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Secondo Agostino, la memoria è un attributo proprio di Dio perché partecipa dell’eternità divina, per cui volere la damnatio memoriae significa voler uccidere un uomo nel seno stesso di Dio, volerlo sradicare dalla sua mente, dalla dimensione dell’eternità. Forse non c’è al mondo violenza peggiore. Eppure venne perseguita per secoli dalla Chiesa col crocifisso in mano1.

La storia, feconda di notizie sugli scontri religiosi, non riesce a narrarci tutto proprio a causa dell’abuso della damnatio memoriae. Dobbiamo pertanto abituarci a trarre notizie persino dai silenzi della storia, poiché essi lasciano intuire delle trame significative; l’assenza di documenti, più che occultare i fatti, costringe semplicemente lo studioso a un supplemento di sforzo per individuare un metodo capace d’interpretare le verità che non ebbero cronisti.

Sinora le fasi in cui il clero cristiano prevaricò le culture e cancellò le religioni patrie hanno avuto le attenzioni degli storici soltanto all’emergere di scripta (edicta, historiae, epistulae, anecdota). Però si è avuta poca o nulla curiosità delle modifiche forzose operate sul vocabolario, non foss’altro: perché mancano le fonti scritte, e laddove scripta deficiunt lo studioso si sente autorizzato a spegnere le luci dell’intelletto, venendo meno alla propria funzione. Per fortuna la lingua (quindi il vocabolario di un popolo) è capace, per sua natura, di superare d’un balzo millenni di silenzi. Per fare il balzo, ovviamente l’etimologo deve operare col massimo rigore, scafandrato da un metodo indiscutibile, capace di riesumare le verità. Basta un passo falso, e l’oggetto della ricerca, anziché ricomporsi, viene frantumato, col corollario che l’opera dell’etimologo s’arrossa di ridicolo.

Il metodo d’indagare mediante l’etimologia è affascinante ma negletto. E dire che ci fu un esimio incipit capace di attrezzare l’Accademia attuale, ed è esemplare l’acume profuso dai filologi per dimostrare la geniale perizia di Saulo nel piegare il lessico greco ai rivoluzionari concetti della nuova religione. Ma lo tsunami paolino sembra un episodio autonomo e conchiuso. E se pure i padri della Chiesa fecero del loro meglio per adattare il lessico classico alle nuove percezioni del sacro, il modello paolino fu traccia ed episodio esaurito, aveva fatto scuola a sé, e gli studiosi attuali non hanno tratto tesoro dal metodo ch’essi stessi applicano all’esegesi delle Lettere paoline. Dopo Saulo, i vecchi lemmi greco-romani maturarono i nuovi concetti cristiani senza però spodestare gli antichi semantemi, col risultato che il nuovo lessico paleocristiano ancora oggi trattiene e condivide gli antichi significati precristiani, custoditi dai medesimi lemmi e dai medesimi vocabolari.

Possiamo dire che le febbrili operazioni d’innovazione linguistica furono l’unico aspetto incruento della rivoluzione cristiana: innovazione avanzata lungo il sentiero dell’evoluzione semantica, coniata a tavolino da chierici dotti, impartita dai pulpiti e accettata lentamente e supinamente dai fedeli. Ma oltre ai macro-concetti cui la Chiesa ci ha abituati da 1700 anni, abbiamo una miriade di micro-concetti (chiamiamoli così) che interessano il lessico dei singoli popoli conquistati alla cristianità. Ed è qui che osserviamo l’aspetto combattivo o comunque aggressivo o, se vogliamo, il metodo subdolo con cui il clero cristiano invase il patrimonio lessicale dei popoli che ancora non condividevano la dilagante Cristianità imperiale e neppure il lessico imperiale.

La lingua sarda – ch’era semitica – fu una palestra dove il clero bizantino attuò una frode traumatica, facendo tabula rasa dell’antico linguaggio della sacralità senza nemmeno proporre un’allettante ed accattivante evoluzione semantica. Mancava il tempo. Occorreva urgentemente colmare il gap. In Sardegna (precisamente nella Sardegna interna) i preti si trovarono nella più assoluta libertà rispetto al Continente, poiché nell’isola non esisteva il pantheon greco-latino al quale sino ad allora avevano opposto il proprio ormai consolidato universo di concetti; e nemmeno trovarono, in Sardegna, delle sette cristiane purificabili con i lavacri di sangue. Anche in Sardegna – fatto strano – vigeva il monoteismo, come vedremo. Ma esso non era affatto cristiano, quindi non era aggredibile coi sofismi che i Padri della Chiesa ed i primi Concilî avevano elaborato allo scopo. Pertanto il collaudato polemismo, le sottigliezze interpretative espresse con i semantemi greco-latini, presso i Sardi non potevano avere presa. Occorreva un metodo peculiare. La religione sarda fu affrontata alla stregua di quella degli Amerindi di 1500 anni dopo, come dire, fu considerata un fenomeno barbarico che lasciava totale libertà d’evangelizzazione, con le buone e con le cattive.

Una ulteriore complicazione era data dall’incolmabile discrasia tra città e campagna: le città, le pianure, le miniere stavano in pugno all’esercito imperiale; le montagne pastorali (ossia i ¾ dell’isola) erano in mano agli Ilienses, ai Barbaricìni.

L’evangelizzazione, partendo dagli agglomerati già cristianizzati della pianura, non poteva esplicarsi in un milieu condiviso ma entrava in un mondo assolutamente “barbarico”, dove s’adoravano ligna et lapides, dove la lingua semitica opponeva un plancher inadatto alla comunicazione coloniale.

1 Vito Mancuso, Disputa su Dio e Dintorni 63

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