Seleziona una pagina

I termini sardi che presentano tracce di magia, la quale è rinvenibile più che altro dalla evocazione di qualche démone cattivo, sono (in ordine alfabetico): alloriái, alloroscáre, animèḍḍa, arrastu de gani, (perda) bràia, brébu, forroscái, francusìna, imbrusciadùra, istrìccia, (aqua) licòrnia, (aqua) madállia, mura, musca macceḍḍa, musciùra, occi in curu, occi li…, ostiònis, paparra, pappavarre, pibionàda, pindácciu, pingiònis, pinnadéḍḍu, pittima, porceḍḍàna, sabéggia, santáḍḍi, seda, seḍḍas, setti enas, sicca/u, si giogái, soloìga, sprussiòni, trastus, tubu, umbra e figu, thurpos. Totale 39. Altri termini sotto elencati, che qui non cito, hanno una caratteristica speciale che vedremo nel discutere il singolo lemma; altri stanno a cavallo tra magia e sciamanesimo.

ALLORIÁI camp. ‘turbare l’altrui mente con grida o atti che intronano il cervello in modo che si perde il sentimento e il discorso’, ‘logorare la pazienza altrui con azioni o comportamenti defatiganti, scostanti, capricciosi’; ḍ’at alloriau a binu, a corpus, a trabballu; si ponint a predicai po ti alloriai su ciorbeḍḍu. Per Wagner alloriái è una formazione espressiva (sic), come log. alloroscáre ‘abbaiare rabbiosamente; gridare con ira’. Invece il termine non è espressivo, come non lo è alloroscáre. Alloriái è da sum. ala ‘démone’ (akk. alû ‘demone cattivo’) + uri (una malattia), ur ‘essere convulso’: al-ur ‘essere assalito, portato alle convulsioni, da un démone’. Ma vedi anche il lemma lòriga.

ALLOROSCÁRE log. ‘abbaiare rabbiosamente; gridare con ira’. Per Wagner è formazione espressiva come alloriái. Invece è dal bab. alû (un demone cattivo) + ruššukum ‘fissarsi; ricoprire, ossessionare’. Il significato primitivo fu quello di ‘persona indemoniata, posseduta da un demone’.

ANIMÈḌḌA ‘timo’, da intendersi specialmente quello dell’agnello o del vitello. Gli etimologisti lo raccordano all’it. anima, e questo deriva dal lat. anima ‘la parte intima di ogni cosa, lo spirito, la parte vitale, il respiro che dà la vita’. Ma per il termine sardo animeḍḍa, considerato che appare a prima vista come un incongruo diminutivo, e vista pure la posizione del timo nel ragazzo, bisogna ammettere che è una paronomasia. L’etimologia è infatti diversa, per quanto l’esito odierno sia una perfetta confusione tra il lat. anima ed il composto akk. Anu ‘Dio del Cielo’ + mêlu ‘cataplasmo’ (appeso al collo), avente significato di ‘scapolare di Dio’. I nostri antichi antenati ebbero la giusta percezione della funzione del timo quale guardiano della salute del corpo (oggi sappiamo che produce i linfociti), e conoscevano la sua giusta posizione, ed ecco perché i talismani di vario tipo (brebus) si appendevano al collo e si appoggiavano sullo sterno (sul timo) al fine di allontanare gli spiriti maligni.

ARRASTU DE CANI ‘infiammazione della ghiandola inguinale’. La base etimologica non è la stessa di arrastu ‘odore’ ma si basa sulla formazione accadica arru ‘maledetto’ + aššūtu(m) ‘matrimonio, stato di donna sposata’ + sardiano de ‘di’ + akk. qanû(m) ‘acquisire, entrare in possesso’. Il composto si assestò (anche per attrazione fonetica dalla già vigente forma arrastu ‘odore’) nello stato-costrutto arr-as(su)tu-de-canu > arrástu-de-cáni, col significato complessivo di ‘maledizione acquisita nel matrimonio’.

BELLÉI DE CAḌḌU (Aritzo) ‘ingrassabue’ (Chrysanthemum segetum L.). L’etimo si chiarisce soltanto alla luce della funzione apotropaica del fiore. Infatti belléi non significa in questo ambito ‘giocattolo, balocco’ (come vorrebbe Paulis) e neppure è formazione del linguaggio infantile. Wagner, dal quale Paulis ha ripreso, aveva la certezza che le centinaia di lemmi utilizzati nel o per l’ambito infantile fossero di origine fonosimbolica, ma sbagliò sempre, poiché non c’è neppure uno di quei vocaboli che non sia di origine semitica e che non abbia un etimo certo. Belléi è un composto sardiano ed ha base nell’akk. bēlu(m) signore, proprietario, padrone, possessore, controllore’ di attributi quali la capacità della divinazione, bêlu(m) ‘prender possesso di, essere signore di, essere responsabile di’ + ewûiš < ewûm ‘rendere qualcuno simile a; truccare’, col significato complessivo di ‘trucco che dà capacità di controllo’ (in questo caso del malocchio). Il composto *bel-ewiš divenne col tempo *bel-ewi (interpretandosi la -š, -s come suffisso plurale) > *beléi, infine raddoppiò la liquida per attrazione dell’it. bello.

