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foto: Di Prc90 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65049240

Nell’indagare a fondo l’etnologia della Sardegna, scopriamo che molti personaggi legati ai Carnevali (e alle feste adonie) nel Medioevo divennero diavoli. Ciò rientra nella vasta operazione di “polizia” condotta dalla Chiesa cristiana per cancellare ogni forma della religiosità popolare. Nulla quaestiō. Figurarsi se dopo 2000 anni ci può essere un ritardatario astioso, deciso a formulare appropriati j’accuse!

Però sarebbe ora d’invitare i numerosi storici e antropologi che scrivono della materia a non annebbiare la prospettiva storica liquidando questi stranissimi trapassi come un fenomeno spontaneo dell’homo medievalis. Quell’homo fu purtroppo coartato; la sua attuale religiosità è una sovrastruttura che va indagata a tutto tondo per intuire e comprendere i primi inputs e le pilotate metamorfosi. Prima del Cristianesimo i diavoli non esistevano. Non a caso attualmente alcuni nomi di diavoli sono conservati nei cognomi. Poiché i cognomi hanno subito una millenaria transizione ch’ebbe la prima origine nei nomi personali, ci dobbiamo domandare che motivo avesse una madre a dare al proprio figlio, alla propria figlia un nome diabolico. Ciò indica soltanto un fatto: che prima del Cristianesimo quei nomi preesistevano come beneauguranti. Sarebbe ora che i cosiddetti “diavoli” della Sardegna rientrino nei ranghi benigni dai quali provengono.

AMUTTADÒRE, amuntadòre log. ‘incubo; fantasma; spirito maligno o diavolo che possiede’ < akk. amūtu(m) ‘stato di una schiava’.

BENGASÍNU ‘spirito, fantasma, anima perduta’. Nel gergo ramaio di Isili è un aggettivale con base etimologica nell’akk. emû ‘tongue, lingua’ + ḫašû ‘buio, scuro, dark’: st. c. em-ḫašû = ‘lingua buia’ (come dire, persona che non parla). Questo concetto è identico a quello che i nostri padri, le nostre madri – fino a 60 anni or sono – avevano del mondo extraterreno, specie in relazione alle anime che ancora ricercavano il riposo finale. Ma con molta probabilità la vera etimologia è la stessa di Benghis ‘diavolo’ + suffisso di origine -ínu. In tal caso significherebbe ‘spirito del mondo sotterraneo’.

BENGHIS ‘diavolo, demònio’ (gergo ramaio di Isili). Base etimologica nel sum. en ‘Signore, Lord, sovrano’ + ki ‘sottosuolo’: en-ki ‘sovrano del mondo sotterraneo’.

BRUTU. È uno dei tanti diavoli della Sardegna, quali Trullìo, Éstiu, Maimòni, Mascatzu, Maskinganna etc. Brutu, un diavolo bambino, generalmente si trova presso una fonte e piange perché abbandonato. Ma l’etimologia denuncia la sua vera origine: è dall’akk. buru ‘figlio’ + utû (che è la dea delle acque < sum. Uttu) = ‘figlio di Uttu’. Fu un dio delle fonti. Cfr. anche le forti corruzioni subite al riguardo dai cognomi sardi Brotzu, Borrotzu. La controprova che il forzoso trapasso dalla sfera sacra positiva a quella negativa sia opera della Chiesa, è testimoniata dal fatto che Brutu (poi il cognome Brotzu) non è altro che il nome di uno dei tre martiri cristiani turritani: appunto Brotu. Se già nel III sec. d.C. Brotu fosse stato un nome di diavolo, nessuna mamma lo avrebbe mai assegnato ai propri figli. Era invece, con tutta evidenza, un nome di buon auspicio. Così dicasi per Cambilárgiu, Leunardu, Mostallino, che pure attualmente sono cognomi o nomi personali.

BUNDU. È la maschera carnevalesca tipica di Orani, maschera di sughero per un rito che vorrebbe essere infernale ma che finisce col divenire benefico: esseri con le corna, baffi, pizzetto, naso grande e grifagno, che urlano con voce bestiale ma che poi seminano il grano. A parte la maschera facciale, la veste de sos Bundos è uguale a quella di tutte le maschere barbaricine.

Dolores Turchi traduce semplicemente bundu come ‘spirito’. Wagner scrive che in log. bundu è il ‘demonio’, uno ‘spirito maligno’, la cui etimologia sarebbe dal lat. (vaga)bundus. Il termine bundu riguarda più che altro il centro-nord dell’isola, ma pure qui non si riesce ad essere netti nell’attribuirgli una natura infernale oppure benigna. La Turchi1 riporta una filastrocca ricordata da una leggenda di Oliena, secondo cui un pastore di notte, presso la vetta del Corrasi, s’accostò a degli spiriti carolanti, che lo presero per mano, e facendolo danzare cantavano: Bundu de Calaritanu / de Calaritanu bundu / dádemi destra sa manu / non semus de custu mundu. Della maschera carnascialesca di Orani, Giulio Concu2 scrive che «incarna un essere che è simbiosi tra una creatura umana e un animale, in particolare un bovino… Secondo le testimonianze degli anziani, le terribili voci de sos Bundos potevano essere intese in modo particolare in quelle notti in cui si scatenavano violenti temporali… La credenza popolare vuole che questa creatura mitica uscisse allo scoperto con lo scopo d’incutere maggior timore agli umani (in questo caso rappresentava il male). All’opposto si credeva che si mostrasse sulla terra per invocare benevolenza dalle possenti forze della natura, e propiziare raccolti abbondanti (in questo caso rappresentava il bene)… La messa in scena [carnevalesca] prevede un corteo di numerosi Bundos che impugnano i forconi e tengono in mano sos mojos. Mettono in scena il rito della semina».

