseificazione e rinunciando a interpretarlo.

4) Ampiezza del “pretoscano”. Sanna DS 73-74 s’insedia in una vedetta senza prospettive quando accoglie come “pre-toscano” l’esito -i, -u del vocalismo còrso-sardo e del meridione d’Italia. Egli ha scelto di far correre una manciatina di considerazioni entro una asfittica e fumosa sincronia che non consente addentellati di sorta alle dimostrazioni linguistiche. Negandosi alla diacronia, non ha potuto capire che la -u è fenomeno arcaico, anzitutto sumerico, egizio, poi accadico, e pervade in ogni epoca tutto il Mediterraneo, non solo il mondo còrso-sardo-sìculo-càlabro ma anche quello latino col suo -us, e persino il mondo ligure.
Quanto all’esito -i, avrebbe fatto meglio a confrontare questo suffisso campidanese con quello logudorese in -e; ciò gli avrebbe consentito di apprezzare in certo modo la macro-divisione dialettale dell’Isola. Ma osservo che, mentre il suffisso sumerico -e si mantiene entro il bacino logudorese, il suffisso -i (con radici ebraico-ugaritiche) travalica i confini della parlata campidanese, specialmente per quanto riguarda i toponimi e i macro-toponimi.
Sàssari, Ùsini, Sénnari, Bùnnari, Òschiri e altri toponimi o idronimi trisillabi del Sassarese terminanti in -i, hanno accento sdrucciolo, e tramandano il suffisso ebraico-ugaritico (e latino) -i-, esattamente come Càgliari ed altri toponimi campidanesi sdruccioli (Assémini, Barùmini, Flùmini, ecc.), nonché parecchi toponimi sardi con accento piano come Dorgáli, Oziéri, Ortuéri ecc.
Wagner (HLS § 46) fa osservare che nell’antica Carta campidanese con caratteri greci prevaleva di gran lunga per tutta l’Isola il suffisso sumerico -e (egli ovviamente ne ignorava l’origine, e lo lasciò senza commento perché non lo capì). Ma fa notare un’altra cosa importante, che dopo l’Anno Mille di questa Era la -e pansarda si trasformò al Sud “in una -i rilassata”. Esito che, avanzando dall’epicentro di Cagliari, non aveva ancora conquistato la metà della Sardegna ai tempi della Carta de Logu e del Codice di Bonàrcado.
Penso che la causa del dilagare della -i non possa attribuirsi nè alla lingua latina nè a quella italiana incalzante dopo il Mille. Infatti va rilevato che la -e sumero-logudorese, al momento della “rivincita” della -i ugaritico-latina-campidanese, avrebbe potuto avere le stesse possibilità del Sud per sparire oppure adeguarsi alla -i. Infatti il dominio latino pervase tutta l’isola, ma solo la parte Nord – guarda caso – rimase affezionata al suffisso -e. Cessato il dominio romano ed arrivati i Quattro Secoli Bui, allorché prevalse a vari livelli la lingua greca, nemmeno allora l’isola fu pervasa interamente dal suffisso -i, nonostante che pure i Greco-bizantini nella propria lingua avessero dei suffissi in -i.
Con l’avvento delle Repubbliche marinare, ci accorgiamo che i tosco-genovesi dopo l’Anno Mille non poterono influire nella questione, sia perché non avevano suffissi in -i, sia perché il suffisso logudorese in -e era circoscritto a ben precisi vocaboli, che non corrispondevano al vocabolario italico.
C’è, a mio avviso, una sola spiegazione possibile all’avanzata della -i dopo l’Anno Mille su mezza isola. Partendo da Sud, dalla capitale dell’isola, s’era messo in moto un rinnovamento culturale al quale partecipava non solo il clero latino (ricordo che i migliori intellettuali latini furono sempre esiliati a Cagliari), ma s’era mossa con esso anche la forte etnia ebraica, della quale ancora oggi rimane traccia nei toponimi, nei cognomi e in tanti altri settori dello scibile sardo. Non va dimenticato che gli Ebrei sono sempre stati, nella storia dell’umanità, i soli veramente acculturati in mezzo a masse di analfabeti. Con buona evidenza, anche gli Ebrei risiedettero precipuamente a Cagliari e al sud dell’isola. A mio avviso, furono anche loro, congiuntamente al clero latino, a tener vivo ed espandere il suffisso ebraico-ugaritico -i, il quale finalmente, con tali forze unite, cominciò a sfaldare la millenaria persistenza dell’arcaica lingua sumerica, che fino al Mille dell’Era volgare s’esprimeva col suffisso -e ed aveva la supremazia nell’intera Isola, come ancora viene documentato dallo speciale vernacolo dei Ramai di Ìsili4.

5) Il pregiudizio della “diversa età” dei dialetti sardi. Il Sanna a proposito degli esiti appena scrutati di -i, -u ha usato (ed usa per tutto il libro) i soliti stereotipi circolanti tra i filologi romanzi. Quindi l’ambiguità e l’inconsapevole inganno regnano sovrani allorché introduce l’opposizione tra “dialetti di recente formazione” e “dialetti di epoche antiche”, scrivendo (DS 73) che il Petkanov afferma «la antichissima origine dei due dialetti [gallurese e sassarese]. Egli studiò i caratteri del còrso, del gallurese e del sassarese per individuare quali dovessero attribuirsi al sardo pre-toscano e quali all’influenza toscana». Da questa frase e dall’intero contesto della pagina 73 il lettore percepisce facilmente che la “antichissima origine” è, guarda caso, …pre-toscana, viene definita magicamente e seccamente “pre-toscana”: una classificazione a-scientifica sulla quale non si ricevono lumi perché ognuno di questi studiosi l’ha formulata senza qualificarla nel tempo e nello spazio e senza curarsi delle conseguenze dirompenti che un aggettivale così vacuo ha sugli studi linguistici e sulla cultura mediterranea.

6) Il pregiudizio della “completa romanizzazione”. Non metterebbe conto sottolineare l’assurda credulità del Sanna (DS 75) sulla completa romanizzazione della Corsica e della Sardegna già ai tempi di Plinio il Vecchio ossia 300 anni dopo l’invasione. Evidentemente al Sanna sfuggì che le due isole avevano pochissime città costiere (specialmente la Corsica), e per il resto sono aspramente montuose (specie la Corsica), un poderoso baluardo naturale contro ogni tipo di penetrazione armata. A quale “completa romanizzazione” si riferisce dunque il Sanna? Epperò notiamo che il Sanna è in buona compagnia, poiché la “completa romanizzazione” fino all’Alto Medioevo è millantata da miriadi di filologi, a cominciare da Massimo Pittau.
Di questo passo, è cogente che ognuno dei discorsi tenuti dal Sanna in DS vada preso con le pinze, passato alla fiamma di una rigorosa critica storico-geografico-linguistica. Infatti, se approvassimo le credulità del Sanna e della gran copia di filologi romanzi ancora fissi su queste panzane, ogni indagine sulle lingue della Corsica e della Sardegna diverrebbe impresentabile alle accademie di tutto il mondo.
Come esempio negativo al riguardo possiamo additare Massimo Pittau5, il quale ha scandagliato tutto il Corpo delle Iscrizioni Latine, com­pre­sa la Sezione speciale della Sardegna, ricavandone una messe di antroponimi che per buona parte gli sono serviti a giustificare l’etimo di oltre 540 nomi o toponimi dell’isola. Nel suo libro Pittau discute lungamente6 sui toponimi sardi a base latina, con un entusiasmo ed un’irruenza che a volte travolge e contraddice le sue precedenti posizioni.
Ho sopportato di buon grado che Pittau non tenesse conto delle im­po­stazioni archeologico-storico-antropologiche dalle quali occorrerebbe par­ti­re per darsi il metodo più corretto nell’interpretare i toponimi. Però Pittau ha passato la misura e si è rivelato il più acceso sostenitore della teoria d’una integrale latinizzazione della Barbagia (la quale è il cuore intimo e selvaggio della Sardegna). Latinizzazione talmente integrale da comportare la creazione di numerosissimi latifondi, imposti dappertutto, anche sulle singole fontane (ossia su 100 mq), sulle falesie inapprodabili, sugli orridi più inutili della storia geologica e pedologica della Sardegna.
Egli imputa quasi tutte le 540 sopravvivenze onomastiche latine ad altrettanti latifondi (o quasi), il che è troppo, se pensiamo che una siffatta ripartizione terriera avrebbe comportato ben poco spazio economico per i singoli padroni. Eppure egli scrive che «queste connessioni dimostrano in maniera chiarissima e certa che i latifondisti romani sono venuti in Sardegna, al fine di sfruttare tutte le sue potenzialità economiche, in numero veramente notevole». Prosegue: «La presenza nella Sardegna antica di un così rilevante numero di latifondisti romani – che però potevano risiedere sistematicamente a Roma e venire solo di tanto in tanto nell’isola per controllare i loro possedimenti lasciati alla cura effettiva di liberti – è molto significativa già per se stessa, per l’elevata cifra che essa mostra di aver raggiunto, ma lo è molto di più se si considera che questi latifondisti hanno di certo importato nell’isola pure un congruente numero di centinaia e forse anche di migliaia di coloni e di schiavi al fine di sfruttare a dovere i loro fondi (villae, praedia, fundi), le saline e le miniere». E prosegue: «La documentazione degli antroponimi latini in tutte le zone della Sardegna, compresa la zona centrale e montana, cioè fondamentalmente la attuale Barbagia ed anche l’Ogliastra, ci offre una prova certa ed evidente che coloni e schiavi forestieri sono stati importati e si sono stabiliti in forze perfino in quella zona. La qual cosa conferma e viene confermata anch’essa dal quadro linguistico generale, per il quale è del tutto certo che pure nella zona montana, cioè pure in tutti i villaggi della Barbagia e dell’Ogliastra, si parlano tuttora esclusivamente parlate neolatine, cioè derivate direttamente e solamente dal latino.» …«La presenza di folti gruppi di coloni e di schiavi anche nella zona interna e montana della Sardegna mette una croce definitiva sopra un luogo comune molto diffuso tra i Sardi, anche fra quelli dotati di cultura superiore: luogo comune secondo cui la Barbagia non sarebbe mai stata conquistata dai Romani, per cui essa avrebbe a lungo costituito la zona resistenziale dei Sardi ribelli (in particolare degli antichi Ilienses e dei loro eredi Barbaricini)». Conclude sostenendo che la pretesa nazionalità dei Barbaricini è «purtroppo contraddetta totalmente ed alla radice dai dati incontrovertibili (sic!) della situazione linguistica generale e da quella onomastica particolare dell’intera Sardegna interna e montana. Perfino i nomi di parecchi villaggi di quella zona, Come Bultéi, Lula, Osidda, Orotelli, Orani, Ottana, Fonni, Gadoni, Elini, Locéri, Osini, Seui, Seulo, Esterzili con grande probabilità derivano dai nomi di altrettanti latifondisti latini: Bulteius, Lucula, *Osilla, Ortellius, Oranius, Ottius, Fonnius, Catonius, Elinus, Locerius, Osinius, Seunius, Sedulius, Stertinius».
Nel mio libro La Toponomastica in Sardegna si può leggere, per quasi tutti i toponimi su accennati e pure per altri addotti dal Pittau, una diversa etimologia, poichè vivaddio sono altri gli approcci alla toponomastica sarda (parlo di approcci integrali, seri, senza scorciatoie). Per tener dietro alle intuizioni del Pittau occorrerebbe ovviamente immaginare che la Barbagia sia stata depopulata dai Romani, e dovremmo accettare che i famosi 80.000 schiavi venduti sulla piazza di Roma fossero tutti Barbaricini. Altrimenti non si spiega perchè proprio la Barbagia abbia subito una romanizzazione (iniezione di schiavi e coloni italici) così integrale da aver visto sparire la propria gente e la lingua originaria.
A parte il fatto che, notoriamente, gli schiavi non erano latini e quindi non avrebbero potuto romanizzare alcunché, in realtà la lingua dei vinti non è mai sparita dalla Barbagia, anche perché i Barbaricini non furono mai vinti, semmai furono placati per mezzo di contropartite territoriali e fiscali tutt’altro che secondarie, come si può intuire anche dall’uso delle strade romane, che romane non erano, essendo state costruite ed usate dai Sardi molto prima dei Romani. Come possiamo misurare, infatti, il genio romano, così celebre specialmente nella tradizione politica, quella che fece grande l’Urbe, se non ne intuiamo l’applicazione anche nei confronti di questi montanari bellicosi ma non idioti?
Nessuno nega la serietà dell’indagine fatta dal Pittau sul Corpus Inscriptionum Latinarum, ma nessuno può autorizzarlo a traslare 540 antroponimi per il solo fatto che ne ha misurato la congruenza fonetica con quella dei toponimi sardi. La Regola dei cinque fonemi 7, ossia di cinque fonemi che si ripetono identici tra due parole di diversa lingua, da sola non ha consistenza scientifica, se non viene integrata e non s’appoggia a tutte le altre premesse metodologiche, che vanno tenute pre­sen­ti di fronte a un toponimo dal quale tentiamo d’eviscerare l’etimologia.
Ho dimostrato a suo luogo8 che le “leggi fonetiche” di tal fatta sono metodologicamente errate e gettano il ridicolo su chi le propone. Dunque è periglioso adagiarsi sulla Legge dei cinque fonemi e volare liberi sopra la selva dei toponimi sardi. Occorre acribia, senso della storia, sensibilità antropologica. E in relazione ai toponimi occorre un profondo senso della geografia, quella veramente vissuta e compresa dal popolo sardo nell’isolamento dei cantoni dove ebbe il destino di vivere.
Ma torniamo alle leggi fonetiche. È veramente convinto, il Pittau, che tutti (o quasi) i 540 antroponimi latini siano la base di altrettanti toponimi sardi (antichi personali latini) che denunciano la presenza d’un latifondo? Strano ma vero: pressochè tutti i 540 nomi di padroni latini terminano in -ius. Pittau deve pur sapere che nell’isola esiste una legge fonetica rigorosa che impone di traslare i personali latini in -ius nel personale sardo in -i. Il lat. Anton-ius è traslato nel sd. Antòn-i, il lat. Basilius nel sd. Basìli, il lat. Gabin-ius nel sd. Gaìn-i. Questi sono dei personali al nominativo, non al genitivo, pertanto non sottintendono, putacaso, un praedius Antoni, un “latifondo di Antonio”. Questa convinzione – supporta­ta da una legge fonetica – mi fa rifiutare i supposti genitivi “prediali” del Pittau, che pre­suppongono un servus, colonus, villa, praedius (del tale o del talaltro), che travolgerebbero tutte le teorie storiche, archeologiche, linguistiche sin qui elaborate sulle popolazioni della Barbagia.
Che c’entra, infine, lo strano discorso di una romanizzazione più integrale rispetto alle pianure, ed il fatto che sia stata proprio la Barbagia ad avere conservato intatta la lingua latina? Sembra che Pittau abbia dimenticato una legge fondamentale della glottologia, quella dell’isolamento = conservazione. In Barbagia la storia ha sempre operato in ritardo a causa dell’inverosimile isolamento d’un sistema montano diviso da innumerevoli profondissime forre dove scorrono sistemi idrici segreganti. Quindi è con ritardo che la Barbagia orecchiò la lingua parlata dai dominatori di “civiltà superiore”; e con ritardo (troppo ritardo, in virtù delle vicende storiche e dell’allucinante isolamento) questo supposto latino (in realtà è l’antico-sardo!) si sta ancora evolvendo rispetto alle attuali parlate delle città. Pittau ha dimenticato (ma con La Toponomastica in Sardegna lo ricordo ad ogni pie’ sospinto) che in Sardegna i toponimi più conservativi sono in gran parte quelli barbaricini e che – guarda caso – questi toponimi sono in massima parte d’origine sumero-semitica. In Barbagia i 540 antroponimi latini del Pittau si riducono a poche decine: la montagna partorisce un topolino.

7) La pregiudiziale latina e le antiche carte volgari. Il refrain di ogni filologo romanzo (non escluso Sanna ed i colleghi da lui tirati in campo) è quello di dichiarare la lingua sarda originata dal latino. E la classificano come “lingua romanza”. Questa pregiudiziale è un errore gnoseologico enorme e dannosissimo, ed ha influito negativamente anche sulla qualità della traduzione e nella stessa valutazione delle antiche carte della Sardegna.
Nelle carte sarde medievali ci sono effettivamente dei latinismi (come vedremo), ma essi sono stati male interpretati a causa dei pregiudizi e degli equivoci che da sempre hanno covato sulla questione. A quanto pare gli equivoci non sono recenti, essendoci persino da prima che Dante assumesse la nota posizione nel De Vulgari Eloquentia, considerando i Sardi scimmiottatori dei Latini. Forse gli equivoci risalgono addirittura agli antichi Romani. Non ci possiamo meravigliare. Di malintesi è zeppa la storia della cultura. Si dice che Giulio Cesare fosse poliglotta, e fosse tanto geniale da saper dettare in una sola seduta più lettere in diverse lingue straniere. Ma le performances di Cesare necessitano d’interpretazione, ad evitare che di quel condottiero si tessano lodi esagerate. Ho grande ammirazione per il genio di Cesare, ma penso che le dettature parallele e simultanee gli riuscissero facili per il fatto che i popoli celtici ed altri popoli ai quali scriveva parlavano lingue molto simili a quella latina (ed a quella sarda), ancora prima che essi fossero colonizzati da Roma. Io sono convinto di questa asserzione, la quale va a ribadire la verità di quanto confermo per tutto questo libro.

13. IL PERNICIOSO METODO DELLE “SOMIGLIANZE FONETICHE”

Ho già evidenziato l’inanità della “Legge dei cinque fonemi” propugnata dal Pittau. Tra i filologi romanzi egli non è il solo a “camminare sull’acqua” nel tentativo di assicurarsi una via privata verso la “Rivelazione”. Lo squallore “gotico” dei ricercatori di etimologie è da manuale, e segnerà negativamente la storia della cultura.
Al riguardo ogni lettore, ogni ricercatore, ogni accademico è vivamente pregato di leggere i capitoli preliminari del mio La Toponomastica in Sardegna, dove prendo spunto dal libro “Paleosardo” di Eduardo Blasco Ferrer per negare a quel signore la qualifica di “studioso”. Finché ha vissuto, egli ha sguazzato entro numerosi focolai di cultura, uscendone indenne. Però è con “Paleosardo” che si è scavato la fossa; e purtroppo sono ancora molti a vivacchiare azzoppando le cattedre di linguistica e glottologia con uguali posizioni assurde, ascientifiche, demenziali.
Il libro “Paleosardo” ebbe l’imprimatur delle accademie tedesche, le quali evidentemente non ebbero né forza, né coraggio né capacità di ostacolare EBF nelle sue folli incornate contro i palazzi della cultura.
EBF ebbe la spudoratezza di scrivere che basta una consonante (al massimo due!) condivisa tra due parole di lingue diverse (anche tra loro lontane, come sardo e basco) per dimostrarne la parentela (sic!). In tal guisa, direi, è facile mostrare la parentela del sardo anche col cinese o col giavanese. Ebbene, a lui bastò questa “intuizione rivoluzionaria” per “dimostrare” che tutta la lingua sarda deriva de 25 parole basche. Sic! Per lui bastano 25 parole basche, smembrate nelle singole componenti foniche, per avere un gruzzolo di suoni che riappaiono singolarmente o in coppia nei 100.000 vocaboli sardi. Miracolo! EBF non lo disse chiaramente poiché comunicò spesso in suspu, subliminalmente, però fece trapelare che i Sardi, prima dell’arrivo dei Baschi, grugnivano come maiali ed impararono il linguaggio ed il vocabolario grazie al popolo basco. Miracolo!
Non metterebbe conto citare e dare importanza a chi distrugge i capisaldi della cultura a incornate. Purtroppo ne debbo parlare, per lanciare il “save our souls”, poiché le sue teorie sono condivise da una massa di accademici morti e vivi, con la differenza che mentre la “massa” dei glottologi e dei linguisti alla chetichella, ognuno per conto suo, distilla qua e là qualche sproloquio, lui invece li assomma tutti insieme come lo tsunami di Santorini. Quindi, parlando di lui, parlo allo stesso tempo di tutti coloro che stanno distruggendo la cultura sarda.

Senza leggere i capp. 2 e 3 del mio La Toponomastica in Sardegna, non si può avere contezza del metodo scientifico necessario a contrastare e sbaragliare tanto marciume. Di seguito tento soltanto qualche accenno, prendendo spunto dalla pretesa di EBF secondo cui bastino uno-due suoni per apparentare due vocaboli di nazionalità diversa. Pittau aveva proposto 5 suoni: quindi egli era molto più credibile. Ma ambo le teorie, quella di EBF e quella del Pittau, sono esiziali, distruttive, certamente non edificanti.
Attenzione! Sto discutendo di una questione importantissima, ossia della “tecnica di segmentazione” di una parola attuale nell’intento di analizzarne i componenti ed estrarne l’etimologia. È la stessa tecnica che ho impiegato, tra l’altro, per la traduzione della Stele di Nora, traduzione che mi è riuscita, mentre gli altri traduttori (compreso il mio Maestro) hanno fallito proprio perché sbagliavano segmentazione!
Ai fini dell’etimo, non nego che due parole debbano confrontarsi tra loro mediante le identità foniche (beninteso, non mediante uno-due fonemi, quando la parola è polisillabica!). In primis però debbono disporre di un significato somigliante, già verificato tramite i rispettivi dizionari (operazione mai nemmeno sognata da EBF). In secundis, è essenziale riuscire a districare, di una parola, i fono-semantemi arcaici, i radicali arcaici, quelli che – dopo millenni e pur nelle parziali modifiche sopravvenute – l’hanno portata sino a noi confezionata in un certo modo e con un certo significato.
Ad esempio, qual è il modo corretto di segmentare il personale inglese John? E come si può giungere senza danno a fornirgli un etimo indiscutibile? Per gestire con sicurezza la tecnica etimologica occorre in questo caso avere presenti le leggi fonetiche germaniche ed anglosassoni della contrazione delle voci e dei composti, una contrazione che può giungere alle estreme conseguenze come per John. Procedendo a ritroso con questa consapevolezza, occorre sapere con certezza che John è l’equivalente dell’it. Giovanni e dell’ebr. Johan, nome attribuito ad un predicatore ebreo durante la giovinezza di Gesù. Occorre in più conoscere il sostanzioso fenomeno post-esilico dei nomi in stato costrutto, dove spesso compariva nel primo o nel secondo membro il tetragramma ebraico IAHW, da taluni pronunciato Jahvè, da altri Geova (equivalente al lat. Jovis). Indagando tra le centinaia di esempi post-esilici, si riesce a capire che il tetragramma IAHW nei nomi composti fu modificato per metafonesi e per contrazione in parecchi modi, uno dei quali è proprio Jo-. Eccoci dunque alla possibilità di smembrare correttamente il nome composto Jo-hn. Il secondo membro risulterebbe ancora meno interpretabile, se non avessimo una pletora di esempi, diluiti nei millenni, donde evincere che -Hn non è altro che l’estrema semplificazione di Canahan (Kena’an). Ora abbiamo tutti gli elementi per affermare che John significa ‘Geova di Canahan’.
Il linguista che, gestendo la “tecnica della separazione delle sillabe”, creda possa bastargli la “analogia fonica”, sbaglia grandemente se non sa gestire le altre due tecniche da me citate. Infatti, senza un’indagine seria e profonda non sarà mai in grado di confermare se la separazione sillabica di una parola attuale fu identica anche in origine, quando essa sortì da morfo-semantemi dei quali a priori non sappiamo nulla, se prima non li scoviamo nei dizionari antichi, non li analizziamo, non proviamo a ricomporli in una catena fonematica capace di restituirci dei sensi adeguati alla parola attuale, dalla quale siamo partiti.
Pertanto è demenziale sancire parentele tra parole che condividono soltanto uno-due suoni. Ancora più folle è sancire il tutto “a tavolino”, senza avere analizzato materialmente alcunché (questa fu, purtroppo, la tecnica di EBF). Dico ancora di più: la parentela non viene provata nemmeno se due parole condividono cinque fonemi (ricordo che questa era la tecnica del Pittau).
Al contrario, nella tecnica etimologica occorre praticare e tener salda la mia Regola della segmentazione variabile dei vocaboli. Poniamo l’esempio di una parola trisillaba attuale, ed assumiamo che sia divisibile in ab-cd-ef. Nell’indagine storica, per giungere al fondo primitivo della sua possibile origine, dobbiamo tenere aperta ogni possibilità, ossia che la voce primitiva individuata sia divibile come l’attuale in ab-cd-ef, ma che sia pure divisibile in abc-de-f, ed anche in a-bc-def, od anche in abc-def, o in ab-cdef, o in a-b-cdef.
Lungi dal proporre le ideologie “da tavolino” di EBF, spero sia chiara la necessità di analizzare ogni voce per conto suo, non solo per capire bene l’ambiente che ha generato quel toponimo o quel nome, ma pure per confrontarsi, liberando la mente da preconcetti, con la variegata “legge della segmentazione variabile” (appunto le alternative tra ab-cd-ef, abc-de-f, a-bc-def, abc-def, ab-cdef, a-b-cdef…)
Vivaddio, occorre che accendiamo la nostra acribia e respingiamo ogni schema precostituito, uno schema propugnato per vie ideologiche e metalinguistiche. Alla luce di questa necessità, non è facile stabilire a priori una etimologia valida per tutti i radicali o vocaboli omofoni. La ricerca etimologica è fatica e dubbio e noi, perennemente assillati dal dubbio!, saremo costretti a ricercare con fatica l’etimo appropriato ad ogni singola voce isolabile.
Le basi granitiche di una teoria si creano a posteriori, non a priori. Quindi il procedimento di segmentazione che EBF sbandiera (p. 64 e passim) non è scontato di fronte a una lingua (agglutinante o no) qual era l’antico sardo, nel senso che spesso, invece di una segmentazione ab-cd-ef, adatta a un certo lemma ed a certi radicali, altri lemmi ed altri radicali sardi richiedano, singolarmente, un taglio abc-de-f, o a-bc-def, o abc-def, o ab-cdef, o a-b-cdef.
Prendiamo l’esempio di un radicale (peraltro inesistente ed ipotizzato a tavolino da EBF!), quale *KUK (Paleosardo 125), al quale EBF dà arbitrariamente il “valore univoco” di ‘altura, cima’. Egli cita “a tavolino” radici sparse in Sardegna, in Francia, tra le lingue dravidiche. Purtroppo per lui, ognuno dei lemmi citati (kukku, kúkkuru, kúkkuru nieddu, Cuga, Cugui, Riu Cugada, Mela Kugada, Mela Kuka, Monquq, Cuq, Le Cuq, Cumont, Juxue, Jokoberro) ha un radicale peculiare, non condiviso dagli altri lemmi citati. Per quelli sardi rinvio al mio No.F.E.L.Sa., dove per kukku si ha la base sum. kukku ‘nero’, ‘dark places’ (raddoppiamento superlativo di ku ‘buco, cavità’): cfr. dravidico kaka ‘cornacchia, corvo’; per kúkkuru c’è il sum. kur ‘mountain’ che raddoppia in ku-kur-u, sd. ‘cima’). Quanto al riu Cuga, il termine ha base etimologica nel sum. kug ‘puro’ (riferito evidentemente alla bontà dell’acqua). E così via. Come si vede, tre parole = tre origini diverse (ku, kur, kug). L’invenzione “a tavolino” di un (ipotetico) *KUK si è rivelata demenziale.

*Deu (Paleosardo 125). Ho notato che quasi tutte le “etimologie” proposte da EBF partono demenzialmente da voci inventate. E nessuno riuscirà mai a capire quale fosse la sindrome che induceva EBF a inventarsi parole o radici anziché confrontare voci realmente esistenti o esistite. Colmo dei colmi, ad ogni radice inventata egli dava un nome (un nome, sic!), e, nel caso specifico, pretese indurci a credere che i toponimi sardi in -déu indichino il ‘bianco’. Lo pretese e basta, senza nemmeno darci una traccia per il confronto. Naturalmente nessuna ricerca è possibile, perché in sardo il ‘bianco’ è espresso altrimenti, e in basco quel deu non esiste nemmeno! Quintessenza dell’assurdo (sto moderando le parole). Mi rifiuto di trascrivere il suo indegno pezzo, ma invito il lettore a leggerlo attentamente, affinché si renda conto di quanto sia profondo il baratro di demenza dov’era precipitato.
Soltanto uno studioso a vocazione penitenziale può inseguire la contorta e vuota logica degli assunti con i quali EBF ha farcito il suo libro. Però voglio esaminare uno dei suoi tanti sproloqui, quello dellla celebre Ítria, patrona di qualche paese e titolare di qualche chiesa. Il culto derivò da un dipinto di Madonna-con-Bambino portato da Gerusalemme a Costantinopoli nel 401-450, collocato infine nel monastero detto delle Guide (biz. ódigon), e da esso la Vergine prese il nome di Odighítria. Il culto poi arrivò in Sardegna, si presume durante la lotta iconoclasta, nell’VIII secolo. I Sardi con frequenti semplificazioni giungono spesso a smembrare i nomi, quindi dobbiamo accettare che di Odigh-ítria sia rimasto soltanto il suffisso -Ítria (da antico -ḗtria) col nome abusivo di “guida”. Questo suffisso è in buona compagnia (vedi gr. geōme-tría e tanti altri in -tría, -tería, ecc.). Fatto singolare, in Sardegna questo suffisso bizantino continua a significare semplicemente ‘Guida’. Ci resta ora da vedere il confronto fatto da EBF tra il composto bizantino ódi-g- (-g- da ágō ‘conduco’) = ‘guido lungo la via’ col basco bide, bid-e ‘sentiero’. Se ne rileva l’assoluta incompatibilità fonetica: infatti hanno in comune soltanto -d-. Il lettore si chieda perché EBF ha fatto questa impresa metalinguistica, creando un turbine di follia e tentando di travolgerci con una -d-, mirando a dimostrare una indimostrabile colonizzazione linguistica della Sardegna da parte dei Baschi.

Peggiorando la tecnica usata per Odighétria, EBF tenta di travolgerci asserendo che il sd. rùbiu, arrùbiu, rùviu ‘rosso’ è ripetuto in parecchi toponimi sardi a dimostrazione della colonizzazione operata dal basco odol ‘sangue’. Ma il lettore s’accorge che le due voci non condividono nemmeno un fonema! Ed in più rùbiu ‘rosso’ è aggettivo, mentre odol ‘sangue’ è un sostantivo!

È inutile che EBF, ogni tanto, riesca finalmente a mettere a confronto dei suoni reali, quando poi essi non convergono in uno stesso significato. Esempio, in Paleosardo 104 confronta il nome del villaggio Goni col basco gain, goi ‘cima, vertice’. Ma Goni sta in una valle e prende il nome sacro dal suo bel nuraghe: sum. gune ‘centro di culto’. Con questa etimologia dò un colpo di spugna alle ipotesi che tendono ad affratellare i toponimi di questo tipo all’akk. gennu, ginnu, kinnû ‘montagna’.

EBF in Paleosardo 114 opera una delle innumerevoli effrazioni con cui tenta di dimostrare la colonizzazione della Sardegna introducendo la base basca ur (corrispondente al sum. uru ‘diluvio, inondazione’). Ma ciò non è vero per la Sardegna. L’isola è disseminata in modo indifferenziato del grumo fonetico -ur-, ma non c’è traccia delle “convinzioni” di EBF. Anche Paulis per questo grumo accredita l’innesto in Sardegna della parola basca ‘acqua’ (v. basco ur-il ‘acqua tranquilla’) e cita Plinio per urium ‘acqua fangosa’, rimanendo plagiato da quelle due attestazioni.
In realtà i singoli lemmi sottoposti ad analisi hanno dimostrato ognuno una propria personalità, e vanno considerati ognuno nel proprio contesto perché in Sardegna essi hanno sempre basi diverse. Vediamone qualcuno.

Ùras, comune dell’Oristanese, riproduce il sum. uraš, ‘terra, territorio’.
Baḍḍe Ùrbara, accanto alla vetta del Monte Ferru di Cùglieri, è un composto sardiano con base nell’akk. urû(m) ‘stallone’ + bāru (sinonimo di territorio libero, aperto), col significato di ‘valle degli stalloni’.
Ùrbidu, ùbridu è un ‘viottolo stretto e ingombro di selva’; anche un ‘luogo molto difficile da percorrere, con rocce alte’. Ha base nell’ant. bab. urbītum (che però è una pietra).
Il toponimo Domus Urbis in territorio di Osìni deriva probabilmente dal lat. Urbius, il nome di un antico proprietario.
Orgòsolo sorse in una conca montana granitica, dalle cui pendici evidentemente si poteva captare acqua (normalmente, un villaggio non nasce senza disporre d’acqua). In Sardegna il grumo org- viene supposto ma non dimostrato come spia di acqua scaturente dalle profondità o da anfratti. Questa rimane, ripeto, una supposizione, anche perché ad Orgosolo le acque sono superficiali. Il tentativo di convalidare la labile supposizione si può basare, per Orgòsolo, soltanto sulla agglutinazione sum. ur ‘essere abbondante’ + gu2 ‘impulso’ + su ‘immergere, sommergere’ + lu ‘essere abbondante’, col significato sintetico di ‘(fonti) che sommergono per l’abbondanza’. Ma qua si riesce a dimostrare soltanto che il grumo or-, ur- contiene il concetto di ‘abbondanza’, non di acqua.
Bruncu d’Urèle, nel selvaggio Supramonte di Baunéi, sta elevato sull’abisso che sprofonda nella Costa del Bue Marino, ed è spesso investito dalle nubi striscianti che salgono dal mare. Significa ‘la cima della nebbia’. Uréle, uriéle, buriéle, sd. ‘nuvoloso, oscuro’, ha la stessa radice di it. buriana ‘grosso ma breve temporale’, del log. buriáre ‘turbare: l’acqua, ma anche una persona’. Si può confrontare col greco Βορέας ‘vento del nord’ e col cat. boyra ‘nebbia’.
Urgálu a Talàna è un ‘rigagnolo’, ma è un troncamento, la cui forma-base è thurgálu, túrgalu (una radice diversa).
Urgu, cognome con base nell’akk. urḫu, arḫu ‘strada, sentiero’ ed anche ‘oggetto di bronzo’, nonché ‘luna, mese’. A meno che la base più antica non sia il sum. urgu ‘ferocia’ (da ur ‘cane’ + gu ‘abbaiare’).
Úrgua ha base nell’akk. urḫu ‘sentiero, passo montano’.
Uri, comune del Logudòro nord-occidentale, è da cfr. con la città biblica Ur, detta Uri in sumerico, senza dimenticare l’akk. uru ‘villaggio’ ma anche ‘(originario) di Ur’, e l’ebr. ‛yr ‘torre cittadina, altura fortificata’.
Urígu, cognome sardo, significa ‘originario di Uri’.
Urìzi sass. ‘orlo, orlatura, bordo’ (di gonna e altro); urìzi di una trèmma ‘bordo di un precipizio’. Ha base nell’akk. urizu ‘stone’, ‘pietra di confine’.
Il Taccu Ùrrulu si trova al centro della immensa piattaforma pinnacolata chiamata Mont’Arbu (altezza media 700 metri, appartenente meta per metà ai comuni di Jérzu e Tertenìa). Si tratta di una guglia soli­ta­ria, con pennacchio di piante in vetta, ed ha la base nel bab. urrû ‘curato, potato, snellito’: riferito alla palma.
Urrácci cognome ha base nell’akk. urrāku ‘scultore’. A pari merito, il cognome può essere un patronimico dal cgn Urru (vedi) + akk. aḫu ‘fratello’, ebr. aḥ (אָח) ‘fratello’, che nel Medioevo portò alla pronuncia Urr-ácci. Il significato è ‘dei fratelli Urru’, ‘della famiglia Urru’, ‘del clan degli Urru’.
Urzáki cognome medievale (CSMB 2, 208) che secondo Pittau DCS deriva dal cognomen latino Ursacius. È possibile. Ma è più congruo considerarlo un patronimico, da un antico cognome Urtzu, Urzu (per l’etimo, vedi Ursino) + akk. aḫu ‘fratello’, ebr. aḥ (אָח) ‘fratello’, che nel Medioevo portò alla pronuncia Urz-áki. Il significato è ‘dei fratelli Urzu’, ‘della famiglia Urzu’, ‘del clan degli Urzu’.
Urzuléi, nome di un villaggio dell’Ogliastra. Sembra il fitonimo sd. urthullé ‘salsapariglia’, ossia Smilax aspera L. Sul toponimo si possono azzardare varie opzioni legate soltanto all’omofonia, più che alla logica. L’opzione che ha un criterio accettabile è il composto akk. ūru ‘city’ + ṣullû ‘implorare, pregare a’ + sum.-akk. lē’u ‘tavola’ (nel senso di altare): stato costrutto ūr-ṣul-lē’u col significato di ‘abitato dove s’implora Dio sull’altare’. Insomma, Urzuléi nell’antichità potrebbe essere stato un borgo-santuario, un sito sacro.