Quindi su belléi de gaḍḍu era un fiore apotropaico destinato ai cavalli durante le processioni. Notoriamente alle processioni venivano e vengono esibiti i cavalli migliori, i quali erano doppiamente esposti al malocchio, da parte della gente invidiosa e da parte degli spiriti maligni che in ogni modo tentavano di ostacolare la buona riuscita della festività (normalmente sino all’Alto Medioevo le festività erano indette per celebrare una divinità). Si badi che ancora oggi i cavalli sardi bardati per simili processioni hanno quasi tutti uno specchietto sulla fronte, con funzione dichiaratamente apotropaica; mentre le corone di crisantemi non sono più in uso, essendo sostituite da corone di rose e di altri fiori. Lo specchietto sulla fronte del cavallo da tiro sino a quarant’anni fa era addirittura un must, essendo la bestia l’unico possesso del carrettiere, la cui perdita avrebbe creato una tragedia familiare.

BRÀIA (perda) è una ‘pietra nera’ inserita nel brebu (vedi infra) come controveleno da passare sulla mudridùra (vedi), ossia sul gonfiore provocato dai baballottis (vedi). Per l’etimo ci sono due opzioni: 1 akk. bariḫu (una pietra), oppure 2 akk. barû(m) ‘proteggere, far supervisione’. Per perda bràia non può invece intendersi il sardo bárgia < lat. varius con base etimologica nell’akk. barāwu (leggi barāmu) ‘essere variopinto’ (OCE II 605).

BRÉBU ‘giaculatoria, preghiera’, usato specialm. al pl. brebus, belvos, abbrébius, vérbos, bérbus; sass. brébi, brévi; sono le parole espresse normalmente in una cantilena verseggiata e rimata, con finalità curative. Per estensione su brebu è il piccolo sacchetto di stoffa (un rettangolo oggi non più lungo di 5 cm) contenente un’immagine sacra, o erbe, o raschiature di corno, o una pietra nera, ed altro ancora, portato sul petto, a contatto di pelle, a scopo di protezione divina.

Per Wagner il termine deriva dal lat. verbum ‘parola’. Egli ha in qualche modo azzeccato, per quanto vada annotato che la forma latina verbum ha un’ampia attestazione in Europa e nel Mediterraneo, essendo di evidente origine neolitica. Il termine esiste in tutta l’Europa moderna e antica e ricalca la base semitica di ug. ʽrb, ebr. ʽārab ‘aver relazione, avere scambio, impegnarsi, garantire’, siriano ʽerab ‘impegnare’, ar. ʽaraba ‘impegnarsi’, ug. ʽrbn, ebr. ʽerābon ‘impegno, garanzia’, gr. ἀρραβών.

Il brébu, insomma, essendo riferito alla ‘parola’ per eccellenza ed equivalendo nel passato alla ‘parola data’, ha un valore sacrale importantissimo, essendo connaturato con l’essenza stessa della parola, con la natura di Dio. Come si vede, il termine brébu privilegia l’aspetto della ‘parola di Dio’ contenuta dentro il rettangolino di stoffa a garanzia della salute del portatore, mentre il termine animèḍḍa (vedi) privilegia il contenuto materiale del brébu medesimo, al dilà della ‘parola di Dio’.

BRUŠA (erba de) è la ‘stachide’ (Stachys arvensis) e la ‘betonica glutinosa’ (Stachys glutinosa). La stàchide è chiamata in camp. erba de brušas ‘erba delle streghe’ «perché impiegata per stornare il malocchio, gli influssi maligni e i sortilegi delle streghe (Paulis NPPS 123)… L’uso di bruciare la stachide per allontanare con le fumigazioni gli spiriti maligni è già attestato da Lucano nella sua Pharsalia… Questa pratica sopravvive nelle tradizioni popolari sarde sotto il nome di s’affumentu. In corrispondenza con la friulana jerbe-del’incontradùre, si trova anche da noi un’+èrva e inkontru, cioè lo scuderi angustifolio e lo scuderi comune (Phagnalon saxatile e Phagnalon rupestre) e un’erva e iskontriu, cioè il teucrio marsigliese, che, raccolte in occasione delle feste di San Giovanni e del Corpus Domini erano fatte bruciare per contrastare (inkontru, iskontriu da CONTRA) il malocchio, le cefalee e le influenze malefiche».

