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II – VĒR SĀCRUM – PÊSACH

VĒR SĀCRUM

Dopo la disfatta del Trasimeno (21 giugno 217 a.C.), la seconda guerra punica minacciava un tragico epilogo alla potenza romana. Nell’estremo tentativo di scampare, fu nominato dittatore per la seconda volta Quinto Fabio Massimo, divenuto celebre come Cunctator ‘temporeggiatore’. Egli, seppure a costo di perdere gran parte degli alleati italici, lasciò predare, devastare ed occupare l’intera penisola, abbandonandola nelle mani di Annibale al solo scopo di tenerlo lontano da Roma. L’Urbe era ormai isolata dal resto del mondo, circondata da atroci devastazioni. Il grano, tra mille perigli, proveniva dalla Sicilia e dalla Sardegna.

Lo stesso giorno della sua rielezione, il Dittatore convocò il Senato (Livio XXII 9) e disse d’amblée che il console Gaio Flaminio aveva subìto la rotta del Trasimeno «più per la sua trascuratezza dei riti e degli auspici che per l’avventatezza e incompetenza. Bisognava dunque consultare gli dèi stessi per conoscere il modo di espiare il loro risentimento. Riuscì ad ottenere che i decemviri fossero incaricati di consultare i Libri Sibillini, cosa che non veniva mai deliberata se non quando erano annunciati terribili prodigi. I decemviri, esaminati i libri profetici, riferirono ai senatori che il voto fatto a Marte per quella guerra (in Spagna)1 era stato eseguito in modo irrituale, e doveva essere ripetuto daccapo e con maggiore solennità. Si doveva poi far voto di grandi giochi a Giove e di templi a Venere Ericina e alla Mente; bisognava poi tenere una supplica e un lettisternio, oltre a far voto di un vēr sācrum se si fosse combattuto con successo e la repubblica fosse stata, dopo la guerra, nelle stesse condizioni in cui era prima della guerra (aedes veneri Erycinae ac Menti vovendas esse, et supplicationem lectisterniumque habendum, et vēr sācrum vovendum si bellatum prospere esset)».

Subito dopo al cap. 10 Livio prosegue: «Completate queste delibere senatorie, il pontefice massimo Lucio Cornelio Lentulo, in seguito ad una consultazione del collegio fatta dal pretore, esprime il parere che, come prima cosa, si debba interpellare il popolo intorno al vēr sācrum perché si tratta di un voto che non può essere fatto senza l’autorizzazione del popolo. La proposta fu fatta al popolo secondo questa formula: “Volete e ordinate che questi riti avvengano in questo modo? Se la repubblica del popolo romano dei Quiriti nei prossimi cinque anni si salverà, come io (pontifex maximus) vorrei che si salvasse, da queste guerre, dalla guerra che il popolo romano ha con quello cartaginese, dalla guerra con i Galli che sono al di qua delle Alpi, allora il popolo romano dei Quiriti dia in dono: tutto ciò che il vēr produrrà di suini, pecore, capre, buoi, tutto ciò che di solito non si consacra agli dèi sia sacrificato a Giove dal giorno che il senato e il popolo romano avranno fissato (tum donum duit populus Romanus Quiritium quod vēr attulerit ex suillo ovillo caprillo bovillo grege quaeque profana erunt Iovi fieri, ex qua die senatus populusque iusserit…)».

Sia pure per mera curiosità, prima di proseguire nella discussione invito ad osservare come Quinto Fabio fosse un sagace uomo politico; in quanto tale era capace di richiamare primamente, fino all’esasperazione, il dovere dell’habitus religioso, nella consapevolezza che il popolo non ha mai cessato, nei lunghi millenni sin dai primordi della civiltà, di lenire le proprie sciagure col placebo superstizioso dei riti sacri. Egli ravvisò che in quel momento di pericolo non bastava la consueta scenografia delle novene, delle processioni, delle suppliche, dei lectisterni ma occorreva qualcosa di forte, d’inusitato. Quale rito più magnifico ed immaginifico del vēr sācrum, ossia dell’esodo sacralizzato dei giovani romani verso terre lontane? E ciò, si badi, a dispetto del fatto incontrovertibile che le guerre annibaliche stavano provocando in Roma una fortissima emorragia di sangue giovane, tale da minare nel profondo la stabilità e persino la sopravvivenza dell’Urbe. Peraltro Roma non aveva mai avvertito il bisogno di migrazioni sacralizzate, poiché sin dalla sua fondazione l’espansione demografica veniva ampiamente compensata, oltreché dalla morte in guerra di centinaia di migliaia di giovani, anche con la deduzione di colonie, le quali ai tempi di Annibale erano già dodici.

