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Il giorno era misurato presso i Romani da mezzanotte a mezzanotte; presso gli Ebrei era (ed è) misurato da tramonto a tramonto; gli Egizi ed i Persiani lo misuravano dal sorgere del sole. Presso i Mesopotamici il giorno cominciava al calar del sole, come per gli Ebrei.

Gli arcaici nomi dei giorni in Sardegna sono riferiti tutti ad area sumero-semitica (quindi sardiana), e non corrispondono a quelli romani. Viceversa, pare che siano proprio i nomi romani – poi impostisi in Italia e nell’area tirrenica durante l’Impero – ad avere attinto dal filone sardiano. Che i nomi sardiani siano molto arcaici, sicuramente preromani, sicuramente nati qualche millennio prima dell’Era volgare, lo dimostra icasticamente non solo la radice dei singoli nomi, ma anche il fatto che non contengono il suffissoide –. Quest’assenza è sintomatica di uno stato primordiale al quale la Sardegna si è sempre attenuta.

Come premessa alla discussione etimologica, va detto che i giorni presso i popoli semitici e presso i Sardi avevano certamente nomi peculiari, diversi da quelli poi prevalsi a Roma. Ad esempio, in accadico ibbû è il ‘giorno della collera’ (19° giorno del mese, secondo i Babilonesi). Ma è innegabile che questo è lo stesso nome da cui poi prese vigore l’attuale cognome sardo Ibba. Ciò è spia di una temperie culturale condivisa e molto vasta, la quale poi è stata gradatamente disintegrata dagli interessi imperiali romani.

Dobbiamo farci una ragione dei nomi sardo-tirrenici di antica origine. Stante tutto ciò che abbiamo rivelato circa l’astronomia sardiana, c’è da immaginare che in epoca nuragica, ed anche prima, gli astronomi sardi abbiano deliberatamente scelto il nome dei giorni con riferimento alle stelle mobili (così erano chiamati i pianeti). Ovviamente si tratta delle stelle mobili ch’essi riuscirono a distinguere ad occhio nudo. Come adesso vedremo, questi pianeti avevano dei nomi che non corrispondono a quelli attuali di tradizione latina. È però la tradizione latina a dare una mano nel fare intuire che anche in Sardegna i giorni venissero intestati al sistema planetario un tempo conosciuto.

Serve prevenire e bloccare qualsiasi tentativo di ribaltare le etimologie che ora sto per proporre. Le obiezioni ed i ribaltamenti arriveranno ovviamente per iniziativa (e sdegno) dei troppi che sono asserviti ciecamente alla nomenclatura oggi invalsa nell’area italica. Costoro si fanno usbergo dell’ideologia assorbita come veleno soporifero dai “pensatori” d’Oltre Tirreno, i quali dettano che “tutto ciò che è sardo proviene dall’Urbe”, che “la civiltà dei Sardi è integralmente di stampo romano, imperiale”. Poiché questo modo di non-pensare non ha alcuna base scientifica ed è totalmente privo di qualsiasi nerbo logico, noi lo abbandoniamo al suo destino, condannandolo dinanzi alla storia della scienza.

LUNI ‘lunedì’; base etimologica nell’akk. lumnu (uno dei nomi del Pianeta Marte). Sembra ovvio che il lunedì dei Sardiani non fosse dedicato alla Luna ma al pianeta Marte. Ciò è persino intuitivo. I Sardi non avrebbero mai dedicato alla Luna (la Dea Mater Universalis) un singolo giorno, visto che alla Luna era già dedicata l’intera Settimana nonché il mese di Luglio, come abbiamo dimostrato più su.

MARTI ‘martedì’; base etimologica nell’akk. mārtu ‘figlia’. Con tutta evidenza, qua s’indica un pianeta che oggi non riusciamo facilmente a inquadrare (penso però al pianeta Venere il quale, abbinandosi sempre al sorgere e al tramonto del Dio Sole, evidentemente fu sempre considerato come la Figlia del Sole, né più né meno come avvenne nella religione greca e romana: Venus figlia di Zeus-Giove).