Circa l’etimo di bruša ‘strega’, Wagner lo pone nello sp. bruja (sp. antico bruša), cat. bru(i)xa. Il termine indica anche la ‘prostituta’, la ‘donna di malaffare’: vedi camp. brušotta ‘meretrice’ = cat. bru(i)xota; log. e camp. brušeria ‘malia’ = sp. brujeria, cat. bru(i)xeria.

Questo termine antichissimo ha la stessa base etimologica per il sardo e per l’ispanico, derivando dall’akk. rūšu, ruššu ‘sporcizia’, (w)urrušu(m) ‘sporchissimo, insudiciato’; russû(m) ‘dissolvere’ la terra, la persona, mediante un incantesimo, un atto di stregoneria’; rušû ‘dissoluzione’ come atto di stregoneria. Nel campo semantico accadico rientra quindi il concetto di ‘sporcizia’ (poiché ai sacerdoti o “faccendieri” non autorizzati non era consentito lustrarsi, prima delle cerimonie, con l’acqua pura benedetta), e rientra pure il concetto di ‘magia’ (anch’essa non autorizzata quand’era al di fuori delle norme vigenti, le quali la pretendevano esercitata esclusivamente dai sommi sacerdoti o dalle veggenti asservite al sistema); ma rientra inoltre, come abbiamo notato, il significato di ‘disintegrare, distruggere, polverizzare’. Il sardo bruša, carico soltanto di connotati negativi, è riferito quindi alle ‘streghe’, alle ‘fattucchiere’ e non, per esempio, agli esorcisti riconosciuti dal Vaticano.

Questo campo semantico negativo è arrivato intatto fino ad oggi, non solo attraverso bruša, ma anche attraverso dei sintagmi che riprendono il significato di russû(m) ‘dissolvere (la terra e la stessa persona)’. Nel Logudoro ancora oggi c’è la bestemmia Cancu ti végghiani ippałtizziaḍḍu ‘Che ti vedano polverizzato, disintegrato’, da alcuni tradotto malamente (su influsso del Wagner) dall’it. impasticciare > camp. impastissái ‘far male una cosa sporcandosi tutto’, mentre deriva dall’akk. pašāṭu(m) ‘eradere, raschiare, eliminare, cancellare’.

BUTTA cognome che fu un lemma sardiano; il reale significato va cercato nella base sumerica, dove possiamo ricavare bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’, col significato di ‘formula magica esemplare’, o ‘modello di formula magica’ o ‘formula magica perfetta’.

BUTTÁU cognome che Pittau rende corrisp. al sost. buttaju ‘bottaio, fabbricante e riparatore di botti’ < italiano. Non credo. Il termine è sardiano, con le stesse basi del cgn Butta + suff. sardiano -tu (suffisso di agente), col significato di ‘sacerdote addetto alle formule magiche’ (sum. tu ‘sacerdote’).

BÙTTILI cognome che Pittau fa corrispondere al nome del villaggio scomparso di Butule, Guthule, Gussole, Guzule della curatoria del Monte Acuto. Se così fosse, sarebbe strano che il cognome di origine sia sopravvissuto soltanto nella più profonda Ogliastra, ossia nei villaggi di Baunéi e Triéi, lontanissimi e quasi irraggiungibili dal Monte Acuto, almeno nel passato. L’etimo va cercato altrove.

A mio avviso, Bùttili è lemma sardiano con base nel sumerico, da cui possiamo ricavare bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’ + ili ‘uomo’ (composto: bu-t-ili), col significato di ‘uomo addetto alle formule magiche, agli incantesimi’.

BUTTITTA cognome che fu termine sardiano, con base nel sum. bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’ + itud ‘Luna’ (in composto: bu-ti-itud), col significato di ‘formula incantatoria del Dio Luna’ (ossia rivolta a Dio Luna per averne l’imprimatur).

BUTTOLU cognome che fu termine sardiano basato sul sum. bu ‘perfetto’ + tu ‘formula magica’ + lu ‘persona’, ‘colui che, colei che’, col significato di ‘persona addetta alle formule magiche’.

BUTTU cognome variante di Butta.

BUTZU. Idem.