Il Temporeggiatore era cinicamente consapevole che allontanare Annibale da Roma significava compensare l’operazione con tante stragi e carestie nelle città alleate, nella miope e indolente attesa che in cinque-dieci anni le donne romane offrissero nuova gioventù all’inesauribile carnaio della guerra, la quale, inevitabilmente, si sarebbe dilungata proprio a causa della “strategia del riccio”, poiché Annibale voleva esplicitamente sostituirsi a Roma nella creazione di un impero, una sostituzione che doveva primamente avvenire nella Penisola. L’allucinato temporeggiare gli fu rinfacciato anche da Scipione l’Africano (Livio XXVIII 40-44) il quale, reso forte anziché intimorito dalla sconfitta e dalla morte in battaglia del padre e dello zio, con intelligente e audace strategia aveva riconquistato l’intera Spagna e stava portando la guerra dritto in Africa, anziché subirla in Italia. In quella temperie storica, la proposta di un vēr sācrum poteva nascere soltanto da una mente paranoica, secondata dalla codardia dei decemviri e del pontefice massimo.

Gian Domenico Mazzoccato, traduttore di Livio, commenta che il vēr sācrum era «un rito di origine sabina secondo il quale si consacrava agli déi tutto ciò che fosse nato nella primavera successiva al voto: gli animali venivano sacrificati e gli esseri umani venivano inviati, appena diventati adulti, a formare una nuova colonia».

Mi pare che la traduzione e il commento del Mazzoccato meritino ulteriore attenzione a riguardo del vēr sācrum, da tutti interpretato impropriamente come “primavera sacra”. Soffermandoci anzitutto sulla citazione relativa agli armenti da sacrificare nell’ipotetica “primavera”, va osservato che sono rari gli ovi-caprini disponibili in primavera. Ad esempio, secondo una millenaria usanza pastorale, le pecore in Sardegna (e nel resto d’Italia) vengono ingravidate dal maschio non appena i pascoli cominciano a rinverdire con le prime piogge d’autunno. Di conseguenza gli agnelli nascono quasi due mesi prima di Natale. Parimenti i capretti. Le pecore e le capre, non appena private dei lattanti, vengono nuovamente ingravidate dal maschio, cosicché altri agnelli e capretti nascono prima di Pasqua. Consumato anche il rito pasquale e cominciata la Primavera, altri agnelli nascono certamente prima della pausa vegetale estiva, ma essi sono (ed erano) destinati non più agli altari per il rito natalizio e pasquale-primaverile ma a reintegrare il gregge. Sappiamo che i due riti d’inizio anno e d’inizio-primavera, pure con mutato nome, vigevano anche a Roma, e vigeva anche il reintegro programmato del gregge nel resto dell’anno. Pare strano che il pontefice massimo ordinasse al popolo romano di sminuire ulteriormente le residue greggi non appena cessato il terrore punico, poiché le calamità e le carestie indotte dall’invasore necessitavano di essere compensate urgentemente da nuove nascite per rimettere in sesto l’economia di Roma e dell’Italia (così insegna lo stesso Livio in più parti del suo Ab Urbe condita). Il pontefice massimo ed i decemviri non erano gente sprovveduta e, in quanto proprietari terrieri, erano esperti di economia agraria.

Va da sé che l’interpretazione dei latinisti a riguardo di una “primavera sacra” (nella parte relativa al dono di animali) comandata per il tempo immediatamente successivo alla sconfitta di Annibale, ha deboli puntelli metodologici. Merita poi attenzione il finale del periodo: quaeque profana erunt Iovi fieri, che sembra doversi leggere come chiosa di chiusura: ‘tutto ciò che non è consacrato, sia attribuito a Giove’. Come dire che di ogni bene posseduto una buona parte spettava al vēr sācrum, la rimanente spettava al tempio di Giove Capitolino. Ai fortunati Romani scampati dall’espulsione non sarebbe spettato nulla: sarebbero rimasti senza greggi, oltreché senza derrate agricole.

Anche la prima frase merita attenzione: quod vēr attulerit ex suillo ovillo… ‘ciò che il vēr arrecherà, ossia produrrà di suini, ovini…’. Mi chiedo per qual ragione il soggetto della subordinata dovrebbe essere proprio la “Primavera”. Perché ignorare che quasi ogni lessema degli antichi linguaggi (e pure degli attuali) fu una formula polisemica, in quanto tale leggibile pure con altra etimologia, quindi con altra semantica? Sul vēr sācrum c’è confusione a più livelli, e bisogna ricuperarne l’etimo per illuminarlo un po’.

