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Questa informativa di Dasvidovits è molto scoraggiante. Peraltro non è l’unica interpretazione che ci ammaestra a prendere con le pinzette il senso del tempo presso gli Egizi. Però bisogna riconoscere che il computo del tempo non è mai stato facile. Ogni tentativo di calcolo ha incontrato enormi ostacoli. Il Calendario nel lontano passato era una scienza specialistica e iniziatica, appannaggio del ceto sacerdotale. Peraltro, i popoli mediterranei e vicino-orientali misurarono il tempo in modo diverso tra loro. Pure tra Greci e Romani ci furono calendari alquanto divergenti.

Le festività ebraiche, così connaturate alla cultura degli antichi Sardi (dei Sardi pre- e post-romanizzazione), aiutano ad intuire che il Calendario dei Sardiani fu omologo a quello ebraico e per ciò stesso fu omologo a quello dei Fenici, coi i quali gli Ebrei si mischiarono nella frequentazione e nell’occupazione pacifica della Sardegna.

«Si noti che presso gli Ebrei il calendario di culto subì mutamenti significativi. Il calendario pre-esilico, avente il capodanno in autunno, era accentrato sulla celebrazione della vittoria di Yahweh sulle forze del Chaos, analogamente ad altre religioni dell’antico Oriente. Nel calendario esilico (e post-esilico), col capodanno in primavera, acquista preminenza la celebrazione pasquale dell’Esodo, evento fondante cui si agganciano tutte le speranze di liberazione e di ripresa nazionale».1

In ogni modo, i Sardiani ebbero un loro proprio nome per indicare l’anno: era il sum. Mu, da cui derivò il cognome sardo Moi, e da cui derivò, per antonomasia, anche il nome anglosassone della Luna: Moon (leggi /mun/). Inutile dirlo, fu sempre la Luna a determinare il tempo dei nostri antichi padri.

Il calendario sardiano. Questo tema richiede una premessa sulla cognizione del tempo presso i Sardi nell’antichità preromana. Tempi dei quali sappiamo direttamente poco, per cui siamo portati a integrare le nozioni con quanto si tramanda dai popoli più noti; questa penuria induce comunque a fare tesoro di alcuni termini sardi attuali, dalla cui analisi linguistica è possibile avere più luce sul Calendario Sardiano.

Più su abbiamo constatato che è difficile parlare del Calendario con riferimento ai popoli che ebbero una civiltà nota e tramandata per iscritto. Ancora più difficile è scrutare lo stesso problema presso un popolo come quello Sardo, che nell’alta antichità non ebbe quasi nessun episodio di memoria scritta. Per la Sardegna sembrerebbe quindi impossibile parlare di calendario. Invece non è così. Una serie di dati linguistici portano a credere che i Sardiani (o Šardana) ebbero un calendario simile a quello ebraico e, per estensione, simile a quello siro-fenicio.

Comincio a provarlo proprio col mese di Cabidánni ‘Settembre’, che non avrebbe senso chiamare ‘Capodanno’ se gli antichi Sardi avessero computato l’anno da Gennaio o da Marzo. Va da sé che il Capodanno degli Šardana cominciava proprio con l’attuale mese di Settembre, come quello degli Ebrei pre-esilici.

Peraltro tutto ciò è attestato in modo palmare, se teniamo presente la lunga discussione fatta sui Misteri di Adone (che sono una tradizione siro-fenicia, e di riflesso una tradizione cananeo-ebraico-šardana), che si svolgevano nel mese di Settembre e che rappresentavano in modo solenne il mito della morte e rinascita della natura, ossia il mito della morte dell’anno vecchio e dell’inizio del nuovo anno.2

Un altro forte indizio (anzi, una prova) è il termine log. e sass. istíu, iłstíu ‘estate’. La base etimologica non è il lat. aestivum ‘ciò che accade d’estate’, come hanno dichiarato frettolosamente troppi linguisti, ma l’akk. ištiyû ‘primo’ < ištēn ‘uno’. Evidentemente i Mesopotamici chiamarono in tal modo la prima stagione che succedeva al solstizio d’estate (considerata pertanto come quella che dava inizio al nuovo anno). Vediamo, qui appresso, di fare luce definitiva su quanto è testimoniato sull’Anno in Sardegna.

SBARCARE IL LUNARIO. Intanto fu sempre la Luna, nel lontano passato, a scandire il tempo annuale nonché quello dei mesi. Il sintagma italico “sbarcare il lunario” significò ‘terminare l’annata (scampando alla fame)’. La s- di s-barcare è “completiva” (particella indicante l’atto del completamento). Barca, è pleonasmo indicante la Luna, < akk. (w)arḫu(m). Traduciamo quindi: “consentire alla Luna di completare il corso annuale (di fare il… lunario)”.

ARGHÍTTU è cognome sardo, anch’esso con base etim. nell’akk. (w)arḫu(m) ‘luna’, ‘giorno della luna nuova’ + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova si facevano dei riti propiziatori o anche incantesimi. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo sardo Archittu. In tal caso la base etimologica è l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’. Questo lemma ha una radicale relazione con i mesi, ma indica principalmente l’inizio dell’anno, in quanto l’Anno cominciava col primo arco della Luna Nuova.

1 Mario Liverani, Oltre la Bibbia 250

2 Vedi al riguardo quanto scritto nella Sezione di questa Enciclopedia dedicata alla Religione.

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