CICCIÁU cognome. Premetto che la semantica principale di log. incicciáre è quella di ‘ammaccare’, ‘mettere fuori asse’, ‘rendere inutilizzabile’, ma la semantica originaria era quella di ‘essere impastato di sofferenze’, ‘essere diluito nelle sofferenze’. Wagner non cita il verbo sassarese inciccia’ (che poi, con lieve mutamento fonetico, è anche logudorese, centrale, fonnese); e non aiuta a districare il problema sortito poi dalle semantiche evidenziate da certi autori viventi, anzi lo ingarbuglia, quando pensa di poter identificare ceccìre (Busachi) come allotropo di centr. sèdere ‘sedere, accomodarsi sul sedile’, senza spiegare quale legge fonetica (parlo delle leggi fonetiche da lui inventate) possa giustificare l’imparentamento delle forme ceccìre e sèdere. Ma il garbuglio indirettamente prodotto dal Wagner non viene tanto dal confronto delle due forme, arriva invece quando egli, nel trattare il lemma turrío (Fonni) ‘spirito maligno’, cita la frase ‛Anka di čičča turrío e traduce letteralm. ‘che si sieda sopra di te il turrío’.

E così torniamo ad incicciàre (mentre rimando ai lemmi turrío e trullío la soluzione delle loro etimologie). ‛Anka di čičča turrío non può essere tradotto con la semantica suggerita dal Wagner, il quale non ha capito il significato del verbo cicciáre, incicciáre. Il sintagma va tradotto così: ‘che turrío ti dissolva tra le sofferenze, ti distrugga, ti riempia di sofferenze’. Infatti il termine del nord-Sardegna incicciáre, incecciáre è un composto sardiano con la base nell’akk. inḫu(m) ‘sofferenze, guai’ + ḫīqu ‘mescolato, diluito’, ‘col significato di ‘impastare di sofferenze, di guai’, ‘dissolvere tra le sofferenze’. Di conseguenza, il cgn Cicciáu indicò in origine una persona colpita dalla magia nera o dalla malasorte, quasi un novello Giobbe che si dissolve nelle sofferenze.

COCCÒI DE SANTU MARCU. La festa di san Marco, protettore dei campi e del bestiame, ha ampia diffusione in Sardegna; nel Marghine è caratterizzata da una sequenza cerimoniale strettamente collegata ad un tipo di pane, specifico di questa occasione e con accentuato valore sacrale. Sebbene attestato in quasi tutti i paesi della zona, il coccòi de Santu Marcu o símula pintàda o pizéri presenta caratteristiche molto varie da località a località con esemplari diversi per modellazione, sagoma e dimensioni. A Léi i pani di San Marco sono chiamati diversamente a seconda delle forme: «coccòis mudàdas sono quelli rotondi forati al centro poi infilati in lunghi bastoni ornati di nastri e fiori variopinti; mentre sas coccoieḍḍas, dalla forma rotonda piena (solitamente di ridotte dimensioni), vengono disposte dentro canestri infiorati».

La preparazione, talora fatta per sciogliere un voto, avveniva quasi sempre col concorso di più famiglie unite da parentela, amicizia, vicinato. Nel caso dei pani più grandi e di più complessa fattura (come quelli di Léi e Macomer) si ricorreva a donne di particolare abilità ed il gruppo delle panificatrici era impegnato per più giorni. A Macomer oltre ai pani si preparavano, con la stessa funzione, piccoli formaggi a forma di animale, fiore o frutto.

I pani erano portati in chiesa processionalmente, per lo più da bambini; per il trasporto si adoperavano dei canestri infiorati oppure si infilavano i pani in lunghe canne adorne di nastri, tulle e fiori. Dopo la benedizione in chiesa, al termine della messa, coccòis e pizéris erano distribuiti tra il sacerdote, i poveri, gli amici, i parenti. Il dono non poteva essere ricusato.

Non sempre il pane di san Marco era destinato al consumo alimentare; anche nelle località in cui era commestibile, bisognava conservarne un pezzo o mangiarne una parte in campagna. Si credeva infatti che il pane di san Marco trasferisse ai campi ed al bestiame le virtù taumaturgiche del Santo e proteggesse le abitazioni dai fulmini, dagli spiriti maligni, da qualsiasi pericolo.

Il termine coccòi, coccò, còcco e simili ha base nell’ass. kukku, gukku (un genere di dolce). Altra attestazione proviene dall’accadico di Mari (ḫūgum ‘pagnotta’ e anche ‘dolce’: e con ciò notiamo che anche i Semiti davano gli stessi nomi a pani e dolci). Cfr. sum. kug ‘puro’, ‘ritualmente puro’.