Da tutte queste testimonianze – emblema della irresolutezza con cui il tentativo di satanizzare questo personaggio ha vagato dal Medioevo ad oggi – sembra proprio il caso di catalogare sos Bundos tra gli elfi, cioè tra gli esseri dispettosi, talora maligni, ma che anzitutto sono démoni della natura, propiziatori delle energie della Terra, quindi favorevoli alle attività umane. Un tempo su Bundu in lingua locale doveva indicare proprio il Dio della Natura. La base etimologica non può essere quella latineggiante (o italianeggiante) proposta dal Wagner, il quale non da nemmeno conto della mezza parola elisa (vaga-). Sembra invece che la base sia l’akk. būdu (una peste), che però col tempo si fuse o si sovrappose concettualmente all’altro termine būnu(m) ‘bontà, favore, buone intenzioni’.

BÚTTI camp. in fai butti butti ‘burla ki si fait po fai paura a is pippius’, ‘far bau bau’ (Porru). Per Wagner è una formazione scherzosa. Invece la formula deriva dal Primo Medioevo, allorché i preti bizantini fecero il massimo sforzo per cancellare l’antica religione. Utte in sumerico indicava il ‘Mondo sotterraneo’. Da qui *utti-utti, poi diventato butti-butti, evocante un mondo di tenebre e spettri.

CAMBILÁRGIU, Gambilárgiu, Cambilálzu. Su Bòe Muliáke è un uomo che durante la notte si trasforma in bue e, muggendo, si accosta alla casa dei moribondi. Secondo alcuni il bue vagava solo, secondo altri era accompagnato da una torma di diavoli che facevano grande strepito. Prima dell’alba questo essere demoniaco riprendeva le sembianze umane. A Escalaplano annuncia con un prolungato muggito il Carnevale. In altri paesi a Cambilargiu si allungano le gambe a dismisura, i piedi d’asino o di capro: è il Diavolo.

In realtà è il Dio della Natura (mentre quelle commistioni sono imposte dalla Chiesa) < akk. ḫabû ‘tirare acqua’ + larû(m) ‘rami, virgulti’: stato costrutto ḫabilarû ‘(Dio) che reca acqua alle piante’: (epentesi -m-).

COCÒTIS. Dolores Turchi3 ricorda che sino a poco tempo fa le maschere altrove dette Maimònes, Mamuthònes e simili, ad Olièna furono dette Cocòtis. Ella rapporta il nome alle corna generalmente indossate dalla maschera, onde anche i mariti cornuti sono detti cocòtis. Questo concetto sembra un seriore adeguamento all’originario Cocòti, nome proprio della maschera carnevalesca che viene condotta a morte. Occorre quindi chiedersi il perché del nome della maschera. Sappiamo che log. cuguḍḍu ‘cappuccio’, centr. crucuḍḍu, a Fonni è inteso come ‘mantello di orbace con cappuccio’; cfr. lat. cucullus ‘cappuccio’ e ‘veste con cappuccio’.

I termini latino e sardo hanno base nell’akk. kukkûm ‘ombra, buio, tenebra’ < sum. kukku ‘to be dark’, ‘dark places’ (con riferimento al mondo infero). Cocòti in quanto maschera carnascialesca, vestita come tutte le maschere barbaricine (ossia integralmente di nero, col viso tenebroso di fuliggine) ha quindi la base nel sum. kukku ‘to be dark’ + utte ‘lower land’ (stato costrutto kukk-utte), col significato di ‘(uomo) tenebroso degli Inferi’; ovvero ha base nell’akk. kukkum ‘mondo infero’ + uṭṭû ‘sacerdote’, col significato di ‘sacerdote degli Inferi’.

DUENA, DOENNA ‘folletto, diavolo’. Base nell’akk. diʼum (a demon, a desease affecting the head).

LEUNARDU, Lenardu, Lenardéḍḍu, considerato un diavolo bambino, chiamato anche Andrìa = Novembre il mese più piovoso. Leunardu < akk. le’û(m) ‘padroneggiare, dominare’, ‘avere la capacità, il potere di’ + nāru ‘fiume’ + tû(m) ‘incantesimo (formula)’: le’ûnārtû = ‘(colui che) domina l’acqua con gli incantesimi’, Dio della Natura. a San Leonardo di Siete Fuentes, celebre per le sue acque curative, sorse la chiesa romanica dei Templari con annesso ospedale.

MASCATZU è un diavolo, come Trullio, Brutu, Éstiu, Maimoni, Maskinganna. Leunardu e altri. La base etimologica è l’akk. mašḫu ‘god’ + (w)aṣû(m) ‘far crescere, germogliare, erompere’; mašḫ-aṣû = ‘dio che sovrintende alla nascita della Natura’. Con ogni probabilità, questo era uno degli appellativi sardi più in voga per chiamare il Dio della Natura.

MUSTEDDÍNU, Mostallino (cognome). Il Bòe Muliáke, essere demoniaco che corre nella notte, mugghiando alla porta dei morituri, altrove è detto Cambilalzu, Cambilárgiu, a Lollove Bòe musteḍḍínu, a Mamoiada Vacca musteḍḍìna.

Musteḍḍinu è epiteto sardiano < akk. muštēlum, muštālu(m) ‘(Dio) che prende in considerazione, che delibera (a favore)’ + īnu(m) ‘occhio’ di Dio = ‘Occhio di Dio misericordioso’. L’epiteto, uno dei tanti riferiti al Dio della Natura, doveva essere cantato durante le processioni fertilistiche, specialmente durante quella di Adone morto.

1 Lo sciamanesimo in Sardegna 134

2 Maschere e carnevale in Sardegna 42

3 Maschere, miti e feste della Sardegna 101

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