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Abbiamo testè scoperto che l’intero Carnevale della Sardegna è strettamente legato ai riti fertilistici, alla rinascita della Natura, per la quale ovviamente l’acqua di fonte e quella piovana sono l’elemento provvidenziale. Numerose sono anche le situazioni, i personaggi (oppure i pani) che, pur avendo relazione col Carnevale e con la fertilità, non richiamano espressamente l’acqua.

BAKKÍḌḌU1. È un pane del Capodanno, che risulta allungato a forma di bastone e viene tradotto appunto come ‘bastone’, ‘bastone pastorale’. Anche su bakkiḍḍu ‘e Dèu, tradotto come ‘bastone di Dio’, è un pane dalla vaga forma di bastone, e viene donato ai bambini durante la questua di Capodanno.

Su bácculu da santu Jorghi, terzo esemplare del genere bakkiḍḍu, è una pastadura a forma di bastone pastorale confezionata ad Urzuléi per la festa di san Giorgio. Su bácculu de santu Macàriu, un pane di Ghilarza dalla forma di bastone pastorale, preparato il 2 gennaio in occasione della festa di san Macario, è un quarto esemplare del genere bakkiḍḍu.

«Il pane in forma di bastone è diffuso in diverse aree della Sardegna, e dappertutto era destinato come dono ai bambini durante le questue» (scrivono in Pani 306). Ma tale affermazione riguarda l’attuale fare popolare, conferma uno status quo del vissuto moderno, il quale soltanto con molto azzardo può ritenersi identico a quello del lontano passato. Con questi azzardi gli antropologi si soddisfano di ben misero sapere, di un’apparenza che li affranca da ulteriori indagini, e non possono accorgersi, così operando, dell’arcaicità dei fenomeni e dell’impalcatura ideologica che li sostenne. È pressoché certo, contrariamente a quanto scrive Pani, che in origine tutti is bakkiḍḍus (in molti paesi diventati banalissimi bácculos ‘bastoni’), avevano la forma fallica, poiché richiamavano la forza generatrice del Dio creatore dell’Universo. Insomma, dobbiamo ammettere che tutti i Patroni, o Santi principali del paese, per i quali oggi si confeziona, quasi sempre in periodo ruotante sul Capodanno, un pane dalla forma di “bastone” o di “pastorale”, hanno sostituito gli antichi dèi locali, anzi il Dio Unico della Sardegna nella sua epifania di Dio della Natura. La sostituzione-mistificazione, accaduta ovviamente in epoca bizantina, tradisce le proprie contraddizioni pure nel nome del pane, che solo arbitrariamente potrebbe richiamarsi al lat. baccillum (il quale poi, se accettato come si pretende, sarebbe un insignificante ‘bastoncello’, non certo il grande e robusto ‘bastone pastorale’ attribuibile a un vescovo e, per estensione, a un santo).

In realtà, bakkiḍḍu è una paronomasia con la quale si pretende dare un significato moderno (‘bastone’) ad una parola antica dalla semantica diversa. Infatti il termine è un composto sacro, dall’akk. bakû ‘compiangere’ + Ilu ‘Dio dell’Universo’ (stato-costrutto bak-ilu), col significato di ‘compianto del Dio’.

È da questa base che gli antropologi avrebbero dovuto trarre i propri argomenti per sistemare la questione e la stessa funzione di tali pani. Andando al significato e alla fenomenologia del Carnevale, sappiamo che in tutta la Sardegna esso si conclude con la morte ed il compianto del Re-Carnevale: in Logudoro, nel Sassarese, in Gallura chiamato Giògli ‘Giorgio’, lo stesso nome (opportunamente falsificato) di san Giorgio festeggiato con su bakkiḍḍu. Poiché in tutto l’orbe terracqueo e principalmente nel bacino mediterraneo il Re-Carnevale rappresenta il Dio della Natura che muore e risorge, è ovvio che su bakkiḍḍu e Dèu, così pure su bácculu da santu Jorghi (e pure il seriore ed imitativo bácculu de santu Macáriu) non fu altro, in origine, che l’effige di un lungo e grosso membro virile rappresentante il Dio della Natura portato a morire al fine di far nascere l’infante che lo sostituiva.

1 Salvatore Dedola, I Pani della Sardegna, p. 206

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