COGA cognome e nome comune, che significa ‘strega’; ha pure il masch. cogu. Wagner ritiene derivi dal lat. cocus per coquus ‘cuoco’, per il fatto che le streghe sogliono stare in cucina a cuocere erbe e preparare filtri. Ma non credo si debba essere corrivi, quando lo stesso accadico apparecchia delle forme più vicine al campo semantico di ‘strega’, quali kukkûm ‘buio, tenebre’ (anche come designazione del mondo sotterraneo) e quqû(m) (designazione di un tipo di serpente). Vedi sum. gug ‘inimicizia, ostilità’. A proposito dei serpenti, sappiamo ch’essi erano uno degli ingredienti fondamentali degli intrugli delle streghe.

COGA (cibuḍḍa de) è la ‘scilla’ o ‘cipolla marina’ (Urginea maritima Bak.). Chiamata quasi dappertutto aspriḍḍa o aspiḍḍa < lat. squilla, solo ad Escalaplano riceve il nome di cibuḍḍa de coga ‘cipolla delle streghe’. Per l’etimologia di coga vai a suo luogo.

Sono grato a Paulis NPPS per un lungo excursus dal quale abbiamo ulteriori informazioni sulle streghe in rapporto alla scilla. «Già nell’antichità la scilla era considerata pianta apotropaica. Essa veniva appesa, a guisa di amuleto universale, al disopra della soglia di casa, per tenere lontani i malefici (Plinio, N.H. 20,101: Pythagoras scillam in limine quoque ianuae suspensam contra malorum medicamentorum introitum pollere tradit; Diosc. 2,171: Ἐστι δε και αλεξιφάρμακον ὄλη προ τῶν θυρῶν κρεμαμένη). A causa della sua connessione con Ecate, signora delle potenze infernali, la scilla era piantata spesso nelle tombe (cfr. Theocr., id., V,121). Inoltre in Arcadia, durante i periodi di carestia, i ragazzi percuotevano con questa pianta la statua di Pan, per punire il dio dello scarso cibo dato agli abitanti della regione (Schol. Theocr., id., VII,106). Anche in Ionia la cipolla marina veniva impiegata in una situazione analoga. Per allontanare pestilenze o altri mali dalla città, si faceva uso, come capro espiatorio, di un uomo – per solito un malfattore –, che, dopo essere stato percosso nei genitali con piante di scilla e fichi secchi, veniva arso e si spargevano le sue ceneri ai venti e nel mare (cfr. Tzetze chil. 5, 726, in Diehl AL 3, Hipp. Fr. 6-11). Il bulbo dell’Urginea maritima, generalmente sporgente dal terreno e molto grosso (pesa in media 1-2 chili, ma può arrivare fino a 8), capace di sopravvivere alla siccità estiva e da cui spunta, coi primi freddi autunnali, lo scapo alto circa un metro, terminante in un lungo grappolo di fiori, simboleggia la forza vitale, che con la magia s’intende trasferire agli uomini e alle loro case».

ECCA, Eca cognome molto diffuso in Sardegna, che Pittau DCS ipotizza essere corrispettivo del sost. ecca, jecca, jacca ‘cancello rustico di campagna fatto di legno’; in alternativa lo pone come nome del villaggio medievale scomparso Ecca (Carte Volgari AAC XIV 7; Wolf 56), indicando in origine la nascita di un individuo in quella località. Le ipotesi del Pittau sono valide. Ma debbo affiancarci una terza alternativa, che il cognome significhi ‘magìa’ (ḥeka, in base alla lingua egizia: Budge EHD 515a). A questo proposito va sottolineato il fatto che in sardo esiste un altro cognome connesso alla ‘magìa’, ed è Macìa, Maxìa, Masìa (vedi). Con tutta evidenza, il cognome Eca, Ecca sortì dall’elemento egizio trasferito in Sardegna nel 19 e.v. dall’imperatore Tiberio, oppue dai numerosi personaggi egizi che abitarono in Sardegna (e a Tharros) già dal I millennio a.e.v.

FERRU E CUAḌḌU camp. ‘ferro di cavallo’. Ho trattato l’etimologia al cap. 10.4.

FILIÒCCA termine noto da alcuni versetti sciamanici di Pozzomaggiòre, quale: Domine, Domine e filiocca / a fizzu méu mai non mi occas!, che dalla Turchi è tradotto in neo-sardo così: ‘Signore, Signore di filiocca, non uccidere mai mio figlio!’. Ella non conosce il significato di filiocca, termine neppure registrato nei dizionari. I due versetti, e altri simili, vengono recitati segnando con la croce tre volte la fronte, la bocca, il petto del bimbo nato da poco, per difenderlo dagli assalti della sùrbile o coga (vedi), una specie di vampira che si presenta di notte per succhiargli il sangue.