Del ver sacrum scrive anche Dionigi d’Alicarnasso, contemporaneo di Livio. Dalla traduzione delle Belles Lettres2 leggiamo: «1. Il primo insediamento degli Aborigeni [italici], a quel che si racconta, avviene precisamente in questa regione, dopo che essi avevano scacciato gli Umbri. Poi, partendo di là, essi fecero la guerra a tutti i Barbari e in particolare ai Siculi, che erano loro vicini, al fine di conquistare il loro territorio. Fu all’inizio un gruppo di giovani consacrati a partire, un pugno d’uomini inviati dai loro stessi genitori alla ricerca di mezzi di sussistenza: essi obbedivano così a un antico costume che so essere stato seguito largamente tanto presso i Barbari che presso i Greci. 2. Ogni volta che le città degli uni o degli altri conoscevano un incremento di popolazione tale che le risorse del territorio non erano più sufficienti a nutrire l’intero popolo, o che la terra stravolta dai mutamenti climatici non forniva più se non con parsimonia le produzioni abituali, o che qualche evento di tal genere, migliore o peggiore, s’abbatteva su queste città, gli imponeva di ridurre il numero dei loro abitanti, essi consacravano ad uno dei propri dèi tutti gli uomini nati in un medesimo anno e, dopo averli armati, li inviavano fuori della loro patria: se si trattava di rendere grazie agli dèi per l’abbondanza della popolazione o l’esito vittorioso di una guerra, era dopo aver compiuto i sacrifici rituali ed aver scortato i propri coloni sotto auspici favorevoli; ma se, vittime della collera degli dèi, essi li pregavano di allontanare i mali che li affliggevano quasi rimettendosi a (gli esiti del) la stessa cerimonia, dovevano partire nell’afflizione e nel pregare coloro che li forzavano ad andare». In greco, per un riscontro, propongo il paragrafo 2: Οπότε γάρ ϵις όχλου πλῆθος επίδοσιν αι πόλεις τισί λαβοῖεν ὥστε μηκέτι τὰς οικείας τροφάς ἅπασιν εἶναι διαρκεῖς, ἢ κακωθεῖσα ταῖς ουρανίοις μεταβολαῖς ἡ γῆ σπανίους τούς ειωθότας καρπούς εξενέγκειεν, ἢ τοιόνδε τι πάθος ἄλλο τάς πόλεις κατασχόν εἴτε ἄμεινον εἴτε χεῖρον ανάγκην επιστήσειε μειώσεος τοῦ πλήθους, θεῶν ὅτῳ δή καθιεροῦντες ἀνθρώπων ετείους γονάς ἐξέπεμπον ὅπλοις κοσμήσαντες ἐκ τῆς σφετέρας, εἰ μέν ὑπέρ εὐανδρίας ἢ νίκης ἐκ πολέμου χαριστήρια θεοῖς αποδιδοῖεν, προθύοντες ἱερά τά νομιζόμενα εὐφήμοις οἰωνοῖς τάς ἀποικίας προπέμποντες, εἰ δ’ἐπί μηνίμασι δαιμονίοις ἀπαλλαγάς αἰτούμενοι τῶν κατεχόντων σφᾶς κακῶν τό παραπλήσιον δρῷεν, αὐτοί τε ἀχθόμενοι καί συγγνώμονας αξιοῦντες γίνεσθαι τούς απελαυνομένους.

Tramite Dionigi percepiamo che il vēr sācrum (da lui non citato con queste parole) non era impresa priva d’angosce collettive ed era deciso soltanto in extremis. Nel Mediterraneo è celebre il vēr sācrum di Tirreno (Erodoto, Storie I, 94), che lasciò la Lidia, impoverita, soltanto diciannove anni dopo l’inizio della carestia. L’esodo diveniva doppiamente straziante se, vivendo in un territorio delimitato da altre etnie gelose dei propri possessi, si era costretti a varcare mari o deserti ed andare molto lontani dalla patria, come accadde allo stesso Tirreno ed a Mosè (Esodo), per non parlare dell’esodo forzato da Tiro di Elisa-Didone, la quale fondò Cartagine tra estreme difficoltà; o l’esodo ancora più forzoso di Enea che scappava da Troia. Ognuno di questi distacchi fu causa di nuove guerre (come quello di Enea e di Mosè); mentre Elisa, forse per la sua grande avvenenza, ottenne pacificamente di riposare su una minima porzione di costa, e dobbiamo immaginare che lo sviluppo dell’insediamento scaturì dall’ingegno e dal furore. Nulla sappiamo delle traversie di Tirreno, salvo che fu scacciato da numerose terre prima dell’approdo in alta Italia (Erodoto). Sappiamo tutto, invece, delle traversie di Odisséus, narrate da Omero in una avvincente opera. Egli già nel nome mostra il proprio destino: Odi– è uno stato costrutto dall’eg. ut ‘to go away’ (gr. ὄδος ‘strada, via’) + suu ‘shipwreck, naufragio’, ‘evil, wickedness; malvagità’. Il composto Odi-suu significò ‘andar via, girovagare e naufragare perseguitato dalla malvagità’.