Si noti il capovolgimento concettuale tra i primi due giorni sardiani e romani. I Romani non avevano la parola mārtu (figlia) ma avevano la parola Mārs (Marte), la quale si basa sul sum. maḫ ‘alto, eccelso, importante’ + akk. rāšû ‘ricco, benestante’, la cui unione maḫrāšû portò nei secoli alla semplificazione romana Mārs. Fu il nome che i Romani diedero al dio della guerra. Infatti va notato un fatto non marginale, che nell’alta antichità erano adatti alla guerra soltanto i giovani di famiglia ricca (rāšû), capaci non soltanto d’acquistare i costosi strumenti bellici ed il cavallo (in origine, una spada di ferro costò molto più di una spada aurea di pari peso), ma di dedicarsi quotidianamente ad estenuanti esercizi che li rendevano idonei alla battaglia. Quindi sembra ovvio che il dio romano della guerra abbia avuto un nome primitivo così azzeccato: ‘grande e ricco, forte e ricco’.

MÉRCURI ‘mercoledì’; base etimologica nell’akk. merḫum ‘giudice’. Anche il nome di questo pianeta ci rimane sconosciuto.

GIOBI ‘giovedì’; base etimologica il sum. ḫubi ‘acrobata; danzatore’. C’è da supporre che in origine anche questo nome indicasse un pianeta.

KENÁBURA ‘venerdì’. Vale la pena fare la storia del termine sardo kenábura, čenábura, čenàbara. La Sardegna è l’unica regione (tra quelle ritenute – a torto – “romanze”) dove il ‘venerdì’ è chiamato kenábura, sardo antico kenápura. Premetto già da ora che il termine è una corruzione creata scientemente dal clero bizantino insediato nell’isola.

M.L. Wagner1 nel tentativo di fornirne l’etimologia imbocca la via greco-latina, e ricorda che già sant’Agostino afferma la presenza della locuzione cena pura nella Bibbia precedente la Vulgata (locuzione sparita poi, stranamente, proprio dalla Vulgata!). Wagner non spiega perché la locuzione latina fosse già presente nella Bibbia (ebraica o greca?) prima ancora della sua traduzione in latino; dice soltanto – senza dimostrarlo – che corrispondeva al greco δεῖπνον καθαρόν ‘cena pura’. «Cena pura era un termine del rituale pagano (sic), come ci è attestato da Festo, ed è probabile che designasse un pranzo in cui i partecipanti dovessero astenersi da certi cibi; gli Ebrei lo adottarono per designare la vigilia di Pasqua, durante la quale ogni traccia di lievito doveva essere rimossa dalle case». La denominazione cena pura indicava, insomma, per Wagner, la vigilia della Pasqua ebraica (Pesah), ed oltre a ritenerla una locuzione del rituale …pagano egli sostiene che sia stata usata dagli Ebrei nord-africani. Egli procede, a ulteriore confusione del discorso, affermando che παρασκευή (parascève) corrisponde a cena pura (sic!), usato in neo-greco per indicare il ‘venerdì’ [mentre noi sappiamo per certo che in origine παρασκευή significava semplicemente ‘preparazione’, esattamente ‘preparazione al sabato, shabbat; e solo in seguito, grazie al poderoso influsso della cultura ebraica nell’Impero d’oriente, giunse a significare tout court ‘venerdì’].

Wagner non s’accorge nemmeno che la denominazione sarda del ‘pane azzimo’, chiamato pùrile, non deriva, com’egli crede, dal lat. pūrus ‘puro’, quindi non ha nulla a che vedere con cena pura, e tantomeno con kenábura.

A Wagner sfugge, insomma, che il sardo kenábura, kenápura non deriva dal latino cena pura ma da un composto sardo-ebraico, kena-pura, classico stato costrutto di forma cananea indicante la ‘cena di Purim’ (osserviamo che gli Ebrei, ancora oggi, indicano il complemento di specificazione con la semplice giustapposizione della parola).