14. AMPIEZZA DELLA LINGUA MEDITERRANEA – LE CACUMINALI

La percezione dell’arcaica ampiezza della lingua mediterranea ci viene offerta da molti elementi ancora vivi nelle fonetiche di alcune epoche, e vivi persino oggi. In gran parte lo abbiamo già notato nei capitoli precedenti.
Delle retroflesse aspirate della Sardegna (ḍḍ) o cacuminali, si sono fatte solo ipotesi miopi, e non si è voluto osservare che persino nel sanscrito, persino nella antica Lingua d’Oïl si presentava lo stesso fenomeno (Roncaglia LO 116: «presenza di una alveolare aspirata graficamente segnalata in qualcuno dei testi più antichi: aiudha, cadhuna, Ludher nei Giuramenti di Strasburgo, cuntretha, mustrethe in un manoscritto di S. Alexis, ecc.»).
M.L. Wagner ( HLS §§ 346-7, 506) non potè sfuggire alla concessione che questo fenomeno sia un fatto “di sostrato”9. Ma non sapendo a quali certezze pervenire, lasciò volentieri la parola a G.Millardet10, il quale alla fine della sua trattazione conclude: «Cette cacuminalisation et ce recul ne s’expliquent d’une manière satisfaisante que par un état de communautè linguistique sans doute très ancien, bien antérieur non seulement à la francisation de la Corse, à l’italianisation (par Gênes, ecc.) ou toscanisation (Pise) du même pays, à l’italianisation – admissible en vérité mais non prouvée – de toute la Sicile, mais encore à la romanisation initiale de tous ces territoires».
Se Wagner mostra simpatia per le posizioni del Millardet, Giulio Paulis11 mostra più simpatia per gli studi di fonetica sperimentale di M. Contini, per quanto poi le casistiche messe in campo gli consentano soltanto di spostare il discorso, senza fornire il benché menomo addentellato alla soluzione del caso.
Eppure è fin troppo chiaro che l’attuale geminata cacuminale del nord Sardegna e specialmente della Gallura (-ḍḍ-) è l’esito dell’originaria geminata liquida -ll- esistente non solo in latino, ma principalmente nell’accadico, in assiro, in babilonese.
L’occlusiva retroflessa palatale sonora è attualmente presente anche nel dialetto salentino parlato a Lecce, nel dialetto siciliano, in parti della Toscana, nella lingua sarda (varietà sassarese e specialmente gallurese), oltreché nella Corsica. Questo fenomeno è tuttavia espanso nel mondo, trovandosi nella lingua svedese (-rd- di nord ‘nord’ è reso nu:ḍ), nella lingua norvegese (nesso -rd-: varde > vaḍ:ε), nell’antico francese, nella lingua hindi, nel sanskrito, nel giavanese, nella lingua kannada, nella lingua nihali, nel guascone, nell’asturiano.
Sembra ovvio che una così vasta espansione abbia radici in un fenomeno arcaico, certamente paleolitico, legato alle stesse origini del linguaggio. Con molta probabilità, il fenomeno nelle età arcaiche era generalizzato tra le lingue mediterraneo-euro-asiatiche e poi, dopo le varie mescolanze di popolazioni (es. quelle create dai millenari movimenti dei Popoli delle steppe, prima ancora che dai Cimbri, dai Teutoni, dai Germani e, successivamente, dalle cosiddette Invasioni barbariche in Europa, ivi compresa l’irruzione di Attila, e infine l’invasione dei Goti). Poi il fenomeno ha cominciato a regredire, e comunque si è spezzettato. Le ragioni della regressione possono essere viste, statisticamente, come prevalenza delle inflessioni fonetiche dei nuovi popoli, che articolavano la dentale al posto della cacuminale. Indubbiamente non è facile esaminare il fenomeno. Soltanto partendo da una buona erudizione si può tentare di catalogare, territorio per territorio, i vari fenomeni, agganciandoli saldamente alle radici linguistiche più antiche, tenendo sempre presente che l’unico metodo scientifico col quale possiamo procedere è quello dell’etimologia. Non c’è altro metodo.
Deluderei il lettore se affermassi che le radici delle parole più antiche attestino una primitiva /ḍḍ/, della quale in verità non abbiamo documentazione, escluso l’antico sanskrito (ed escluso il sardo parlato, che ha degli ascendenti paleolitici). Ciò non significa che la geminata cacuminale non fosse originariamente espansa: significa soltanto che i linguisti, quando hanno tradotto le lingue più antiche (sumero, egizio, accadico) non hanno potuto cogliere, dalle tavolette scritte dissotterrate, l’evidenza che l’originaria geminata fosse cacuminale piuttosto che dentale.
Il quadro testè considerato rende accorto lo studioso della lingua sarda nella ricerca delle basi cui agganciare l’attuale /ḍḍ/, poiché la retroflessa contenuta in un vocabolo sardo, oltre a corrispondere a un originario grafema -dd-, e talora -d-, può anche corrispondere – a seconda dei vocaboli esaminati – a un originario grafema -t-, e pure a un originario grafema -ll-. Questo è il quadro alquanto complesso da me appurato nell’osservare le basi etimologiche riscontrate nelle lingue latina, sumerica, accadica, assira, babilonese.
Ciò significa che le retroflesse attuali della lingua del nord-Sardegna, del sassarese, del gallurese sono il risultato della convergenza di quattro basi fonetiche differenti. E mentre è abbastanza facile, persino ovvia, l’identificazione delle retroflesse attuali ai tre grafemi semitici -dd-, -d-, -t-, invece l’identificazione delle /ḍḍ/ alle parole latine e semitiche contenenti /ll/ (o /l/) richiede una procedura giustificativa, causa il diverso esito fonematico.
Qui fanno irruzione, con prepotenza ingiustificata, i filologi romanzi, tutti coesi nel “convalidare” (direi nel pretendere) la derivazione del sardo /ḍḍ/ dal latino /ll/, per quanto nel proporre tale derivazione siano acritici, nel senso che il fonema latino /ll/ è creduto certo, assoluto, originario, unico, indefettibile. Non si rendono conto che il fenomeno della retroflessa è pressoché mondiale, molto antico (come osservavo) e che in ogni modo esclude proprio il latino, il quale presenta invece quella /ll/ isolata che occorre giustificare.
Certamente i filologi romanzi hanno dalla loro parte un’evidenza, ossia la forte somiglianza dei vocaboli sardi e latini nonché la loro identità semantica (es. giáḍḍu = gallus). Va bene. Ma intanto l’identità sardo-latina è alquanto ristretta nel numero dei vocaboli condivisi; e poi, mi chiedo per qual ragione non si vuole allargare il campo d’indagine anche alle lingue semitiche, considerato che i filologi romanzi non sanno spiegare le ragioni della metamorfosi /ll/ > /ḍḍ/ entro il campo “indoeuropeo” e “romanzo” (a loro congeniale). Perché il disvelamento di questo busillis non può trovarsi nelle lingue semitiche?
Al solito, i filologi romanzi si trincerano nell’ideologia che li astringe a dichiarare ciecamente l’origine latina della lingua sarda: e da tale ideologia rimangono imprigionati. La somiglianza o l’eguaglianza tra i vari fono-semantemi latini e sardi legati dal fenomeno /ll/ > /ḍḍ/, per essi è la “prova del nove”. Ovviamente le cose non stanno così, poiché la lingua latina è soltanto una delle tessere del più vasto e articolato linguaggio mediterraneo situabile nell’era preromana. Ciò significa che la facile relazione tra /ll/ latina e /ḍḍ/ sarda può essere spiegata e capita soltanto nel quadro più ampio della linguistica semitico-mediterranea. Eccomi quindi a spiegare le cause della metamorfosi /ll/ > /ḍḍ/.
Il modello basilare si riscontra nell’accadico e nel babilonese (w)ēdû(m) ‘prominent, high-placed’ (of persons of high rank), cui corrisponde semanticamente l’aggettivo elu(m) ‘cima, luogo superiore’, ‘alto, elevato’, ‘che si leva alto’, ‘esaltato’. A tale binomio semantico, opposto fonematicamente (-d- contra -l-), s’affianca pure l’aggettivo accadico ellu(m) ‘puro, limpido’, ‘brillante, splendente’, ‘(ritualmente) puro’ (detto di divinità e persona, e detto pure di incantesimo, tempio, luogo, pasto, offerta, sacerdote). Come si può notare, ellu è fonematicamente simile a elu, e anche la loro semantica converge entro un campo similare.
Fu questo trinomio -d-, -l-, -ll- a convergere diacronicamente nel modello /ḍḍ/ riscontrabile nel Mediterraneo, in Sardegna, in Corsica (ma non nel Lazio), nel senso che molti dei vocaboli semitici contenenti -d-, -l-, -ll- (e quelli latini contenenti -ll-) furono infine omologati (o ridotti) a forme sardo-còrse in -ḍḍ-. Io mi occupo soltanto del fenomeno sardo, e sono in grado di dimostrare che in Sardegna quelle tre forme in -d-, -l-, -ll- sono confluite nel fenomeno unificante /ḍḍ/, come vedremo negli esempi etimologici qua elencati. Oltre ai tre modelli ora esposti, confluiscono ovviamente nelle cacuminali sarde anche le altre voci semitiche più su considerate, cioè quelle recanti una /t/ mediana.

ALIDÉḌḌU, aridéḍḍu log. ‘lampagione o cipollaccio’ (Muscari comosum Mill.). Paulis NPPS 213-14 sostiene che non ad alum (Plinio, N.H. 26,42) bisogna andare per ricercare l’etimo di alidéḍḍu aridéḍḍu, ma al lat. aretillum (citato in CGL 3,26 e Ps.-Diosc. 3,151), ch’egli considera senza dubbio attrazione paronomastica di aries, arietinus. L’intuizione del Paulis può essere valida e, se lo è, questo fitonimo ha un’espansione mediterranea, essendo con sicurezza pure sardiano ed avendo base etimologica nell’akk. ālu(m) ‘montone, ariete’ + te’ītum, tîtum ‘nutrimento (cibo)’: stato costrutto āli-te’ītum, col significato di ‘cibo degli arieti’.
ALLÓḌḌU ‘eccolo!’, ‘ecco che…’ avverbio camp.; cfr. log. accollu! ‘eccolo’. E Déus at náu: Luxi! E comenti at náu “Luxi”, allóḍḍu! éccus ainnói sa luxi ‘E Dio disse: “Luce”. E come disse “Luce”, guarda un po’, ecco qua la luce’ (Piero Marcialis, Sa Creazioni).
ll camp. allóddu ha semantica equivalente a quella dell’it. ecco, un avverbio che richiama l’attenzione su una cosa o un fatto improvvisi o comunque percepibili, e introduce pure una narrazione. Base etimol. di allóḍḍu è il sum. al (indicatore verbale prefisso indicante lo stato) + ud, uda ‘quando’ (particella locativa), ud ‘oggi’, udda ‘nel giorno in cui’: in composizione al-lud = ‘in questo preciso momento’.
ANEḌḌA cognome con base l’akk. Anu(m) ‘il dio del Cielo’ + ellu ‘puro, chiaro, limpido’: st. c. An-ellu, uno degli epiteti rivolti a quella deità.
BAḌḌE log. ‘valle’. Ha i confronti nel lat. vallis ma anzitutto nel sum. bad ‘aprire, creare un fossato’, bal ‘scavare’, ‘aprire un canale’, incrociato con bala ‘versare, allargare, inondare’. Il concetto base è avvallamento, scavo, condotto, sistema di scolo di acque (OCE II 604). Come si può notare, dalla radice bad deriva la voce sarda, dalla radice bal deriva la voce latina. Manca quindi la ragione per ipotizzare in Sardegna una trasformazione cacuminale dal lat. vallis.
BAZINEḌḌA sass., bazzinèḍḍa log. ‘capogiro, vertigine’. Base etimologica l’akk. (w)aṣû(m), verbo molto produttivo che spazia semanticamente da ‘uscir fuori’ (con la testa, coi sensi), ‘scappare, uscir via’ ad ‘andar via’, ‘rilasciare’, ‘perdere’ + ne’ellû ‘gironzolare attorno’: st. c. (w)aṣi-ne’ellû; il significato analitico è ‘onda che fuoriesce (dalla testa) e ronza attorno’. Sono tutte le sensazioni che si provano quando si ha il capogiro (ad esempio quando si balla il valzer facendo volteggi prolungati).
BIḌḌÌA centr. e log. ‘ghiaccio, gelo, brina’. Cfr. log. ghiligìa, camp. ciližia, giḍḍigìa. Base etimologica nell’akk. ḫillu(m) ‘copertura, guscio (dell’uovo); corteccia’, ‘cavità lasciata da una radice morta e svuotata’, ‘strato nuvoloso’, ‘velo, foschia’. Biḍḍìa è aggettivale in -ìa dell’akk. ḫillu(m). Come solito, la Lautverschiebung b- < ḫ (v. § 3.1.4 di GLSP) si manifesta nel nord dell’isola. Rispetto alla forma logudorese, quella campidanese mantiene il composto akk. ḫilllu + ḫi’u (un tipo di vestito): st. c. ḫilli-ḫi’u, col significato tautologico di ‘rivestimento a guscio’.
BIḌḌIGHÍNZU, bitikinzu, vitikinzu, pilighinzu ‘vitalba’ log. (Clematis vitalba L.). Aggettivale con base nell’akk. bītu ‘tenda, dimora, abitazione, casa’, ebr. bait ‘idem’ + ginû ‘fanciullo/a, figlio/a’: st.c. bīti-ginû col significato di ‘figlia della tenda’, ossia ‘simile alla tenda’. Da qui biḍḍighinzu (ossia *vitikìneu). Per capire questa base antica occorre ricordare che la casa nell’alta antichità medio-orientale era anzitutto la tenda, e che questa a sua volta prese l’idea dalla “tenda” creata dalla Vitis vinifera nelle foreste, sopra le chiome degli alberi, un immenso intrico col quale questo rampicante avviluppa e pervade gli alberi cui s’aggrappa.
BIḌḌISÓ sass. ‘passero’, dall’akk. bītu ‘tenda, dimora, abitazione, casa’, ebr. bait ‘idem’ + su’’u ‘colombo’: st. c. bīti-su’’u = ‘colombo delle case’. È nota la tendenza dei passeri di fare il nido sui tetti o sulle gronde delle case di campagna o di villaggio.
BOÉḌḌU cognome sd. basato sull’akk. bûm ‘uccello’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘uccello adatto ai riti’ (in relazione all’auspicium). Vedi Boèlle, allotropo.
BOÈLLE cognome allotropo di Boéḍḍu; si è conservato nella purezza fonematica originaria, essendo termine sardiano basato sull’akk. bûm ‘uccello’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘uccello adatto ai riti’ (in relazione all’auspicium).
BULLA, bollonkèḍḍa, bullùcca, bullìcca, bubbulìcca. In sd. è la ‘vescicola, flittena’, anche la ‘pustola’. Base nel bab. bullu ‘decadimento’, bullûm ‘putrido’; bullûtum ‘stato di decadimento’. Esso s’incrocia con l’altro termine bab. bubu(’)tu(m) ‘foruncolo, pustola’. Come si vede, bulla ha conservato la purezza fonematica delle origini, senza incorrere in mutazioni.
(CARDU) CABIḌḌU nel Márghine e nel Gocèano è il nome della Carlina gummifera. Base nell’akk. ḫâpu ‘temere, aver paura di’ + iddum pl. ‘punte, punta acuminate’, col significato di ‘punte temibili’.
CADELLO, Cadeḍḍu cognome con base nell’akk. ḫadû(m) ‘gioia’ + ellu(m) ‘puro’, col significato di ‘pura gioia’ (in relazione alla bellezza del fiore). Cadéllo è la forma primitiva del cognome, Cadéḍḍu è la forma seriore, dopo aver subito la palatalizzazione della -ll-.
CIRUDDU cognome di Santa Teresa la cui variante è Cirullo.
CIRULLO cognome con base nell’akk. ḫīru(m) (un capo d’abbigliamento) + ullû (un vestito), col significato di ‘vestito del genere ḫīru’.
COḌḌÁRE ‘attuare il coito’. Base etimologica è l’akk. kullu(m) ‘prendere, afferrare (qualcuno); impossessarsi, essere in possesso di’, ‘attendere (a una faccenda)’; c’è anche l’alternativa etimologica in ḫūdu(m), ḫudû bab. pl.f. ‘felicità, piacere, soddisfazione, contentezza’, con riferimento all’effetto dell’unione.
CORDELLA cognome-prototipo, dal quale si sono sviluppati Cordeḍḍa e Cordeḍḍu. La base etimologica è la seguente: sum. kur ‘bruciare, arrostire’ + udu ‘pecora’: composto kur-udu > kur(u)du + akk. ellu ‘(ritualmente) puro’ = ‘pecora dell’olocausto’, ossia ‘pecora bruciata totalmente sull’altare’. Si noti ancora una volta che l’omologazione a -dd- (-ḍḍ-) dei lemmi originari non opera costantemente, nemmeno tra gli stessi cognomi. Questa legge fonetica comporta sia l’evoluzione sia la conservazione dei modelli-base.
CORODDA cognome con base nell’akk. kurullu ‘festa della mietitura, del raccolto del grano’. A quanto pare, la corolla latina (e italiana, poi sarda) altro non fu, in origine, che una sapiente disposizione dei covoni durante la festa che immancabilmente veniva fatta al raccolto. Sembra chiaro che il cognome sardo non derivi dal lat. corolla, essendo un sostantivo sardiano originario.
COSSEDDU cognome che fu un termine rituale sardiano, con base nell’akk. kussû(m) ‘sedia, sgabello, trono’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘trono sacerdotale’ e simili.
COSSELLU variante del cgn Cosséddu. Per meglio dire, è Cosséllu il prototipo da cui si evolvette Cosséddu. È un sostantivo originario.
COSSIGHEḌḌU cognome attestato nella provincia di Nùoro. Pittau lo crede corrisp. al diminutivo del cgn Cossìga, indicante secondo lui la filiazione del primo dal secondo. Ma -éllu non ha mai indicato né filiazioni né diminutivi, essendo un originario termine accadico (ellu) che indica qualcosa di ‘puro, limpido, pulito’, riferito alla ritualità. Poiché Cossìga significò una ‘pietra’ non meglio identificata, è chiaro che Cossigh-éḍḍu significa la ‘pietra sacra’, ossia sa perda fitta.
CRAGÁLLU, crogállu camp. ‘cucchiaio’ specialmente di legno, ‘mestolino di legno’. Base etimologica l’akk. ḫarû ‘un grande contenitore’ (+ suff. -al), di ceramica o rame, per grani o liquidi; ḫar-al designa anche una cerimonia dell’offertorio. Il sum. ḫara ‘idem’ + ḫal ‘chicchera’, ‘cestino’: ḫar-ḫal indicò un ‘grande contenitore a forma di chicchera o cestino’. Vedi anche craḍḍáxu. Chiarito ciò, il significato originario del mitico Graal non è ignoto: al contrario! Esso è noto al pari dell’albagia che nutre lo stuolo di medievalisti ronzanti attorno a un nome del quale preferiscono coltivare leggende. Nemmeno questa voce ha subito la legge della cacuminale.
CUCCURUMEḌḌU sass. ‘capitombolo, capriola’. Il primo membro deriva da cùccuru ‘cima appuntita’, ‘sommità del cranio’ < sum. kur ‘monte’, con termine raddoppiato: ku-kur. Cfr. sanscrito kāhra ‘duro’ (OCE 866).
Quanto al membro (-meḍḍu), anch’esso ha base accadica, da mēlulu ‘giocare, operare’; con la perdita della prima -u-, abbiamo avuto mellu > meḍḍu. Il termine intero significa ‘gioco con la testa’, e c’è da immaginare che anticamente fosse proprio così: basta vedere il comportamento dei bimbi.
CUCUMEḌḌU sass. e log. ‘fungo’. Di questo composto s’ignorò l’origine. La base etimologica è la seguente: kukkum ‘buio, tenebre’ + me ‘silence’ + du ‘to spread out, spargere’. Il composto kukkum-me-du in origine significò ‘che si sparge nel silenzio delle tenebre’.
CUKKÉḌḌU centr., cuccu (Alà), cuccùi (Désulo), cuccummiáu (Dorgáli) ‘ciclamino’ (Cyclamen repandum L.). Base nell’akk. kukku(m) ‘(a kind of) cake’ + ellu ‘puro, chiaro, nitido’, col significato di ‘dolce perfetto’ (in considerazione della forma perfetta del tubero, simillimo ad un piccolo hamburger). Ma -éḍḍu può essere pure il suffisso diminutivo sardo: v. § 3.2.4.6 della mia Grammatica.
FANZELLU variante del cgn Fancellu, che Pittau crede sardizzazione dell’identico cognome italiano. Sembra strano che De Felice accosti Fancello a quello che è creduto il prototipo, ossia Fanti, dall’it. ant. fante ‘colui che assiste il cavaliere’, fan(ti)cello ‘bambino, ragazzo, giovane (non sposato)’, ossia ‘che serve ancora in famiglia’, fantino ‘soldato della fanteria’, poi ‘chi monta a cavallo per professione’, fantoccio ‘effigie del soldato nemico’. De Felice non dà l’etimologia, credendola ovviamente agganciata alla solita proposta, dal lat. infānte(m) ‘che non parla’, ossia ‘bimbo che allatta’. E così siamo portati a credere che tutti questi termini sortiti (?!?) nel Medioevo abbiano la base semantica in un pargolo che sa soltanto succhiare. Incredibile.
E così anche la fante, la fantesca, ossia colei che governa la casa, che assiste i padroni di casa nel governo della famiglia e dei figli, avrebbe lo stesso etimo. E nessuno si è preso la briga di leggere nel dizionario akk. bāntu ‘mother’, bāntiš ‘like a mother’.
Fatta dunque la tara delle scempiaggini del De Felice e del suo fante Pittau, e tornando a Fancellu, possiamo notare che esso, assieme alla congerie di cognomi affini presenti in Italia, è un epiteto sacro mediterraneo, con base nell’akk. bānû ‘(Dio) Creatore’ + ṣellu, ṣēlu(m) ‘costola’ (stato costrutto bān-ṣellu > Fanzéllu > Fancello), col significato di ‘costola di Dio’: con tutta probabilità riferito al Dio della Natura, che spesso fu ritenuto subordinato al Dio Sommo.12
GRAVELLÍNU ‘garofano selvatico’ (Dyanthus sylvestris). Gravellínu, gravéllu ‘garofano’ partecipano a pari titolo dell’etimologia del cat. clavell, avendo base comune nell’akk. karab-ellû (karābu ‘preghiera, benedizione’, ellû ‘alto, esaltato’), col significato di ‘preghiera all’Altissimo’ per il gradevolissimo profumo.
KIAÉḌḌU log., ciaéḍḍu gall. ‘foruncolo’. Base etimologica è akk. ḫiālu(m) ‘essudare’ + elû(m), eliu(m) ‘superiore, esterno’ = ‘fuoriuscita all’esterno (di rigonfiamento purulento)’.
KIKIRÌḌḌAS ‘cloasma calorico’. Ricordo che questo fenomeno epidermico, prodotto sulle gambe femminili per eccessiva esposizione al calore del braciere, appare come una rete di circoletti, anelli od “occhi” rosso-bluastri e sparisce nel volgere di poco tempo. La base etimologica è l’akk. kīlu ‘chiusura, imprigionamento’, ripetuto per indicare la molteplicità + illu, īlu ‘intreccio di canne’ (a indicare la struttura a maglie strette). Il tutto produsse per stato costrutto *kil-kil-illu > *ki(l)kilillu > kikiliḍḍa e kikiriḍḍa.
KIRIELLE ‘crisantemo campestre’ (Nuorese): Chrysanthemum segetum e Chrysanthemum coronarium. Composto sardiano con base nell’akk. qerû(m) ‘richiamare, invitare’ la divinità all’offerta + ellu(m) ‘brillante, splendente’ (sempre riferito alle cose sacre, oltreché alle cose più pure della natura), col significato di ‘richiamare (la divinità) mediante lo splendore’. Va notato al riguardo che i prati di crisantemi in Sardegna sono spesso immensi, colonizzano interi campi di grano, i maggesi, i prati non pascolati e li ammantano dello strabiliante colore giallo-oro, un vero inno alla gioia. Come si vede, il lemma ha conservato la purezza fonematica delle origini, senza incorrere in mutazioni.
MULEḌḌA, Moleḍḍa cognome. Sembrerebbe a prima vista derivare direttamente dall’arabo Muled, che è il 12 del mese di Rabi el-Auwal allorchè si celebra la nascita del profeta Maometto (la stessa data ne ricorda pure la morte). Una variante di Muleḍḍa potrebbe sembrare addirittura il cgn. Milella. In realtà Muleḍḍa, Moleḍḍa ha etimo autonomo, da akk. mūlû ‘altezza, fiancata precipite d’una acropoli’ + elû, ellû ‘alto’. Quindi possiamo tradurre Muleḍḍa con ‘alta fiancata dell’acropoli’.
MUNTEḌḌOS log. ‘elicriso o canapicchia o tignamica’ (Helichrysum italicum G.Don.). Sembra che le nostre antiche madri utilizzassero con successo l’infuso dei fiori contro le malattie dei piedi. Infatti munteḍḍos è un composto sardiano con base nell’akk. munû (a foot disease) + tele’û ‘very competent’, col significato antonomastico di ‘(pianta) per la cura dei piedi’.
MUREḌḌU ‘donnola’. Nome raro del nord Sardegna al posto di tana e muru, danna e muru e simili. Questo piccolo mustelide, carnivoro, assale topi, ratti, ma all’occorrenza anche i polli, facendone strage nel pollaio. Nell’antichità era allevato proprio per la caccia ai ratti, e fu sostituito in età imperiale col gatto. Francesco Cetti ricorda che nel XVIII secolo la donnola era allevata in Sardegna per diletto, in quanto addomesticabile. Le signore di rango se la portavano addosso con nastro e campanellino (ADS 143). Si ritiene che questo termine faccia riferimento al muro per il fatto che l’animale vive nei muri a secco o dentro le case o i monumenti diruti. Invece la base etimologica sta nell’akk. mūru(m) ‘giovane animale’. In questo caso -éḍḍu è un diminutivo della lingua sarda (v. § 3.2.4.6 della mia Grammatica).
MURISTELLU. Vite ad uva nera. Base nell’akk. mūru(m) ‘giovane animale’ + šitû ‘il bere, l’atto del bere’. Mūru era un epiteto indirizzato al re; a tale epiteto si aggiunse per stato costrutto il termine šitû + ellu ‘vino da offerta’. Quindi significò, sinteticamente, ‘(vino che) il Re beve nei sacrifici del Tempio’. Non ci sono parole per intessere lodi più valide a questo vino portentoso. Si può osservare il mantenimento dell’antichissimo -ll-, opzione di cui si sono avvalsi numerosi vocaboli sardi.
MUTTEḌḌU. Pranu Mutteḍḍu o Muttédu, in agro di Goni, è un sito pianeggiante coperto da un bosco di sughere, dove c’è un insediamento prenuragico tra i più belli e interessanti della Sardegna, caratterizzato da una grande cista interamente scavata nella roccia attraverso il foro originario costituente la porticina. La cista, alta circa 1.5 m, sta al centro di un grande circolo solare delimitato da ortostati, accanto al quale si dipana una lunga fila di menhirs aniconici, sagomati a martellina ed orientati in linea est-ovest. Si è sempre interpretato Pranu Mutteddu come ‘il piano del mirteto’, dal camp. mutta ‘mirto’. Ma a parte il fatto che in tutta la contrada non si rintraccia il mirto, questo sito è uno dei pochi dell’area dove la foresta originaria si è conservata pressoché intatta. Esso dunque si sarebbe dovuto nominare Pranu Suérgiu ‘piana delle sughere’. Mutteḍḍu ha base etimologica nel bab. mu(t)tellu ‘nobile, principesco’ e Pranu Mutteḍḍu significa ‘Piana dei principi’. Che lo si voglia o no, questa traduzione inconfutabile dà agli archeologi un ottimo strumento per interpretare al meglio il grande mistero che ancora avviluppa l’antichissimo sito funerario.
PANEḌḌA cognome che fu un termine sacro sardiano, con base nell’akk. pānu ‘faccia, il colore (della faccia)’ e più precisamente la ‘faccia del Sole, di Dio (che sfolgora rossa e incandescente)’. È lo stesso termine del gr. Πᾶν, anch’esso originariamente riferito al Sole ed in seguito alla deità dei boschi. In ebraico si diceva penû ’El ‘faccia del Sole, di Dio’. Anche la dea della fertilità e dell’amore, Tanit, era detta Tanit Panè Ba‘al = ‘Tanit Volto di Baal’, come dire ‘Volto dell’Universo, del Dio più grande, quello che governa il mondo’. Quanto al suffisso -édda, è dall’akk. ellu ‘puro, santo’ che, abbinato per stato costrutto a pānu, dà il significato di ‘Volto santo’ (che indubbiamente fu un nome di donna).
SANTEḌḌU cognome basato sull’akk. sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’. In origine dovette essere un nome muliebre col significato di ‘Alba pura’, ‘Aurora sacra’, con riferimento ad Antu, la paredra di Anu, il Dio sommo del Cielo. Al principio sāntu, sāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’ (ossia ‘proprio l’Aurora’, ‘Antu che si eleva al Cielo’).
SANTELÌA cognome che è corruzione del cgn Santeḍḍu, operata, ovviamente, dai preti bizantini durante la loro guerra contro la religione pagana. Infatti Santeḍḍu (ancor prima Santelìa, Sant’Elìa) era scritto sāntellu, stato costrutto di sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’: vai a Santeddu.
Da tutti i ricercatori è riconosciuto che il nome personale Elìa mascherò il Dio sommo del Cielo, ossia il fenicio-ebr. Eli, Elu, che nella nuova religione cristiana fu degradato a “santo”. Quindi è ovvio che Santelìa, Sant’Elìa può anche significare ‘Ascesa di Eli’ ossia ‘Ascesa del dio Sole’, ‘il sorgere del dio Sole’. Sono quindi valide ambo le ipotesi qui fatte, quella di sāntellu e quella di sāntu Eli, Elu.
SPANEḌḌA cognome che è un arcaico composto con base ugaritica, il cui primo membro è lo stesso del cgn Spanu, il secondo è l’akk. ellu ‘puro’ epiteto riferito al dio Ṣapānu, col significato di ‘Ṣapānu puro, santo’.
UCCELLA cognome che fu antico nome muliebre mediterraneo e sardiano, con base nell’akk. ukû ‘telaio’ + ellu ‘(ritualmente) puro, santo, sacro’, col significato di ‘Telaio santo’ (nome che fu tutto un programma). Chiaramente la stessa origine ha il cgn it. Uccello (v. il celebre pittore rinascimentale Paolo Uccello).
UCCHEDDU cognome che è variante sarda del cgn Uccella, Uccello (vedi).
UḌḌA camp., buḍḍa log. ‘budello, intestino retto’. Nei villaggi del Campidano significa anche, e principalmente, cunnus. Per trovare l’etimo dobbiamo dapprima procedere a destrutturare la semantica attuale per ricondurla a quella dell’originario akk. ullû ‘esaltata’ (di dea). Si osservi che l’akk. ullu è pure un genere di toro (specialmente d’argento, quello raffigurato nella statuaria sacra). Pertanto è ovvio che in origine il termine indicò sia il Dio-Toro, sia la Dea-Vacca (non a caso gli Egizi interpretavano la vacca come ipostasi della dea Hathor, la dea della Natura, della bellezza, dell’amore). Il significato attuale di ‘figa, vulva, pancia, deretano’ (quale complesso della femminilità) va interpretato come una destrutturazione e immiserimento di un epiteto sacro degli Šardana, operato dai preti bizantini.