Anche l’intero libro di Mosè significò, in greco, ‘Uscita, Partenza’ (Ἕξοδος); lo stesso in ebraico (שמות, Scemoth), dall’eg. šem ‘to go, march, travel’ + ut ‘to go away’; il composto šemut non è un plurale in –ut ma l’agglutinazione rafforzativa di due concetti. Il termine greco ha base etimologica nel sum. e ‘to go out’, ‘to come forth, uscire’ (dall’eg. āq ‘entrance and exit’) + eg. ut ‘to go away’.

Forse il vēr sācrum, fu calamitoso persino per l’Homo Sapiens, che una volta giunto al Delta dovette espandersi forzosamente nel Mediterraneo, sulle coste nord-africane, in Grecia, in Siria, in Mesopotamia scontrandosi con i clans del Neanderthal.

È irrealistico interpretare dall’asserzione di Dionigi che il vēr sācrum fosse precipuamente italico, con focus nell’Umbria. Egli chiarì che interessava l’intero Mediterraneo, e precisò le circostanze del verificarsi dell’evento, senza però citare la formula “tecnica” evocata da Livio, il quale è l’unico ad aver tramandato la sintetica definizione latina, da nessun altro replicata con simili appellativi.

Ogni studioso ha lasciato in mano agli allievi la sintetica citazione liviana, interpretando il vēr sācrum come “Primavera sacra” senza mai alcun dubbio teso ad inquadrarlo e illuminarlo, senza alcun tentativo di ampliare i confini cognitivi tracciati da Dionigi, e senza mai porsi il problema della polisemia, ossia dei tanti significati che ogni singolo lessema può ricevere in qualsiasi linguaggio. Dopo Dionigi, nessuna novità.

Eppure la memoria storica del “Distacco sacro” o “Separazione sacra” non è svanita nel nulla, ha lasciato dei segni linguistici nelle parlate mediterranee. Per quanto ci compete, abbiamo già riscontrato qualche segno nella lingua greca, in quella ebraica e in quella egizia. Un altro segno, stavolta italico, è facilmente rintracciabile nel cognome italiano Versace, (dal lat. Vēr-sācer), che in origine indicò ‘colui che si mette a capo del distacco’. Ampliando gli orizzonti, possiamo acquisire che pure Mosè, Odisseo, Tirreno, Enea erano dei Versace. Odisseo lo era persino nel nome, come abbiamo visto, mentre due nomi personali hanno altra origine. Tyrreno deriva dalla città di Tyrra, l’originaria capitale lidia; il nome Mošeh risale primamente all’eg. mu ‘acqua’ + šen ‘galleggiare, librarsi’ = ‘chi galleggia sull’acqua’: infatti alla nascita fu deposto in una cesta e abbandonato al Nilo, facile pasto di coccodrilli. Aenēās, Αἰνείας invece è nomen-omen come Odisseo, ed ha base nell’eg. åi ‘to go’, aāāu ‘those who travel’ + niu ‘to turn away from, allontanarsi da’: in composto significò ‘colui che scappa da (Troia)’.

A questo punto dobbiamo chiederci, rigorosamente, che c’entri la Primavera in tutta la questione. Non c’entra nulla; anche perché il Mediterraneo è una zona temperata e qualsiasi stagione era adatta al vēr sācrum, non soltanto la Primavera. Lo verifichiamo ulteriormente scoprendo che il lat. vēr in quanto ‘primavera’ ha la peculiare base etimologica nell’akk. ērum ‘awake, to become awake; sveglio, svegliarsi’. Chiaramente, quest’etimo indica il ‘risveglio della natura’, giammai il ‘distacco dalla tribù originaria’.

Che la base lessicale ed etimologica di vēr ‘primavera’ fosse diversa sin dall’origine, è dimostrato anche dall’agg. lat. sācrum nel senso di ‘intangibile, santo, sacralizzato, inviolabile, vietato ai profani’: esso ha per base l’egizio s-åqer ‘to make perfect, rendere perfetto’. Fu dal concetto di perfezione che scaturì l’arcaico concetto della sacralità. Direi che tutto ciò basta a postulare per il vēr sācrum liviano la ricerca di un etimo diverso, dove anche il supposto aggettivale sācrum abbia diversa collocazione semantica.