La cena di Purim è la grande cena del popolo ebraico tra il 14 e il 15 del mese di Adar (febbraio-marzo): sono giorni di gioia sfrenata per il mancato sterminio ordito e comandato dal perfido ministro susiano Amàn. La festa è preceduta da un giorno di digiuno pubblico (Ta’anith Esther), fatto il 13 di Adar in ricordo dell’eccidio operato dagli Ebrei su 75.000 cittadini dell’Impero persiano (loro nemici dichiarati) da loro messo in atto su licenza del re Assuero. In pratica questi morti ammazzati erano il partito anti-ebraico, governato dal ministro Amàn in barba alla buona fede del re Assuero, il quale della trama che tendeva a detronizzarlo s’accorse all’ultimo istante, grazie all’allarme dato da due ebrei, sua moglie Esther aiutata dallo zio Mardocheo.

Pur in ebraico indica la ‘sorte’, il getto della ‘sorte’, che fu fatto da Amàn per decidere la data esatta dello sterminio del popolo ebraico, che cadde al 13 dell’ultimo mese dell’anno, quello di Adar. La ricorrenza annuale di Purim cade per puro caso alla vigila della Pesah, che sta all’inizio del primo mese dell’anno nuovo babilonese; in tal guisa si è confusa Purim con la purificazione dai lieviti attuata prima della Pasqua. Il fatto di celebrare il Pur (plur. Purim) già purificati dal digiuno del 13 di Adar (e principalmente purificati idealmente dal digiuno di tre giorni fatto da Esther prima di recarsi da Assuero per sventare la trama di Amàn) ha fatto ritenere ai latinisti che cena pura fosse semplice traduzione dal greco δεῖπνον καθαρόν. La confusione, anzi la vera e propria paretimologia, avvenne già coi primi traduttori del Libro di Esther, poiché già nei Settanta al Libro di Esther (10, 31) c’era un’appendice che rendeva noto in maniera imperitura che la comunità ebraica d’Egitto aveva ricevuto il Libro di Esther dalla Comunità di Palestina. In tale appendice è scritto che nell’anno quarto di Tolomeo e Cleopatra il sacerdote e levita Dositeo portò in Egitto la lettera di Mardocheo (zio di Esther) che indiceva i Purim per i tempi a venire, affermando che si trattava della lettera autentica tradotta da Lisimaco, figlio di Tolomeo, uno dei residenti in Gerusalemme. La celebre lettera di Mardocheo fu diffusa in Egitto nel periodo in cui era già cominciata la supervisione romana sul Mare Nostrum (siamo al 114 a.e.v.), e la lingua latina, che oramai entrava in concorrenza col greco e con l’aramaico, può aver favorito la paretimologia dall’ebraico pur al latino pūrus.

È nell’Alto medioevo che in Sardegna è avvenuta la commistione del sardo Kena de Purim ‘cena di Purim’ – anzi Kená-pura, classico stato costrutto aramaico indicante la ‘cena di Purim’ – col lat. cena pura che cominciava ad indicare per antonomasia il ‘venerdì’ (per il quale la Chiesa cristiana aveva stabilito un ferreo digiuno in memoria del giorno della crocefissione di Cristo). La commistione non avvenne per iniziativa del popolo analfabeta. Fu certamente ordita e gradatamente imposta dal clero bizantino, impegnato a scalzare ed eliminare in modo surrettizio gli antichi culti e principalmente i culti degli Ebrei che abitavano in Sardegna.

SÀPADU ‘sabato’. Il termine deriva notoriamente dall’ebr. šabbat ( שַׁבַּת ). Ma da ciò non si deve inferire che il termine sia transitato in Sardegna dall’Italia. Il termine esiste nell’isola da epoca prelatina.

DUMÍNIGU camp., domínica (Bitti), duméniga (Sassari) ‘domènica’. Questo nome riprende quello imposto dalla Chiesa romana nell’Alto Medievo, da dōminus ‘Signore’ (epiteto di Dio).

1 La lingua sarda p. 72, traduz. di G. Paulis, Ilisso, 1997

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