15. FORMAZIONE DELLA GRAMMATICA SARDA

Le grammatiche esterne riuscirono ad influire tardi sull’attuale grammatica sarda. Quella latina, contrariamente a quanto si crede, non ha influito, non solo perché il latino era parlato soltanto nelle città (dove c’era poca gente, rispetto alle masse delle campagne e delle montagne), ma perché dopo il disfacimento dell’Impero la lingua sarda rifluì rapidamente nelle città, rintuzzando il latino. Nel mentre erano subentrati i nuovi padroni bizantini con lingua diversa, ed ancor più del latino, il greco rimase scarsamente trasmissibile all’interno dell’isola. Anzi, scopriamo che il greco in Sardegna non influì affatto neppure nelle città; per tale ragione non divenne “lingua-superstrato”. L’isola dovette attendere i contatti con le Repubbliche Marinare nonché il prevalere della letteratura toscana per subire finalmente un modello accattivante e duraturo di grammatica.
Comunque c’è da immaginare che pure la fase italianistica non ebbe facile abbrivio, poiché gli usi linguistici del popolo sardo sino a oltre il 1000 dell’Era volgare rimanevano innervati da una tradizione semitica radicata remotamente nei millenni pre-latini. Tale lungo e tenace perdurare aveva ostacolato il latino, poi il greco, e cominciò a mallearsi soltanto per la mutata temperie socio-economica.
Da quanto possiamo constatare, l’imperante analfabetismo non aveva giocato alcun ruolo nell’ostacolare e “snervare” i processi d’adeguamento. I mutamenti nell’antichità non ci furono causa i lacci coloniali già accennati, considerato che la propensione al cambiamento avviene soltanto quando c’è mobilità sociale ed economica, quindi quando si gode di una certa libertà, foriera di scambi e di intese. Era stata proprio tale dinamica a mancare nei secoli latini e greci, mentre essa fece capolino grazie al nuovo spirito mercantile ed organizzativo dei liguri e dei toscani.
Nella loro peculiarità, i vari dialetti conservati nelle zone interne s’affacciavano alla storia medievale ed al panorama mediterraneo ancorati al retaggio millenario, ed il flebile cambio di visuale non aveva ancora tutta la potenza di ribaltare la grammatica, tantomeno il lessico. I mercanti ed i monaci italiani stavano portando la contaminazione e la novità linguistica entro un tessuto pigro, inerziale, disorganizzato, tra inviolate sacche di “conservazione”, anchilosato dall’angosciosa e impenetrabile montuosità.
Ciononostante, il pervasivo vento delle repubbliche marinare, carico di novità, stava muovendo finalmente le plebi e l’economia agro-pastorale, facendosi sentire financo nelle zone interne. Assieme ai mercanti terramannesi si mossero le compagnie di monaci, le quali aiutarono ad organizzare una serie di poli economici che scossero la millenaria staticità dell’economia sarda.
Tali impensabili aperture favorirono l’incontro del sardo con i similari lessici delle repubbliche marinare e subito dopo con altri lessici limitrofi, sensibilmente avanzati nella elaborazione di una grammatica mediterranea analitica. Il sardo si stava incontrando con la lingua toscana e ligure, con la lingua d’oc ed anche con quella catalana.
L’ampia e profonda perturbazione storica stava generando al contempo l’urgenza insopprimibile di scrivere (di scrivere in mezzo al popolo e per il popolo, di scrivere in volgare, non in latino) una serie di documenti, anzitutto quelli notarili, alla cui redazione furono chiamati i preti immigrati di formazione latina ed i notai sardi, anche questi formatisi nelle università italiane e parimenti edotti di latino.
L’impegno a scrivere in sardo offrì gradualmente il destro ai preti-amanuensi (ed ai notai) dei Giudicati sardi di forzare e orientare l’espressione isolana verso le modalità grammaticali e letterarie vigenti nei centri evoluti.
Ma è persino intuitivo che i primi documenti contrattuali (i condaghes, le Carte Volgari etc.) finirono per essere scritti con moltissime locuzioni involute (oggi qua e là rifluite nell’incomprensione), che lo scriba spesso scriveva sotto dettatura, per quanto le condividesse, almeno quando era indigeno. Se non lo era, possiamo immaginare l’imbarazzo dei preti-scrivani provenienti da Terramanna, i quali forse furono indotti spesso a inquadrare (e modificare) le frasi poco comprensibili entro rassicuranti schemi latineggianti. Operazione peraltro facile, almeno per loro, dato che ogni dotto di formazione latina ha sempre scoperto nel sardo una sorta di lingua-sorella, poiché il lessico sardo conserva per proprio conto – da millenni prima di Roma – nugoli di vocaboli “latineggianti”. Era stato proprio questo fenomeno arcaico ad aver tratto in inganno Dante Alighieri, capovolgendo però la sua prospettiva e facendogli credere che fossero i Sardi a scimmiottare il latino.
Alcune Carte Volgari furono il campo dove s’appalesa la commistione e l’impasto dei due modi di parlare (quello “involuto” o conservativo dell’arcaica lingua-e-grammatica sarda, confuso con quello latineggiante proveniente dalla Toscana).
Questo non è il luogo per analizzare tutte le Carte Volgari, e nemmeno per fare l’analisi intiera di una sola. Voglio soltanto portare ad esempio la pergamena XXI del 22 giugno 1226, estrapolandone un lungo brano dove l’impasto è palpabile (ed a tratti incomprensibile, tanto da avere indotto in errore qualche traduttore moderno).
Con tale carta la giudicessa Benedetta, nel cedere al vescovo di Dolia una serie di immunità, avverte tra l’altro che esse «non turbint gimilioni de manus perunu, et nin de messari, et nin de binia, et ni de regnu, et ni ad peguliari, et ni a curadori, et ni a peruna personi, pro cerga ki ad essiri pro su seniori de sa terra, et non faççant peruna munia mala plus secundu in co fagenta». La mia traduzione è la seguente: “non tramutino [in diritto di montata] nessuna prestazione d’opera (gimilioni de manus perunu), né quella invalsa sotto forma di mietitura (et nin de messari), né quella sotto forma di vendemmia, né sotto forma di corvée statale, né di corvée per il giudice, né di corvée per il curatore, nè quella a favore di alcuna persona per oneri (cerga) dovuti al signore della terra, e non impongano tali signori alcun onere disonesto (peruna munia mala) superiore o diverso da come avevano fatto sinora”. Frase indubbiamente tenebrosa.
Su questo misterioso gimilioni si sono esercitati molti filologi, con scarsa resa. Esso appare anche nella frase di un atto del 1119, quindi precedente di un secolo, contenente un’ampia donazione di casolari, terre e servi, fatta alla chiesa maggiore di Santa Maria di Pisa da Torchitorio II, sovrano del regno cagliaritano, e da sua moglie Preziosa di Lacon, col loro figlio Costantino. Nella parte che ci interessa suona così: «et non appat zerga de turbari gimilioni, si non unu aerem serviat ad Sancta Maria propter Deum, et anima mea; et vivat cum servos de pauperum». La mia traduzione di questa seconda frase, considerando che zerga, cerga è ‘qualcosa che si da in proporzione ai beni posseduti’, suona così: “e (la chiesa, ossia i monaci) non riceva prestazioni tali da riconfigurare secondo l’uso primitivo il gimilione, se non è sufficiente (ossia: quando non basti) una contribuzione (sostitutiva) in denaro…”.
Riconosco di andare in rotta di collisione contro molti con le mie due traduzioni; specialmente nel tradurre gimilioni, poiché affermo che esso in origine non fu altro che lo jus primae noctis (si legga l’ampia etimologia da me scritta nel No.F.E.L.Sa.). Gimilioni da qualcuno viene abbinato al gr. gaméo ‘accoppiare, unire, sposare’, ed «il matrimonio quindi appare come la causa determinante del tributo e in ragione di ciò il vocabolo greco Γαμηλιών con cui si indicava in Grecia il mese più propizio ai matrimoni ci offre la spiegazione etimologica di gimilioni» (DFC 52). Ma bisogna porre attenzione al fatto che il termine (ed il mese) greco, ancora intatto in epoca bizantina, non inficia la base etimologica più antica del termine giuridico sardo, risalente nientemeno che all’accadico, dove ritroviamo gimillu(m), gimlu(m) col significato di ‘compensazione, contraccambio, ricompensa; azione amichevole, di riguardo (di uno in grado di fare un favore)’. Anche la forma verbale gamālu(m) significa ‘fare un favore a qualcuno, restituire un favore’.
Comunque non è questo l’aspetto che volevo far notare, quanto invece la notevole oscurità della prima frase, dove si può notare un procedere involuto e contorto, poco addolcito dallo sforzo del notaio di rendere pervia una trama grammaticale che nella parlata non-cancelleresca doveva essere ancora più oscura, considerate le lontane origini non-latine.
In ambo le frasi poi si percepisce bene (di più nella seconda) l’uso di un latino che, pur connaturato lessicalmente alla parlata sarda pre-romana, a mio avviso venne qua e là “ammansito” in forme notarili al fine di rendere l’intera frase più perspicua agli occhi di tutti (agli occhi degli indigeni ed agli occhi dei preti che ricevevano le donazioni). Purtroppo Antonio Sanna la pensava in modo opposto al mio, e scrisse che pure Terracini nel 1931 notava un latino “ridiventato anche in Sardegna lingua della cancelleria”, il quale appare calcato su un modello di tradizione volgare… “fatto davvero unico nella storia delle lingue romanze” (Sanna DS 41).
Terracini e Sanna non avevano percepito che l’anima profonda del lessico sardo era proprio quel forziere di “latinità”, risalente però ai lontani millenni, e talmente potente che riuscì persino a trasferirsi massivamente nella regione laziale ed in Toscana (con la mediazione dell’elemento etrusco) prima che Roma diventasse forte e s’impadronisse del Mare Nostrum.

16. GLI AMANUENSI ED I LATINISMI ARBITRARI

A difesa deli amanuensi medievali, riconosco ch’essi non avevano per la veste linguistica di un testo lo scrupoloso rispetto che è proprio dei filologi moderni. Peraltro qui si trattava di testi contrattuali, in quanto tali aggiustabili. All’amanuense premeva di rendere il testo contrattuale accessibile al lettore; e a tale scopo non esitava a temperarlo con le abitudini proprie e dell’ambiente con adattamenti linguistici, a volte spinti fino al travestimento.
Latamente osservando, la moda dell’adattamento appare ancora più libera nella letteratura incipiente nell’Alto Tirreno; e per ciò le poesie dei trovatori appaiono con patina diversa, non solo graficamente diversa, nei vari canzonieri: nei manoscritti copiati in Italia non mancano italianismi, né catalanismi nei manoscritti catalani; in alcuni codici abbiamo liriche provenzali francesizzate, così come in Italia le liriche della Scuola siciliana appariranno toscanizzate dagli amanuensi toscani.
Dobbiamo inoltre dire francamente che nel sardo, così come lo fu nell’ant.fr. ed ancora oggi in tante lingue, la grafia fondata sui segni tradizionali dell’alfabeto latino non consentiva e non consente l’uniformità espressiva, anzi presentava e presenta parecchie incertezze. Identificare la corrispondenza tra grafemi e fonemi è spesso malagevole per qualsiasi lingua (un esempio catastrofico è la grafia dell’anglosassone, con 400 opzioni su 25 fonemi), ed è naturale che permangano varie tradizioni grafiche, come sono naturali le reciproche influenze, o le reciproche discrepanze, le notevoli differenze di pronuncia di fronte agli stessi grafemi, le libertà che gli scribi si prendevano con gli originali, adattandoli in misura variabile alle proprie abitudini di scrittura, di pronuncia, persino di lessico. Tutte le imprecisioni del caso appaiono ancora oggi in Sardegna, com’è ovvio, e sono accentuate nella scrittura del sassarese per carenze di grafemi corrispondenti a certi fonemi.
Un tipico disordine grafico lo si può riscontrare nel rappresentare la velare sorda, dove nell’ant.fr. si trova k o q o ch (come peraltro in Sardegna). E così nel Roland oxoniense coesistono Karles, Carles, Charles (Roncaglia LO 119).
Esempi di differenziazioni fonetiche ci sono, a iosa, entro la lingua sarda ed ancor più tra essa e le altre lingue. Ma in Sardegna sono forse più rilevanti i vincoli dell’amanuense, quelli della latinità. Vediamo pochi esempi:

Sóiu, sóu sass.; sùo log. ant., centr. mod.; sόu log.; súu camp. ant.; súu, sú camp. mod. ‘suo’. Ovviamente i filologi romanzi accreditano la forma-base di queste varianti alla lingua latina, a sūus, e nessuno si è accorto che la base etimologica di tutte le forme, compresa quella latina, è il sum. -zu ‘tuo’.
Iχinkiḍḍa sass.; iskintìḍḍa (Bitti, Orosei, Posada, Busachi, Norbello), iskintriḍḍa (Siniscola), iskintìḍḍia (Scano), iskintiza (Dorgali), iskintziḍḍa (Nùoro, Orani), iχentìḍḍia (Ozieri), iskindiḍḍa (Bonàrcado, Sennarìolo), iskindìḍḍia (S. Lussùrgiu), iskinditta (Pàdria, Macomèr, Cùglieri), iskinnitta (Bonorva), iškenditta (Pattada), istinkiḍḍa (Fonni), istinkìḍḍula (Luras), iyχinkiḍḍa (Sénnori), iskinkiriḍḍa (Tonara), skinkiḍḍa (Milis), šinkiḍḍa (Narcao), šinciḍḍa (Seùi, Perdadefogu, Escalaplano, Samassi, S. Antìoco), cinciḍḍa (Mògoro), cicciḍḍa (Làconi, Càgliari) ‘scintilla’. Si notano le varie deformazioni per metatesi, assimilazione, tendenza imitativa, aggiunta di suffisso. Qualcosa di simile in calabrese. La formazione-prototipo pare un diminutivo della Planàrgia (iskindiḍḍa) con pref. s- disgiuntivo-derivativo-moltiplicativo (moto da luogo), da ex, es- (imitante il moto delle scintille) + -kind- (metafonesi di qandu < akk. qâdu ‘accendere’: da cui cand-ela) + suff. diminutivo -illa, -iḍḍa.

Sul probabile intervento dell’amanuense, parecchie voci sarde non lasciano dubbi, come denunciano i seguenti etimi:

Merkede log. ant. ‘grazia’. Base etimologica è la stessa di mercátu (vedi), it. mercede ‘retribuzione, salario’.
Missu log., gall. e camp. ‘messo, banditore’ (Stat. Sass. I, 100; CdL 58). Latinismo.
Tramutare log. ant. ‘permutare, scambiare’ (CSP 97: Tramutai homines cun donnu Gosantinu de Cannetu; CSNT 19: Tramutai binia cun Dorbezo furca; CSMB 112: Tramudarus homines cun s’archipiscobu Comita de Lacon, e similmente spesso nei condaghes); sost. tramutu (CSP 56: Appit tramutu scu. Petru cun Comita de Thori; CSNT 224: in su tramutu ki fecit isse cun…; CV XV, 1: tramuda (po tramuda ki fegit megu mia donna Binitta de Lacon, e spesso). Cfr. lat. transmutāre < mutāre ‘muovere, spostare, cambiare, permutare, mutare’, mutuus ‘scambievole, vicendevole, reciproco’. Base etimologica l’akk. muttum ‘front (part), parte frontale, che fronteggia’.

A scanso d’equivoci, ricordo che i preti che hanno travolto l’universo religioso dei Sardi nei “quattro secoli bui” (ossia prima dei liguri-pisani) erano di origine e formazione bizantina, e tra di loro usavano la lingua greca. La usavano anche presso l’Autorità costituita in Càgliari, in Sàssari ed in altre città, nonché presso i mercanti levantini che avevano sostituito quelli latini nel frequentare la Sardegna. Però, guarda caso, di grecismi la lingua e la grafia sarda è totalmente e paradossalmente scevra, nonostante che quei preti e monaci greci si siano avvicendati tra di loro (o siano rimasti) nell’isola per cinque secoli.
A fortiori i famigerati “latinismi” del vocabolario sardo attribuiti all’ambiente sardo-bizantino dell’Alto Medioevo, non possono essere bizantini (se lo fossero, ciò sarebbe paradossale). Poiché le forme del potere bizantino non si discostarono da quelle romane, c’è da chiedersi – con pari ragionamento – perché dovrebbero essere forzatamente latini tutti i vocaboli simil-latini della lingua sarda. Più su ho dimostrato che certe credenze hanno ricavato autorità dalla mente di “dotti” che non amano meditare.
Considerato ciò, i vocaboli “latini” non appartenenti al periodo medioevale (né al periodo romano) vanno comunque spiegati, Dante Alighieri (De Vulgari Eloquentia I, XI) scrisse: Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam, tamquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur ‘…e rigettiamo anche i Sardi, i quali non sono italici ma agli italici sembrano doversi associare, perocché questi soli ci appaiono privi di un loro proprio volgare, e imitano la grammatica [ossia il latino] come le scimmie imitano gli uomini; essi dicono infatti: Domus nova e Dominus meus’.
Ma abbiamo appurato che i Sardi non hanno mai scimmiottato i Latini. Sulla questione, tuttavia, non c’è stato un solo dotto che non abbia preso l’abbaglio. Il lettore che abbia la possa di leggere tutto intero il No.F.E.L.Sa. e pure questo Dizionario Etimologico, apprenderà che i vocaboli sardi derivanti direttamente dal latino sono molto meno del 10%. A chi vuol dichiarare tale residuo un’eredità della colonizzazione romana, glielo concedo, ma lo stupisco dicendo che i Romani a loro volta hanno ereditato dalla Sardegna almeno il 50% di vocaboli.
Sino a che non cambierà la convinzione dei dotti in questa direzione, sino a che non si accetterà che la lingua sarda e poi quella latina fecero parte della grande Koiné Mediterranea, non potrà mai cadere la funesta “pregiudiziale latina”. Essa deve cadere a maggior ragione, se si considera che migliaia di parole che i più considerano latine erano parlate dai Sardi in piena età nuragica, ossia almeno 1000 anni prima che sul Palatino sorgesse la prima capanna di frasche. Com’è che il popolo laziale era riuscito a saturare di latino la lingua dei Sardi, se a quei tempi Roma stava ancora “in mente Dei”?
Di seguito faccio qualche esempio, tra le migliaia che impellerebbero (ma si vedano per intero le discussioni nei due Dizionari citati).

Auinde log. ant. (CSP 5: et falat su ualliclu derectu ad riuu, auinde riuu falat isc’a badu de preuiteru et cludet; CSNT 290: auinde toctuve via a derectu ad rivum de gulpe). Cfr. lat. ăb-inde ‘di là’ (moto da luogo). Questa voce antica è tratta di peso dal vocabolario latino ad opera dell’amanuense che scrisse il documento sardo (nota, qua stesso, ad rivum, costruzione inequivocabilmente latina).
Inde log., indi camp. avv. ‘ne’ (traduzione del Wagner). L’avv. di luogo lat. in-dě (ant. im-dě) significa ‘di là, di lì, da quel luogo’ (moto da luogo): inde reversus ‘tornato di là’; provenienza sociale: ‘da lui, da loro’: inde oriundus erat ‘derivava da lui’; fig. ‘da ciò, quindi, per conseguenza’. Questa voce latina ha per base il sum. im ‘to run, uscire di corsa’ (moto da luogo) + de ‘to bring’. Il composto im-de significò in origine ‘uscire portando, uscire recando’.
Riporto al riguardo le citazioni antiche prodotte dal Wagner: CSP 207: derun inde su saltu de Ualle de Cucke; CV XV 4: pro su ki apat indi proi sanctu Antiogu. Spesso indě si esprime encliticamente: ‘nde, ‘de (CSP 204: non tinde do; ca ui andai e ‘nde la leuai; CSMB 48: Comporeilli a Petru Zote terra in Pubusone et fegindelli sollu).
Carnattu (St. Sass. I, 69): dessos qui fachen carnattu et dessa bructura de cussu. A quanto pare la frase si riferisce ai macellai che manipolano la carne per fare salsicce e altro, producendo inquinamento. In Sardegna, oltre a petza, l’altro vocabolo indicante la ‘carne’ è carre (vedi per l’etimo); in Sardegna manca la parola-base carne.
Famígiu Stat. Castels. 179: gasi su iuuargiu, famigiu i ouer figiu dessu pupidu; 232: ouer roba de alcunu famigiu ‘servo’. Cfr. it. ant. famiglio. Questa voce è un esito eclatante della libertà con cui i preti di formazione latina, arrivati in Sardegna nel Medioevo dall’Italia o dalla Francia, maneggiarono le parole autenticamente sarde che gli venivano dettate per i testi ufficiali.
Fizzastru log., fillastu camp. ‘figliastro’ (CSP 31: cun sos fiastros; CSNT 29, 200, etc.: filiastru, filastru). Questa voce è influenzata dal suffisso italico di figliastro < lat. filiaster (REW 3297).
Gotantu, gatantu log. ant. = it. antiq. cotanto. Il vocabolo è l’ennesima spia del fatto che i preti e gli altri amanuensi scrivevano la lingua sarda con una certa disinvoltura, impaniati dalla propria formazione di base.
Infra log. e camp. ‘fra, infra’ (Stat. Sass. I, 27: infra dies XX; infra de otto dies; Liber Jud. Turrit., cap. 8: infra sa ottova de Pascha Manna; Cod. Sorres, cap. 20: infra dies XV). Questa voce in Sardegna si usa ancora; ma è italianismo dotto, dal lat. infra. Anzi, qui siamo al latinismo puro, forse introdotto dagli amanuensi.
Patre log. ant. ‘padre, babbo’ (CSP 15, 38, 262); patri (CV V, 3); padri (CV III, 3; V, 3; XIV, 9; XIX, 5). Accatto dall’italiano padre < lat. pāter. Questa parola non è mai stata usata in sardo (del Monte Santu Padre discuto nel No.F.E.L.Sa.). Questo è una delle prove macroscopiche che gli amanuensi latini dell’epoca rimaneggiarono ad libitum il linguaggio sardo nella registrazione delle carte.
Pecuiu sd. ant. CSP 231: II sollos de pecuiu; CSMB 43: in tremisse de pecuiu), scritto anche peculiu (CSMB 41: et sollu de peculiu) ‘sostanza, peculio’. Nelle CV XX, 2 figura nell’antico significato di ‘animali’ (bollant pasquiri cum peguliu issoru, bollant arari…). Chiarissimo esempio del fatto che molto spesso gli amanuensi o scribi (preti o notai) di formazione latina si esprimevano, quand’era possibile o necessario, con vocaboli estratti dal proprio bagaglio culturale, per quanto il vocabolo fosse estraneo alla tradizione sarda. Vedi anche sd. pecuiare e pegugiare.
Termen log. ant. (CSP 187; CSNT 43) ‘confine’; pl. termenes. Per l’etimo vai a sass. tremma. Questa voce è palesemente raccordata al lat. termen. Attualmente in log. si preferisce trèmene.
Turpe log. ant. in faker turpe ‘fare un torto, offendere’ (CSP 43: ca minde aueat fattu turpe duas uias; 73: e cca ui li feki turpe). La voce è un classico accatto dal latino medievale.
Uske a, log. e camp. ant.; usca a (CV, IX, 2) = lat. usque ad. Voce dotta latina.

17. UNITÀ TRA I DIALETTI SARDI ED IL SASSARESE

La lingua sarda è complessa. Ma più complessa è la fatica di far ragionare su di essa molti intenditori. E se ogni sardo (ogni intenditore o praticante di sardo) va per la propria strada, senza prospettiva né disciplina, ecco individuata una comunità impazzita.
Tanto per cominciare, la gente non-specialista (l’intenditore) ama normalmente rinserrarsi nel proprio particulare, galleggia sui fumi di teorie mai discusse, accetta fideisticamente le datate “sentenze” dei dotti, e non s’accorge che la lingua sarda è veramente singolare. Purtroppo, l’intenditore è refrattario ad accettare la verità che i vocaboli da lui maneggiati sono troppo spesso peculiari alla propria zona di nascita o di esistenza. L’unico a percepire questa verità è chi parla il sassarese, per le ragioni già discusse.
Siamo al ridicolo. L’80% dei Sardi (dico dei sardi interessati alla lingua sarda) è composto da partigiani, nel senso che classificano la lingua sarda partendo dal particulare della propria zona. Guai a rimuoverli da tale prospettiva! La lingua isolana spessissimo non è percepita come un insieme, anche se l’utente, con riferimento a se medesimo, giurerebbe invece di percepirla come insieme.
Riconosco che non è facile padroneggiare i 100.000 vocaboli della lingua sarda, e non è facile ammettere che tale massa vada alleggerita scompartendola tra le varie sub regioni dell’isola. Il che non significa che ogni sub-regione debba curarsi soltanto dei propri vocaboli. Spessissimo molti vocaboli sardi sono identici tra le singole subregioni, ma si distinguono uno ad uno per peculiarità fonetiche (lo abbiamo constatato nei vari lemmi già trattati). Va da sé che l’esorbitante numero di 100.000 si riduce di colpo se unifichiamo a grappolo tutte le voci sotto dei “capifila”, sotto lemmi capaci di raccostare e spiegare le diversità-affinità (come spesso faccio io in questo Dizionario, e come seppe fare magistralmente Wagner il quale, nonostante i tanti errori nel tentare di accorparli, riuscì a ricondurre i suoi 20.000 vocaboli entro 7000 lemmi).
La Sardegna ha un retaggio vetusto, parla la sua lingua da decine di millenni, e le sue radici lessicali s’intersecano quasi sempre tra zona e zona pervadendo tutte le aree linguistiche. Chi ignora l’esistenza di una vera e propria rete ignora la complessa unità-varietà della lingua sarda. Il concetto della rete è adeguato. E se la rete viene lacerata in un solo punto, ciò basta a far scappare i tonni. La rete è unica, la lingua è unica. Per capire la lingua occorre tenere integra la rete. Altrimenti ci sfugge l’opportunità di padroneggiare l’intera fenomenologia.
La leggerezza culturale (direi la fanciullezza del neofita) ha portato molti dotti a lacerare questa rete, creando grossi danni, ivi compreso il danno sul dialetto sassarese. Da almeno 100 anni c’è la “conventiō ad excludendum” del dialetto sassarese (e di quello gallurese!), semplicemente perché nessuno degli esperti lo ha voluto studiare contestualmente a tutti gli altri dialetti sardi. Questa cappa di piombo pesa, beninteso, principalmente a causa della sorda opposizione del Wagner, il quale non ammise mai il dialetto sassarese nel novero delle parlate sarde, tantomeno quello gallurese, e così tagliò fuori un terzo della Sardegna. Ecco l’aristotelismo; ecco l’Ipse dixit! Ma pesò anche la ricerca di Antonio Sanna ai tempi del Wagner, intitolata “Il dialetto di Sassari”. Un ricerca che rinfrancò Wagner e lo stesso Sanna (costui era nativo dell’Île de France sarda: Bonorva).
Perché non dirlo?: quelli erano tempi da “Premio città di Ozieri”, i tempi della rivista “S’ischìglia” di Angelo Dettori, tempi in cui la cattedra di linguistica sarda era affidata a un logudorese, allorché le gare poetiche s’esprimevano spesso in logudorese e gli stessi premi letterari di Ozieri spettavano a scrittori logudoresi. Non erano pochi i dotti che giuravano sulla sardità genuina del dialetto logudorese, mentre al campidanese toccava l’onta d’essersi contaminato con le lingue d’Oltre-Tirreno.
Ecco la pretesa purezza, l’ideologia che ha accecato coorti di studiosi, inducendoli a creare scale di valori, ad inventare lo spettro cromatico ai cui limiti la luce “è impura” perché svanisce in frequenze non misurabili. Laddove un dialetto sardo sembri squagliarsi in altri universi linguistici, ecco gli studiosi a dichiararne la liminarità e per ciò stesso l’esclusione dai canoni portanti della sardità originaria. Nemmeno l’insularità della Sardegna è mai riuscita a fare accettare l’automatica insularità della sua lingua, ed ancora oggi dei baldi scouts vanno alla scoperta dell’Arca, di un dialetto più originario di quello contiguo, che mai troveranno, almeno sinché i loro canoni ideologici inseguiranno una visione campata in aria, non sorretta dalla ferrea volontà di parametrare materialmente una realtà che da decenni aspetta d’essere conosciuta.
In questa mia premessa metodologica ho abbondantemente mostrato (e dimostrerò ulteriormente) gli errori di metodo in cui tali studiosi sono incappati. Ammesso e non concesso che sia possibile parlare di una schiettezza sarda nel senso di una originalità genuina riferita a una precisa zona linguistica, andrebbe poi spiegato di che si tratti, e perché mai si voglia individuare proprio quella zona. Sinora nessuno lo ha fatto, o per meglio dire: ci hanno tentato ma senza riuscire. Però è singolare che, sotto-traccia, il tarlo della schiettezza sarda, della individualità sarda, abbia lavorato e stia ancora lavorando e divorando i migliori cervelli delle nostre Università, oltre che una massa inverosimile di gente.
Sulla lingua sarda ognuno è andato liberamente per suo conto, come un “ragazzo sul delfino”, affrancato e sognante in una galoppante e selvaggia indisciplina che nemmeno Wagner ha saputo raffrenare, poiché egli per primo era stato reso inadeguato dal suo ideologico scalimetro che dà la pagella del superiore e dell’inferiore. Nessuno si è accorto che Wagner, scrivendo la Fonetica Storica del Sardo, l’ha imposta come “pietra di paragone” per qualsiasi futuro studio linguistico, mentre essa non fu altro che un maledetto imbroglio.
Quanto allo studio di Antonio Sanna sul sassarese, esso non fu di per sé la “pietra dello scandalo”. Il suo studio andava fatto, e ringrazio il Sanna per i suoi meriti. Ma al solito i danni provengono dagli epigoni. Si accampa lo studio del Sanna come un Moloch abbagliante e totalitario, e lo si accetta come un “nec-plus-ultra”, Colonne d’Ercole invalicabili, il capolinea dell’itinerario consentito allo studio del dialetto sassarese. Nella contemplazione di quel Moloch accettiamo (quasi come una tesi che ci affranca da ogni responsabilità) l’incatenazione del dialetto sassarese a quello gallurese → alla lingua còrsa → alla lingua italiana (al toscano, al genovese), creando la centrifuga che proietta Sassari (e la Gallura) oltre Tirreno e la fa atterrare in suolo metalinguistico.
Ma occorre tentare un raddrizzamento, bisogna tener conto che Antonio Sanna voleva fare soltanto uno studio storico, dimostrando il peso dei genovesi-pisani nel rimescolamento dialettale di Sassari. Siamo noi ad aver visto in lui le “Colonne d’Ercole” ed esserci sinora privati della possibilità di tesaurizzare positivamente lo sforzo del Sanna nel più vasto ambito di una ricerca, sempre possibile, che conduca a capire esattamente il ruolo del dialetto sassarese nella storia linguistica della Sardegna.
È stato proprio lo studio analitico del D.E.S., da me condotto sino all’ultimo lemma (vedi NOFELSA), ad aver accertato che il dialetto sassarese condivide con i restanti dialetti sardi oltre il 90% dei vocaboli (salvo una parte della sua fonetica, la quale è condivisa però dall’Alto Logudoro, della cui arcaica sardità ho abbondantemente discusso nella mia Grammatica Storica, al cap. 3.1.10).

In questa Premessa Metodologica manca lo spazio per discutere esaustivamente sulla sardità del dialetto di Sassari (mi sembrerebbe però sufficiente quanto già discusso al cap. 07). In questo capitolo serve far notare che il dialetto di Sassari condivide con Cagliari più vocaboli (e persino più fonetica) che con la restante Sardegna. Questa sentenza non va vista come una némesis da me scatenata contro i detrattori dell’unità linguistica isolana; è però un aspetto che da solo è in grado di fare esplodere tutte le pregresse certezze. E qui chiudo, proponendo soltanto qualche lemma tra le migliaia che dimostrano l’unità dei Sardi.

Abbastu camp. ‘sufficienza’; di abbastu ‘a sufficienza’; sass. abbáłtu ‘idem’.
Abbundare, -ái log. e camp. ‘abbondare’; anche log. bundare: bundat sa vida in noa giuventura; sass. abbunda’. Vi sono due opzioni etimologiche: la prima porta al lat. ab-unda (concetto dell’onda che straripa: ab- + unda); la seconda è il sum. bun ‘spingere’ + du ‘to heap up, pile up, accumulare’, onde bun-du col significato sintetico di ‘ammassare’: ciò andrebbe bene al sd. bundáre.
Abbundíri camp. ‘cibo che aumenta di volume in cottura’; log. bundìre. Per l’etimo vai ad abbundáre.
Accabussái, cabussái camp. ‘tuffare, tuffarsi’; cfr. cat. accabussar ‘id.’. Il significato iniziale fu ‘entrare di testa come punta di freccia’, da sd. cabu ‘testa’, sass. ‘idem’. (v. lat. caput ‘id.’). L’origine dei lemmi sardo e latino è l’akk. kāpu, kappu, kāpum ‘roccia, riva, cliff, embankment (of river, of mountain)’. Il secondo membro del lemma cab-utza’ ha base nell’akk. ūṣum, uṣsu ‘punta di freccia’.
Accattái(sì) camp. ‘accorgersi’; sass. agattassi ‘idem’. Base etimologica è l’akk. qatû ‘be completed, be achieved, essere completato, essere acquisito’. Vedi log. agattáre, sass. agatta’ ‘trovare’.
Acciappinái camp., ciappináre log. Per l’etimo vai a sass. ciappínu.
Accióu camp. ‘chiodo’, sass. ciódu.
Aggaffare log.; -ái camp. ‘afferrare, acchiappare’; cfr. cat. agafar ‘coger, asir, apañar’, anche accaffiáre log., accaffái, aganfái camp. Base etimologica è l’akk. kappum ‘mano’.
Aláscia camp. ‘mobile’; in log. aláscios ‘attrezzi, suppellettili, strumenti di lavoro’. Occorre confrontare questi lemmi col log. e camp. calásciu ‘cassetto’ (di un canterano, di un contenitore di biancheria), che è il prototipo, almeno per la Sardegna. A quanto pare, siamo dinanzi a varie forme lessicali con vari esiti fonetici e varie semantiche; ciò reca ragioni valide per vedere i vari lemmi come crescite autonome, ognuna nel proprio territorio, nell’ambito della lingua sarda. In ogni modo la base etimologica di log. calásciu, sass. carásciu è il sum. ḫal ‘basket, pot’, kallu ‘bowl’ + aš ‘bread’; quindi il composto ḫal-aš in origine significò ‘cesta del pane’.
Alloriái camp. ‘turbare l’altrui mente con grida o atti che intronano il cervello in modo che si perde il sentimento e il discorso’. Il termine non è espressivo, ma è invece la base genetica del log. allorigáre, in formazioni del tipo mi fazzi vinì la lòriga sass. ‘mi sta logorando i nervi’, arrigga’ a la lòriga ‘ridurre all’estremo della sopportazione’.
Ammaccionaisì camp. ‘rannicchiarsi, ripiegarsi su se stesso, seduto o coricato’. Secondo Spano anche ammasonaisì. Questo verbo è legato all’estasi, alle sensazioni estreme in fase oracolare’, da akk. maḫum ‘to rave, delirare; dipartirsi (da se stesso)’; maḫḫû ‘esaltato’, da cui sd. maccu ‘matto, scemo, pazzo’.
Aúndi camp. merid. ‘dove’. Il prototipo è il sass. undì.
Burríccu sass., gall. camp. ‘asino’: base nell’ant. akk. būru ‘puledro; piccolo quadrupede’, ‘vitello da latte’ e altri animali giovani.
Busincu sass., gall. agg. e cognome indicante l’abitante di Bosa. Il termine è sardiano, sia nella radice sia nel suffisso, né più né meno come lo è l’etnico Sussíncu ‘abitante di Sorso’ o Lurisincu ‘abitante di Luras’; lo è parimenti il toponimo Baldìnca (Sassari), che dovrebbe significare ‘(originaria) dello stazzo di Baldu (Gallura)’. In età romana Bosa aveva un ordinamento municipale, ed il toponimo fu attestato dall’etnico Bosenses. Ma i Bosìnchi fino ad oggi hanno conservato il proprio etnico in –íncu, un suffisso che non qualifica soltanto l’etnico ma pure certi aggettivi campidanesi quale spullíncu ‘nudo’, pibíncu ‘molesto, importuno’ ma anche ‘noioso’ e ‘pignolo’, pruddíncu ‘che non si spiccia, molto lento ad agire, neghittoso, pigro’ (Quartu). Qualifica inoltre dei termini logudoresi, es. sa pruna limunìnca ‘la prugna a forma di limone’, sa munìnca ‘la scimmia’. Il suffisso -incu ha base nel sum. in ‘settore, zona demarcata’ + ku ‘situare, mettere, piazzare’; significò quindi in origine ‘chi sta o vive in un preciso sito’; Busincu è quindi ‘chi sta a Bosa’, Sussincu ‘chi sta a Sorso’, Lurisincu ‘chi sta a Luras’.
Buttáriga sass., log. e camp.; buttàrica gall. ‘uova salate e secche del muggine o del tonno’; cfr. it. ant. bottàrica, buttàraga; sic. butàraca; cal. votáracu.
Caipi’ sass., calpi’ gall., carpìre log., crapìre centr., carfìre dorg. ‘screpolare, aprire, spaccare, dividere, schiantare’. Base nell’akk. kapru ‘sezionato, in sequenza’, ‘spezzare’.
Cama sd. (e gall.) ‘calura forte d’estate’. Base nell’akk. qamû ‘ardere’ ed anche ‘vampa del fuoco o dell’incendio’. Vedi anche skr. kāma ‘amour; objet du désir’, ma principalmente ebr. ḥammah ‘calore, arsura’ (חַ מָּ ה).
Ciappínu sass. ‘incompetente, schiappa, poco capace’; sass. acciaputza’, log. acciaputzáre, inciaputzáre, camp. acciaputzái ‘acciarpare, abborracciare’. Base etimologica l’akk. ḫapû, ḫepû ‘to break’ (vessel etc.), ‘to ruin destroy’ (city, land, people), ‘to crack, crush, injure’ (part of body).
Cuguḍḍu sass., log.; cucuḍḍu gall. ‘cappuccio’, centr. crucuḍḍu; a Fonni ‘mantello di orbace con cappuccio’; è pure una caratteristica cuffia delle donne. Cfr. lat. cucullus ‘cappuccio’ e anche ‘veste con cappuccio’. Sia il termine latino sia quello sardo hanno base nel sum. kukku ‘ombra, tenebra’ + ud ‘sole’; il composto indica uno strumento capace di fare ‘ombra al sole’.
Guruséle nome della celebre fonte di Sassari (oggi detta Rosello o Ruseḍḍu). Un tempo stava fuori delle mura cittadine, alla base della parete calcarea. Guru- ha i confronti etimologici con l’ebr. יְרוּ* (*iěru) ‘insediamento’ < sum. iri ‘città’. -Sèle = Šalimu (dio semitico della salute) < akk. šâlu ‘rallegrarsi, godere di qualcosa’, ‘star bene’, salāmu ‘essere in pace’ (ebr. šālom ‘pace, salve!, arabo salām ‘pace’). Cfr. Bruncu Salámu (un monte di Dolianova, dove sgorgano acque ritenute curative); e vedi il monte Guruséle, il più alto dei Supramonte di Baunei, dove si diparte il primo ruscelletto che va a formare il fiume sacro chiamato Ilune. Cfr. comunque l’akk. šalû ‘sommerso’ (> “battesimi”), salā’u ‘spruzzare’ acqua’ (nei rituali di purificazione). Guru-séle = Jerušalaim significò ‘città di Šalam’.
Ille, illu, illa ecc. esisteva come pronome dopo preposizione in log. antico (CSP 203: Et ego tenninde corona cun ille).
Lu log. e sass. è pronome e art. det. = ‘il’. Attualmente, il sum. lu in quanto articolo determinativo mediterraneo, sopravvive proprio nel dialetto sassarese-gallurese: es. lu cani, lu pani, la prància ‘il cane, il pane, il ferro da stiro’. Sopravvive anche nell’Italia del sud: es. lu pisci-spada ‘il pesce-spada’. Altri esempi sardi del sum. lu si trovano attualmente nei suffissi cristallizzati dei cognomi sardi in -lu, nei quali confluisce pure il pronome dimostrativo sum. ul. Cfr. il cgn Buttόlu composto dal sum. bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’ + lu ‘persona’, ‘colui che, colei che’: bu-tu-lu, col significato originario di ‘chi è addetto alle formule magiche’. Da tutto quanto si è detto, si capisce che le precedenti forme sd. ille, illu, illa hanno subìto l’influsso del lat. ille, illa, che si è sovrapposto alle forme sumeriche in lu originariamente usate in tutta la Sardegna.
Spaperrottái, spapparottái camp. ‘fueḍḍai meda e sentza neçessidadi’ (Porru), ‘ciarlare, cianciare’. Casu registra ispabarrottare ‘gridare, vociare’. E già l’apporto del Casu dimostra l’unità lessicale tra Cagliari e Alto Logudoro. La base etimologica di spapperrottái è la stessa che vale per i ‘rondoni’ (chiamati a Sassari babbarrotti), dal sum. par ‘canale’ (raddoppiato in senso superlativo) + ud ‘bird’: quindi pa-par-rud significò, già 40.000 anni fa, ‘uccello dei canali’ (infatti questo animale si nutre esclusivamente d’insetti, di zanzare, e per questo frequenta i siti umidi dove gl’insetti abbondano). Questo traslato riferito a chi ciarla continuamente è dovuto al fatto che le rondini, i rondoni, quando cacciano a stormo strillano senza sosta, volando a bocca aperta e creando un chiasso festoso.
Θurpu centr.; tzulpu gall.; túrpu log.; tsurpu, tsruppu camp. ‘cieco’. Le maschere dette Thurpos nell’aspetto generale sono di un nero totale, per giunta ricoperti da un grande cappuccio, onde dànno proprio l’impressione di essere dei ciechi vaganti.
Zaibéḍḍu sass.; cialbéḍḍu gall. kerveḍḍu centr., kerbeḍḍu log., črobeḍḍu camp. ‘cervello’; cerbeḍḍale ‘fronte’ (Olzai). Base etimologica è l’akk. qerbum ‘centro, interno’ + elu ‘superiore, in alto’. Fin dalle origini si riconobbe che il cervello era un organo vitale, interno alla parte superiore del corpo.
Tzacca’ sass., gall. ‘conficcare, ficcare, far penetrare’; tzaccare log.; tzaccái camp. ‘mettere, introdurre, ficcare, intrufolarsi, intromettersi’ (Puddu). Base nell’akk. šakanum ‘posare, mettere, installare’.

