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Sembra che la credenza nel malocchio in Italia fosse molto antica. Fascinum, la parola che indica un incantesimo messo in atto da un nemico che possiede il malocchio, sembra connesso con il greco βασκανία ‘invidia, gelosia’. Per difendersi dal malocchio era necessario indossare un amuleto o un talismano. Questi oggetti, detti φυλακτήρια, sono stati ritrovati in grande quantità: in certi casi sono piccole figure di animali, per lo più bestie con corna (“scacciare il diavolo con il diavolo”), altre volte sono parti del corpo umano, p.es. un occhio trafitto da una freccia, una mano aperta, un membro virile (anch’esso chiamato fascinum in latino).1

In Sardegna l’acqua che, messa nel bicchiere, era usata contro il malocchio, veniva presa dalle acquasantiere, in ogni modo era benedetta, stando alla ricerca del Cossu. Ma l’acqua usata da mia madre era di rubinetto, oppure era acqua di fonte, e non veniva sottoposta alla benedizione del prete. «S’ogu liáu, cioè il malocchio, costituisce una costante minaccia per tutto il gruppo; chi ne resta colpito può incorrere in gravi stati di crisi e persino nella morte. Portatore del malocchio può essere chiunque, uomo o donna. Difficilmente i casi di malocchio vengono attribuiti all’occhio dei bambini. In genere si comincia a diventare portatori di malocchio allorché unu ìntrada in sángui ‘entra in sangue’ (tra adolescenza e giovinezza), anche se, quando un bambino manifesta apertamente il desiderio di qualcosa che vede (dolci, pane, frutta), o anche solo tradisce questo desiderio attraverso lo sguardo, sebbene non si reagisca con i normali scongiuri del malocchio, tuttavia gli si deve offrire almeno una piccola parte di ciò che ha visto, perché altrimenti, si dice, desidera. Comunque, pare che il gesto del donare, in questa circostanza, non abbia una funzione di prevenzione del malocchio, ma tenda ad evitare che il bambino abbia danno da quella privazione; esattamente si dice che possa “cadergli” il sesso. Negli adulti di entrambi i sessi, infatti, il malocchio trae origine dal desiderio, dall’ammirazione, dall’invidia. Sentire il desiderio di qualcosa che si vede e che appartiene ad altri comporta automaticamente il rischio che questo qualcosa venga colpito nelle sue peculiarità o venga meno del tutto. E questo rischio sussiste sia quando il desiderio viene esternato, sia quando esso resta un fatto intimo dell’individuo, o addirittura un fatto di cui il responsabile non ha piena consapevolezza. Uguale rischio comportano anche le più comuni espressioni di ammirazione verso persone, animali o cose, soprattutto quando questa ammirazione è determinata da una particolare bellezza dell’entità in questione: un bel bambino o un bel cavallo possono anche morire, una bella pianta può seccarsi, se qualcuno esprime, o anche solo sente, ammirazione nei loro confronti e non si adoperano le terapie del caso» (Cossu 60-61).

Ma erano specialmente is brebus ‘i versetti magichi’ ad essere usati contro parecchi malanni, che elenco citando dal Cossu:

su dabòri de conca ‘mal di testa’, sa meigánnia ‘emicrania’, su dabòri de s’enna de s’ánima ‘dolori alla regione dello sterno’, is bremis ‘i vermi’, sa campaneḍḍa de su gùtturu cabàda ‘bruciore all’ugola’, su fogu terra ‘l’herpes’, is porrus ‘i porri’, su prupu de s’ogu ‘macchia alla sclerottica’, sa mobadìa de su musconi ‘vermetto del moscone’, spítzuu de arrési ‘pizzico di animale nocivo’, sa mudridùra ‘irritazione provocata da animali’, sa còiri ‘il carbonchio’, su píu de titta ‘la mastite’, su pìtziri ‘la puntura’, abruxadùras ‘bruciature’, sa sciatica ‘la sciatica’, s’ogu liáu ‘il malocchio’, s’assìkidu ‘lo spavento’.

Con is brébus siamo entrati in pieno nelle pratiche di magia. Le quali, stando all’autorevole dichiarazione di Efisio Sanna fatta nei due volumi intitolati Is Mixinas Antigas, non sono affatto un reliquato etnologico da museo, almeno nel Sulcis, dove ancora oggi vengono utilizzate da molta gente. Nei suoi libri is brébus sono citati meticolosamente, anche al fine di farli imparare ed adottare da ogni lettore che creda profondamente in essi.

A dire il vero, Efisio Sanna non cita il termine sardo brébus, invece dà la traduzione italiana: ‘esorcismi’, ‘preghiere’. A leggere i suoi testi, is brébus erano e sono usati per una pletora di mali, nonché contro situazioni difficili. Qui di seguito vado ad elencarli:

malocchio (pigamentu di ogu), vomito del latte materno (callu furriáu), mughetto (bucca mala), vermi nell’uomo, vermi negli animali, assenza di latte nelle mammelle, itterizia (strìa), mal di pancia, un genere di mal di pancia (su stógumu arrùtu), ernia, vespaio, foruncolosi (arrùra), slogatura (scodigaméntu), dolore alle gambe, ogni tipo di dolore, spavento, erpete (fogu di S.Antòni), colica, arrossamento dell’occhio (pruppu), tonsillite (gutturrònis), punture agli occhi (sa lanza de is ogus), sciatica, problemi di nanismo (ossura o s’ossu de su cù arruttu), porri (porrus), orzaiolo, contro il temporale, contro il diavolo, contro i ladri, per far venire il sonno, per rintracciare una cosa rubata (po agatái sa cosa furàda), per benedire la casa, per liberare i campi di grano dagli uccelli, per un albero che non fruttifica.

Ho già scritto, e ripeto, che l’uso dei brébus per certe malattie non è e non fu esclusivo, essendo alternativo alla fitoterapia o ad altro genere di applicazioni o empiastri. Ad esempio la Candida albicans entro la bocca (mughetto o bucca mala) veniva spesso affrontata (così operava pure mia madre) col doloroso sfregamento contro la macchia bianca, fatto con un ruvido tampone intriso di zucchero o miele al fine di asportare is lìndiris o òrgius o pibisièḍḍas (‘léndini’, ‘chicchi d’orzo’, ‘pustoline’).

1 Georg Luck, Arcana Mundi, p. XXX

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