Gli sforzi interpretativi della Turchi sono in dubbio circa le basi antropologiche della credenza, che deporrebbero a momenti per la positività della sùrbile, a momenti per la sua negatività (segno, secondo la Turchi, di una fase oramai avanzata di superamento delle antiche credenze). Resta comunque da vedere la base etimologica di filiocca, che sembra dal sum. bil ‘tu burn’ + uḫul ‘pecora’, col significato di ‘olocausto della pecora’. Sappiamo che gli antichi per le grandi occasioni portavano al tempio un animale per l’olocausto. L’uso dovette esserci anche per la nascita dei bambini, per i quali si faceva bruciare integralmente una pecora. Ovviamente non tutti potevano permetterselo. Abbiamo l’esempio di Maria, che per la nascita di Gesù portò al tempio soltanto due colombe. Ma la formula verbale rimase fissa fin da epoca preistorica.

Va da sé che la credenza di preservare il bimbo dall’assalto delle vampire fu artatamente introdotta in epoca bizantina, per fare scomparire la tradizione “pagana” dell’olocausto.

FORÀDA. Nome personale medievale (SSP + CSNT: donnu Furatu Solina, presbiteru dessu Templu di Puthu Passari, Cherémule); CSMB: Furatu Lisione mandatore de regnu; CSNT: Furata. Il nome perso­nale apparteneva, in quei codici, a numerose serve. Ma in agro di Sinnai c’è pure il rudere della chiesetta bizantina di Santa Forada. (Da osservare che forada, come no­me comune, significa pure ‘ampia estensione valliva’ (Ogliastra) < cat. forat: ma ciò non disturba la discussione che segue).

Il nome muliebre Foràda sembrerebbe derivare dal p. p. di sardo furári ‘rubare’. Esso non sta nell’elenco esaustivo dei Santi prodotto da Anton Francesco Spada1. Ciò non toglie tuttavia che sia un nome sardo medievale, e da questa constatazione dobbiamo partire. Che sia il nome di una non-santa, è caso raro in Sardegna. Il fatto rende paradossalmente più libera l’interpretazione del nome stesso, e fa ritenere che la forma medievale Foràda o Furàta sia stata sentita vicina alla radice fur- di ‘rubare’ solo per caso. In tal guisa potrebbero essere giuste le spiegazioni di Dolores Turchi2 allorché ricorda che nel passato furono molte le donne e gli uomini ad avere un nome simile. Lei registra, a dire il vero, un Fuliadu, -a (log. Furriadu, -a), ma è probabile che interpreti male (o che il popolo abbia interpretato male, col passare dei secoli) la forma medievale Furátu, -a. Tutto è possibile, anche l’inverso, però, ossia che il mediev. Furátu sia a sua volta l’esito di un più antico Furriádu, poi riapparso in età moderna.

Per capire le varie forme discusse con base Furriádu, -a, debbo dare voce alla Turchi: «È opportuno a questo proposito citare alcuni sinodi che confermano anche per la Sardegna una simile usanza, per cui i bimbi venivano protetti dal démone della sùrbile con il conferimento di un nome particolare. Quando nasceva un bambino si preparava un camicino che doveva essere confezionato rapidamente. Si chiedeva del lino in elemosina e questo veniva filato, tessuto e cucito in un solo giorno. L’indumento ricavato, chiamato camicia “Santaddi”, veniva subito messo indosso al neonato. Talvolta questa camicia veniva mostrata alla madre attraverso il velo di sette setacci, poi gettata nel letamaio, in modo che il bimbo potesse essere chiamato “Fuliadu”, che significa gettato via, abbandonato, per far credere che si trattava di un bimbo senza alcun valore per i suoi genitori, quindi un bimbo considerato di poco pregio».

In definitiva, sembra acquisire più peso la ricostruzione che passa per Furriádu, rispetto a quella che passa per Furádu, da furriáre, furriái ‘girare, voltare, cambiare, voltolare, versare (liquidi), gettar via, tornare indietro’ e simili; p.p. furriádu. Sul termine sardo si sono misurati i migliori linguisti, senza lasciare traccia. Wagner, nell’intento di fare piazza pulita dei predecessori, sostiene che il termine sia privo di etimologia, essendo onomatopeico. Ma sbaglia. Furriáre, furriái ha base nel sum. bur ‘staccare, strappar via’ (capelli e altro) + ri ‘distante’: bur-ri, col significato di ‘gettare lontano, strappare e gettare lontano’. Mentre Forada, se ci atteniamo alle spiegazioni della Turchi, potrebbe avere base nel sum. bur ‘clothing, vestito’. Il p. p. Forada in tal caso sarebbe da interpretare come ‘Vestita’, ossia servita del vestito di lino qui descritto dalla Turchi.