18. FORTE PARENTELA TRA LOGUDORESE E CAMPIDANESE

Oltre agli accenni del capitolo testè concluso, sono i pochi esempi seguenti a mostrare (tra mille e mille), a maggior ragione, la strettissima affinità del dialetto logudorese col dialetto campidanese, la quale si esprime in parecchie decine di migliaia di voci, oltre alla presente manciata che ho spigolato dalla lettera A e dalla T.

Abbojare, abbojare (Mores) ‘incontrare’. Lungi dall’etimo di attoppare (vedi), questa voce ha base etimologica nel sum. bu’i ‘to face, incontrarsi, mettersi a confronto’.
Abbóju log. e camp. ‘appuntamento’. Vai ad abbojare.
Abborréssere log., abborréssiri camp. ‘aborrire, avere in odio’; sass. abburrissi’ ‘svergognarsi, coprirsi di vergogna, screditarsi’. Vai ad abburrésciu.
Abburrésciu camp. ‘ubriaco fradicio’; burràcciu ‘ubriacone’, burraccera ‘ubriachezza’. Cfr. sp. borracho ‘ubriaco’. I lemmi sardo e spagnolo sono forme metatetiche dall’akk. buḫḫuru ‘cuocere, riscaldare’, ‘tener caldo’; buḫru ‘stato di cottura’. Non a caso in Sardegna cottura equivale semanticamente a sbornia. A dire il vero, le semantiche convergono dall’origine, poiché anche il log. cóttu ‘ubriaco’ ha origini accadiche, da akk. quttû ‘completato’ (ossia riempito, messo KO dal vino). Sembra di capire che mentre la forma abburrésciu ha attecchito soltanto nel sud dell’isola, cóttu ha attecchito nel nord. Abburrésciu s’incrocia, pure semanticamente, col log. sett. abburrare, abburrigare(si) ‘immergersi nel fango o nell’acqua’, ‘infangarsi’, che Wagner ritiene dallo sp. barro ‘fango’: ed è possibile. Ma intanto c’è il confronto con l’akk. barruru ‘con occhi luccicanti’ con riferimento anche alla persona ubriaca. In ogni modo la vera base etimologica di abburrare è l’akk. burrû ‘prostituto, prostituto sacro’ (tutto un programma).
Alleputzíu, alleputzáu camp. ‘ben vestito’, ma anche ‘ringalluzzito’, ‘allegro’; forse i tre campi semantici in origine furono idealmente più contigui, poiché nei tempi arcaici il ben vestire era tipico delle grandi feste, quindi dell’allegria. La base semantica si riferisce al composto akk. allu ‘puro, chiaro’ + pūṣu ‘bianchezza, candore’: stato costrutto alli-pūṣu, col significato di ‘candore immacolato’. Da respingere la proposta del Wagner di ricondurre queste voci a lèppore ‘lepre’. Questo part. pass. ha invece il referente in alleputzare log., alleputzái camp. ‘attillarsi, vestirsi elegantemente, vestirsi con cura, abbigliarsi’.
Attobiái camp. ‘incontrare’. La base etimologica è diversa da quella di attoppare ‘incontrare’, sass. attuppa’ (vedi): attobiái contiene una labializzazione intervenuta per legge fonetica campidanese sul sum. tul ‘well, pozzo’. Nelle età primitive il pozzo era l’unico punto d’incontro certo e diuturno della comunità. Cfr. log. attόliu ‘convegno, appuntamento’; attoliare ‘chiamare, unirsi’ (Fonni): Spano.
Taja gall.; taza log. Per lo Spano il termine equivale a mutu (vedi), ‘stornello, rispetto’. Per Brandanu è un ‘canto corale polifonico gallurese a cinque voci (bóci, contra, trippi, falsittu, grossu)’. Mentre Cirese sostiene l’incapacità di taja di essere l’appellativo di un preciso componimento poetico, invece è chiaro che taja sia riferito, oltre che al gruppetto gallurese, principalmente ai mutos ed ai mutettos sardi, dei quali sembra voler governare le leggi compositive. Taja dev’essere il termine più antico dei componimenti sardi, che solo nel Settecento la Sardegna cominciò a chiamare mutos e mutettos, per contaminazione proveniente dalla penisola italiana. Taja ha base nel sum. taḫ ‘addizionare, aggiungere’ e in alcune forme accadiche, quale ta”uru ‘turned, rivoltato’, tajjartu, ta”artu ‘ripetizione, cedimento’, ta”mnu ‘duplicato, gemellato’, tajaru ‘misura per campi’, taḫḫu ‘sostituto’; ‘canto aggiuntivo’.

19. INTEGRAZIONE TRA I DIALETTI SARDI; I RAPPORTI CON TERRAMANNA

La lingua sarda, suddivisa da millenni in vari dialetti a causa della montuosità diffusa, contenne già nel suo seno, possiamo dire ab origine, la macro-divisione logudorese/campidanese. Una divisione che risale alla preistoria, per la cui indagine occorre scendere alla preistoria, evitando le ridicole scorciatoie dei tanti che scrutano la Sardegna come una preda naḯf da parte di popoli storicamente accertati ed oltremodo vicini a noi, proponendo pertanto cause assai prossime risalenti dapprima ai latini, poi rinnovellate dalla colonizzazione genovese-pisana, rese definitive dall’invasione catalano-aragonese, sancite irrevocabilmente dal predominio italiano. Una visione culturale inaccettabile.
Quando il sardo apparve scritto agli albori del II millennio, era già suddiviso. Nessuna intromissione di Roma in tale suddivisione, poiché essa, semmai, aveva puntato alla mera soppressione dell’idioma sardo. Dopo l’apparizione dei liguri-pisani e le loro inconsapevoli intromissioni da “sovrastrato”, seguì il tentativo unificante con la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea. Questo fu il secondo tentativo autonomo, dotato di ben maggiori auspici, dopo l’edizione degli Statuti Sassaresi e quelli di Castelgenovese, i quali per note ragioni storiche non avrebbero potuto ergersi a poli unificanti della lingua sarda, se non davanti a condizioni storiche lineari che mai si verificarono.
Alla Carta de Logu seguì il plumbeo feudalesimo iberico che accentuò la millenaria dialettizzazione, producendo una involuzione. Peraltro lo status quo e persino l’involuzione tornava utile ai regnanti iberici (divide et impera). Da quel momento si potrà soltanto osservare un complesso di sistemi dialettali giustapposti e collegati in un vario gioco di tensioni e di rari contatti che non fecero mai sperare in auspicabili evoluzioni.
Nel ‘500 Girolamo Araolla riuscì a spingere alquanto il logudorese nell’ottica della parlata toscana, la quale era già da secoli un referente stabile cui agganciare la normalizzazione delle locuzioni e della stessa grammatica sarda.
A scanso di sminuire il nostro universo d’indagine, dobbiamo osservare che nel Mediterraneo lo sviluppo delle lingue volgari aveva fatto un lungo cammino già da prima dello scadere dell’impero romano, ed i Giuramenti di Strasburgo (842) furono soltanto la spia di un fenomeno ampiamente diffuso, nel cui ambito la predicazione cristiana, i monasteri più importanti e la stessa corte di Carlo Magno avevano spianato le strade del futuro. Nell’Alto Medioevo anche la Toscana ebbe il suo incipit letterario, ed essa mirò dapprima al luminoso faro di normalizzazione proveniente dalla letteratura trobadorica, ossia dalla lingua occitanica, alla quale però bastarono pochi eventi negativi, bastò la Crociata contro gli Albigesi (1209-1229) e poi la manomissione regia dei grandi feudi meridionali, per sedarsi e rovinare rapidamente in un sistema di dialetti (come accadeva in Sardegna) dal quale non si sarebbe più ripresa. Mentre al contrario il vivaio toscano espresse un susseguirsi ininterrotto di scrittori d’alto rango, che gli donarono la gloria di attirare dapprima il luminoso siciliano di Federico II e poi le altre lingue italiche verso una sola norma espressiva. In Italia il miracolo dell’unificazione grammaticale ed espressiva precorse di 700 anni l’unità politica. Il sassarese Girolamo Araolla intuì quel processo, o almeno ne approfittò per fissare nel logudorese quei caratteri toscaneggianti altrimenti inspiegabili, quale la suffissazione latineggiante integrale dei verbi (-áre, -ére, -íre) a fronte dei troncamenti sassaresi, galluresi e campidanesi (canta’, cantái).
Purtroppo quella che mostrava di essere una libera convergenza grammaticale e lessicale degli scrittori italiani e tirrenici verso il toscano, verrà poi “militarizzata” da un nugolo di occhiuti “custodi” (ricordo fra i tanti il Tommaseo, marcato dalla sorda ostilità del Leopardi), i quali cominceranno a dettare norme strangolatrici a senso unico, ed in più mireranno ad ingabbiare persino il lessico.
Il lessico italico è da secoli oggetto di pedanterie che vorrebbero soffocarlo per lasciare emergere unicamente quello già “sdoganato” dai grandi scrittori. Il Romanticismo giocò un forte ruolo nel processo di italianizzazione, ed Alessandro Manzoni eccelse nel “lavare i panni in Arno”. Senza di lui, l’italianizzazione linguistica sarebbe ancora arretrata.
Se il millenario spontaneo amalgamarsi delle grammatiche tra i singoli popoli mediterranei aveva avuto una potenza tale da rendere facile a chiunque l’uso delle lingue rivierasche, certe ostinazioni da parte degli intellettuali italiani miranti a soffocare le disparità lessicali regionali hanno scavato (ancora stanno scavando) un “buco nero” dove decine di migliaia di termini vengono “individuati, braccati, incarcerati nelle segrete”, dannati all’estinzione per essergli impedito di comunicare.
Il “blocco militarizzato” opera anche per le forme grammaticali e sintattiche, e non si contano oggimai le derisioni dei “puristi” rivolte ai personaggi in vista – i politici anzitutto – quando dalla loro bocca erompa un eloquio italiano liberale nel quale talora è omesso l’uso del congiuntivo. Le manifestazioni di “orrore” dei “puristi” sono di per sé un incitamento alla sollevazione, alla coralità del pubblico ludibrio. L’omissione del congiuntivo riguarda specialmente i Meridionali, e non ci si rende conto che tale popolo appartenne per quasi un millennio alla Magna Grecia, dove le esasperazioni della grammatica latina e della consecutiō temporum non esistevano.
L’orrore dei censori si moltiplica quando – mercé la Televisione – percepiscono dei verbi intransitivi usati come transitivi (es. “sedere il bambino”, “uscire il cane”). Ci si dimentica che gli Inglesi sono maestri nelle indifferenze formali, e ciò non impedisce alla loro lingua di essere la più usata del mondo.
Est modus in rebus. Non possiamo inibirci sotto una cappa di divieti. In Italia abbiamo molti censori, ma sono pochi i veri specialisti della lingua; e se anche lo fossero, essi non hanno alcun diritto di atteggiarsi a “giardinieri” che dettano le regole del “giardino rinascimentale, del giardino all’italiana, del giardino all’inglese, del giardino arabo, del giardino zen…”. Non hanno il diritto di “domare” e “uniformare” un parco naturale secondo un gusto, una moda, uno schema. Lo specialista del linguaggio dev’essere moderato, capace anzitutto di considerare la lingua italiana come un prodigioso e proficuo climax, un mirabile equilibrio evolutivo foriero di sviluppo per la comunicazione nazionale. In tal guisa, la visione e la missione del linguista-custode deve improntarsi a quanto fa il botanico osservando certi ambienti naturali, dove la flora, non disturbata, crea spontaneamente un pascolo multiforme ed equilibrato, e gli armenti se ne avvantaggiano ricavando nutrienti bilanciati.
Il fenomeno delle letterature, delle scriptae letterarie, pur basate sul linguaggio parlato in un preciso momento, fa aspirare ognuna alla sovratemporalità e sovraregionalità, come fu, per eccellenza, il latino nell’impero romano e poi nella Chiesa vaticana; esse pertanto hanno sempre teso, quale più quale meno, a lasciar cadere le forme d’uso più strettamente locale e quotidiano e ad adottarne invece altre, provenienti da un ambito più vasto o comunque più prestigioso, il quale potesse assicurare una maggiore dignità e rappresentatività presso un più largo pubblico. Fu questa la strada scelta da Girolamo Araolla in Sardegna.
Ma se la normalizzazione grammaticale e sintattica può avere, ed ha, un senso, il quale non a caso viene accettato, condiviso ed apprezzato da un millennio, è allarmante invece la tendenza a sostituire le voci locali con quelle “toscane” di maggior prestigio. Infatti, se da una parte è facile intuire ed accettare l’unicità della grammatica, essendo essa nient’altro che l’impianto ideologico che porge modello e forma ai processi logici cui il parlante e lo scrivente devono adeguare la formazione e l’espressività della propria catena parlata, d’altra parte la sostituzione di un vocabolo locale con un altro “forestiero” (toscano) porta inevitabilmente all’impoverimento dei rispettivi vocabolari, cristallizza l’uno e l’altro, e comunque reca detrimento ai vocabolari “dialettali”, i quali nel volgere di pochi secoli e persino di pochi decenni vengono svuotati, col risultato che ogni dialetto tende ad immmiserirsi ed annullarsi rispetto al dialetto dominante (in questo caso, rispetto alla parlata toscana, essendo questa ad aver dato molto scheletro all’intero vocabolario della Penisola).
Ogni vocabolo corrisponde a un concetto. Logica vorrebbe che un Paese complesso, aspirante ad esprimere una nazione coesa, avesse cura di ogni vocabolo espresso dai singoli popoli chiamati ad unirsi come nazione, poiché ogni popolo ha la propria specificità, un proprio genio che faticosamente si è espresso nel volgere dei millenni, un genio conservato anzitutto nelle stratificazioni lessicali che narrano la sua storia, le sue radici, la sua cultura. È un grave errore culturale perseverare nella promozione della sola parlata egemone.
In quest’ottica va vista anche la Parlata Sassarese nei confronti con la restante parlata sarda. Il sassarese morirà presto se in Sardegna mancherà la visione che ho appena delineato.
Riconosco che parlare e scrivere è anzitutto fatica. Ci vuole molto tempo per parlare e scrivere meglio. Non è un caso che la gran parte della gente usi non più di tre-quattrocento parole per comunicare, su circa 200.000 disponibili nel vocabolario italiano e le 100.000 registrate nel solo vocabolario sardo. Se parecchie persone debordano dalla soglia delle 3-400 parole, è soltanto in virtù di altrettante parole imparate per districarsi nel campo del proprio mestiere (e siamo a 6-800).
Indubbiamente, senza gli scrittori ed i vari intellettuali, una lingua, qualsiasi lingua, è destinata a rinsecchire, nonostante il grande impegno dei tanti scienziati a tener vivi, ridestare, persino inventare, dei vocaboli utili alle singole specialità accademiche. La lingua è un tesoro custodito da ognuno di noi, e peggiora quando noi uti singuli la trascuriamo. Le parole sono davvero tutto, anche se è vero che ogni concetto, privato della coscienza dell’etimo, è vuoto, inane (come ho già spiegato più su).
Oggi non possiamo permetterci un atteggiamento severo e censorio rispetto alla lingua-madre, ancor meno rispetto ai dialetti che potrebbero concorrere alla salute collettiva della nazione. Se l’Accademia della Crusca ha realizzato da sé, tra molte tensioni, una certa unità linguistica in un’Italia dapprima disunita (ed ora nuovamente tempestata da sismi separatisti), oggi non possiamo più “dar man forte” alla Crusca (…credendo di osteggiarla!…) con una maniacale separazione lessicale tra dialetti e lingua, tra lingua sarda e lingua italiana, tra lingua sarda e dialetto sassarese, “allo scopo di evitare interferenze inconsce tra i sistemi linguistici”. A chi giova tale operazione schizofrenica?
In Italia c’è forte bisogno di libertà lessicale, c’è bisogno di licenziare i secondini della lingua destinandoli ad altro mestiere. Sono purtroppo migliaia i baroni della didattica che pretendono di evitare le interferenze tra i sistemi linguistici. Si tratta di giornalisti, di professori, di accademici. Nel mazzo rientrano a buon titolo anche i “separatisti”, gli amanti degli -ismi (“padanismo”, “sardismo” e quant’altro).
Per i “separatisti”, o sovranisti, che programmano la divisione politica tra i “popoli” (tra i popoli che attualmente costituiscono una nazione), ho un paterno avvertimento, pur premettendo che non voglio minimamente entrare nella loro visione politica (la politica non deve essere pertinenza del glottologo). Un bravo glottologo percepisce le premesse e le conseguenze di certe azioni. Tra le premesse reali (o programmate) rientra una ansiosa ricerca, classificazione, giustificazione, da parte del politico, delle disparità che possano configurarsi a priori come distinzione culturale e “strutturale” tra i gruppi. In questo tentativo di contrapposizione la lingua dovrebbe fare la propria parte, perché essa in mano al politico diviene oggetto di “pilotaggio”, le vengono inibiti in partenza (forzosamente) tutti i processi di convergenza, mentre sono favoriti tutti i processi di distinzione. Affinché tale operazione riesca, il politico “separatista” ha bisogno ovviamente della “spalla” di un glottologo, dal quale si aspetta che favorisca quelle azioni nel programmare ed organizzare le tematiche pertinenti alla lingua. In definitiva, il politico separatista aspira ad ammantare la parlata del proprio territorio di “indiscutibile” individualità e di “sovranità” originaria. Un’operazione aberrante, specialmente se perpetrata nel bacino mediterraneo, dove le lingue coesistono e interagiscono sin dall’intaurarsi dell’Homo Sapiens.
Ordunque il paterno avvertimento ai separatisti è il seguente: una volta ottenuta l’agognata indipendenza politica, alla “individualità” e “sovranità” da loro propugnate per la lingua restano aperte due vie: 1) la prima è che la lingua riprenda i normali anodini processi dai quali la si voleva distogliere; 2) la seconda e che il politico insista nella ideologia della “individualità” e “sovranità”, pilotando la lingua in un micragnoso isolamento rispetto alle altre lingue mediterranee. Nel caso della lingua sarda, la seconda opzione la vedrebbe perdente. In forza dell’impero digitale oramai dominante nel mondo, la lingua scelta dai parlanti sarebbe pur sempre l’inglese ed in subordine l’italiano. Il sardo sarebbe destinato ad estinguersi nel giro di due-tre generazioni.
Ricordo che nell’URSS, una volta rivelatasi la macabra messinscena di Hitler che stava precipitando nel baratro dell’arianesimo la parlata e la cultura germanica, il glottologo Marr tentò di evitare che la cultura sovietica venisse assorbita dal campo nazista; in tal guisa individuò una “via socialista” per la lingua slava. Fu Josif Stalin ad opporsi, poiché intuì le torsioni politiche che avrebbero attanagliato gli studi dell’Accadema Russa entro un recinto anti-scientifico.
Chi vuole violentare una lingua, se ne assuma le conseguenze. Ma ricordo che una lingua può essere violentata anche solo lasciandola senza cure, sancendone la diminuita capacità comunicativa mediante la trascuratezza, il disuso, condannandola all’indifferenza e quindi all’estinzione. Questo monito è rivolto maggiormente agli intellettuali sardi ed agli intellettuali sassaresi. A tutti dico: Cave!, Attenzione!

Tornando alle mene di certi glottologi, la maggior parte di loro non cerca “separatismi”: gli sta bene l’Italia unita; ma poi, paradossalmente, innescano una bomba dirompente con la filosofia e la pratica di “evitare interferenze tra sistemi linguistici”, tra l’italiano ed i dialetti esistenti nel suo variegato tessuto geografico. A ben riflettere, ciò significa che la lingua italiana in tal guisa tenderà a cristallizzare l’impianto attuale, fossilizzandosi. Allora, quale Unità d’Italia abbiamo fatto 160 anni fa? Contraddittorio, vero?
La lunghissima storia delle lingue mediterranee acclara che esse si sono formate ed hanno convissuto nel vastissimo arco di 40.000 anni senza mai nulla togliere l’una all’altra, anzi regalandosi a vicenda frasi, parole, sistemi grammaticali. Un secolo e mezzo fa, con un gruppo di lingue (o… “dialetti”) si decise di fare l’Italia. Ci si preoccupò subito di creare un’unica lingua, abbattendo quelli che oramai stavano diventando veramente dei dialetti. In tal guisa, certi politici percepirono che occorresse forzare la parlata verso il toscano.
Ebbene, oggi dobbiamo, non dico bloccare la convergenza, e nemmeno frenarla. Ma bisogna quantomeno smetterla di attizzare il popolo verso una convergenza preordinata. Suggerisco di vivere l’integrazione liberamente, come un’ariosa convivenza, senza costrizioni né indirizzi. Questo è l’unico metodo che onorerebbe l’Italia e la farebbe giganteggiare come nazione.
Oggi dobbiamo cambiare prospettiva ed accettare che la lingua italiana sia unica nella misura in cui nel suo dizionario ogni dialetto abbia pari dignità. Quindi deve diventare naturale che migliaia di parole sarde o sassaresi entrino stabilmente (sia pure “in divenire”, senza fretta) nella parlata italiana (a disdoro dell’ostinazione dell’Accademia della Crusca e dell’ascarismo di tanti intellettuali).
Se poi in futuro l’ascoltare un rinnovata o dissonante loquela tra italiani desterà qualche (sopportabile) difficoltà, ognuno potrà civilmente ed umilmente chiedere la traduzione di una parola non-toscana.
Ma facendo a rovescio, evitando interferenze linguistiche, allora rimarremmo in una oppressiva apartheid, dove andremmo a perdere tutti, non a vincere, e non riusciremmo ad educare dei docenti di buona volontà.
La lingua italiana è complessa e ricca, e può rimanerlo grazie ai suoi dialetti. Questi sono un tesoro che le altre nazioni possono soltanto invidiarci.

20. GENOVESISMI

Isoglosse. Per isoglossa non s’intende soltanto la traccia della presenza di un vocabolo per l’ampio territorio; s’intende anche la traccia di un fenomeno grammaticale (suffissi, dittongamenti, lenizione, spirantizzazione di occlusive sorde, etc.) tale da definire un sistema linguistico di fronte ad un altro sistema linguistico.
Due sistemi linguistici non possono dichiararsi divergenti per il divergere di sporadici fenomeni grammaticali o lessicali; viceversa, non basta il convergere di rari fenomeni grammaticali o lessicali per dichiarare simili, tantomeno identiche, due lingue. Ad esempio, non basta dichiarare simili la lingua sarda e quella occitana perché l’una e l’altra presentano la lenizione delle occlusive sorde intervocaliche limitata al primo grado (sonorizzazione: -p- > -b-; -t- > -d-; -c- > -g-).
Parimenti, non basta sostenere un influsso toscano sul cagliaritano per la sola copresenza di una -d eufonetica apposta a certe forme grammaticali toscane e cagliaritane. Esempio dal Milione (quello scritto in ant. toscano), cap. 170 par. 28: Incontanente ched elli vide una bella moglie…
Fenomeni europei addirittura più condivisi (ma pur sempre distinti) si scoprono nella fricativa laringale (la cosiddetta h- aspirata), che il latino aveva perduto ma che il francese antico riacquista per influsso germanico, conservandola, pur con graduale indebolimento, fino al XVI secolo (Roncaglia LO 116). È una fricativa che nel nord Sardegna permane viva; ma, guarda caso, proviene dalla lingua sumerica.
Altro fenomeno condiviso, ad es. dall’ant. fr., è la laterale velare ł del sassarese e del log. nord-occidentale (Roncaglia LO 116).
La gran parte dei filologi romanzi ha sempre considerato propria del francese e dell’afr. la forte nasalizzazione velare di m (labiale) e n (dentale), quale si ha in sanc, e non si è preso atto che la Sardegna del sud presenta, a macchia di leopardo, un’acuta sopravvivenza del fenomeno (vedi la parlata di Masullas e principalmente quella di S.Vito, ma non solo).

Ho voluto premettere questo chiarimento sulle isoglosse affinché si conservi il senso dell’equilibrio nell’osservare gli influssi genovesi sulla parlata sassarese al tempo delle Repubbliche marinare. Vale precisare che tra le due repubbliche allora concorrenti (Genova e Pisa), la prima sembra aver lasciato in Sassari tracce talmente labili, che varrebbe la pena soprassedere nella ricerca delle evidenze della temporanea colonizzazione. Assenza più tangibile di tracce (perdonate l’ossimoro) si scopre a Castelgenovese (Castelsardo).
Ed è proprio Castelsardo a fornire la “cartina di tornasole” che meglio evidenzia la mancata presa del “sovrastrato” genovese. Una “presa” che invece riuscì ad Alghero per opera dei Catalani; ma qui non si trattò di “sovrastrato” ossia di moderata sovrapposizione di una parlata sulla precedente, ambedue libere d’esprimersi e d’interagire. Ad Alghero ci fu la depopulatio, ossia l’intera popolazione logudorese fu espulsa e subentrarono i catalani i quali, in virtù di fortunate sequenze storiche, riuscirono a resistere in purezza per mezzo millennio, talché il tardivo riflusso di logudoresi entro le mura non fu più in grado d’influire, ed ancora oggi ad Alghero si parla un buon catalano.
A quanto pare, i Doria, nonostante il possesso integrale di Castelgenovese (e di Perda e Thori), furono talmente permissivi da consentire o persino favorire una proficua e benefica interazione tra popolazione locale e mercanti genovesi. Sicché, dopo un paio di secoli, l’estinzione dei Doria in terra sarda non poté lasciare tracce linguistiche di sorta. A Sassari la tolleranza reciproca fu addirittura più eclatante rispetto a Castelgenovese, considerato l’equilibrio delle due etnie imprenditrici e commerciali (genovese e pisana) insediatesi in città, tra le quali tuttavia permaneva e predominava numericamente l’elemento locale di lingua logudorese.
A Sassari si contano attualmente un centinaio di parole dove – sotto la lente di una attenta analisi etimologica – si scorge fra i tanti elementi anche quello genovese. Ma è veramente arduo volerne dimostrare un attecchimento che forse possiamo attribuire ad altre cause, tra le quali rientra a buon diritto la presenza geografica e storica della Corsica.
Al riguardo non possiamo sottovalutare la “legge della contiguità”, la quale obbliga due popoli contigui a condividere più isoglosse di quante ne possano condividere con i popoli vie più lontani. Ed è dimostrato che la Gallura, trovandosi contigua alla Corsica, condivide con essa molti più vocaboli rispetto al Logudoro (il quale giace geograficamente al disotto della Gallura). Quindi possiamo considerare la Gallura come “territorio cuscinetto” tra Logudoro e Corsica. In tutto il mondo, sotto questo aspetto, i “territori-cuscinetto” sono infiniti. Ogni territorio diviene “cuscinetto” tra quello che precede e quello che segue nella sequenza.
Dunque è del tutto ozioso incaponirsi nella pretesa di evidenziare le ovvie isoglosse tra territori contigui, poiché una tale pratica – di per sé paranoica – assomiglia alle imprese di Alessandro Magno, il quale ad ogni conquista sentiva il bisogno di entrare nel territorio contiguo per assicurarsene la non-belligeranza. E così all’infinito, poiché al di là di ogni confine scopriva un popolo contiguo che occorreva sottomettere al fine di rendere sicuri i confini.
Delle isoglosse tra Sardegna del nord ed Alto-Tirreno scriverò più diffusamente nel capitolo seguente a proposito della parlata gallurese. Qui insisto sull’esigenza di esercitare la massima acribia e la massima apertura d’idee, privandosi in partenza del miope preconcetto della “colonizzazione” il quale, una volta messo nel conto, arrecherebbe al linguista soltanto disastri metodologici ed epistemologici.
Ad esempio, che cosa possiamo dire del cognome sardo Rocca, Roca, Rocche? Anzitutto possiamo dire che è cognome pure italiano. In Sardegna è già presente nel condághe di Silki come Rocca e Rocha, ma la sua origine s’appalesa antichissima, poiché ha basi sumere. Prima di passare all’etimo occorre precisare degli aspetti poco noti. Nel sardo comune per rocca s’intende una ‘roccia’, uno ‘sperone roccioso’, una ‘eminenza rocciosa’; mentre in italiano rocca è una ‘fortezza di grandi dimensioni costruita di solito in luogo elevato’ (1313-19, Dante; sec. XIV. F. Buti: “Rocca si chiama la fortezza ben fornita”; anche nel lat. medievale di Salimbeni, 1281-88). Un noto derivato è l’it. roccaforte, termine che precisa gli attributi della rocca.
DELI, che offre queste informazioni, ritiene rocca di origini mediterranee, passato (forse) per il lat. parlato. Tuttavia non ne conosce l’origine profonda, ed in tal caso si auto-spoglia della patente di “etimologista”. In realtà l’origine è nota, è il sum. ru ‘architettura, costruzione architettonica’ + ku ‘rafforzare’, col significato di ‘costruzione rafforzata’, ‘casa-forte’. Va da sé che il sd. rocca nel senso di ‘roccia’ non è altro che un adeguamento dell’arcaico termine sumero, che passò anche alla lingua francone, ed ovviamente in Còrsica, dove attecchì benissimo anche in virtù dell’annessione di tale isola all’Impero franco. Infatti l’it. roccia, corrispondente del sd. rocca nel senso di ‘aggregato di minerali dovuto a fenomeni geologici’, è condiviso dall’ant. francese (sec. XII) ma con una prima testimonianza scritta nella Galloromania già nel 767: “multas roccas et speluncas conquisivit”, Annales regni Francorum) (DELI).
Tra i lettori non è chi non s’avveda della complessa ed arcaica pervasività di questa voce sumerica, che ovviamente influì anche nel territorio ligure. Ma certamente mancano gli elementi per accreditare al sd. Rocca, rocca una qualsiasi provenienza esterna, tantomeno una provenienza “coloniale”, essendoci l’evidenza assoluta che la voce è mediterranea e da questo Mare s’espanse, arrivando persino tra i popoli germanici (v. ags. rock ‘roccia’).
Quanto sinora detto non significa che Genova non abbia esercitato in Sassari un qualche influsso. Prendiamo ad esempio giałtemma sass. ‘bestemmia, imprecazione’. Cfr. gen. giastèmma ‘bestemmia’. Questa voce è anzitutto allotropa del sass. frałtémma ‘bestemmia’. Ma proprio perché diversa, si capisce che giałtemma entrò nel sassarese in un secondo momento: quindi è facilmente accreditabile come voce genovese. Ciò è più facilmente intuitivo poiché in Gallura manca il corrispettivo fonetico del vb. sass. frałtima’ mentre esiste soltanto il genovesismo ghjastimma’. A maggior ragione ciò si evidenzia nel còrso ghjiastima’. In virtù della”legge della contiguità” a questo punto appare sempre più ovvia e certa l’influenza genovese, tenuto conto che Genova pose piede a Sassari e nel nord-Sardegna quale repubblica marinara. L’occasione ci consente di presentare altri lemmi dai quali fa capolino Genova:

Bantziga’ sass., bantzicare centr. ‘tentennare, barcollare, oscillare, traballare; dondolare; cullare’; unu ki bántziga l’anca ‘uno che tentenna la gamba accavallata’ (ossia chi ostenta benessere: Bazzoni). Wagner presenta molte attestazioni del lemma un po’ in tutta la Sardegna, con leggere varianti; lo stesso lemma si ripropone con poche variazioni in varie parti d’Italia, compreso gen, basigà.
Fiorenzo Toso (PDEL 64) considera la voce sarda di origine ligure, e ciò senza nemmeno aver dato prima conto delle origini del gen. bansigase ‘dondolarsi, fare l’altalena’. Secondo Wagner, la voce sarda è una indiscutibile onomatopea. Ma i due linguisti non centrano la questione. Il lemma sardo (e quello ligure) mostra di essere radicato in area mediterranea grazie alla sua arcaicità, che risale quasi certamente al Neolitico. Base etimologica è l’akk. bāntiš ‘like a mother’, bāntu ‘madre’ < banu ‘render buona’ una persona, ‘vegliare su, prendersi cura di’ con delicatezza ed amore + ḫāšu ‘essere ansioso’ o ḫaṭû(m) ‘agir male’. Questo termine si applicò inizialmente al bimbo che stava male, o piangeva, al fine di placarlo.
Baχóni sass. ‘finestra’, voce corrispondente all’it. balcone ‘finestra aperta sino al piano del pavimento e dotata di una balaustra o ringhiera, in genere sporgente a sbalzo’; vb. abbaχuna’ ‘affacciarsi’. Il termine è mediterraneo, quindi anche sardiano, con base nell’akk. balû, ba’ālu(m) (ug. bʽl) ‘Baal, Dio del Cielo’ + qunû ‘colore del lapislazzuli’ (stato costrutto bal-qunû). Quindi balcòni, balcone, fu in origine un epiteto di Ba‛al, letteralmente: ‘Baal del Lapislazzuli’, ossia ‘Baal Celeste’, ‘Baal Signore della Volta Celeste’. Per capire questo epiteto, strano solo in apparenza, partiamo dalla figura di Baʽal, divinità della mitologia fenicia, figura centrale della religiosità dell’antica Ugarit. Per i Cananei della Bibbia il nome era sinonimo di Dio, e solo dal XIV secolo passò a indicare il maggiore tra gli déi e il Signore dell’Universo. Era l’antico dio semitico della tempesta e della fertilità.
Va da sé che la finestra delle case primitive, normalmente posta in alto, dalla quale si vedeva esclusivamente il cielo, fu considerata già in origine un osservatorio sacro dedicato al Dio del Cielo. A maggior ragione la funzione di ‘specola sacra’ fu riservata alla terrazza posta sul tetto dell’edificio (dove le donne si esibivano seminude a celebrare il Dio della Fertilità), nonché al “balcone” costruito nei piani superiori mediante una porta-finestra e sorretto nel vuoto da putrelle di legno. Non servono gli annaspanti tentativi del DELI di rappezzare un etimo qualsivoglia all’it. balcone, bastando la celebre frase del Purgatorio IX,1, riferita all’Aurora: “La concubina di Titone antico – già s’imbiancava al balco d’oriente – fuor de le braccia del suo dolce amico; – di gemme la sua fronte era lucente…”. Anche Dante non seppe sottrarsi al poetico richiamo che il balcone, fin dalla più alta antichità, esercitò quale “specola del firmamento”.
Il longobardo balk ‘palco di legname’ (da cui molti filologi romanzi, fra cui Devoto ed Oli, derivano l’it. balcone) non può che essere un accatto dalla lingua sumerica. Per questo stesso motivo non è accettabile la proposta di Toso PDEL 65 di derivare il gen. barcon ‘finestra’ da un ipotetico germ. *balko, *palko ‘trave’.
Burrìda nel sud-Sardegna è il ‘gattuccio di mare in aceto’, ma in Sardegna è pure, comunemente, il ‘pesce in guazzetto’. In Corsica è una ‘specie di zuppa di pesce’. Cfr. gen. boridda ‘zuppa di pesce’, cat. maiorchino borrida. Tale pietanza può farsi con vari tipi di pesce e deriva il nome dal provenzale boulì ‘bollire’ incrociato col latino burra ‘veste grossolana pelosa’, secondo Wagner.
Quest’incrocio wagneriano appare poco verosimile, poiché burra non ha alcun legame, tantomeno fonetico, con boulì. Occorre invece immaginare che al tempo dei Fenici, e prima ancora al tempo degli Shardana, la pietanza fosse né più né meno che una normale ‘zuppa di pesce’, la classica zuppa di pesce che rimane tuttora famosa, più che altro, per il tripudio di colori che la rende mangiabile anzitutto “con gli occhi”. Base etimologica sembra il sum. uru ‘fish’ + da ‘to stir, mescolare’. Quindi in origine lo stato costrutto urī-da volle indicare propriamente la ‘zuppa di pesci, mescolanza di pesci’. Non accetto la proposta di Toso PDEL 80 secondo cui la voce sarda deriverebbe da quella genovese.
Coffa è il ‘braciere’ (sass, log.), cuppa (Quartu); a Sassari per coffa s’intende anzitutto la base lignea circolare entro cui s’incastona il braciere; in altre parti è il ‘cesto, paniere di vimini per panni o per il trasporto della paglia’; anche ‘contenitore stagno per vendemmiare’. A quanto pare, la voce ricalca l’it. coffa ‘piattaforma di vedetta sui velieri’. Ha base nell’akk. quppu ‘box, chest, scatola, gabbia toracica; cage, gabbia’; ḫuppum ‘a kind of basket as container, un genere di cesto-contenitore’ (cfr. anche kūbu ‘un vaso per bere, per versare acqua’). Per Toso PDEL 114 deriva dall’ar. quffa «ben documentato nel latino medievale ligure fin dai secc. XIII-XIV (coffam vel cavagnum) e dal XV in lingua volgare: il diminutivo coffin è a sua volta presente in latino volgare ligure fin dal Duecento (fine sec. XIII, per inpir lo coffin, Anonimo Genovese)». Quest’ultima voce è anche camp.: coffínu ‘cesta, corbella’.
Criccu sass., log. ‘chiavistello’, anche ‘martinetto’; camp. incriccái ‘chiudere’. Cfr. gen. cricca ‘saliscendi, toppa a colpo, paletto a molla’. Toso PDEL lo rileva anche nel fr. cric ed alto-ted. kric, presente già nel lat. med. ligure (1508 crica), considerandolo onomatopea. Invero, la base etimologica è l’akk. kerku(m) ‘bloccaggio’, probabilmente incrociato con kerḫu(m) ‘muro di chiusura, area di chiusura’ (ad es. di un tempio). Vedi croccu.
Fainé sass. ‘farinata di ceci’ (una sorta di pizza ma senza condimenti). Voce di origine genovese (fainà < farinata).
Giałtémma sass. s.f. ‘bestemmia, imprecazione’. Cfr. gen. giastèmma ‘bestemmia’, donde pare derivi.
Libánu log. ‘gomena, corda grossa per tirare pesi’ (Spano); libbánu camp. ‘corda a cui s’attaccano i cappelletti del bindolo, onde attingere acqua dai pozzi’ (Porru). Cfr. it. libano ‘corda di sparto, che serve per molti usi nei bastimenti’; Toso PDEL 167 attesta la prima apparizione del termine a Genova nel 1265. A quanto pare, la base etimologica è il sum. li ‘branch, twig; ramo, virgulto’ + ban ‘palm part, parte della palma’. Il composto lib-ban in origine indicò (giusta la definizione italica) una corda fatta di foglie di palma. Peraltro le corde di palma furono fatte a Sassari fino a tutti gli Anni ’50 del XX secolo, considerato che nella Nurra c’erano intere foreste di tale palma. Vedi al riguardo sa lìbida, la ‘ginestrella comune’, che è parente dello sparto, adatto a fare corde.
Pałtùsu sass. ‘pertugio, foro’: lu pałtusu di ru guru ‘il buco del culo’; madd. partusu, gen. pertuso, còrso pertusu. Base etimologica sum. tud ‘to beat, hit; colpire, battere’, con prefisso mediterraneo per-. Cfr. anche pałtusa’ sass.; pertúnghere log.; pertúngiri camp. ‘bucare, forare’; p.p. sass. pałtuntu, pałtusaddu ‘bucato, foracchiato’; pertuntu sd. ‘forato, bucato’: log. perda pertunta ‘roccia perforata’; truḍḍa pertunta ‘mestolo forato, schiumarola’. Derivato: pertungheústes (Fonni) ‘picchio’, letteralmente ‘fora-tronchi’. C’è anche sd. pertuntare ‘traforare, corrodere’. Si usa anche pertusare, -ái log. e camp. ‘bucare, forare, pertugiare’; impertusaresì ‘nascondersi in un buco, intanarsi’. Cfr. lat. pertŭndere ‘forare, bucare’. A parte il pref. mediterraneo per- indicante il passaggio da parte a parte, la base etimologica passa per il lat. tundō ‘batto, pesto’, scendendo fino al sum. tud ‘to beat, hit; colpire, battere’. Spiace che Toso, al solito, abbia bloccato la propria indagine etimologica allo strato latino.
Prisumíddu sass.; presumidu log.; presumíu camp. ‘presuntuoso, spocchioso’ = sp. presumido ‘presuntuoso, vano’. In log. sett. anche preyumídu (Casu). Cfr. gen. presùmî ‘presuntuoso’. Voce dotta dal lat. praesūmere ‘prendere prima’ < sūmō ‘prendo’, che ricalca una base mediterranea con timbro oscurato (ū da ā), da akk. šâmum ‘to buy, purchase; comprare, acquistare’ (OCE II 580).
Scabécciu camp. ‘(pesce) in salamoia’; log. iscabecciáre, camp. scabecciái ‘marinare il pesce’; pisci scabecciáu ‘pesce marinato’; scabecciái ‘fare il bollito e condirlo disossato con olio e aceto e un pesto di aglio e prezzemolo’. Cfr. gen. scabéccio ‘marinatura’, ‘idem come in sd.’. Wagner lo deriva dallo sp. escabechar, cat. escabetx ‘salsa de vinagre, laurel y otros ingredientes en que se conserva el pescado’. Corominas a sua volta fa derivare il termine ispanico dall’arabo, esattamente da una forma volgare iskebêŷ in luogo dell’antica sikbâŷ ‘stufato di carne con aceto e altri ingredienti’. Toso PDEL 222 precisa l’origine «dall’ar. iskebeg, sikkeğ ‘pesce marinato’, passato anche in spagnolo e portoghese nella forma escabeche e probabilmente da qui in alcuni dialetti italiani».
Ma non è necessario immaginare che su scabécciu sia pervenuto ai Sardi dagli Arabi per il tramite degli ispanici, anzi è da ritenere per certo che la forma araba, quella ispanica e quella sarda abbiano vissuto per proprio conto pur avendo origine comune, essendoci a testimoniarlo la base etimologica akk. ḫabû (un recipiente di coccio), qabḫu (un recipiente), ḫabû ‘vino’ + sum. eku ‘cibo’, da cui sortisce lo stato costrutto ḫabû-eku ‘cibo cotto in pentola’, o meglio ‘cibo (cotto nel) vino’. Per capire meglio le due ipotesi semantiche, non va dimenticato che nella storia della culinaria si sono affermate (e sono rimaste distinte) due forme principali di cottura: quella dell’arrosto, con la carne o il pesce cotti all’aria, senza copertura, a diretto contatto col calore della brace; e quella in pentole sigillate, protette dal coperchio, sottoposte alla fiamma diretta o introdotte nel forno, dove le vivande cuociono commiste a salse varie. Su scabécciu appartiene alla seconda categoria.

Con questo breve elenco ritengo d’avere evidenziato gran parte del bacino comune tra voci sarde e voci liguri, a parte qualche altro accenno che farò oltre nell’esaminare la parlata gallurese.
Nella presente analisi ho evidenziato l’incolmabile frattura tra il mio metodo d’indagine e quello di Fiorenzo Toso, un professore ligure docente di linguistica, del quale peraltro nutro stima. Basta un solo lemma, oltre a quelli da me elencati, per scardinare l’impianto metodologico delle etimologie del Toso. Il lemma GOTTO gen. ‘bicchiere’ è considerato dal Toso proveniente dal lat. guttus il quale indicava un particolare tipo di vaso a bocca stretta. Egli, molto opportunamente, ricorda l’espansione del termine nel catalano, provenzale, veneto, in alcuni dialetti dell’Italia meridionale, in Corsica e in Toscana (‘bicchiere grande’). Però osserva, senza mezze misure, che la forma còrsa gottu «è un genovesismo». Dice ciò soltanto perché in Liguria il termine vi compare per primo (nel lat. mediev. gothos duos). Ma vorrei rammentare educatamente al Toso che l’apparizione scritta non può essere giammai spia di anzianità assoluta: in ciò Toso fa lo stesso macroscopico errore metodologico in cui sono sempre incappati tutti i filologi romanzi.
Purtroppo, questo metodo di giudizio dei filologi li tiene inchiodati all’evidenza unilaterale di un testo scritto purchessia (ipse dixit), e ci si dimentica di altri più autorevoli testi scritti, che sono i Vocabolari ed i Dizionari antichi (i quali conservano la stessa parola, ma più remota rispetto a quella unilateralmente rilevata nell’isolato testo medievale). I Dizionari contenenenti la voce in esame sono di più alta antichità, ed anch’essi sono testimoni storici e scientifici, poiché sono stati scritti in forza di lunghissime e meditatissime indagini accademiche.
Il protervo rifiuto di consultare i Dizionari antichi rende ignote ai filologi romanzi le basi etimologiche di gotto, che sono due voci babilonesi: ḫuttu (a storage vessel for liquids); kūttu ‘jug, can for liquids’. Legato a questo etimo c’è cotta log. e camp. ‘quantità di grano bastante per il pane di una settimana, ordinariamente 50 litri, uno starello’. Per esso la base etimologica non può ridursi al verbo it. cuocere (part.p. cotto) ma è, come per gotto, l’akk. ḫuttu (a storage vessel).

Rotacizzazione. Fatte queste constatazioni (qualche altra sarà fatta più in là per il gallurese, a proposito delle parlate dell’Alto-Tirreno), va opposto un rigoroso ed inappellabile “ALT” a quei filologi romanzi i quali, succubi della “teoria della colonizzazione” (e della “derivazione dalle parlate dei popoli più potenti”), propongono un “influsso genovese” anche per il fenomeno L > R dominante a Sassari. Antonio Sanna (DS 71), soggiogato dalla pari credulità del Wagner, volle persuaderci a credere che tale fenomeno fosse autenticamente genovese. Ma quella del Sanna è una mera petizione di principio.
La rotacizzazione della -l- si ritrova massicciamente a Sassari (con forte intensità anche a Cagliari), ed in altri dialetti italici. Il genovese lo esprime specialmente nell’articolo determinativo (ri = li; dro = ‘de lo’); per il resto non lo esprime affatto, tranne che in artà ‘altare’. Quindi, mentre il massiccio fenomeno di Sassari (e Cagliari) assume dignità di “legge fonetica”, a Genova ovviamente no.
Uno dei mille esempi che smentiscono il duo Wagnert-Sanna è il sass. còibura; cólbula gall.; córvula log. ‘grande cesta’ (in genere di vimini ma anche di giunco o fieno, per portare il pane o il grano); cfr. gen. corba ‘cesta’, corbetta ‘cestella’, che replica l’originario modello tirrenico reperibile in latino (corbis e corbula). L’Ernout-Meillet riconosce che i due termini latini fan parte d’una serie senza dubbio mediterranea, della quale nessuno ha mai indagato il significato.
Il primitivo significato sta in un composto sardiano-mediterraneo con base nell’akk. qû ‘misura di capacità da 1 litro’, kurru(m), gur, kur ‘misura di capacità per solidi’ + bulûm ‘dry wood, dry reed’; quindi kur-bulûm indicò in origine un ‘contenitore per solidi da 1 litro’. Il sardo corve, corbe, crobe è una retroformazione avente la stessa base etimologica.
Come ulteriore gesto di buona volontà, potremmo tentare anche l’analisi del verbo anaria’ sass. ‘fluttuare, ondeggiare dolcemente’. E ci accorgiamo che, mentre altrove nel Mediterraneo questa fonetica sassarese rimane isolata, essa è spia del vigoroso debordare della stessa legge fonetica sassarese, la quale s’espande anche al rapporto D > R (almeno a certe condizioni). Cfr. natare (Bitti); annatare (Siniscola); nadare, annadare log.; nadrare (Nuoro); nadái, annadái camp. ‘nuotare’; sost. natu (Bitti), nadu log., nádidu camp. ‘nuoto’. In sass. per ‘nuotare’ abbiamo anche annuda’, gall. nuta’, còrso nuta’, nuda’ come nel toscano; nel còrso merid. anche natá. Cfr. gen. natta ‘sughero’, nattello ‘sostegno delle rete’ (fatto dal sughero), ambedue pertinenti all’etimo che segue, relativo al “galleggiamento”.
L’etimo infatti è lo stesso di nái camp. ‘nave’ (cfr. lat. nāvis). Lungi dal pensare d’amblée ai grandi scafi d’età storica, dobbiamo immaginare la nave o barca iniziale come un semplice battello, composto da una serie di pelli gonfiate o rigonfie di fieno, su cui evidentemente veniva posto uno strame di listelli per livellare le gibbosità e consentire all’uomo di dislocare quel sistema di otri. Da ciò derivò l’aggettivo participiale it. natante, da sum. nadum ‘waterskin’. Ma osservo che l’arcaico lemma camp. nái (gr. ναῦς) inteso come ‘battello, nave’ ha base etimologica nell’akk. na’ûm ‘to set in motion, mettere in movimento’.
Riconosco che l’esempio sassarese-sardo qui appena proposto è border-line, poiché in quella -d- > -r- di anaria’ c’è anche l’influsso di akk. nāru ‘fiume’, il quale – in forza della contiguità dei campi semantici – entrò in competizione fonetica col sum. nadum ‘otre’.

Al possente fenomeno sassarese L > R non corrisponde praticamente niente nella parlata genovese. A dirla tutta, i fonetisti che stanno tentando da decenni di tracciare le isoglosse sarde, non si sono ancora ripresi dallo sbalordimento davanti a isoglosse di ogni genere (relative a vocaboli, a morfemi, a fonemi) che operano caoticamente per l’intera Isola con distinzioni, parcellizzazioni, sovrapposizioni, commistioni, impasti che continueranno ad apparire assurdi, sino a che tutti loro (fonetisti, filologi romanzi, glottologi) non avranno deciso di rifiutare tutte le pregiudiziali delle quali abbiamo discusso in precedenza. Senza il metodo diacronico da me propugnato, unito ad un’attenta analisi della geografia e delle rare notizie attingibili dal Medioevo giù giù sino agli scritti latini e greci, il fenomeno L > R (o D > R) non sarà mai chiarito.
Se volessero, i filologi romanzi potrebbero appuntarsi a più sostanziose somiglianze che avvicinano Genova alla Sardegna. Ad esempio, è paritetico l’uso del grafema -x- per indicare una -j- (/ž/); ciò accomuna Genova a Cagliari (vedi ad es. le voci gen. axillo (ažilu) ‘stato d’agitazione gioiosa’; bexin (bežin) ‘acquerugiola’, baxaìco ‘basilico’, çexende ‘lumino’, frexetto ‘nastro di seta’, laxerto ‘sgombro’, ecc. La grafia s’estende anche ai toponimi: es. Vexina (Vežina) ed è spesso uguale, o variata di poco, nei cognomi: es. Striscioli (Strižoli). Ma occorre tener conto che certe grafie, oltre ad essere liguri e campidanesi (ma non sassaresi!), sono espanse anche nel siciliano medievale.

Troncamento degli infinitivi. Un’altra notevole somiglianza si riscontra per il troncamento verbale tirrenico, che accomuna sassarese, gallurese, còrso, genovese, romanesco, napoletano. In Sardegna il fenomeno si ripete nel campidanese, dove rimane leggermente dissimulato dal suffisso d’appoggio -i. Faccio un solo esempio tra le decine di migliaia:
Intatza’ sass.; ma intatzare log. ‘intaccare’, specialm. ‘fare un intacco in angurie o meloni per l’assaggio’; cfr. còrso intazzulà ‘intagliare, frastagliare’ (Falcucci); gen. intaggia’ ‘intagliare’.

Ma osservo che il fenomeno del troncamento verbale si riscontra identico pure in Romania: es. frana’ ‘frenare’.
Quindi scopriamo questa legge fonetica nel 70% della Sardegna, in Còrsica, in Liguria, nel Lazio, in Campania: ossia in gran parte d’Italia e del Tirreno. In più scopriamo che la Romania, pur lontanissima, è governata dalla stessa legge. Questa, pertanto, non può più ritenersi una “faccenda de noantri”, poiché non è “mediterranea”, tantomeno “tirrenica”. Tantomeno possiamo considerarne il focus a Genova.
Ai filologi romanzi faccio notare intanto che nel Tirreno 2300 anni fa la grammatica che s’impose fu quella latina, ed è pacifico che la grammatica in seguito accattata dagli Italiani tramite la Toscana sia considerata di lontana origine latina. Sic stantibus rebus, possiamo osservare il paradosso che a Roma durante questo lungo periodo è avvenuto il troncamento dei propri verbi, mentre in Toscana i verbi latini si sono conservati in purezza. Che Roma abbia “traslocato” in Toscana (anzitutto a Pisa) conservando la tradizione, non è difficile spiegarlo, poiché il territorio pisano è, in assoluto, quello più esposto ai transiti millenari di truppe imperiali. Essendo terra strategica, va da sé che l’Impero romano vi si radicò in sommo grado.
Questa osservazione è ovviamente insufficiente. Va accompagnata dall’osservazione che la tendenza al troncamento supera i confini qui delineati per estendersi anche alla lingua francese. Infatti in Francia c’è discrasia tra grafia e pronuncia: es. marquer è letto /marké/. Pertanto torniamo alla pronuncia prevalente nel Tirreno.
Far rientrare in questo stesso problema la parlata rumena parrebbe ovvio ai più ma non a me, poiché la lingua rumena risale ai remotissimi millenni del dilagare dell’Homo Sapiens, e sin dall’inizio rimase staccata dalla Lingua Mediterranea. Il Sapiens, una volta raggiunti i Carpazi ed il territorio contermine, impose la propria lingua esattamente come altri Sapientes stavano facendo nel Mediterraneo ed in Sardegna. Ma in quanto staccata da quella mediterranea, la lingua rumena non è di stampo latino sibbene è originaria. Soltanto in epoca romana fu “apparentata” alla parlata mediterranea in virtù della somiglianza. Suppongo siani stati numerosi gli episodi preistorici che hanno diviso le genti dell’Est durante i millenni nei quali i Popoli delle Steppe, il Popolo di Andronovo, il Popolo di Ruš presero possesso, qua e là – periodicamente o definitivamente – di vastissime porzioni dell’Europa orientale. Sta di fatto che l’etnia rumena vi rimase bloccata e mantenne stabile la propria lingua originaria (esattamente come avvenne alla Sardegna, isolata al centro del Mediterraneo).
Il fenomeno del troncamento è più espanso di quanto s’immagini, poiché ingloba non solo i verbi ma anche i nomi. Esempio, il catalano scrive ficciò e pronuncia /fiksió/ mentre in Italia scriviamo e pronunciamo ‘finzione’. In Catalogna il troncamento nominale è preferito di gran lunga a quello verbale.
A Sassari ed in Gallura si nota spesso anche un fenomeno “di recupero”, poiché nella catena parlata – per ragioni eufonetiche – alla voce troncata viene apposto un suffisso d’appoggio, inorganico, non-funzionale, “di riempimento”. Onde un verbo, es. insikki’ ‘rinsecchire, diventare secco’, viene spesso pronunciato insikkìni. Pari fenomeno riguarda il pron. sass.-gall. tu, che diviene tùni.
Inutile cercare una “fonte” all’ampio fenomeno del troncamento, poiché esso ha pervaso un po’ tutte le grammatiche mediterranee (e non solo) sin dalle origini del linguaggio. Talché esso si riscontra anche nell’antico ebraico, nella lingua sumera, oltreché negli “stati” grammaticali della lingua accadica (es. lo stato libero e lo stato legato): si ritrova in forme svariate che qui è ozioso ripercorrere.
Detto in breve, il troncamento è dovuto ad esigenze di economia fono-sintattica, spesso agli incontri di sandhi. Rimane però bene in vista questo troncamento verbale, la cui presenza a “macchia di leopardo” è una delle prove di non-contaminazione ma di gestione autonoma dei singoli linguaggi, a disdoro di quanti pretendono accampare una inspiegabile “legge delle dipendenze linguistiche” tra un popolo e l’altro, con delle “scalarità delle dominazioni” che non fanno onore a chi s’ostina a proporle.

21. GALLURESISMI

Mi duole non avere approfondito in modo totale (per circa 100.000 voci, una ad una) il confronto tra i vocabolari sassarese e gallurese. L’avessi fatto, avrei finito per comporre un terzo dizionario etimologico (quello gallurese); ma in quell’impresa mi sarei dovuto impegnare ancora per un quinquennio. Invece, dopo aver letto e confrontato tutte le 100.000 voci, ho preferito restringere la scelta, operando raffronti particolari tra alcune migliaia di esse (un campione assai attendibile) al fine di evidenziare le differenze fonetiche ed altri macro-fenomeni distintivi. Questa indagine mi sembra bastevole, anche perché io sono nativo di Sassari (ed ivi ho le radici, avendoci vissuto sino alla maturità). Quanto al gallurese, ho sempre avuto contatti diretti con galluresi, vis-à-vis fin dall’infanzia entro la città di Sassari, e parecchie volte direttamente in Gallura. Conosco dall’intimo la loro parlata.
Il gallurese ha una immensa quantità di parole tipicamente sarde, oltre il 90%. In quest’ambito, contrariamente alla credenza di parecchi studiosi, il gallurese condivise con la parlata sassarese meno di quanto condivida col logudorese e col sardo in generale. Invece condivide molto di più col bittichese. Ciò è interpretabile in un solo modo, che la tribù dei Corsi d’epoca romana era abbastanza permeabile, ed era frequentata dalle altre tribù contermini, principalmente dalla più imponente, quella degli Ilienses a sud, da dove provenivano le transumanze dal territorio di Bitti. Non è un caso che il Giudicato di Gallura nel Medioevo fosse molto esteso a sud, inglobando gli ampi territori di Bitti, Orosei, Galtellì.
Spero che qualche studioso meno prevenuto di quelli del passato possa presto impegnarsi nell’illustrare scientificamente e statisticamente quanti radicali, quante forme, quante isoglosse il gallurese condivida col sassarese, col sardo in generale e specialmente col bittichese-oroseino, a dimostrazione dell’assoluta sardità del glossario gallurese, principalmente a dimostrazione del suo ampio contributo alla formazione della lingua sarda.
Nel dire ciò, dò un rigoroso STOP alle ideologiche credenze di quanti sono ancora convinti che il dialetto gallurese non sia altro che una variante della lingua italiana. Essi appalesano di non essersi mai impegnati nello studio del gallurese. Invero, la loro immaginaria realtà è capovolta: il gallurese contiene tanti termini sardi ed antico-sardi quanti ne contengono gli altri dialetti della Sardegna: ogni gruzzolo di lemmi cantonali della Sardegna (parlo di quelli conservati nel patrimonio particolare di una sub-regione, area per area) ha dei particolari che sono tipici di quell’area, ma tutti assieme sono profondamente sardi. Nella fitonimia e nella nomenclatura faunistica (per la quale rinvio al NOFELSA) il gallurese conserva molte più voci autenticamente sarde di quante non si rilevino nella restante isola, dove riscontriamo oramai molti termini provenienti da Terramanna.
Nel suo particulare, il gallurese conserva invero centinaia di voci uniche, originali ed originarie, non rintracciabili nelle altre parlate della Sardegna eppure autenticamente sarde e sicuramente arcaiche, tali da comprovare la vitalità della parlata dei Corsi (ossia dei Galluresi di età preromana). Essi prima di Roma dovevano essere gli attori indiscussi del porto di Olbia, così come i Libysoni (gli abitanti del penepiano sassarese prima dei Romani) erano gli attori indiscussi del porto di Turris (precedentemente detto Turu < sum. ‘rifugio’). Ci vuol poco a capire che costoro, assieme ai Karallesi (gli abitanti di Karallu, poi detta Karalis) ed ai Bosani (quelli di Bosa, significante ‘Porto Sicuro’) ed assieme ai Tarrensi, in origine furono i protagonisti dei viaggi nel Mediterraneo ed oltre le Colonne d’Ercole. Furono questi marinai-commercianti – poi diventati marines d’assalto ai tempi della civiltà nuragica e resi famosi con l’aggettivale d’origine Shardanu, affibiatogli dai faraoni – a frequentare ogni sito del Mediterraneo e delle coste atlantiche.
I Sardi giunsero anche a Cipro, ovviamente, ed è dal ricchissimo commercio del rame cipriota che in Sardegna, presso i Còrsi di Gallura, attecchì un aggettivo unico in tutto l’Occidente. Si tratta di cuprósu ‘ricco, che ha molti soldi’. Un aggettivo vivissimo in Gallura, inesistente in Corsica, nel resto della Sardegna ed in tutta Italia. Non ci vuole molto a capire che furono proprio i Còrsi (i Galluresi) che partivano dal porto di Olbia a riportare in Sardegna, e commerciare per tutte le sponde del Mediterraneo, le celeberrime “ox-hides”, le ‘pelli di bue’, ossia i pani di rame cipriota (detto cuprum) regolarmente punzonati con l’iniziale del nome del territorio cui gli Shardanu portavano quel prezioso materiale.
Tra le tantissime parole esclusivamente galluresi cito: abbaióla ‘gruccione’, árrula ‘brago delle scrofe’, bréḍḍula ‘donnola’, caccaéḍḍu ‘biancospino’, cagghjìna ‘tinozza’, kévia ‘zolla’, mitáli ‘gradino d’ingresso’, pasciári ‘ovile’, titìmbaru ‘euforbia’, vagghjimu ‘autunno.
Qui appresso analizzo questi ed altri esempi autoctoni nonché alcuni altri conservati anzitutto in Gallura quale segno di profonda sardità e di forti legami con la Sardegna centrale:

