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Il tempo e Atlantide. Il concetto del tempo traina per forza un accenno alla tanto vagheggiata Atlantide, e fa notare un fatto non da poco: le notizie (ed ovviamente le date) di Platone sono inverosimili perché i sacerdoti egizi avevano una strana cognizione del tempo. «La concezione egiziana della storia differiva dalla nostra: non dobbiamo aspettarci una cronologia precisa delle dinastie e un rendiconto minuzioso degli avvenimenti.

Questi atteggiamenti sono confermati in modo lampante dall’abitudine dei faraoni di trasportare in massa nei loro templi, per annettersele, le iscrizioni e le raffigurazioni fatte dai sovrani precedenti. La “Pietra di Palermo” ne è una prova. Si tratta di una raccolta di frammenti che contengono gli annali dalla fine del periodo predinastico sino all’inizio dell’Antico Regno. Le informazioni contenute riferiscono per lo più di avvenimenti religiosi: fabbricazione di statue per gli déi, edificazione di templi, celebrazione di feste, offerte… Lavori compiuti nel palazzo reale e consacrazioni di sovrani sono integrati in un contesto essenzialmente religioso. Una campagna militare, come quella di Nubia, è ricordata per esempio solo perché procurò molti prigionieri e un buon bottino. È segnalata l’altezza della piena del Nilo giusto in certi anni. Gli annali egiziani sono dunque orientati teologicamente e non possono fornire una base soddisfacente per le ricerche storiche moderne.

Si potrà sempre dire che i sacerdoti avrebbero potuto raccontare a Erodoto delle campagne militari, come quelle intraprese da Tuthmosis III e Ramses II e descritte con ricchi dettagli sui muri dei templi. Dobbiamo ricordarci che l’uso d’un materiale dipende dagli atteggiamenti di base di chi lo utilizza. Un sacerdote egiziano non avrebbe mai pensato da sé a leggere le iscrizioni del tempio per fornire un’informazione dettagliata sulla vittoriosa campagna di Tuthmosis III, perché la sua concezione teocentrica del mondo gli avrebbe fatto considerare trascurabili quei dettagli. I successi bellici incisi sui muri dei templi sono lì solo in quanto segni del trionfo del faraone, rappresentante di Horus in terra, contro le forze del Chaos, ed i trionfi di Horus dovevano essere mostrati con evidenza agli occhi degli déi. Ecco come pensavano i sacerdoti che passavano ogni giorno davanti agli annali ed agli affreschi dei templi. Non avrebbero mai perso tempo a leggerli solo per scoprire quando e come Horus fosse stato il vincitore in una certa battaglia.

Ogni egiziano colto, e di conseguenza ogni sacerdote, doveva avere a propria disposizione, oltre al folklore popolare, un corpus considerevole di dati storici, trasferiti nella letteratura e mescolati con elementi diversi dai motivi folkloristici, attraverso la propaganda ed i trattati d’educazione, sino al sapere gnomico. Tutto ciò doveva costituire una tradizione storica, valida anche per un sacerdote d’alto rango. Per Alan B. Loyd, i resoconti di Erodoto sulla storia egiziana quindi riflettono appunto le caratteristiche che ci si dovrebbe attendere qualora i rendiconti fossero basati su un tale corpus letterario. In altre parole, ciò che Erodoto ha raccolto era considerato dai sacerdoti egiziani come una loro conoscenza tramandata dai tempi antichi» (Joseph Dasvidovits, Il Calcestruzzo dei Faraoni, 167).

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