FRANCUSÌNA orist. ‘colica’, ‘mal di pancia’. Cossu 151 ricorda che quando uno restava a lungo col broncio gli dicevano: Pigáu sa francusina t’esti? ‘t’ha preso la colica?’; e per una persona che s’intristiva alquanto (s’affringillonàḍḍa) e non aveva voglia e forza di fare dicevano: Paris cun sa francusìna ‘Sembri con la colica’. Ma è veramente strano che per francusìna s’intenda proprio la colica, considerata la sua etimologia.

Per Wagner sa francusìna è una formazione scherzosa. Replico di no, poiché francusìna ha un proprio etimo, l’akk. parāku(m) ‘giacere di traverso, ostruire’, ‘impedire, ostacolare’ + sînu ‘luna’ col significato di ‘avere la Luna (il dio Luna) di traverso, ossia contrario’. Ora sappiamo quale è la locuzione più antica, e da dove ha origine la frase italiana tanto nota, relativa a una persona (donna prevalentemente), momentaneamente asociale, che appunto “ha la luna di traverso”, da parāku(m) > p(a)raku > franku + sînu.

GIUÀLE PICCÁDU a Thiesi è una pastadura leggera alquanto rigonfia, arcuata, intagliata nella forma della collana apposta al cavallo da tiro per impedirne gli strozzamenti. È chiamata giuále, con lo stesso nome che ha il giogo dei buoi da tiro. L’etimo è dal lat. iugum, secondo Wagner; ma è più semplice supporre l’origine dal lat. iuba, che è la folta criniera di un leone, di un cavallo, di un uomo inselvatichito, etc. È detta piccàda, ossia ‘scolpita’, per i profondi solchi ed i cornetti che la modellano (vedi Pani 131).

L’uso di questo pane in origine dovette essere rituale. Basterebbe ricordare l’importanza che su giuále ebbe nelle pratiche dell’eutanasia: veniva messo in genere sotto il cuscino del moribondo per affrettarne la morte. La base etimologica di quest’ultimo giuále non è la stessa più su citata, ma è l’akk. ḫuālum, ḫâlu ‘sciogliersi completamente’ di figure di cera, del nemico; ‘dissolvere’. Va da sé che in origine si metteva sotto il guanciale del morituro non il giogo ma una statuetta di cera che avesse attinenza con la sagoma della persona o col male che lo affliggeva: si trattava di magia nera. Col passare dei secoli i due termini molto simili si fusero, e la paretimologia conseguente portò a mettere sotto il cuscino il giogo vero e proprio, o una sua effige.

GUÁITA cognome che fu termine mediterraneo, con base nel sum. u ‘corno’ + a ‘forza, potere’ + itud ‘mese, luna’ (u-a-itud), col significato di ‘potere del corno lunare’. Si conosce l’arcaico uso, ancora vigente, di usare le corna come strumento apotropaico, per respingere o sconfiggere i malanni o la jella.

IÁCCU RÙJU. Dolores Turchi3 scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole… Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà ch’ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, occorre cercare nei vocabolari semitici l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi Iaccu Hirvu), A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’.

In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna. In tal guisa pare che Jaccu Rùju e Cusidòre siano due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.

IMBRUSCIADÙRA, imbruscinadùra nell’Oristanese è un rito magico che consiste nel far rotolare nella terra viva il malato di “spavento”. Si traccia un ampio cerchio e sopra si traccia una croce. Nei quattro riquadri della croce si fa un fosso dove si versa s’áqua de s’ogu (l’acqua del malocchio) previamente preparata. Essa viene bevuta dallo spaventato dopo il rotolamento.

La base etimologica potrebbe sembrare a prima vista la stessa di bruša (vedi). Infatti lo spavento, che normalmente è superabile e metabolizzabile, in questo caso ha creato nel soggetto una vera e propria malattia, per un evidente intervento della bruša (strega) o per una sua fattura. Ma questo termine, sia pure come allotropo, è vivo anche nella Sardegna settentrionale. A Sassari e dintorni s’usa immujinássi ‘rotolarsi per terra, buttarsi scompostamente per terra’, ‘trascinarsi, strusciarsi per terra’. Penso che la vera etimologia dei termini oristanese e sassarese sia quella descritta per quest’ultimo. Infatti la base è l’akk. muḫḫû(m) ‘estatico, profeta’, maḫḫu ‘esaltato’, maḫḫû(m), maḫû(m) ‘delirare’, ‘diventar frenetico’, mâḫum ‘partire da; partirsi (dal proprio corpo)’. È proprio dalla forma akk. in (rafforzativo, moto a luogo) + muḫḫû(m) ‘estatico, profeta’ + enû ‘capovolto’, che deriva il termine sardo, con riferimento al fatto che gli antichi estatici (tra cui per certi versi rientravano anche gli epilettici) si rotolavano (capovolgevano) nella polvere per tutto il tempo che durava l’estasi o il momento profetico.