Amatu. Vai a fucétti.
Árrula gall. ‘recinto rettangolare che ospita i maiali bradi; in altre regioni è il recinto che ospita le scrofe gravide’. Base etim. akk. arû ‘to be(come) pregnant, conceive’ + sum. la ‘that which, quella che’. Indicò ‘quella del concepimento’, il recinto dove gli animali vengono rinchiusi per concepire.
Avru gall. ‘porzione di pasturicciáli coltivata a fave’; anche ‘grosso tronco incavato per ospitare i maiali bradi, specie la scrofa dopo il parto’. Base etimologica il sum. ablal ‘nest’ ‘nido’ o abrum ‘storage, immagazzinamento, magazzino’. È fenomeno consueto in Sardegna che il pastore utilizzi gli alberi cavi presso l’ovile come stia o vero e proprio magazzino momentaneo.
Bréḍḍula gall., log. ‘donnola sarda’. Vive sui muri a secco, in luogo ombroso. Base etimologica nell’akk. birtu(m) ‘fort, castle’, ‘area protetta da avamposti fortificati’ + suffisso aggettivale sd. -la. Col tempo si è prodotta la metatesi *bìrtula > *britula, con successiva lenizione della dentale (> brèḍḍula). L’origine di questo strano nome sta nel fatto che la donnola ha sempre preferito i muri costruiti dall’uomo, essendo animale poco adatto a scavare ed invece adattissimo ai minuscoli pertugi o fenditure presenti in qualsiasi muro. Il significato originario è dunque ‘quella delle mura, quella dei castelli’, per il semplice fatto che nelle campagne le abitazioni erano normalmente di legno, mentre le uniche costruzioni in pietra erano i castelli o le fortificazioni.
Bronzéḍḍu gall. ‘betonica glutinosa’ (Stachis glutinosa L.); è pianta preferita per accendere il fuoco del forno ed anche – quando disponibile – per abbruciare le setole del maiale. La voce è un composto sardiano con base nell’akk. burû (a garden plant) + ṣelû ‘abbruciare, accendere’, col significato di ‘pianta per abbruciare, per accendere’.
Caccaéḍḍu gall. ‘biancospino’ (Crataegus oxyacantha L.). Il fitonimo, condiviso in minima parte dal logudorese orientale, è un composto sardiano con base nell’akk. kakku (a small legume) + ellu(m) ‘pure, clear’ e simili, col significato di ‘legume ottimo’. È noto che i frutti del biancospino si mangiano con piacere, e se ne fanno pure marmellate.
Cagghjìna gall. ‘tinozza, mastello di legno di 15-20 litri, in uso negli stazzi per la provvista dell’acqua da bere, oltre che per altri usi’. Base etimologica nel sum. ḫal ‘basket, pot’ + gina ‘morsetto, clamp’. Era un cesto o una tinozza con doghe, tenuta da uno o vari cordoni orizzontali strettamente legati. Base etimologica può essere anche la seguente: sum. kad ‘to tie, gather’ + ḫi ‘to mix (up), alloy’ + naĝ ‘to drink’: kad-ḫi-naĝ ‘(cestello) tenuto assieme per mescolare e bere’.
Calábrike, caralìghe, calarìghe log.; calávrike centr.; caráviu, coráviu camp. ‘biancospino’ (Crataegus oxyacantha L.); gall. calarìgghju. Cfr. lat. calabrix (Plinio). Base etimologica nell’akk. kâru ‘tu rub, sfregare (parte del corpo)’ + leqû(m) ‘ricevere, subire’. È tipico di questa pianta spinosa infastidire e ferire chi è costretto a toccarla.
Carrabùsu sass., gall., camp. ‘scarabeo stercorario’ (Scarabaeus sacer etc.), arcaico termine sardiano, basato sull’akk. karru ‘palla, pomello’ + abūsu ‘magazzino’ (st.c. karr-abūsu), col significato di ‘(colui che) immagazzina le palle’. È ciò che fa, appunto, lo scarabeo stercorario.
Ciattu sass., gall., camp. ‘piatto, schiacciato’; téula ciatta ‘tegola piatta, embrice’; cfr. sp. chato, it. chiatto; cfr. it. chiatta ‘barcone a fondo piatto’, di cui si era ignorato l’etimo. Questo ha base nell’akk. qātum ‘hand, mano’ (ovvie le ragioni).
Cuigghìna sass., cuikìna gall. ‘radice di lentisco o di altra pianta mediterranea’, ‘ciocco ricavato da radici’. Vedi cotzighìna, cotthighìna, cottighìna log. ‘ciocco, ceppaia’; Désulo coccìna, camp. cottsìna. Base etimologica nel bab. kuṣṣuru(m) ‘zeppo di nodi’, con caduta della terza sillaba nel momento in cui i Sardi, avendo perso l’antico significato, intesero il termine come un aggettivale inopportuno (vedi cotza, e cótzula). Il termine si ricompose poi in stato costrutto con l’aggiunta del bab. ginû ‘child’. Questo composto segue la stessa formazione del log. puḍḍighìnu < puḍḍu ‘pulcino’ + bab. ginû ‘child’ (quindi: ‘pollo bambino’). Originariamente il composto doveva essere *cottsuri-ghinu > cotzighina.
Cuìri sass.; cuile log.; cuìlì camp.; cubìle centr. ‘ovile’, ‘sito di ricovero delle pecore’; gall. cuìli (come in camp.) ‘covile, covo, tana’. Cfr. lat. cŭbīle ‘giaciglio di uomo e d’animale’, anche ‘talamo’ < lat. cŭbo ‘essere disteso, sdraiato sopra un giaciglio’. Ma va notato che il derivato italiano covìle significa ‘tana di animali selvatici’: base etimologica nell’akk. ḫu’a ‘civetta, gufo’ (+ suffisso genitivale -uìle), in ossequio al fatto che il gufo opera al buio, e nemmeno di giorno è visibile perché si nasconde nel folto fogliame.. Così è inteso pure in Sardegna quale originario significato, mentre la semantica di ‘ovile’ sembra derivata.
Il problema se venga prima il concetto di tana o quello di ovile si risolve osservando la base sumerica, che lascia intravvedere, già in epoca arcaica, il convergere e confondersi di due vie di interpretazione: la prima delle quali è ku ‘buco, cavità, tana’ + bilam ‘animale’, col significato di ‘tana di animali’ (e siamo al significato italiano nonché a quello originario della Sardegna). La seconda interpretazione, sempre di origine sumerica, mette in campo gub (una designazione di pecora o capra): con l’agglutinazione di bilam dà gubbilam, onde cubìle, cuìle inteso come ‘ovile’.
Cuiuba’ sass. ‘sposare, celebrare un matrimonio’; gall. cuiua’; coiuvare (Orune), coiubare (Nuoro), coiuare log. coiái camp. ‘maritar(si). Parola composta da sd. cun (log.), kin (camp.), particella corrispondente all’it. con e al lat. cum: kin tegus, cun tegus ‘con te’; nei composti assume la forma co- = it.; base etimologica il sum. kunu ‘avvicinarsi, stare contiguo’; cfr. ug. ʽm, /ʽamm/ ‘with’.
Per il membro -juvare vedi coiube sd. ant. ‘marito e moglie; moglie’ (CSP 23: Petru Caste e Justa de Funtana couues furun ‘marito e moglie’; Carta Arborense II: Ego iudice Turbini de Lacon… cum donna Ana de Zori e regina coiube mia facemus ista carta…). Base etim. è il sum. kuduš ‘status of bridegroom, stato di uomo sposato’, confuso col sd. jubu ‘giogo’ (cfr. lat. iugum < iungō ‘congiungo, unisco, metto insieme’ < akk. unqu ‘neck’).Fruscu, frùsciu, fruscru (Logudoro), frùsciu gall.; frùskiu, ruscu, rùskiu (Nule, Siniscola) ‘pungitopo’ (Ruscus aculeatus L.). Base etimologica l’akk. purûm ‘abuso’ + ušku ‘servitore’ (stato-costrutto pur-ušku > p[u]ruscu, fruscu), col significato di ‘fomentatore di abusi’ (con riferimento ai bimbi belli, per cui gli uomini del tempo andavano pazzi, essendo comune la pedofilia). Questo nome è giustificato dal fatto che il pungitopo è una pianta assai graziosa, richiestissima in periodo natalizio
Curignóni sass. ‘raviolo’; culilgioni, pulilgioni gall. ‘idem’. V. centr. culigióni, cul(l)urgióni, culuriònes. Il vocabolo indica i tipici ravioli di patate-formaggio dell’Ogliastra, ma anche i ravioli del Nuorese farciti di formaggio. La base fono-semantica sarebbe l’akk. kullūlu ‘velare, rivestire’, nel senso e col genere delle evoluzioni semantiche del latino testa ‘coccio’ > testūdo ‘tartaruga’. Infatti l’akk. kallu significa ‘carapace di testuggine’. Da accettare il fatto che nel palazzo di Cnosso a Creta c’erano tre capienti silos interrati detti culures, che servivano per conservare grandi quantità di cereali per i periodi di carestia (Cnosso, Mondatori, 2007). Va da sé che questa accezione sembra la migliore, e testimonia tra l’altro i contatti stabili che esistevano tra Shardana e navigatori Egei.
Filugnàna è una delle dodici forme del Cantu a kittérra, tipica della Gallura per quanto sia prevalentemente cantata in logudorese. Si può leggere la presentazione di questo canto d’amore nella Enciclopedia della musica sarda, IV, 145; V, 98 (oltre che nei due annessi dischi). Da essa evinciamo che si tratta prevalentemente di canti a strofe di 4 versi oppure di 8 (o strofe alternate: 4-8), con versi ottonari (o alternati: settenari-ottonari). Per quanto attiene all’etimologia, va citato il curioso omofono Filonzàna, designante la maschera carnevalesca di Ottana e di altri villaggi nuoresi, rappresentante la Parca che taglia il filo dell’esistenza. Ma questo accostamento è pessimo, quando pensiamo che quel canto gallurese è destinato ai corteggiamenti amorosi, alle feste gioiose. Si tratta quindi di puro accostamento fonetico il cui raffronto non porta a nulla. L’attuale canto gallurese ha base etimologica nell’akk. bēlum ‘Signore’ + Anu ‘Dio sommo’: bēlum-Anu evidentemente fu, nei tempi arcaici, l’incipit, l’intonazione di un canto elevato in onore del Dio sommo.
Fucétti gall. ‘listelli che sostengono le tegole, posti perpendicolari alle travi di capriata’. Base etimologica nell’akk. pūqu ‘crepa, fenditura, scollatura’ + eṭû ‘to be(come) dark’ (of day: darken, make obscure): pūq-eṭû ‘oscuramento delle fessure’, oppure ‘oscuratore delle fessure’. Li fucétti amati sono i ‘listelli ravvicinati’ (quelli che sostengono le tegole). Amati è un pp. d’azione, con base etim. nell’akk. amu ‘raft’. Quindi fucetti amati un tempo significò ‘listelli ravvicinati come nella tecnica costruttiva delle zattere’.
Iłtraccu sass. agg. ‘stanco, affaticato, indebolito per la fatica, spossato’: straccu gall.; sass. tarrénu iłtraccu ‘terreno agricolo troppo sfruttato’.
Kèa sass.. gall. e log. ‘carbonaia, catasta di legna ricoperta di terra e fatta ardere per trasformarla in carbone’; principalmente il ‘sito dove si prepara la catasta per fare il carbone’. Variante zonale è il camp. cea ‘piana’; nelle regioni centrali indica più che altro la ‘pianura o vallata tra fianchi di monte’; ad Árzana, Urzuléi e paesi contermini è il ‘terreno pianeggiante incassato tra i fianchi d’un monte’. Nelle plaghe più aspre dei Supramontes o di altre montagne interne, sa cea o kéja è un piccolo “fazzoletto” di terra coltivabile.
Il termine figura spesso nei condaghes, e talora ha proprio il primitivo significato di fosso per il carbone o cavità per altri scopi; anche cea dessu athìle (Dorgali) ‘la fossetta della nuca’; kea dess’ogu ‘concavità dell’occhio’.
Pittau (OPSE 102) ai fini etimologici lo confronta col gr. chéia ‘buca, tana, nascondiglio, cavità’. Certamente i due campi semantici tendono a convergere, ma il campo semantico originario sembra essere quello logudorese, al quale si raccorda l’etimo akk. qīlu ‘bruciato, arso, marchiato a fuoco’ < qalû ‘bruciare, incendiare’. Vedi cgn. Cella e toponimo Chelle.
Kéiva sass. ‘zolla di terra, gleba’; anche ‘massa di terra lasciata attorno alle radici di una piantina da trapiantare’; gall. kélvia, kévia ‘zolla di terra arata’. La voce pare accattata dalla Gallura o comunque da essa influenzata. Sono molto interessanti i modi in cui il termine fondamentale kèa ritorna con varianti fonetiche in altri vocaboli sardi. Qua abbiamo lo stesso significato primitivo che troviamo in certe aree recondite, dove kèa, kèya, cèa indica un “fazzoletto di terra”.
Kessa gall. ‘lentisco’ (Pistacia lentiscus); la voce poi passò al sassarese o perlomeno influenzò la primitiva voce sassarese. Base etimologica il bab. qīšu(m), qēšu significa ‘foresta, legna’.
Kítzu sass., gall. ‘la mattina presto’; kitzi camp.; kíθo, kíto centr. Base l’ant.akk. kīṣu(m) ‘freddezza (momento freddo della giornata, che è quello dell’alba)’.
Lácuna gall. ‘abbeveratoio monolitico incavato’. La base etimologica è il sum. laḫan ‘fiasco’, akk. laḫannu ‘a flask’.
Luppu gall. ‘recipiente per l’acqua’. Base etimologica l’akk. luppu(m) ‘borsa, sacchetto di pelle’. Un tempo infatti gli otri erano di pelle.
Méli de bruna, bruma è il ‘miele amaro’, ottenuto dal fiore del corbezzolo. Il nome bruna sembra strano, ma non più di tanto, quando si va all’etimologia. Va considerato che il miele amaro è riconosciuto fin dalla più alta antichità come miele curativo. Il fatto che, a differenza di tutti gli altri, che si producono in primavera, il miele amaro sia prodotto al termine dell’autunno, lo rende veramente unico; talché gli antichi Sardi lo chiamarono ‘miele dell’albero del Signore’ (ossia miele di Dio), dal sum. bur ‘tree’ + nam ‘lord’.
Miciulátu gall., mizzuláddu, mizzuraddu sass.) ‘yogurth, latte fermentato’; è un composto sardiano, la base accadica, da miz’u, mīzu, mizzu (una bevanda alcolica dolce: come lo sono gli yogurth prodotti nel Vicino Oriente sino ad oggi). Il secondo membro -raḍḍu, -radu, -laddu, -latu può essere inteso per ‘latte’, ed il significato complessivo sarebbe quindi ‘latte alcolico’. Invece pure il secondo membro ha base accadica (râdu ‘scuotere’, meglio laqtu ‘raccolto, accestito, quagliato, gathered, gleaned’), onde il significato complessivo sarebbe in questo caso ‘bevanda alcolica dolce agitata’ (per il fatto che il siero naturale, affinché il prodotto prenda la consistente caratteristica, viene immerso nel latte tiepido ed agitato nella massa per omogeneizzarla). Quindi miz’u-laqtu in origine indicò il ‘(latte) dolce-alcolico quagliato’
Mitáli gall. ‘soglia, gradino: della dimora’. Questo aggettivale sembra avere l’etimo nel bab. mīṭu ‘basso livello (di acqua e altro)’, cui è stato apposto il suff. sardiano in -li.
Monti sass., camp.; monte log. ‘monte, altura, montagna’: para di monti ‘falda di montagna’; iχìna o atta di ru monti ‘crinale della montagna’; è andaddu a fa’ legna a monti maru ‘si è rivolto alla persona sbagliata’; pari ki ni sìa bugghéndi monti da fondu ‘sembra che stia facendo sforzi sovrumani’. A Bitti: m’à iscuttu unu monte ‘mi ha tirato un sasso’; (Tempio) m’à tiratu unu monti ‘idem’. La base etimologica è la stessa di muntagna (vedi), esclusa la particella -na ‘stone’. Derivato: montarzu log. (Casu); montraxu camp. ‘montagnolo’; monticru centr., montigru log., montiju log. sett. ‘poggio, colle’.
Muscatóiu gall. è il ‘riparo del bestiame con tetto di ramaglie, sostenuto da pali’. Ci sono toponimi simili in altri luoghi, ad es. a Silius (Muscadrόxiu). In akk. mušku indica un albero e il suo legno. Il termine sardo fa accenno alla funzione dell’albero, che è quella originaria di dare ombra e fresco.
Musòni gall. ‘bigoncio; catino in doghe di ginepro utilizzato un tempo per trasportare l’acqua e conservarla’. Base etimologica il sum. muš ‘pot’ + unu ‘alto’: in composto muš-unu col significato di ‘scodella alta’ (fatta apposta per contenere meglio i liquidi).
Paḍḍa gall. ‘paglia’. Per l’etimo vai a palla camp. ‘paglia’, pàzza (log.), pălea (lat.), nomi appartenenti quantomeno al Neolitico, ai primi tempi della coltivazione dei cereali; la base etimologica di pàglia è sumerica, da pad ‘rompere, spezzare; to break’ + la ‘spulare (i cereali); to winnow (grain)’: pal-la ‘pezzetti spulati’.
Pastíni in Gallura è il ‘terreno vitato’. In accadico paštu indica la ‘zappa’, sum. pašu ‘idem’. Il nome pastíni adombra le prime pratiche agrarie del Neolitico, allorché gli uomini cominciarono a diradare le foreste per far posto ai campi. A questo membro fu aggiunto il sd. ínu, binu ‘vino’ (cfr. lat. vinum) < bab. īnu ‘vino’, ebr. iāin. A loro volta i lemmi semitici indicanti il ‘vino’ hanno base etimologica nel sum. u-in ‘albero degli abusi, delle parole’ (da u ‘pianta, albero’ + in ‘abuso; parola’). Ovviamente in origine tutte queste parole arcaiche non indicarono soltanto il ‘vino’ ma anche la ‘vigna’ (cfr. ags. wine ‘vino’, vine ‘vite’). Quindi pastíni è un composto arcaico indicante il ‘(terreno) ripulito a zappa per la vite’.
Pastrucciáli o pasturicciáli ‘spazio attorno alla casa gallurese, recintato da un muro a secco’. La base etimologica è sumerica, da paš-tu-ur (pašu ‘zappa, marra’), per il cui completo significato rinvio a pástuma ‘prato, pascolo’ e pastòri. Indicò in origine il luogo ‘battuto con l’ascia dal pastore’ (al fine di eliminare gli alberi e fare spazio all’azienda). Quanto al membro -icci- di pasturicciáli, è il suffisso sardiano di qualità -icu, -igu < sum. igi ‘quality’, akk. ikku ‘umore, temperamento, mood, temperament’ (cfr. lat. -icus, gr. -ikos). Il suffisso finale -áli è sardiano, base nel sum. al indicante lo stato nei prefissi verbali di coniugazione (quale ad es. lug-al ‘quello del luogo’ ossia il ‘re’).
Pástuma gall. ‘prato o pascolo’; in sa pástuma ‘sul prato’. In pas-tu-ma si coglie il radicale dell’it. pas-colo e di pas-tu-ra ‘luogo di pascolo’. Al riguardo tuttavia vanno fatte alcune osservazioni, con riferimento ai tempi primordiali, allorché la natura era integra e l’uomo riusciva a dominarla (si fa per dire) soltanto col fuoco, e poi col fuoco e con le asce di pietra. In quei tempi arcaici alle nostre latitudini esisteva soltanto la foresta, in rari casi la macchia creata dall’intenso pascolamento degli ungulati, più qualche spiazzo (campos bárgios) “spianato” per annientamento della flora prodotto dai “dormitori” (covili, luoghi di riposo) delle mandrie selvagge. I pascoli furono fenomeno seriore, quando l’uomo riuscì, sia pure con immani fatiche, ad abbattere gli alberi e le piante con le asce primitive. Va da sé che il pascolo (a maggior ragione il prato-pascolo, che necessita di molta cura) fu ottenuto utilizzando i picconi, i marra-picchi, le zappe.
Ed è da questi arnesi che prende il nome la pastura, il pascolo, dall’akk. pāštu ‘ascia, zappa’ < sum. pašu ‘ascia, zappa’ + tu ‘battere’: paš-tu = ‘battere con l’ascia’. È il terzo membro (-ma) di pás-tu-ma a dar la misura di quanto sia arcaica questa parola, vista la base nel sum. ma ‘bruciare’. In origine il sd. pás-tu-ma significò ‘battere con l’ascia e bruciare’ (ch’erano appunto le forme primordiali per fare indietreggiare la foresta e conquistare i pascoli). Va da sé che il lat. mediev. pās-cul-um (da pascō ‘mangio’) deriva dal sum. pašu ‘ascia, zappa’ + colō ‘coltivo’ < sum. kul ‘pasto, cibo’. Il lat. colō in origine significò ‘procurare il cibo’.Pibirìłta, pibariłta sass. e log., pipirista centr., gall. ‘ciglio, ciglia’.
Pisatógghja gall. ‘tronco grosso sovrastato da una lastra di granito sulla quale si pone a serenare il latte’. Per capire il termine (letteralm. ‘sollevatoio’), occorre andare al log. pesáre, camp. pesái ‘elevare, sollevare, alzare’, ‘anche ‘lievitare’. Lo stesso verbo si usa anche per ‘allevare’ i bambini. In camp. pesái ha anche il significato di ‘scappare, svignarsela, muoversi all’istante da un punto pericoloso, allontanarsi subito da una minaccia’. Accettare l’etimologia proposta da Wagner, dal lat. pensare ‘ponderare, misurare la pesantezza di un corpo’, sarebbe paradossale in quanto il campo semantico è diametralmente opposto. L’etimo va rintracciato nel sum. peš ‘mouse’ + atu ‘doorkeeper, guardiano degli ingressi’. Il composto in origine significò ‘guardiano dei topi’. Questa tecnica è identica a quella delle case alpine dei Walser, i quali creavano una palafitta e su ogni palo poggiavano larghe lastre di gneiss scistoso, e sopra poggiavano infine la struttura abitativa. L’ingegnosa costruzione impediva ai topi di arrampicarsi per danneggiare l’abitazione.
Scábula. In Gallùra la perda scábula è il ‘granito messo in opera senza sbozzatura geometrica’. In italiano è pietra scàpola (idem). Base etimologica è il sum. kab ‘portar via’ (riferito in questo caso alla pietra staccata dalla sua base e non ancora lavorata).
Sitágliu ‘tana di animale selvatico’ (Gallura). Base etimologica il sum. si ‘corno, dito, arnese da perforazione’ + tar ‘tagliar via’.
Tàja gall., taza log. Salvador Vidal13 la chiama tasi. Per Giovanni Spano questo termine gallurese (e per riflesso logudorese) equivale a mutu (vedi), ‘stornello’, ‘rispetto’. Espa nel Dizionario del Sardo-Italiano indica per tàja una serie di vocaboli equipollenti: stornello, strofetta, rispetto, mutu, nenia e canto funebre, modo particolare di cantare, coro. Anche A.M. Cirese14 sostiene l’incapacità di taja d’essere appellativo di un preciso componimento poetico. Ma è chiaro che taja è riferito principalmente ai mutos logudoresi ed ai mutettus campidanesi, dei quali sembra voler governare le leggi compositive. Taja dev’essere il termine più antico dei componimenti sardi, che nel Settecento scopriamo essere chiamati in Sardegna anche mutos e mutettos, parole anch’esse arcaiche, a quanto pare condivise nella penisola italiana. Ma vedi intanto l’etimologia di muttettu. Taja ha base etimologica nel sum. taḫ ‘addizionare, aggiungere’, taḫḫum ‘sostituto’; ‘canto aggiuntivo’. Specie in Gallura, la tàja indica tout court il canto polifonico (Gavino Gabriel, Canti di Sardegna, 1923): una definizione che corrisponde ancora oggi alla primitiva esplicazione sumerica.
Tippi ad Aggius è una delle cinque voci del coro maschile (specialmente in su cantu a tája, che in questo villaggio dà il nome all’intera tradizione del canto polifonico). Gli altri cantori sono chiamati bozi, bassu, contra, falsittu. Nella tája cun baḍḍu a passu, «la bozi intona una coppia di versi endecasillabi e sull’ultima sillaba del secondo interviene il coro. La stessa struttura si ripete tre volte… Segue lu baḍḍu a passu, canto di accompagnamento al ballo in cui la bozi… introduce il ritmo del ballo con un testo…; alla seconda ripetizione del secondo verso entra il coro sulla sesta sillaba con interventi brevi e ben marcati che proseguiranno per tutta la durata del ballo… Sul finale il ritmo torna libero e le quattro voci si compattano proponendo una sequenza di accordi; sull’ultimo si aggiunge lu falsittu» (Marco Lutzu, EMS VI 176). All’occorrenza, lu tippi si sdoppia cantando anche la parte di lu falsittu.
Il Coro di Aggius oggidì interpreta il termine tippi come lat. triplum ‘triplo’, e lo indica come “la tripla alta di la bozi”. È possibile che il passare dei secoli abbia portato alla vistosa corruzione da triplum a tippi; ma ciò sarebbe un unicum nelle casistiche etimologiche; e si dovrebbe poi spiegare perché il lat. triplum ad Aggius non abbia mantenuto la stessa fonetica popolare che ancora s’ascolta in altre contrade sarde, dove si dice triplu (al posto di tres bortas). Qui c’è da supporre una paronomasia. La quale viene rivelata dall’akk. ṭīpu, ṭēpu ‘supplemento; che si sovrappone continuamente’. Nello specīmen del cantu a tenòre, il quale nei tempi antichi doveva essere vivissimo anche in Gallura, la specifica voce detta tippi doveva avere il ruolo d’inserirsi al momento giusto dopo le introduzioni (pesàdas) de sa boke.
Titímbaru, titìmalu gall. ‘euforbia’ (Euphorbia dendroides et Euphorbia pithyusa L.). Base etimologica nell’akk. tittu(m) ‘albero del fico’ + bâru(m) ‘cattivo, ostile’, col significato di ‘fico nemico’ (a causa del copioso lattice, simile a quello del fico, che produce effetti traumatici, nonché per l’assenza di frutti eduli).
Uppu, upu (Gallura e altrove) è l’attingitoio di sughero, una scodella ottenuta naturalmente dalle bugnature del sughero. L’etimo riportato dal Wagner si riferisce a un latino cuppa, che però con la coppa propriamente intesa non ha alcuna referenza. Esso è dall’akk. uppu ‘piccola cavità’.
Vagghjimu gall. ‘autunno’, ‘pascolo autunnale’, ‘erba che cresce con le prime piogge d’autunno’. A quanto pare, la base etimologica è il sum. ua ‘approvvigionatore, rifornitore’ + gin ‘grass’: ua-gin ‘approvvigionatore di erba’. Infatti in Sardegna l’erba comincia a crescere con le prime piogge autunnali; ciò a maggior ragione in Gallura.
Tziḍḍa gall. ‘focolare’. Base etimologica il sum. zil ‘to boil’ + da ‘side, lato, angolo’: zil-da ‘angolo per bollire, cuocere’.

Isoglosse tirreniche ed alto-tirreniche. Ora che siamo entrati nel dominio della parlata gallurese, viene più facile trattare anche le isoglosse alto-tirreniche, in virtù del “cuscinetto” còrso che ha sempre fatto da ponte tra la Sardegna ed i popoli di tale bacino. I lemmi qua sotto evidenziati mostrano spesso parentele col genovese, oltre che ovvie parentele toscane.

Abbauca’, abbacca’ sass., gall. ‘stordire, sbalordire, intontire’; log. abbauccare ‘essere distratto, smemorato, stordito, intontito, istupidito’. In log. e camp. abbaccáre, abbaccái ‘rallentare, calmare, calmarsi (es. del vento, del dolore)’; in sass. anche abbraca’ ‘diminuire, scemare’ (Muzzo): una tzanda abbauccada ‘un papavero appassito’. Cfr. sic. abbacari ‘calmare, cessare, abbonacciare’ (Traina 39); cal. abbacare ‘stare in ozio, avere tempo libero’; così anche a Molfetta, in Abruzzo, nei dialetti italici settentrionali, es. lomb. balcà; in provenzale moderno c’è (a)baucà; cat. (a)balcar.
Aipétta, ipétta sass. ‘raffio, attrezzo per la pesca dei polpi, ma anche per recuperare oggetti caduti in mare, formato da un’asta con lunghi uncini all’estremità’. Cfr. madd.-gen. arpetta ‘idem’. La voce è diminutiva da it. arpione ‘ferro uncinato’. Base etimologica è l’akk. ḫarbum ‘plough, aratro per rompere il suolo’.
Allica’ sass., gall.; alliccare log. sett. ‘allettare, adescare’, ‘lusingare, ingolosire’; intr. ‘prendere gusto a una cosa, avvezzarsi, abituarsi’; alliccu sass. ‘gusto, profitto, vantaggio’, ‘lusinga, allettamento, esca, adescamento’. Cfr. gen. alleccà ‘adescare, allettare’; còrso allikigiulà, alliculà, licculà; fr. allecher (De Martino). Wagner osserva che la stessa voce esiste nei dial. ital. mer., e pensa che tutte queste voci derivino dall’it. leccare. Non sono d’accordo. L’etimo è lo stesso di liccałdu, liccardu (vedi). Derivato: allicantzare log. ‘essere ingordo’.
Alluppia’ sass. ‘oppiare, drogare’; cfr. gall.-madd.-còrso alluppiatu ‘assonnato, addormentato, assopito; incantato, imbambolato’. Voce-base è allòppiu ‘oppio’. Voce dotta.
Araḍḍu sass. ‘gromma, incrostazione delle botti’; anche láḍḍaru. Vedi camp. aregàḍḍa, aragàḍḍa; log. láḍḍaru. A Senorbì indica l’orticaria; madd. raḍḍa ‘rogna, sporcizia’; gall. rudda ‘scoria’ (rudda di lu caffè). Wagner dà per aragaḍḍu, aregaḍḍa, aragaḍḍa, argaḍḍu, grağaḍḍu e altre varianti il significato di ‘gromma di pipa; crosta; tartaro delle botti o dei denti; sporcizia, sudiciume’. Dà inoltre il significato di ‘lattime’ (crosta eczematosa che si forma sulla testa dei neonati: Perdasdefógu). Per aregaḍḍa dà infine il significato di ‘sudàmina’ (crosta rossa lasciata dal sudore sulla cute, che dà molto prudore). Non dà invece il significato di ‘acariasi’ ossia il prurito furioso causato dagli acari del granaio. Secondo lui (e secondo Zonchello che lo segue: DMCDS 78, 172), le voci concordano nel significato col cat. carrall ‘sarro de la pipa, de los dientes’, ‘scoria, tartaro, incrostazione, gromma’.
Ma pure il termine catalano avrà, vivaddio, un etimo, il quale non appare chiaro presso alcun ricercatore. Ed è perché il termine sardo e, nonostante la metamorfosi, pure quello catalano, derivano dal bab. araḫḫu(m) che significa ‘silo casareccio, magazzino casareccio’. Anche qui, come accade spesso, la forma sarda mostra un’evoluzione semantica rispetto al termine originario, producendo l’effetto per la causa, ossia gli effetti prodotti dai silos casarecci, che nella stagione calda erano soggetti a massicce predazioni dei curculionidi, sulle cui scorie eduli (polveri bianche) s’insediavano colonie di minutissimi acari i quali assalivano anche la pelle degli uomini producendo loro, oltre alle orticarie, vere e proprie acariosi. De Martino DM 115 sostiene che l’origine delle voci sia l’ant. it. rud (gen. ruu ‘detriti’, lomb. rüd; friul. rudìna ‘rena’ < lat. rudus ‘macerie, calcinacci’’ (cfr. it. rùdere).
Arrettu sass. ‘rizzato, diritto, eccitato (del membro virile)’, fig. ‘vivace, spiritoso, impetuoso (sempre però volgare); vb: sass., còrso arritza’. Wagner propone dal lat. arrectus, e segnala anche lo sp. ant. dialettale arrecho ‘tieso’; franc. ant. aroit ‘en erection’. Deriva dal bab. ariktu (un genere di lancia); ‘lunghezza’ < arku ‘alto’. Tuttavia la forma attuale non è altro che una variante (e metonimia) dell’akk. riḫītu ‘inseminazione, versamento dello sperma’. Una variante del termine, anche per la vicinanza del campo semantico, è l’agg. sd. árridu (vedi).
Arrumba’ sass., gall.; arrumbare, arrimare log. ‘accostare, appoggiare’; cat. e sp. arrimar(se): apoyar sobre una cosa; gen. arrembà ‘appoggiare, accostare una cosa a un’altra’; madd. arremba’ ‘appoggiare, avvicinare’; cat. arrambar ‘addossare, avvicinare’. Parimenti sono identici i deverbali, es. arrimadéru camp. ‘appoggio, sostegno’ = sp. arrimadero. Anche la forma sarda arrumbare ha la sua identità con la forma còrsa arimbà, arembà, dal genov. ant. arrembarse ‘appigliarsi, attaccarsi, attenersi’, genov. moderno arrembà ‘appoggiare, accostare’. F.Alberti de Villeneuve nel 1772 produsse poi, nel suo Nouveau dictionnaire françois-italien (e italiano-francese) il termine derivato arrembare, e arrembaggio ‘assalto a una nave’.
L’etimologia dei termini è fortemente incerta per tutti i linguisti compreso Wagner (DES). Si pensa che il termine possa derivare da una supposta forma longobarda rambòn ma all’ipotesi osta, se non altro, l’apparizione troppo tarda del significato marinaro. Né persuade la balzana ipotesi della derivazione da ad-remigare, che neppure il proponente V. Pisani prende sul serio.
A questa radice occorre peraltro accostare quella del termine ital. rima ‘consonanza di due parole dalla vocale accentata alla fine’. Gli italianisti ne rilevano la prima apparizione nel 1370 dal francese rime e lo credono derivato probab. dal lat. rhytmu(m). Stranamente nessun linguista ha riflettuto sulla possibilità di omologare l’etimo dell’it. rima con quello di it. arrembare e sd. arrumbare. Lo sp. arrimar, termine del XIII sec., significa apoyar una construcción en otra, poner una cosa junta a otra. Per quanto il Corominas dia questo termine di origen incierto e per giunta lo dia di origine diversa da arrumar y arrumbar ‘estivar la carga’ (1519), io ritengo che per tutti questi termini ci sia una base comune nell’ass. rêmu(m) ‘essere mutualmente accomodante, conciliante, gentile, premuroso’, bab. re’um ‘amico’, akk. rēmu(m) ‘compassione, misericordia’.
Ed anche il termine ital. rima ‘fessura, crepatura, orifizio lineare’ risalente al lat. rima (‘rima vulvare’ e di altro), per quanto ritenuto di oscura origine deve avere invece la stessa di quelle date supra, precisamente da akk. rēmu(m) col molteplice significato di ‘utero, compassione, clemenza’ che produce a sua volta l’ass. rêmu(m) ‘essere mutualmente accomodante, rendere qualcuno benevolmente disposto’.
Attałta’ sass. ‘assaggiare’. Cfr. cat. tastar ‘assaggiare’, gen. attastà ‘id.’, còrso-gall. ‘idem’. Per l’etimo vai a tałtu.
Bagna sass. bánnia, banza log., bángia camp. ‘sugo’. Cfr. gall., piem., gen. bagna ‘id.’. Oggi con questo termine s’intende il ‘sugo di pomodoro confezionato con soffritto di cipolle (e altri aromi) e fatto consumare in pentola fino ad addensamento’: è utilizzato per condire, mescolato col formaggio, is marraccònis, sos maccarrònes, ‘la pastasciutta’. Per capirne l’etimologia occorre riandare ai primissimi tempi del Neolitico, allorché cominciarono ad apparire le pentole, i tegami di terracotta, che furono creati perché resistevano alla fiamma. Con essi cominciò la rivoluzione dei cibi cotti “a cassola”, e fu il secondo salto culinario dopo l’avvento della carne arrostita e del pane-pizza cotto sulle pietre roventi (evento dell’Eta paleolitica). In questa prospettiva, è facile arguire che bagna ha base etimologica nel sum. ba ‘tegame, recipiente’ + ĝa (leggi gna) ‘casa’: baĝa, col significato di ‘tegame di casa’ (così chiamato perché la fragilità del recipiente non consentiva il suo trasporto). Dall’utensile il significato transitò al contenuto.
Báina (pedra báina) sass. e log. ‘ardesia, lavagna’; còrso baína, abaínu, paínu; cfr. gen. abbaén (conosciuto nell’industria della lavagna come abbadíno). Base etimologica l’akk. banûm ‘to build, costruire’. L’aggettivale prevalse perché questo genere di scisti è il più adatto ad erigere costruzioni durature, vista la loro natura piatta che rende i singoli pezzi combaciabili senza ausilio di malte.
Bambu log., camp., gall. ‘insipido’, ‘sciocco’; còrso bambu ‘semplice, sciocco’; cat. bàmbol ‘bendito, tonto, necio’; sass. bambu ke lótzu ‘scipito come il fango’; soli bambu ‘sole pallido’ (Porru); ḍḍa fai bamba ‘non riuscire’; filu bambu ‘un filo non bene torto’; cfr. Decam. IV, 2 una giovane donna bamba e sciocca (De Martino). Per Wagner tutte queste voci sono onomatopeiche, partendo dalla voce bambino. Ciò è possibile. In tal caso la base etimologica è l’akk. bābu ‘small child, baby’.
Barabáttura, barabáttula ‘farfalla diurna e notturna’ (Sàssari, Gallura); cfr. la locuzione còrsa questu è lu vieghju di la barabàttula ‘viaggio che non fa guadagnare nulla’ (Falcucci citato da De Martino). Anche sass. zarabáttula. Base etimologica sembra il sum. ba-ra (termine coloristico), ma è preferibile barbar ‘shuttle’ (per l’attitudine delle farfalle di posarsi or qua or là) + tur ‘small’: barbar-tur = ‘piccola navetta’. Cfr. ebr. parpâr ‘farfalla’. Anche il termine it. farfalla ha la stessa base sumero-ebraica.
Barracoccu sass. e log., piricoccu camp. ‘albicocco (albero)’ e ‘albicocca (frutta)’. Wagner si limita a trovare i paralleli in còrso, siciliano, francese (abricot). Il camp. piricoccu, giusto Wagner, è corrotto per ingerenza di pira ‘pera’. Cfr. gen. bricocua, lucch. ballacocoro (De Martino). Il DELI, in relazione all’etimologia dell’italiano albicocco, risale soltanto all’arabo, che fa (al)-barquq (birquq) ‘prugna, susina’, e suppone risalga all’aram. barquqa.
Ma l’etimologia di questo composto, pur passando per l’aramaico, si basa sull’akk. barāqu(m) ‘rischiarare, splendere’, ‘divenir giallo (frutta)’, anche ‘colpire (i nemici con luce accecante)’. In sardo, il termine barāqu fu “arrotondato” ed iterato nel suffisso, con riferimento al termine coccu, col quale si denominano tutto le forme rotondeggianti, quali un ‘sasso levigato’, la ‘pastadura tonda’, termine derivante anch’esso dal mesopotamico (ass. kukku, che è un genere di dolce). L’antico significato del sardo barracoccu è dunque quello di ‘(frutto) dolce, dorato e rotondo’. Stupisce notare quanto gli Accadi (Babilonesi) amassero questo frutto, il cui bellissimo colore dorato veniva rapportato ai cromatismi solari.
Biséłtru sass.; bisestru, bisestu log. ‘calamità, malanno’; biséstu gall.; log..occannu in Tissi bi faghet bisestu; ite die bisełtru ‘che giorno infausto’; (Usini) bisestrare ‘storpiare, tagliare, malmenare’; a bisestru ‘malconcio’; cfr. còrso bisestu ‘calamità’; piem. bsest ‘malanno, scompiglio’. Stranamente Wagner e altri linguisti mettono in campo it. bisesto (ie. anno bisestile) come origine di questi vocaboli, suggerendo subliminalmente che l’anno bisestile sia foriero di disastri. A mio parere, bisestru ha base etimologica nell’akk. bišû ‘possesso, proprietà’ + esrum ‘imprigionato, prigioniero’. Il composto originario significò ‘sequestro, confisca della proprietà’ (si può immaginare il disastro economico che ciò comportava ad una famiglia).
Brikkéttu sass. ‘fiammifero’. Cfr. madd.-gen. bricchetto ‘idem’; rumeno brichettă ‘accendino’. Base etimologica l’akk. barāqum ‘to lighten, shine; illuminare, brillare’ + suff. diminutivo -éttu. Secondo De Martino deriva dal fr. briquette dimin. di brique ‘mattone’, con origine dall’it. bricchetta ‘mattonella di carbon fossile’.
Buatta sass., log. ‘bambola’, ‘bambola di stracci’; gall., còrso, gen. bugatta. In origine la base etimologica dovette essere l’akk. ubātum ‘grassa’, ‘incinta’ (riferito ad animali ma non solo). Da qui deriva il sass. buattòni ‘spaventapasseri’ (in quanto vestito di stracci) ed anche ‘straccione’.
Ma la situazione può essere benissimo invertita, poiché è molto più semplice rinvenire le basi etimologiche di buattòni nell’akk. bûm ‘uccello’ + atû(m), atu’u ‘custode della porta della città’, col significato estensivo di ‘custode (dei campi) contro gli uccelli’. In verità, così come succede spessissimo alla lingua sarda, che presenta i propri composti in posizione ýsteron-próteron rispetto all’originale formazione accadica (valga l’esempio dell’ingl. beautiful woman = it. donna bella), anche qui sembra di notare una originaria composizione dall’akk. bûm + attū- ‘belonging to, riferito agli uccelli’.
Buffa’ sass., gall., gen. ‘gonfiare, soffiare’; imbuffassi fig. ‘inorgoglirsi, compiacersi di se stesso’; imbuffa’ ‘gonfiare, dilatare’; vedi anche buffáre, -ái log. e camp. ‘soffiare’; bùffidu ‘soffio’; imbuffáre log. ‘soffiare’; buffadòri log.-sass. ‘soffietto’.
Questi termini si confrontano con l’it. buffa ‘forte e improvviso soffio di vento’, buffo ‘soffio impetuoso e improvviso’, bufera ‘fortunale, tempesta, tormenta’, buffone ‘colui che nel Medioevo e nel Rinascimento esercitava il mestiere di divertire’. Il DELI non trova l’etimo, mentre Wagner pensa che i lemmi sardi ed i corrispondenti iberici siano onomatopee. Invero la base etimologica di tutti questi lemmi sta nel sum. bun ‘bellows, mantice, soffietto’, ‘bladder, vescica’, ‘to blow, spingere, soffiare, far svolazzare’ + pu ‘mouth, bocca’. Il composto bun-pu in origine significò ‘soffiare, gonfiare con la bocca’. Per simiglianza, il log. e camp. buffáre, -ái ‘bere, tracannare’ hanno la stessa etimologia, tenuto conto che nella più alta antichità i recipienti non erano che degli otri, ossia delle pelli gonfiabili.
Buria’ sass. ‘sconvolgere, intorbidire; mettere in disordine’ (Bazzoni); bulizzare, abbulizzare log. (Casu); gall. bulia’; bolizzare (Fonni); abbuluzzare centr. e log. ‘mescolare, sconvolgere, intorbidare l’acqua’; abba bulutzata (Bitti); boluzzósu ke mare ‘rimescolato, adirato come il mare’; abbulizzu, abbuluzzu ‘miscuglio’. Cfr. pis. burià ‘frugare’. Wagner affianca a questi lemmi anche il gall. bulìggiu ‘fango, torbidezza’, còrso buliggià ‘mescolare’; log. abbulizzare faes e fasolos ‘mescolare cose incompatibili’; log. abbolojare ‘sconvolgere, rimescolare’; log. buliare (abba buliada). Base etimologica per buliare, buria’ è il sum. bul ‘to shake, scuotere fortemente’; per bulizzare si aggiunge a bul il sum. ulu ‘wind’, ‘a demon’.
Burioni sass. ‘bufera, raffica, tifone, vortice’; gall. bulióni. Vedi anche sass. baffagna. Per l’etimo vedi buria’.
Ciaputzéri log. ‘maestro che lavora male’ (Puddu); ciabottèri, ciapotéri sass. ‘improvvisatore, incompetente’; ciabóttu sass. ‘gran baccano, situazione caotica’; ciapùtzu ‘id.’ (Sassari, Gallura, madd.); còrso chjaputzu ‘rozzo, ignorante’; gen. ciapusso ‘guastamestieri’. Base etimologica nell’akk. kabūtu(m) ‘merda’ di animali.
Ciónfra sass., gall. ‘beffa, scherno, presa in giro, dileggio, burla’. Wagner ne rileva le similitudini col còrso cianfôrnia ‘burla, sciocchezza’, tosc. cianfrogna; ma non ne indica l’etimo. Questo sembra basarsi sull’akk. kupru(m) ‘bitume, pece’ (con successiva inserzione della -n- e normale trasformazione dell’esplosiva in fricativa). Evidentemente all’origine c’era l’idea – ancora oggi viva in italiano – del denigrare, ossia dell’annerire, ricoprire di luridume (atto reale per le persone da burlare, atto ideale e dilazionato per le persone da calunniare).
Cuppuddu sass.; cupputu gall. agg. ‘concavo’: piattu cuppuddu ‘piatto profondo’; gen. coppùo ‘concavo, profondo’. Per l’etimo vai a cuppa.
Digógliu sass. ‘strage’, ‘cataclisma, finimondo, fracasso, scompiglio, putiferio’, log. degógliu; sass. anche ‘scalpore’; dicógliu gall. ‘chiasso, fracasso, frastuono, strepito’. Il manoscritto fr. 1747 della Biblioteca Nazionale di Parigi (traduzione in occitanico del Venerabile Beda, ff. 9°-18c) contiene se degolar ‘precipitarsi, andare in rovina’ (Ebrius cuda far alcuna bona chausa, cant si degolas).
Dóru sass.; dólu log., gall., madd. e camp. ‘dolore, pietà, compassione’; anche ‘duolo, lutto’; còrso dólu: log. addoluméu!, addolusóu!; addolumannu!; addolumannuméu! ‘povero me!, per grande sventura, ecc.’ (Casu).
Drollu camp. ‘relasciáu in su bistiri e in attus’, ‘sciatto, sconcio, sgangherato’. Cfr. madd. sdróllu ‘smidollato, molle, flaccido, indolente’. Wagner lo considera gallicismo < cat. drol.le, drol.la ‘estrany, singular’, ‘persona informal, sense serietat’. Anche in piem. c’è dròlo ma col senso di ‘lepido, giocoso’. I termini sardo e catalano hanno gli stessi significati, mentre quello piemontese lo ha perso. La base etimologica del lemma è l’akk. durrû(m) ‘to neglect, reject’ + suffisso -lu, il tutto soggetto poi a metatesi.
Frázziggu sass. ‘fradicio, putrido’; fárcicu, frácicu gall., madd.; fràgicu còrso; romanesco fràcico. Per l’etimo vai a frazzigga’.
Fiára log., sass. ‘fiamma’; gall. e còrso fiára; cfr. it. ant. fiara ‘idem’; framma centr., log. e camp.; fiamma (Ploaghe): sass. à fattu foggu e fiara ‘ha fatto fuoco e fiamme’. Base etimologica è l’akk. ba’ālum ‘splendere’, ‘to be anormally bright (of stars). Si notino anche le forme frámmula (Milis) ‘fiamma’; frammarída (Planargia), fiammarída log. ‘fiammella, vampa, scintilla’ = cat. flamarida accanto a flamarada ‘el flam de la llenya encesa’. A Scano chiamano frammarídas le pellicole che si staccano dalle unghie (confusione con panarighe ‘pipita delle unghie’). Base etim. l’akk. ba’ālum ‘splendere’, ‘to be anormally bright (of stars)’.
Figgiura’ sass.; figghjiula’ gall. e còrso; figiulare log.; bizuláre, biziláre, bizzáre < lat. vigilare (Wagner). Il termine del nord ha uno specifico corrispettivo nel camp. castiái. Significa ‘svegliare, destare, acuire l’attenzione, essere accorto, vivace, svelto’; nel logudorese è classico l’imperativo figiùra ‘guarda, osserva attentamente!’; sass. figiura’ ‘guardare, osservare’: figiùra caḍḍé! ‘osserva, scemo!’, locuzione pronunciata dopo aver fatta il “pesce d’aprile” (Bazzoni). Kaḍḍémis cagl. plebeo ‘straccione, sporco, malvestito’ < akk. qaddu(m) ‘piegato’ da miseria, preoccupazioni, malattie + emû, ewûm ‘diventare’, ‘essere come’; questo verbo si usa spesso col suffisso modale -iš ‘come, like’. Il significato complessivo è ‘diventare come uno schiavo, un servo’.
Quanto a figiuláre, il termine sardo e il corrispettivo lat. vigilare (di cui la prima -ĭ- deriva da originaria -a-) hanno arcaica origine nell’akk. (w)aqû(m) ‘to wait for’, wait, await’ (Semerano OCE II, 613). La ğ o dz sarda sono diventati leni, rispetto alla velare sorda accadica, per influsso del lemma latino.
Frijóra sass. ‘frittella’; gall. frijòla; gen. frijò. Vai a frijóri.
Fuéttu m. sass., log., camp.; fuette log. e camp. ‘frusta’; gen. foètto; cfr. cat. fuet, sp. fuete, fr. foet. Accatto.
Gana sass., log., camp.,, gall., còrso ‘voglia, desiderio, appetito’ = sp. gana; mala gana ‘svogliatezza’. A quanto pare, la base etimologica è il sum. gana ‘shackles, ceppi, impedimenti’. Evidentemente il concetto di ‘voglia’ si è evoluto da un significato arcaico che privilegiava l’atto del trattenere, inceppare. Vb.: disganare log. ‘non aver voglia’.
Giotta sass., Fonni; jotta (Bitti, Dorgali, Busachi, Ploaghe) ‘siero che rimane dopo fatta la ricotta’; ma significa anche ‘ricotta’ (Bitti, Dorgali, Fonni); ghjotta gall. e còrso. Per l’etimo vai a oiotta.
Ifrósu sass. s.m. ‘frodo, contrabbando’, ‘nascostamente’; gall.-madd. di sfróju ‘di nascosto’; gen. sfròuxo ‘frodo, contrabbando’; camp. sfrosái ‘fare contrabbando’. Nell’uso lombardo-veneto sfroso significa ‘contrabbando’. Base etimologica l’akk. purûm ‘abuse’ + usum ‘usage, custom; uso, pratica’ In origine il composto pur-usum significò ‘praticare abusivamente’ ossia senza il concenso della comunità. Sass. a ifrósu avv. ‘di frodo, di contrabbando, nascostamente’.
Iłtruḍḍádu sass. ‘buono a nulla, inetto, incapace’; struḍḍatu gall.-madd.; istruḍḍadu log. ‘ki est fatu a sa russa, pagu fine, pagu dìligu de maneras de fàghere, ki est pagu de tzou, bonu a nuḍḍa, kentza cabu’ (Puddu); anche log. intruḍḍádu. Wagner lo considera aggettivale del log. truḍḍa ‘mestolo, cucchiaione’ < lat. trulla ‘cucchiaione’. Se così fosse, dobbiamo dedurre che in origine per istruḍḍádu s’indicasse una persona priva di mestolo, quindi incapacitata a servire la pasta e tantomeno a mangiarla, se non ricorrendo a modi grossolani. Tra i Sardi, fino a pochi anni addietro, era usuale che l’uomo dei paesi (specialmente il pastore) nei momenti di relax stesse indaffarato a foggiare dei cucchiai di legno, persino durante la santa Messa! Chiaro che tra i Sardi l’essere senza cucchiaio o mestolo fosse una omissione deplorevole. Con istruḍḍadu ‘smestolato’ siamo quindi di fronte a una metafora accettabile. Eppure dobbiamo soppesare bene i vari semantemi legati al termine i quali, più che lo smestolato, riguardano (vedi Puddu) un uomo ‘fatto grossolanamente, poco fine, poco diligente nell’azione, poco intuitivo, buono a nulla, senza cervello’; sa fémina istruḍḍada è una ‘donna che lavora con grossolana incuria’, sbagliando i vari processi del fare domestico o lasciando cadere gli arnesi. Questi semantemi indicano molte qualità negative, che peraltro sono diverse rispetto a quella dell’uomo imprevidente che non si costruisce neppure il cucchiaio. Al che sono portato ad individuare la base etimologica nell’akk. ištu(m) ‘fuori di’ + rūdu (una parte della testa), con l’originario significato di ‘scervellato’, vedi log. iχaiveḍḍádu.
Iłtumbadda sass. ‘testata, colpo con la testa, con la fronte’; stumbata gall.-madd.; tumbata (Bastia) Cfr. tumbare1, attumbare log.; tumbái, attumbái camp. ‘urtare, cozzare’ (detto specialmente delle capre e dei montoni che si danno dei cozzi); log. anche intumbare, istumbare; sost. attumbu, attúmbidu. A mio avviso, la base etimologica è la stessa che propongo per tumbare2. Quindi non c’è nulla di onomatopeico, come vorrebbe Wagner.
Tumbare2. Andrea Deplano (Bidustos 36) scrive: «Il verbo tumbare stabilisce una continuità linguistica con il basso (tumbu) dello strumento tricalamo delle launeḍḍas. Anche in questo caso siamo in presenza di parola composta da sum. tu ‘battere a ritmo’ e l’aggettivo bu ‘perfetto’. La [m] fra le due sillabe è prodotta da nasalizzazione come nel canto. Le espressioni tumbare una vo’he, tumbare su ballu rimandano alla produzione di suoni per il canto e per il ballo. Insomma il ballo è battuto a ritmo e poiché c’è ritmo si ha movimento del testo poetico. La produzione di suono sta nel pieno significato di tumbare che per alcuni è suono onomatopeico ma in sardo rinvia al suono sordo dello scontro delle corna dei mufloni o delle capre nei combattimenti per aggiudicarsi la supremazia sul branco».
Un po’ ovunque in Sardegna questo verbo indica l’atto della testata (es. sass. iłtumbàḍḍa). Ma dissento dall’etimologia del Deplano. È più congruo riferirsi all’it. tambùro, lo strumento primordiale che rimbomba con le percussioni e che ha origine molto antica: vedi sum. tun ‘contenitore, cassa, sacco, stomaco’ + bur ‘albero’, col significato originario di ‘cassa d’albero’ ossia ‘albero cavo’. In Sardegna la radice sumerica è più evidente attraverso il sost. tùmbaru ‘tambùro’ e tumbarínu ‘percussionista di tamburo’. Quindi il sintagma tumbáre una vo’he, tumbáre su ballu richiama l’opera del tamburo, il quale con un preciso colpo dà il via al ritmo vocale o coreico. Vedi al riguardo l’etimologia di tumbarínu. Sono famosi sos Tumbarìnos di Gavoi.
Imbuggia’ sass. ‘oscurare’; rifl. imbuggiassi ‘scurirsi, abbuiarsi’; gall. imbugghja’ ‘idem’. Cfr. còrso bùgiu, bùciu ‘buio’.
Imburigga’ sass., imbulica’ gall.; imbulichjia’ còrso; imbolicare centr., imboligare log. ‘avvolgere, involgere, avviluppare’; ‘fig. ‘imbrogliare, ingannare’; forme simili nel sud Italia e in catalano. Sost. ‘imbόlicu, sass. imbόrigu ‘involucro, pacco’. (Busachi, Milis) imboḍḍicare, -ái camp. (accanto a imboḍḍiái). Cfr. lat. involucrum ‘involucro’ da in-volvō < voluō ‘volgo, faccio compiere un giro’ < sum. bala ‘to turn over, ‘capovolgere’.
Ipanna’ sass.; ispannare log. ‘schiarirsi’ (anche sass. ipannaχa’, inciara’, inciari’); camp. ‘alba, aurora’. Cfr. camp. a su spanigadróxu ‘all’alba’. Wagner registra il verbo log.-gall. ispannáre ‘diradare’, ‘aprirsi’, schiarire’ (del cielo, della mente). V. còrso di Sartene spanna’ ‘aprire’. De Martino trova l’origine nell’it. panna: quindi spanna’ = ‘togliere la panna’. Invece la base etimologica fa riferimento all’l’apparizione della faccia del Sole, che presso gli antichi Semiti era detta pānu (da cui i cognomi sardi Panu, Pane, Pani), che è la ‘faccia, il colore (della faccia)’ e più precisamente la ‘faccia del Sole, di Dio (che sfolgora rossa e incandescente)’. È lo stesso termine del greco Πᾶν, anch’esso originariamente riferito al Sole ed in seguito alla deità dei boschi. In ebraico si diceva penû ’El ‘faccia del Sole, di Dio’. Anche la dea della fertilità e dell’amore, Tanit, era detta Tanit Panè Baal = ‘Tanit Volto di Baal’, come dire ‘Volto dell’Universo, del Dio più grande, quello che governa il mondo’. In fenicio p‛n significa ‘volto di…’ e pny ‘davanti a’.
Ivintia’ sass. ‘rimbambire, perder memoria’. Altrove i significati sono più vari: isbentiare, isventiare, isvantiare log.; irbentiare nuor.; ilbentiare, ilventiare log. sett.; sbentiái camp. ‘svaporare, prendere aria, essere esposto al vento’; anche ‘svigorire’ (del vino); gall. svinta’ ‘svigorire (del vino)’; sd. ‘digerire la sbornia, la collera, l’ira’; log. anche ‘sbrancare gli animali’; isbentiadu log. ‘svaporato, svigorito’; di uomo noioso ‘svenevole’; isbéntiu ‘noia, molestia’; isbentiúmine ‘molestia continuata, stucchevolezza’ (Casu). Per l’etimo vai a ventu.
Iχaḍḍa’ sass., iχaḍḍare, iscaḍḍare, iskeḍḍare log., scallái camp. ‘rimanere scottato, scaltrirsi dall’esempio altrui, apprendere a spese altrui’: ca iχaḍḍa in péḍḍi sóia dibénta sábiu ‘chi impara a proprie spese diventa saggio’; gall. scaḍḍa’. Wagner non ha chiara l’origine del termine, che è in realtà un negativo, presentando un originario s- privativo unito alla base akk. ḫadû(m) ‘essere gioioso, rallegrarsi (di un’azione)’. Stessa base fono-semantica ha iscaḍḍare log. ‘dare il lustro al pane’ (fatto con acqua bollente passata sulla crosta e poi rimessa al calore, al fine di renderla lucida).
Iχiccia’ sass.; skiccia’ gall.; iskitzare log., iχitzare (Ploaghe) ‘schiacciare’; cfr. gen. skisá, lomb. skisciá ‘schiacciare’.
A quanto pare, il concetto fondamentale richiama l’azione di schiacciare (ie. rompere) una noce. In questo caso, è congruo risalire alla comune base etimologica, poiché il ‘nocciolo polposo della noce’ fin dalle origini prese nome come un traslato, dall’akk. ḫībum ‘beloved, amatissimo’ (per il suo valore nascosto). Se le cose stanno così, iskitzare è tricomposto, dal suff. is- (concetto di allontanamento, esplosione) + radicale ḫīb- + suff. -áre.
Iχùipina sass. ‘scorfano, scòrpena’ (Scorpaena scrofa); gall. scùlpina. Cfr. gen. scòrpena ‘id.’.
Iχutzura’ sass.; iscuttulare log. ‘scuotere, agitare con forza’, ‘bacchiare’: no mi lu pudìa iχutzura’ da innantu ‘non riuscivo a scrollarmelo di dosso’; gall e madd. scutzura’. Cfr. rumeno scuturà ‘scuotere, scuotersi’.
Léłtru sass.; léstru, lestu log. e camp. ‘agile, pronto, lesto, snello’; léstru gall. e còrso; camp. anche lésturu. Deriv.: allestrire, allestire, illistrire log.; allestiri, allistiri camp. ‘allestire, sbrigare, affrettare’; illistrida log. ‘fretta, premura’. Il gr. ληστής ‘assassino, grassatore’ ci conduce in un campo semantico decisamente negativo, compatibile con l’akk. lī’šu ‘desecration, profanazione’, su cui in seguito si sarebbero aggiunti i suffissi aggettivali in -tu, -tru. Sass. léłtru ke frea ‘svelto come un furetto’; lèłtru ke balla ‘svelto come palla sparata’; léstru ke póivara ‘svelto come polvere da sparo’; léstru ke la pibariłta ‘svelto come il battito di palpebra’.
Lóvia (Luras) ‘troia, femmina del porco’. Voce anche gallurese e còrsa (lóvia, lófia). In sd. si dice normalmente súe (log.), súge (centr.), súa (sass.); mardi (camp.). Possibile base etimologica di lóvia è il sum. lubi ‘dear; a term of endearment; cara; termine affettuoso’, a causa del valore della lóvia allevata in casa.
Magnatzona sass., gall. ‘prurito’: abe’ magnatzona a curu ‘aver voglia di calci in culo’; madd. smagnatzona ‘prurito doloroso’; còrso manghjatzona ‘fastidio’. Per l’etimo vai a magna’.
Mancárri (anche magarri) congiunzione e avverbio concessivo log. ‘magari’ (in subordine ‘sebbene, quantunque’); camp. mancái, maccái: significa ‘sebbene, quantunque’, ma recepisce pure la semantica dell’it. magari ‘utinam’, per quanto il Wagner non abbia avvertito la sottigliezza; macári (Bitti) ‘magari’, ‘sebbene, quantunque’; maccàri gall.; maccàru còrso. L’uso di questo termine in Sardegna ha subìto (meglio, ha partecipato a) gli sballottamenti delle semantiche provenienti dalle altre lingue mediterranee che presentano la stessa radice, come l’it. magári, il gr. (e bizantino) μακάρι ‘volesse dio, utinam!’. Ma tutte queste lingue, compreso il sardo, attingono ad una stessa base etimologica, che sembra l’akk. amarniano maḫari ‘domani’ derivante dall’antico semitico. Si potrebbe vedere quindi nel sd. mancarri, it. magari, gr. μακάρι un originario significato di ‘domani!…’, ancora oggi usato come previsione negativa d’un evento: domani che ci riesci!… Eppure abbiamo l’altra accezione it. magari! (e sd. mancarri!) ch’esprime forte desiderio o speranza, senza ironia; anzi è proprio questa l’accezione che ha prevalso nel Mediterraneo: vedi sp. macare (oggi maguer) attestato fin dalla metà del sec. X (Corominas). «Il valore concessivo è dovuto ad una specie di cortesia verso l’interlocutore, mostrando di desiderare che avvenga ciò che prospetta» (DELI). In questo secondo caso non c’è affatto bisogno di proporre l’etimologia amarniana maḫari ‘domani’ ma prevale l’etimologia akk. magāru(m) ‘acconsentire, essere d’accordo, accordarsi reciprocamente, riconciliare, rimettere in armonia’, che s’accorda con la semantica lat. di utinam! Si nota nitidamente che ‘magari’ nell’accezione mediterranea fu in origine un desiderio, una implorazione espressa da un uomo pio alla propria divinità, al fine di ottenere qualcosa.
Matzamùrru sass. ‘tritume di biscotto e di galletta consumato un tempo dai pescatori’; per estensione ‘tritume di cose mischiate’ (Bazzoni); camp. ‘mazzamurro, panata’ (secondo Wagner); a Quartu indica il ‘pane secco ammorbidito e mischiato con sugo di pomodoro’ (un modo per riciclare il pane), detto anche ‘pancotto alla cagliaritana’. Cfr. gen. masamora ‘tritume di biscotti usato un tempo sulle navi’ (Gismondi citato da De Martino). In sass. si dice misciamurreḍḍu per ‘mescolanza, guazzabuglio’. Sass. siminéra a matzamurru ‘semina fatta subito dopo l’aratura ossia senza lasciar riposare la terra’. Matzamurru è da suddividere in matza-, matta- (vai a matzacana, matta1) + -murru < sum. mur ‘fodder, foraggio da ingrasso’.
Mùcciu sass., gall., log. ‘cisto’; anche in còrso; sass. anche mudéggiu. Wagner ne ignora l’etimo; Paulis (NPPS 411) nell’apparentare il lemma sd. all’etr. mutuca ‘cisto marino’, ne fa un mazzo con gli allomorfi mutrécu, mudrécu, murdégu; ma sbaglia, non bastando tale comune significato di ‘cisto’ per ammassare nello stesso campo semantico dei termini aventi fonetiche così differenti. Mùcciu ha base nell’akk. muk, muku (a plant); può essere pure da muqqu, mukku ‘qualità povera; lana deteriorata’. Per il secondo significato gioca il fatto che il cisto in Sardegna è considerato pianta d’infima qualità, utile (anzi utilissima) soltanto per gli usi del forno o d’un fuoco momentaneo. Ma vedi mutrécu.
Mugliéri sass. ‘moglie’; gall. muḍḍéri. Cfr. lat. mulier, mulīeris ‘donna, sposa’; camp. mulléri, tosc. moglièra, aprvz. molhér, gen. moggê. Si noti la somiglianza della voce sassarese con quella toscana e quella occitanica; nei condaghes abbiamo anche muiere, muliere, forzatura latineggiante introdotta nel medioevo dai preti-amanuensi; il gall. muḍḍéri dentalizza le due liquide per analogia con le similari dentalizzazioni imposte dalla legge fonetica del nord-Sardegna. In logudorese comunque abbiamo muzzère.
Il camp. mulléri è il risultato dell’influsso medioevale dal lat. mulier; mentre le altre forme cosiddette “romanze” non s’adattarono al latino, preferendo mantenere l’arcaica consonantizzazione preesistente, che non ha alcuna relazione – come vedremo – col nesso latino -lĭ- quale emerge dall’accusativo mulí-ĕ-rem (come invece credette Roncaglia LT 45).
I filologi romanzi sostengono che tutte queste evoluzioni fonetiche siano state pilotate dal latino. Ma intanto della nota forma latina non si è capita l’origine. L’Ernout-Meillet scrisse che «mulier est un nom nouveau, d’origine inconnue». Invero, non se n’era intuita l’origine sumerica, da mug ‘vulva, female genitals’ + ereš ‘lady, queen’, il cui composto mug-ereš significò ‘signora della vulva’ ossia ‘colei che possiede la vulva’, ‘che detiene l’organo destinato a riprodurre l’Umanità’.
Dall’etimologia si nota facilmente che le attuali consonantizzazioni “romanze” -zz- o -gg- o -gl- non sono state guidate dal nesso latino -lĭ- ma erano già presenti per proprio conto nelle singole parlate mediterranee precedenti la colonizzazione romana.
Pábaru agg., in Sassari riferito direttamente all’uovo dal guscio molle, non solidificato per mancanza di minerali. Per estensione si dice čéggu pàbaru ad uno che è ‘completamente cieco’, come lo è chi ha l’occhio bianco per la cataratta, che in qualche modo ricorda il bianco dell’uovo, specialmente quando è fritto. Per ulteriore estensione il termine indica anche la sterilità, per cui si dice fémmina pàbara, ‘donna sterile’, che non può avere figli. Dìriggu ke l’óbu pàbaru ‘delicato come un uovo senza guscio’, si dice di persona cagionevole di salute (Bazzoni 429). Cfr. maddalenino pàparu, pàpiru, riferito all’uovo come in sass.; De Martino (DM 104) cita come precursore il lat. ovum apălum (lat. classico ovum hapălum); gr. apalós ‘molle’; e cita anche il termine medievale dotto apalonìchia ‘alterazione delle unghie, nelle quali non si forma il tessuto corneo’.
Pàbaru in origine è termine accadico, papparum ‘area bianca’. Si trova registrato per l’agata ma è valido per le situazioni consimili. Sembra infatti che abbia origine dal sum. pap ‘preminente, primo in assoluto’ + ari ‘malanno, disfunzione, malattia’, col significato di ‘malattia grave, invalidante’. Tale fu la cateratta e la cecità per gli antichi.
Paggióru sass., pajólu (Bitti, Nuoro, Baunei, Laconi); paxόlu (Talana); paggiόlu gall. ‘paiuolo’, ‘recipiente da cucina in rame a forma di vaso tondo e fondo, con manico arcato, che s’appende alla catena del camino’; madd., còrso paghjiòla. DELI lo dà di origine celtica ma non produce nemmeno la parola. Indubbiamente questo genere di recipienti fu possibile ottenerli soltanto con la metallurgia. A quanto pare, la base etimologica è l’akk. pâdum ‘imprison’ with fetters ‘bloccare fermare’ con catene.
Parałtrággiu sass.; parastrággiu camp.; parastazzu log. ‘rastrelliera per i piatti’; anche ‘scaffale per merci e provviste’; (Siniscola) barastázzu; (Norbello) parestázzu; (Isili) parestággiu; còrso parastágghiu, parastágiu ‘scaffale, scansia’ (Falcucci).
Perca centr., log., camp. ‘anfratto, fessura di roccia; grotta, caverna; buco nei muri’; pércia log. sett. (Bonorva, Osilo); altrove anche pélcia; madd., còrso pérchja ‘fenditura, buca’. Dal lat. *specula ‘piccola grotta’, da specus ‘caverna’. La forma latina interferisce e si confonde con akk. perkum, pirkum, ‘linea di confine o difesa, sbarramento (anche di canale)’.
Pésciu sass. ‘pesce’; piske log.; pisci camp. ‘pesce, fish’. Cfr. gen. pèscio, madd. e còrso pésciu. Base etimologica nel sum. peš ‘to gather’ + kud ‘fish’ (cfr. kad-kud ‘baked fish’): quindi in origine peš-kud indicò il ‘pesce raccolto, pescato’.
Pingu log. sett. ‘grasso, pinguedine’; anche ‘sporcizia, lezzo’; log. e sass. pinghinósu ‘grasso, unto, frittelloso’ (di vestiti, ma anche del fisico); ispinghinare ‘gocciolare il grasso’; ‘sudare, sentire il gran caldo’; sass., gall., còrso pingu ‘sporcizia’. Wagner sostiene che la parola non è sarda, e lascia intendere che la base etimologica sia il lat. pinguis ‘grasso’. Invece la parola è sardissima, ed è più congrua la base akk. pīḫu ‘beer-jar’, da cui la metonimia indicante la gromma, i lieviti, la schiuma che, specialmente nell’antichità, caratterizzavano la visione complessiva del vaso di birra.
Pitíggina sass. ‘impetigine, eczema’, ‘irritazione cutanea’; gall. pitìggina; madd. pittighìna; còrso petìghine (‘macchie solari’); lucch. pitìggine, cal. pitijna (rumeno pecingine); it. ant. petìgine. Da lat. petigo, -inis per aferesi da impetigo, -inis (secondo De Martino). Invero la base etimologica è il sum. pel ‘to defile, deturpare’ + te ‘cheek, guancia’ + gum ‘mange, scabbia’, ‘a skin complaint’. Il composto in origine indicò un ‘malanno penoso alle guance’.
Pressa sass. ‘fretta’; camp. pressi (id.), de pressi, in pressi ‘in fretta, rapidamente, all’istante’; gall. pressa, madd. préscia, còrso préscia. Alla base c’è il vocabolo pansardo presse, pressi, pressa ‘fretta’. Si ritrova già nel log. ant. (Stat. Sass.I, 28, 29: su plus ad presse qui aet (aen) poter); tocca in cuxìna de pressi ‘presto, vai in cucina all’istante’. Anche in Italia s’usa pressa ‘fretta’, e persino in catalano. Verbo: appressare log. ‘far presto’; impressare log. ‘affrettare’. Wagner nota l’uso collaterale spagnolo: appresurar ‘metter fretta’, ma non risolve l’etimologia. Questa ha base nell’akk. perṣu(m) ‘breach’, ‘rottura’ < parāsu ‘to cut off, decide’, ‘dividere, sezionare, rompere’.
Rántzigu sass. ‘amaro’; talora anche ‘rancido’; ránkidu centr. e log.: ráncidu camp. ‘rancido’; gall. e còrso ráncicu; gen. rancio (sp. e port. rancho). In log. anche ‘amaro’. Pare congrua la base sum. raḫ ‘disease, malattia’ (con la seriore epentesi di n-) + kid to dissolve, dissolvere’. Pare chiaro che in origine si esprimeva col composto ra(n)ḫ-kid la percezione del ‘dissolvimento di una certa sostanza a causa di una malattia’.
Raunzare, arraunzare, ranzare log. sett. ‘borbottare, brontolare’; (Ozieri) ‘grugnire’ (del porco); (Ploaghe) ‘ringhiare’ (del cane); ranzare (Berchidda) ‘fare le fusa’ (del gatto); gall. raugna’ ‘bisticciare, contendere’; còrso rangugna’ ‘borbottare’ (Falcucci); gen. rangogná ‘idem’. Sost. raúnzu ‘brontolio, grugnito’; anche raganzada o raganza (Casu). Verbo log.: raganzare ‘borbottare, brontolare’; anche ranzidare ‘mugolare, brontolare; ustolare’ (del cane); ranzèra ‘ronzio, brusio’ (Casu). Sembrano tutte voci fonosimboliche. Tuttavia vedi sum. ri ‘to cry out, gridare’, che sembra il radicale prototipo.
Roba sass. ‘qualsiasi oggetto materiale’, ‘merce, possedimenti, bestiame’: roba di mudda ‘vestito da festa’; sd. ‘gregge, peculio, ‘bestiame’, ‘tutto ciò che uno possiede’; gall. e còrso ‘idem’. Wagner sostiene derivi direttamente dall’it. roba. A sua volta DELI registra roba come ‘ciò che di materiale si possiede o che serve in genere alle necessità del vivere’, derivandolo dal francone rauba ‘armatura’, ‘veste’. Si vede che il termine si è espanso bene in Europa, ma nessun ricercatore ha messo in evidenza la sua base etimologica, che è l’akk. rubbû ‘portato a piena crescita’, ‘incrementare, migliorare’, ‘avere interessi su’. Cfr. ingl. robbery ‘beni acquisiti con la grassazione’, to rob ‘derubare’, robber ‘ladro’; sp. robar ‘rubare, derubare’.
Rułtágia sass.; rustágia, rustágliu gall. ‘roncola’. Termine attestato nel nord Sardegna (compresa la Gallura), Corsica, Toscana. Wagner cita qualcosa del genere in Catone (de re rustica XI, 4), Varrone (RR XXII), Tertull. Apolog., cap. 4: Securibus rustatis et caesitis (Forcellini), da rustum ‘rovo’ variante di ruscum, che si trova in manoscritti e in glosse. Cfr. (pistoiese) rostagia; garfagn. restaghia, (lunig.) rustàghia; elb. ristaja (Rohlfs). A mio avviso rustàgia passa attraverso il lat. rostrum, e questo < rodō, il quale ha base nell’akk. ḫarāsu ‘grattare’, (ḫa)rāṣu ‘tagliar via, incidere’ da cui it. radere; cfr. ebr. (ḥa)raš ‘scavare, arare, toglier via’ (OCE II 547).
Cfr. rustágliu, rustrágliu log. sett.; rułtáglia (Olmedo); rustázza (Luras); orostázzu (Orosei) ‘roncola’.
Russéttu sass. ‘petecchia’, ‘morbillo, scarlattina’. Vedi rossette, termine di Ozieri che ha le sue varianti, oltre che in russettu (Sassari), in ruggittu (Màrghine, Planàrgia), rubiolu (Sédilo). È la ‘scarlattina’, ma in certi paesi (es. Scano Montiferru) anche la ‘varicella’ ed il ‘morbillo’; gall. russittu ‘rosolia’, còrso russettu. Il termine viene fatto discendere dal lat. russus ‘rosso’, ma la provenienza profonda è dal bab. ruššu ‘rosso’.
Sciscía, ciccìa sass., log. e camp. ‘berrettino subcircolare di panno o fustagno od orbace, senza ala né visiera evidente’; gall., madd. sciscìa ‘papalina, berrettino (soprattutto da notte). Cfr. tosc. cicìa ‘papalina, fez’. Probabilmente la base etimologica è l’akk. ḫī’um (a garment), raddoppiato in termini esaltativi.
Surraga’ sass., sorrogare (Busachi), corroskiare centr., farroscái camp., sarracrare (Lollove), sarrascare (Fonni) ‘essere rauco’, ‘russare’, ‘rantolare’. Cfr. gall.-còrso surracà ‘russare’. Wagner propone l’etimo da un possibile lat. *sub-raucare (questo per la sola forma sarracrare), mentre nelle altre forme sd. vede onomatopee. Invece la base etimologica sta nell’akk. sarāḫu(m) ‘distruggere, rovinare, demolire’, con evidente traslato.
Tanḍu sass.; tanḍo log. ‘allora, finalmente’; camp. tandu, tzandu. Cfr. gall. e còrso tandu ‘allora’; ma lat. tandem ‘finalmente, alla perfine’. La base etimologica è il sum. tam ‘to be clean, bright, pure’ + de ‘to bring, carry’: tam-de, col significato di ‘portare a chiarimento’.
Técciu sass., log., gall. ‘sazio, satollo, rigido’; télciu (Casu); fig. ‘altero, superbo’. Cfr. gall. e còrso ticchjiu ‘sazio’. Wagner afferma senza ambagi che è «voce non sarda, ma sassarese». In questa frase lapidaria abbiamo condensato il suo pensiero sulla natura del dialetto sassarese. Egli rafforza la sua tesi presentando una serie di altre evenienze, come técciu còrso, téccio genov.; it. ant. tecchio ‘grosso, grande’; lucch. tégghio ‘solido, tenace, duro; pieno, sazio’. Egli in ogni modo non presenta l’etimo. Questo si basa sull’akk. ṭeḫû (designazione di una attività della panificazione), probabilmente incrociato con ṭuḫdu(m) ‘quantità, abbondanza’. Derivato: tecciùra log. ‘rigidezza’.
Tèttaru sass., gall., madd. ‘impettito, rigido’ spesso per il freddo, log. tètteru.
Tòrra sass. e log. avv. ‘nuovamente’ deverbale da storrare, camp. storrái ‘lasciarsi, separarsi’; storràus ‘separati’. Cfr. gall., còrso, gen. torna ‘di nuovo, ancora’. Il significato corrente è quello di ‘dissuadere, distogliere, ripensare, cambiare idea, ritrattare’; storru ‘dissuasione, ripensamento’, ‘tutto ciò che può far cambiare idea’; passu torráu è una delle forme del ballo sardo; torrada è la seconda parte dei muttos, settenari cantati nei quali la seconda parte ritorna e ripete i versi della prima parte (istérria). Wagner considera il lemma da it. tornare, che DELI a sua volta considera < lat. turnāre ‘lavorare al tornio’. Invece le voci sarde storrái, storrare, torrare hanno base etimologica nell’ass.-bab. tūra ‘nuovamente, ancora’, letteralmente ‘ritorna!, torna indietro!’ (imp.), da cui la locuz. sd. torra ‘nuovamente’, torra! ‘nuovamente!…’ (in termini di sconforto quando dev’essere ripetuta, o si vede ripetuta, un’azione della quale si è stanchi o annoiati). Altre voci babilonesi: turru ‘girato, voltato’, tūru(m) ‘ritorno, ritirata’, turrūtu ‘curva, svolta, marcia indietro; al contrario, all’opposto’.
Tubetzu log.-sass.; tubitzu log. ‘nuca, parte posteriore del cranio tra collo e sommità del capo’; gall. tupitzu. Wagner ritiene sia voce non sarda (còrso tupèzzu, elbano topèzzo). Ma il lemma è mediterraneo, la base etimologica dei tre lemmi sta nell’akk. tubqu(m) ‘angolo, recesso’, commisto con tūwamtu ‘doppio’, ‘doppio vaso’, ‘doppia tasca, bisaccia da sella’. Sembra di leggere nell’antico semantema di ‘nuca’ quasi una ‘doppia (fronte)’.
Tuncia’ sass., θunkiare centr.; thunkiare, tunciare log.; tsunkiái, intsunkiái camp. ‘dolersi, singhiozzare, mugolare, grugnire’; intzùnkiu camp. ‘singhiozzo’; thùnkios centr. ‘lamenti, gemiti (compresi quelli d’amore)’; è pure voce gallurese e corsa, oltreché logudorese. Wagner ascrive queste voci a fenomeni onomatopeici o fonosimbolici. Invece il termine ha base etimologica nell’akk. ṣuḫu(m) ‘risata sonora’, anche ‘gioco d’amore, orgasmo’, ‘strumento d’incantamento violento (quindi un afrodisiaco)’ < ṣiaḫu(m) ‘ridere, gridare, divertire, far ridere; divertente’. Vedi però le altre forme tipo tzunconái, assunconái, assucconái, atzucconái ‘singhiozzare’; tzucconi m.; tzúcculu, tzucculittu ‘singhiozzo’, per il cui etimo vai a thunkiare. E vedi principalmente assucconare ‘spaventare’.
Uscia’ (leggi uša’) sass., gall., madd.; uskiáre, uscráre log. e nuor.; uscrái camp. ‘strinare, abbruciare, bruciacchiare, bruciare’; còrso uschjia’, uscia’. Termine usato per l’operazione di bruciatura dei peli del maiale scannato, per le fortuite abbruciature superficiali (es. dei peli del braccio), ed anche per le operazioni di bruciatura e ripulitura delle praterie inaridite dal solleone (debbio). Secondo Wagner, il termine deriverebbe dal lat. ustulare ‘bruciare’. Ma il termine sardo e quello latino hanno il più lontano ascendente nel termine sum. uš ‘morte, morire’ + ki ‘terra, terreno’. Il composto è veramente arcaico, risale certamente al paleolitico, ed ai primordi significò ‘uccidere la terra’ (era, evidentemente, il debbio): con che veniamo a sapere che la terra per i nostri progenitori arcaici era non tanto il suolo ma il soprassuolo, ciò che sortiva dal suolo. Cfr. akk. išātiš ‘in fiamme’, da išātu ‘fuoco’.