INCICCIA’. Il verbo sassarese si presta facilmente alla paronomasia, per attrazione della parola cécciu ‘cerchio’ (che è di derivazione dantesca, a sua volta dal lat. cĭrculum). Bazzoni non si sottrae all’attrazione paronomastica nel segnalare la semantica ‘piegare’ e ‘curvare schiacciando’, dove salva a un tempo l’idea della flessione, della curvatura e l’idea dello schiacciamento, in realtà reciprocamente poco compatibili, in quanto lo schiacciamento non porta necessariamente ad una curvatura e neppure ad una flessione o piegatura dell’oggetto ammaccato, se non in casi del tutto eccezionali, che in ogni modo non sono tali da suggerire l’idea della curvatura, della bombatura (‘curvatura o convessità di una superficie’, bene espressa nel francese bombé e nell’inglese bow).

Premetto che la semantica principale di inciccià è quella di ‘ammaccare’, ‘mettere fuori asse’, ‘rendere inutilizzabile’, ma la semantica originaria, indubbiamente arcaica, era quella di ‘essere impastato di sofferenze’, ‘essere diluito nelle sofferenze’ (vedi l’etimologia del termine cicciáu). Infatti incicciáre, incecciáre è un composto sardiano con base nell’akk. inḫu(m) ‘sofferenze, guai’ + ḫīqu ‘mescolato, diluito’, ‘col significato di ‘impastare di sofferenze, di guai’, ‘dissolvere tra le sofferenze’.

LICÒRNIA ‘amuleto’ (oristan.); anche áqua licòrnia ‘acqua contro il malocchio’. Wagner e Puddu non registrano il termine. Esso ha base nell’akk. leqû(m) ‘prendere potere’; ‘accettare una preghiera, un desiderio’ + nê’u(m) ‘far tornare indietro, respingere’, col significato di ‘potere di respingere’.

L’OCCI IN CURU. Vai a occi in curu.

MADÁLLIA (áqua) o áqua licòrnia (vedi) è l’acqua benedetta usata contro il malocchio. Wagner non registra il termine oristanese áqua madallia, che manco a dirlo non è più compreso nella semantica di base, la quale è antichissima, provenendo nientemeno che dai millenni del Paleo-Neolitico, almeno da ventimila anni fa, allorché la metallurgia era ancora in mente Dei. La controprova è l’akk. madallu(m), matallu(m) (una pietra preziosa). Questo termine accadico (originariamente pan-europeo e mediterraneo) fu dunque in uso per denotare all’inizio soltanto le pietre preziose, e solo con la scoperta della metallurgia esso finì per indicare l’altissimo pregio dei nuovi “miracolosi” prodotti, i metalli. Quando cominciò, ad esempio, la metallurgia del ferro, il pugnale che il re degli Hittiti regalò al Faraone valeva sette volte più dell’oro, e sappiamo che il termine sette presso i popoli delle coste vicino-orientali (per esempio gli Ugaritici e gli Hittiti) non indicava il concetto aritmetico di ‘sette unità’ ma l’idea superlativa di un numero altissimo, pressoché impossibile da contare. Figuriamoci quanto valesse veramente il ferro delle origini rispetto all’oro!

Ecco perché nell’Oristanese resta ancora vivo il concetto di áqua madállia, ossia acqua dotata di poteri addirittura divini, soprannaturali. Chiaramente, quell’acqua un tempo era riservata esclusivamente agli sciamani, che con essa curavano ogni sorta di malanni. In epoca cristiana passò ad indicare l’acqua benedetta.

MAIÁRGIU (Fonni) ‘mago’, sass. femm. magliáglia, gall. majáglia; il lemma gallurese è la base, secondo Wagner, ma egli non ne dà l’etimo. Invero, essa ha base nell’akk. maḫāru(m) ‘assumere su di sé’ disgrazie, cattivi presagi; ‘andare contro corrente, controvento’; ‘mettersi in opposizione’. Questo personaggio è insomma su pindácciu. Quindi non è un sacerdote ma uno che reca sfortuna.

1 Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi

2 Lo sciamanesimo in Sardegna 215

3 Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90, 110, 191

Share
Translate »