In Gallura manca la rotacizzazione. Oltre alla fola, raccontata da certi filologi romanzi poco informati, secondo cui il gallurese sarebbe un dialetto italianeggiante, esiste la simmetrica fola che il gallurese sia quasi fratello siamese del dialetto sassarese. Sentenza fuori luogo anche la seconda, considerato che le differenze fondamentali sono tali da inchiodare il sassarese e il gallurese a strutture distinte, reciprocamente autonome, come accade peraltro al rapporto tra il gallurese e gli altri dialetti sardi.
Per dirne una, in Gallura manca totalmente la forte, caratterizzante e onnipresente rotacizzazione sassarese della /l/ (la quale nei composti -lt-, -rt- diviene sass. -łt-). È tale l’avversione per la rotata, che in Gallura sono espresse con la /l/ anche le rotate originarie logudoresi e campidanesi. Come dire che ogni rotata sarda in Gallura diviene /l/. Esempi:
ałti sass. (da *arti) ‘arte, tecnica’, alti gall.; baibata’ sass. (da *barbata’) ‘arare un terreno sùbito dopo le prime piogge’, gall. balbata’; barabàttura sass., barabàttula gall. ‘farfalla’; baria’ sass., balia’ gall. ‘sopportare’; baχa sass. (da *barca), balca gall.; baχu sass. ‘violaciocca’, gall. balcu, log. barcu, bascu ‘viola’; Béłtulu sass., Bértulu log., Béltulu gall. ‘Bartolomeo’; béłtura sass., bértula log. e camp. ‘bisaccia da cavallo’, béltula gall.; buria’ sass. ‘sconvolgere, intorbidire; mettere in disordine’, bulia’ gall.; buriòni sass. ‘bufera, raffica, tifone, vortice’, bulióni gall.; carruranti sass., carrulanti gall. ‘conducente di carro’; curimpíparu sass., culimpìppiri gall. ‘chino col sedere esposto’; fértu, feltu log., féltu gall., fretu (camp.) ‘colpito, ferito alla testa’; fraíri sass., fraíli gall., fraíle log. ‘fucina di fabbro’; sass. iχara, gall. scala; sass. kirivra’, gall. kilivra’ ‘frantumare, rendere in minuzzoli’; linnarbu centr., linalvu gall. ‘orniello e pioppo’; perca centr. e log., pélcia gall. ‘anfratto, fessura di roccia, caverna; buco nei muri’; camp. prisucci ‘pisello’, gall. pisudulci; sass. risuránu, gall. risulanu ‘ridanciano’; sass. rusignóru, gall. risugnólu ‘usignolo’; sari sass., sali gall. ‘sale’; sássura sass., sássula gall. ‘zuppiera’; sùrbile, súrvile nuor. ‘strega malefica, specie di vampiro’, sùlvula gall.

Gall. -gl- > -ḍḍ-. Un’altra forte distinzione tra gallurese e sassarese (e tra gallurese e sardo in generale) c’è pure nella trasformazione di -gl- in -ḍḍ-. Cito tra tantissimi mugliéri sass., muḍḍéri gall. ‘moglie’; ritaglia’ sass., ritaḍḍa’ gall. ‘ritagliare’; scraccagliái camp. ‘ridere sgangheratamente’, scaccaḍḍa’ gall.

Gall. is- > s-. Nella parlata sassarese i prefissi is- sono pressoché infiniti. In Gallura, al contrario, non ce n’è manco uno. Anche questa è una caratteristica che distingue nettamente le due parlate. Vediamo qualche esempio:

Ibambia’ sass. (da *isbambia’) ‘dissalare’; gall. sbambia’. Ibarraddu, imbarraddu sass. (da *isbarraddu) ‘squartato, squarciato, aperto, spaccato’; gall. sbarratu. Ibarria’ sass. (da *isbarria’) ‘scaricare il basto dell’asino’, ‘scaricare’; gall. sbarria’. Ibattura’ sass. (da *isbattura’) ‘sbattere con insistenza’; gall. sbattula’. Iχadria’ sass. (da *is-cadria’); scatria’ gall., iscadriare log. ‘scivolare, sdrucciolare’. Iχałdiddùra sass. (da *is-całdiddùra) ‘irritazione, arrossamento della pelle’; gall. scalditùra. Iχraméntu sass. (da *iscraméntu) ‘esperienza negativa, dolorosa, che lascia il segno es il ricordo’; gall. scalméntu. Iχina sass., iskìna log., skina camp.-gall. ‘schiena’. Iχummara’ sass. (da *is-cummara’) ‘slombare, spossare’; scummara’ gall.

Assenza della lenizione. Altra forte distinzione tra sassarese e gallurese (e tra questo e la restante parlata sarda, esclusa Bitti), è l’assenza della lenizione. Esempi:

Bóidu log. ‘vuoto’, bióḍḍu sass.,, bóitu gall.
Cabiḍḍári sass., cabidale m. log., cabidali camp. ‘guanciale, cuscino’, capitali gall.
Céggu sass.; tzégu log. ‘cieco’; cécu gall.
Coidare log. ‘affrettarsi’; cuida’ sass.; cuita’ gall. coitare bitt. (si osservi la parentela tra gallurese e dialetto bittichese).
Cubrénda sass., cuprenda gall. ‘coperta per letto, copriletto, sopracoperta’.
Cuji’ sass. ‘cucire’; cosire log., cusiri camp.; cuci’ gall.
Cummégu sass., log. ‘con me’; cummécu gall. e bitt.
Digógliu sass. ‘strage’, ‘cataclisma, finimondo, fracasso, scompiglio, putiferio’, log. degógliu; dicógliu gall. ‘chiasso, fracasso, frastuono, strepito’.
Disaogare log., disaogái camp., ‘divertire, sollazzare’; sost. disaógu log. e camp.; disaócu gall.
Imbriágu sass.; imbreagu log.; umbriagu camp. ‘ubriaco’; imbriacu gall. e bitt., imbreacu (Nuoro).
Kéḍḍa sass., kida log.; ceḍḍa, cida camp. ‘settimana’; kita gall. e bitt.
Ladu log. e camp., latu gall. e bitt. ‘lato, ampio, largo, pianeggiante’.

Sd. -ll-, -gl-, -zz- > gall. -ḍḍ. Altra distinzione caratteristica è che il sass.-log. -ll- o -gl- o -zz- diviene -ḍḍ- in gallurese. Esempi:

Appaḍḍuttura’ sass., gall. ‘appallottolare’. Si nota in questo caso l’attrazione della forma gallurese su quella originaria di Sassari.
Baéḍḍu log. e gall. ‘mento’ (da antico *baéllu).
Barratzéllu log. ‘guardia campestre’; barracellu camp.; barracéḍḍu gall.; barruntzéḍḍu sass. e gall. (quello sassarese è un accatto dalla Gallura)
Battáglia sass.; battalla camp., battazza log. ‘battaglia’; battaḍḍa gall.
Brìglia sass., briḍḍa gall. ‘briglia, cavezza, redini’.

Log.-sass. z-, -zz-, tz-, -tz-, -gh-, -gl- > gall. -ci-. Altro fenomeno distintivo della parlata gallurese, rispetto al sassarese e al logudorese, è la riduzione al fonema -č-, /č/ di ogni voce contenente i fonemi z-, -zz-, tz-, -tz-, -gh-, -gl-. Esempi:

Accuntza’ sass., accuncia’ gall. ‘aggiustare’.
Àgliu sass., azzu log., àciu gall.
Aizzu sass., aìciu gall. ‘poco’.
Aùzza sass. ‘spilla’; aùggia log., agùgia, aguzza camp.; aùcia gall.
Atza sass., àccia gall. ‘atteggiamento spavaldo’.
Atzùa sass. ‘acciuga’, acciùa gall.
Bantziga’ sass., bancica’ gall.; bantzicare bitt. ‘tentennare, barcollare, oscillare, traballare; dondolare; cullare’.
Bozzi sass.; boghe log., boji camp. ‘voce’; boci gall.
Butzéḍḍi pl. sass.; botzéllu log.; gall. buccéḍḍu ‘guancia, gota’.
Contivizzare log. ‘curare, coltivare, custodire’: cuntivicia’ gall. ‘prendersi cura, assistere, accudire, curare’.
Curizóni sass. ‘parte intima della lattuga’, curicióni gall.
Disizzósu sass., disicciósu gall. ‘desideroso’.
Frétza sass. ‘freccia’, frìccia gall.
Zèa, žèa in sass. e nel log. nord-occid. è la ‘bietola’ (Beta vulgaris L.); gall. cèa.
Zurradda sass.; zorronada log.; gerrunada camp. ‘giornata’ (specialmente: giornata lavorativa); ciurrata gall.; zorronata bitt.
Tzonca sass., camp. ‘assiolo’ (Otus scops); thonca centr.; tonca log.; cionca gall.
Tzioḍḍa sass. ‘cipolla’ (Allium cepa); kipuḍḍa centr.; kibuḍḍa log.: cibuḍḍa camp. ‘cipolla’; ciùḍḍa gall.
Tzíru camp. ‘giarra, orcio’; gall. cérra ‘brocca in terracotta’.
Tzucca’ sass. ‘battere, bussare’; gall. ciucca’.

Gall. -er- (-ur-) > -ar-. Abbiamo già elencato sei corposi fenomeni della parlata gallurese che la distinguono marcatamente dalla parlata sassarese e quasi sempre da quella logudorese.
Una settima caratteristica del gallurese viene invece condivisa col sassarese (in esclusiva) e col còrso. Si tratta del legame log. -er- che tende a diventare talora -ar- (apofonia inorganica). In parte ciò accade pure al legame -ur-. Inutile cercare una costante, poiché in Gallura questo fenomeno non è costante (tantomeno a Sassari), anzi rimane isolato a poche voci.
Questo fenomeno gallurese transitò anche nella parlata sassarese (evidentemente ciò avvenne al tempo delle pesti, che richiesero corposi rimpiazzi di manodopera proveniente dall’elemento còrso-gallurese). Ma ora a Sassari il fenomeno si sta rinsecchendo ed è rimasto soltanto in poche voci, quale tarrénu ‘terreno’. Vediamo degli esempi:

Abbéłta sass. (da *aperta), abbalta gall. ‘apertura’. Si nota il solito fenomeno gallurese del rifiuto della rotata.
Affarra’, affarrassi sass., gall. ‘azzuffarsi, venire alle mani’. Cfr. it. afferrare (inizialmente ‘colpire col ferro’, poi ‘tenere stretto’).
Baḍḍerínu sass. ‘ballerino, danzatore’; gall. baḍḍarínu.
Diłtarra’ sass. , distarra’ gall. ‘mandare al confino, esiliare’: disterrare, isterrare log.; disterrái camp. ‘esiliare’.
Éiba sass. (da *erba), alba gall. ‘erba’.
Eremitanu sass., arimitanu gall. ‘eremitano’.
Farrandáina sass. ‘treno, locomotiva’: influenzato per analogia dal gall. farru ‘ferro’.
Ferru sd., farru gall. ‘ferro’.
Ifarrata’ sass. ‘potare’ (con arnese di ferro): influenzato per analogia dal gall. farru ‘ferro’.
Infarradda sass. ‘inferriata’, influenzato per analogia dal gall. farradda, ferrada, infarriata.
Intarra’ sass. ‘interrare, sotterrare, seppellire’, influenzato per analogia dal gall. tarra ‘terra’.
Insarraddu sass. ‘rinchiuso’, dal gall. sarra’ ‘rinchiudere’.
Nurágu sass. ‘nuraghe’, narácu gall.
Pàrracu, sass. e gall. ‘parroco’ (dall’originario *párrocu la tendenza apofonica della -o- > -a- invase anche la seconda sillaba). La voce sassarese è ovviamente un accatto dal gallurese.
Serra sass. ‘sega’ è detto sarra in gall. e in còrso, alternativamente anche serra. La stessa alternanza c’è per nominare la ‘costa di monte’, il ‘crinale’: còrso-gall. sarra-serra.

Tra gli esempi di apofonia inorganica possiamo proporre anche alcuni rari ipercorrettismi (oltre a quello già visto di párracu), dove si osserva nel sassarese la conservazione dell’apofonia gallurese, mentre in Gallura è preferita la forma prettamente sarda. Pertanto: sass.-log. arìba ‘oliva’, ‘ulivo’; gall. ulìa.

Arcaismi galluresi non condivisi dal sassarese. Abbiamo già notato che le voci nitidamente sarde si mantengono molto spesso nella parlata gallurese, senza che vi sia riscontro col sassarese. Ciò non toglie che anche il sassarese sia arcaico; ma i riscontri privilegiati col resto dell’isola (più che altro sono riscontri di radicali) evidenziano, se ancora ci fosse bisogno, il cordone ombelicale che la Gallura ha sempre mantenuto col centro-Sardegna e pure con i Campidani. Esempi:

Abbrìgu gall.-log. ‘riparo, ricovero, luogo ridossato’.
Baccu gall.-barbaricino ‘valle’ (Desulo); ‘forra, dirupo’ (Ogliastra), ‘sella tra due montagne’ (Tonara), ‘forra, gola di montagna’ (camp.).
Baraliccu gall., barralliccu camp. ‘dado speciale a quattro facce’.
Barrancu camp., gall. ‘difficoltà, imbarazzo’.
Bonaùra gall.-log. ‘fortuna, augurio’; anche gall.-log. ura ‘fortuna, sfortuna’
Burrumballa. Questo termine sardo (assente in sass.), con le sue varianti fonetiche, significa ‘cosa o gente di poco conto o valore; segatura, trucciolame, ciarpame’. Significa anche ‘confusione, tumulto’, specialmente nel nord Sardegna.
Ceḍḍa, keḍḍa è un gruppo non tanto grande di animali nati da poco (maiali, vitelli, capre); in Gallura ceḍḍa è un ‘uccello implume’. Indica anche un ‘piccolissimo terreno’, nonché una ‘manciata di semi’.
Ciarabáttula log.-gall. ‘persona vile, di poco conto’.
Codìna, cuadína, aggettivale sardo (non sassarese) che sembra derivare da code ‘pietra focaia’ < lat. cōs, cōtis. Ma vedi gall. cutina ‘roccia friabile, terreno arido e roccioso’; codína a Mamoiada indica il ‘granito disfatto, putrescente’, pùdrile, quello che in Gallura è detto scarracciàna.
Cùccuru sd. (non sassarese) ‘cima appuntita’ ed anche ‘sommità del cranio’; la più antica base è il sum. kur ‘monte’, con termine raddoppiato in termini icastici (kuk-kur).
Curusta ‘cimice d’uomo’ (Baronia e centro-Sardegna); in Gallura ‘cimice delle piante’, altrove detta pìnnighe, pinni, cìncia (ad Alghero).
Dèkere centr., dèghere log., deghi’ gall., dèjiri camp. ‘convenire’.
Dillu, dílluru, dìllaru ‘un genere di ballo sardo con accompagnamento di musica e canto’; dillu gall.-bitt. ‘ballo tondo’.
Ḍoḍḍi gall. ‘pettirosso’ (anche Nuorese, Orgosolo).
Eccisare log. ‘ammaliare, incantare’; eccisa’ gall.
Fante log. ‘serva, fantesca, concubina’, gall. fanta ‘druda’, fantu ‘drudo, amante illegittimo’. Anche in Stat. Sass. I, 53; CdL 50; I, 124; nel lucchese ant. fante ‘bagascia’.
Freátu, freádu. Spano traduce la voce log. con l’aggettivo ‘colpevole’ ed il sost. ‘forfora’. Dà pure frèa per ‘paura, spirito cattivo’ (così pure in Gallura), ed anche ‘tigna’ (parimenti in Gallura). Tenner freadu in log. significa ‘aver rimorso’.
Gutta margh., gall. ‘sincope, apoplessia, paralisi’: gutta ti cálidi ‘ti venga un accidenti’.
Kirìna log., crina gall. ‘recinto per maiali, specialmente per scrofe’.
Kirra nuor., gall. ‘recinto coperto di frasche per agnelli o capretti’.
Listincu, lestincu, lostincu camp., gall. ‘lentischio, lentisco’ (Pistacia lentiscus).
Loḍḍe ‘volpe’ (Vulpes vulpes) (Logudoro sett., Anglona, Castelsardo); loḍḍi gall. ‘volpe’ (tabuico).
Malaùra log., gall. ‘sfortuna’. In origine significò ‘con la Luna contraria’. Infatti -ùra, è parola corrotta da akk. urḫum ‘Dea Luna’, con seriore caduta della -ḫ- per legge fonetica sardo-tirrenica.
Mammagráida (Bitti, Gallura) è la ‘cavalletta grossa’. Quel riferirsi alla ‘mamma gravida’ indica non solo la grandezza di questa locusta rispetto alle altre minori, ma anche il fatto che è più lenta nel saltare.
Mara camp., gall. ‘palude, acquitrino’; a Cagliari ‘fogna maggiore’ della città o del paese: bucca e mara ‘bocca di fogna’.
Mullóni centr., gall. ‘pietra di confine’.
Póju log., gall. ‘fosso, conserva d’acqua’; póggiu log. sett. ‘idem’; póu camp. ‘piccolo fosso pieno d’acqua’: fòja (Arzana) ‘laghetto, piscina’.
Puále log. ‘secchio’, puali gall. Aggettivale in -ále con base nel sum. pû ‘bocca, pozzo’ + -al (suffisso). Parola veramente arcaica.
Rese, arrèse f. log. ‘razza, stirpe’ (in senso spregiativo): de rése mala; sos dessa rese tua; (Fonni) ‘ogni genere di animali nocivi’; arrèsi f. camp, arresίa, arrasίa camp. ‘rettili e animali velenosi in genere’; arresίu (Isili) ‘verme, insetto’ (Atzori); s’arrèse (Mores); s’arrèsi camp. (Gairo, S. Gavino, Sulcis, Marmilla) è inoltre uno dei nomi tabuistici della volpe. In Gallura resa ‘animale domestico, bestia’.
Satzái, sassái camp. ‘mangiare fin oltre la sazietà, riempire il ventre’; gall. satza’; cfr. it. saziare ‘soddisfare interamente la fame’ < lat. satiāre < sātis ‘abbastanza’, sātur ‘saturo’.
Scórriu camp., gall. ‘squarcio, straccio’, da scorriái ‘squarciare, sfilacciare’, da corrìa ‘correggia’ < lat. corriga ‘stringa delle scarpe’. Per estensione scórriu è anche il ‘dissidio’, il ‘bisticcio’, la ‘rottura delle relazioni tra due persone’. Il nome è dato pure a su scórriu (o trímpanu o moliághe, secondo le zone) che è un arnese fonico arcaico.
Simingiòni, timingiòni camp. ‘capezzolo’; gall. cimignòni.
Strobbái, storbái camp., istrobbare log. ‘disturbare’, isturbu ‘disturbo’; gall. stròbbu ‘danno, inconveniente, ostacolo, intoppo, disturbo, contrattempo, sfavore’.
Suggéttu log. sett. avv. ‘forse, probabilmente, facilmente’: gall. ‘idem’; cras è suggéttu ki pròat ‘domani forse piove’. Uso del genere anche in Irpinia.
Sùrbile, sùrvile ‘strega malefica, specie di vampiro’; gall. sùlvula. Era una donna che di notte sentiva il bisogno di trasformarsi in una specie di mosca ed entrava nelle abitazioni dove succhiava il sangue ai neonati.
Tuva log. (Sennarìolo, Bòrore), anche camp.; tova gall. ‘sterpo vuoto’, ‘tronco vuoto’.
Ùe, ùbe log., centr.; ùi gall. ‘dove’.

22. IL SASSARESE “MEDIEVALE” È SIMILE ALL’ATTUALE

In queste pagine ho fatto qualche considerazione sulla grammatica del sassarese, senza mai entrarvi per spiegare certi aspetti che richiedono chiarezza. Lo faccio adesso per spiegare poche cose.

A) Nel toscano antico numerose voci del verbo essere potevano avere forma diversa dall’attuale: vedi semo al posto di siamo (questa forma si ripete nel romanesco). Ebbene, tale forma antica persiste ancora oggi nel sass. semmu). Vedi anche l’impf. tosc. era (= sass. éra). Tuttavia le somiglianze tra sassarese e toscano antico sono ben poche.

B) Se vogliamo, tra certe forme medievali rientra nel sassarese anche un altro toscanismo: è l’impf. fùssia (che si ritrova in Cellini Vita 135), nonché il condiz. sarìa.

C) Tutto sommato, Sassari ha trattenuto poche forme alto-tirreniche poiché un millennio fa la sua grammatica era ancora legata alle forme arcaiche del Basso-Tirreno, dalle quali non si è mai sganciato.
Per esempio: nella normalità dei verbi sassaresi la 1a pers. del futuro semplice termina in -ággiu, come peraltro anche il futuro di “essere” ed “avere”. Es. farággiu ‘farò’, labarággiu ‘laverò’, sarággiu ‘sarò’, abarággiu ‘avrò’.
Questo strano morfema (che preferisco chiamare suffissoide) perde la funzione morfemica e si ritrova tutto integro come voce verbale autonoma nel sass. ággiu ‘ho’, nap. ággio ‘ho’, sic. ágiu ‘ho’; vien ripetuto nel congiuntivo presente ággia ‘che io abbia’ (uguale in siciliano e in sassarese). In veste di voce verbale si trova anche nei verbi composti sass., nap. e sic. Es. sass. ággiu magnaddu ‘ho mangiato’; nap. ággiu durmitə ‘ho dormito’; sic. ágiu currutu ‘ho corso’, ágiu cantatu ‘ho cantato’.
La forma verbale aggio ‘ho’ si ritrova, attinta dai poeti siciliani, anche in Giacomo da Lentini («assai v’aggio laudato»): cfr. Grammatica Italiana UTET 343.
Il futuro sassarese, tipo labarággiu, torna pure nella forma futura basso-tirrenica, es. nel siciliano sarrògghju ‘saro’, starrògghju ‘starò’; ma vedi alcuni futuri siciliani quale ágiu a jiri a Trapani ‘andrò a Trapani’, nonché forme sassaresi quale ággiu a laba’ ‘laverò’.
Tutte le forme verbali o suffissoidi sin qui esaminati hanno un etimo comune. Quindi il misterioso “suffissoide” sass. -ággiu, sic. -(ò)gghju non deriva affatto dalla forma verbale indicativa. Ambedue sono voci arcaiche sopravvissute nel Tirreno meridionale.
Per tutte, la base etimologica è il sum. *AG ‘to make, to effect a change’ (see lat. ag-ō).
Come si vede, tale etimo non è lo stesso dell’it. ho, il quale deriva dal lat. habeō ed ha origine dall’akk. ḫâbu ‘to love’, un concetto lontano dalla mansueta ideologia degli attuali popoli a legislazione democratica, dove l’amore è inteso come ‘scambio di affetto reciproco’ o ‘unione sessuale consenziente’. Nella più alta antichità, quando nacque il concetto, esso si riferì esclusivamente alle forme di “possesso” ed alla “disponibilità del possesso” (in ogni sua modalità). Un concetto similare a quello di lat. capĕre da akk. qappum ‘palmo della mano’ (dominato dal concetto di afferrare).
Si noti al riguardo la sopravvivenza arcaica di sic. ágiu statu ‘sono stato’, che Salvatore Camilleri (VIS 488) crede forma corrotta attuale intervenuta a soppiantare l’antica “purezza” di sugnu statu ‘sono stato’. In realtà è tutto il contrario, poiché la forma “pura, defunta e compianta” dal Camilleri non è altro che una delle tante forme che furono sveltamente acquisite dalla moda siciliana coeva al “Dolce stil novo” al fine di adeguarsi al fascino delle letterature toscana e provenzale.
Quindi possiamo convenire che il suffissoide -ággiu, ággio, -(ò)gghju è certamente la più antica forma di futuro a noi pervenuta, mentre sono seriori le forme del tipo sass. ággiu a fa’ ‘farò’. nap. ággio a durmì ‘dormirò’, sic. ágiu a cagnari ‘mangerò’.
In logudorese, al posto del sass. farággiu o ággiu a fa’, si dice appo a fághere ‘farò’, dove appo somiglia al lat. habeō. Ma vedi il cap. 3.2.6 della mia Grammatica Storica per meglio riflettere sul fenomeno, cui si aggancia anche l’imperf. congiuntivo log. tipo cantárepo ‘canterei’.
Il campidanese non usa le forme arcaiche in -ággiu e nemmeno la forma logudorese in -po.
Quelle sassaresi sono le uniche forme sarde ad essere apparentate con quelle napoletane e sicule, mentre i dialetti dominanti della Sardegna (logudorese e campidanese) ne sono esclusi. Inoltre manca qualsivoglia parentela di queste forme sassaresi con quelle delle repubbliche marinare. Ad esaminare la questione col metodo sincronico, il fenomeno dovrebbe essere propriamente capovolto, ossia la parlata sassarese avrebbe dovuto conservare più forme alto-tirreniche. Ma tant’è.
Nessun linguista, nessun glottologo, nessun filologo romanzo ha sinora studiato questo singolare fenomeno di “capovolgimento territoriale” che pare diventare un assurdo storico. Infatti non serve molta dottrina né molta spiegazione per capire che fu specialmente Cagliari ed il suo Campidano ad avere avuto stretti contatti col Regno di Napoli (ossia con Napoli, Palermo, la Sicilia); quindi sarebbe dovuta essere Cagliari a conservare le forme in -ággiu. Questo “capovolgimento territoriale”, in cui tali forme si conservano esclusivamente a Sassari, è una delle tante prove che il retaggio arcaico è durissimo a morire, ed i “sovrastrati” imperiali o culturali al riguardo incidono ben poco.
Tutto ciò considerato, siamo costretti ad ammettere che si è trattato di un fatto di “sostrato”, un fatto veramente remoto, appartenuto alla Koiné Mediterranea, il quale adesso permane non solo a Napoli ed in Sicilia, ma anche nella piccola enclave sassarese.

Per il resto, possiamo dire che nella parlata di Sassari permane un’eredità indubbiamente antica, ossia preromana, quale quella dei suffissi spregiativi alquanto peculiari. Es. -accia’ in verbi tipo innamuraccia’ ‘amoreggiare’ (ossia ‘impegnarsi nell’amore con poca serietà’). Questo suffisso fa il paio con sass. e log. -atz- ed ha base etimologica nell’akk. aḫia ‘outside, fuori posto’, ahûm ‘outside, strange; fuori posto, strano’.

Credo sia bastevole quanto ho sinora scritto del lessico e della grammatica. Non intendo insistere a rovistare ogni angolo della grammatica sassarese attuale per riscriverne e descriverne – aspetto per aspetto – una scalarità temporale a ritroso. Fin qui ho evidenziato dei fenomeni di ricupero di lessemi e fonemi allo stato in cui non erano ancora invalsi gli influssi toscani né tantomeno quelli castigliani.
Riconosco che nei secoli passati le tracce della convivenza del sassarese col toscano e poi col sovrastrato castigliano sono state cospicue. Ma a me è bastato osservare che, passati i lunghi periodi di occupazione, il riflusso del sardo nel ricacciare i sovrastrati ha sempre prevalso. Quindi, pur riconoscendo il maggiore peso degli influssi pregressi sul sassarese da parte pisana, còrsa, castigliana, oggi bisogna prendere atto che ognuno di quegli aspetti sta tendendo a rientrare, ed il sardo nonché il sassarese si riorienta esclusivamente verso la parlata italiana.
In ogni modo, vale la pena lanciare – a mo’ di flash – alcuni brani che l’amico Luciano Carta m’inviò il 25 maggio del 2016:
Scrisse che secondo Mauro Maxia il sassarese è da derivare piuttosto dal còrso, lingua importata dalla cospicua comunità corsa presente in città fin dalle sue origini: «La tesi che individua nel sassarese una base essenzialmente toscana deve essere riesaminata alla luce delle cospicue migrazioni corse che fin dall’età giudicale interessarono soprattutto il nord della Sardegna. In effetti, che il settentrione della Sardegna, almeno dalla metà del Quattrocento, fosse interessato da un forte presenza corsa si può desumere da diversi punti di osservazione. Una delle prove più evidenti è costituita dall’espressa citazione che di questo fenomeno fa il cap. 42 del secondo libro degli Statuti del comune di Sassari, il quale fu aggiunto nel 1435 o subito dopo. Se si tiene conto di questa massiccia presenza corsa e del fatto che la presenza pisana nel regno di Logudoro cessò definitivamente entro il Duecento, l’origine del fondo toscano non andrà attribuita a un influsso diretto del pisano antico ma del còrso che rappresenta, esso stesso, una conseguenza dell’antica toscanizzazione della Corsica» (Mauro Maxia, “Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole”, p. 58).
Lascio a Mauro Maxia la responsabilità di tali affermazioni.
L’amico Carta mi scrisse pure che alcune lettere di funzionari e religiosi spagnoli datate al 1561 già evidenziano il contesto poliglotta cittadino e l’affermazione del sassarese fra i vari idiomi: «Los lectores, muy mejor sería que entendiessen y supiessen hablar italiano, porque es la lengua más entendida de lo niños por ser la propria lengua d.esta ciudad, la qual tiene peculiar lengua, muy conforme a la italiana, aunque los ciudadanos dessean desterrar esta lengua de la ciudad por ser apezadisa de Córsega y entrodusir la española». (Baldassarre Pinyes, rettore del collegio dei Gesuiti di Sassari).
«En esta ciudad de Saçer algunas personas prinçipales hablan mediocremente la española, pero lo común es sardo y corço, o italiano que le es vezino… no se venía quasi nadie a confessar con nosotros por no saber la lengua… los pocos que acquí hemos sido siempre fuimos de pareçer que en casa la habla ordinaria fuesse sarda… si los lectores o confessores que han de venir acá sono españoles, tendrán harto trabajo y haran poco fruto por espaçio de un año o más, porque los mochachos ninguna lengua hablan sino es corça…». (Padre Francisco Antonio)
«En lo de la lengua sarda sepa vuestra paternidad que en esta ciudad no la hablan, ni en el Alguer ni en Caller; mas solo la hablan en las villas. En esta ciudad se hablan quatro o sinco lenguas quien catalán, quien castellano, quien italiano, quien corso, quien sardo; de modo que no hay lengua cierta sobre que el hombre pueda hazer fundamento; todavia se pone algún cuydado en que se hable sardo…
aunque, como digo, en esta ciudad no le hablan, mas tienen lengua por sí quasi como corcesca… ». (Padre Francisco Antonio)15
Tutto ciò registrato, mi piace ribadire ciò che già notai nella Prefazione Metodologica al NOFELSA, ossia che una lingua arcaica come quella sarda, pur avendo subìto molti traumi dai conquistatori, ha avuto la ventura di rifluire avverso i soprastrati, “digerendoli” e facendoli scomparire nel breve arco di un secolo, talora di decenni.
Oggi purtroppo i tempi sono mutati e la Televisione italiana sta operando uno scempio delle parlate regionali, talché oramai le speranze di sopravvivenza sono ridotte al lumicino, nonostante le leggi nazionali e regionali che dovrebbero essere un valido aiuto nella tutela delle minoranze linguistiche.

Salvatore Dedola

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