Che i latinisti formulino il vēr sācrum come ‘primavera sacra’, dimostra che svalutano le procedure etimologiche. Essi si soddisfano dell’unico vocabolo e dell’unico aggettivo trovati nel dizionario latino, dispensandosi dal compararli con una serie di altri vocaboli omofoni mediterranei al fine di capire se la lapidaria citazione liviana non sia un lessema oramai isolato e cristallizzato (un hapax legómenon), un lessema che già a quei tempi aveva perduto gli arcaici legami polisemici, un monema sopravvissuto con un solo significato mentre gli altri apparentamenti omofonici sono svaniti dall’eloquio latino.

Tutto ciò considerato, è semplice intravvedere una paronomasia nell’interpretazione dei latinisti. Ad essi sfugge la concezione – fondamentale per qualsiasi metodologia etimologica – che nel Mediterraneo in origine ci fu una Lingua Unica (una Koiné Primitiva) e che molti lessimi delle singole lingue rivierasche, oggi rilevabili dopo la riscoperta dei cuneiformi e dei geroglifici (nonché della lingua ittita), si sono col tempo isolati, si sono evoluti, si sono svincolati dallo spettro poli-semantico un tempo percepibile per tutte le coste.

Eccoci dunque al liviano vēr sācrum, un hapax legómenon, la cui base originaria è il sum. be, ber ‘to cut off, tagliar via’, specialmente bir ‘to shred, strappare’. In ogni modo vedi anche il sum. u ‘terra, territorio’ + ere ‘to go’ (akk. wārum ‘to lead, conduct’): il composto u-ere significa ‘andar via dalla terra’.

Ma l’intera formula può tradursi specialmente con l’arcaica lingua egizia: ber ‘exit, gateway; uscita, porta d’uscita’ + saker ‘to journey, sail’. Quindi il vēr sācrum (ber saker) fu esattamente il ‘viaggio di partenza, di distacco’. Niente da condividere con la “primavera”, tantomeno col “sacro”.

PÊSACH

Anche la voce ebraica Pêsach ‘Pasqua’ ha la medesima base etimologica. Per nozione comune, la Pêsach commemora la “liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e la sua uscita verso la Terra Promessa”. Dal libro dell’Esodo conosciamo la lunga drammatica vicenda, cominciata col faraone che impediva la partenza, proseguita con l’inseguimento delle truppe egizie, poi portata allo stremo dal remitaggio nel deserto, culminata infine con l’ingresso in Canaan, al di là del deserto.

Pêsach ha la base etimologica nell’accadico pasāḫu ‘to drive away, partire, andar via’. Ma a questo punto occorre un surplus d’attenzione, poiché la lingua ebraica nonché quelle semitiche orientali come l’accadico, l’assiro e il babilonese, sono di per sé delle parlate evolute, che nei millenni hanno provveduto ad agglutinare i monosillabi delle lingue originarie (di quella egizia e di quella sumerica) presentando dappertutto delle parole già composte, bisillabe.

Pertanto l’ebr. Pêsach ha base diretta nell’eg. per ‘to go out, depart, leave one’s country’ (cfr. ber ‘exit, gateway; uscita, porta d’uscita’) + s-ākh ‘to rise up, lift up on high; alzarsi, ribellarsi, sollevarsi’. Il composto per-s-ākh in origine significò ‘ribellarsi e partire’. Vedi anche il composto bes ‘venire, affrettarsi’, bess ‘advance, rise; pass on, passare a’ + såq ‘to collect, gather together, assemble’; il significato in questo caso è quello di ‘riunirsi insieme per passare oltre’.

A sua volta l’aramaico Pasḥa’ ‘Pasqua’ ha base nell’eg. pa ‘to fly’ o ‘ancestor’ + skha ‘to remember, commemorate’ o skhab ‘to travel’. Si può comporre pertanto un pā-skha nel senso del ‘ricordo degli antenati’; oppure un pa-skhab nel senso di ‘viaggio di fuga’. Può darsi che i due significati (quello ebraico già commentato e questo aramaico quale ‘ricordo degli antenati’) siano riemersi ed abbiano convissuto durante la cattività babilonese, cristallizzandosi in due diverse definizioni. A quanto pare, la diaspora degli Ebrei a Roma, in Sardegna, nel Mediterraneo contribuì a fissare la dizione aramaica, per cui ancora oggi abbiamo il sardo Pascha, l’it. Pasqua.

1 Poco dopo il passaggio di Annibale in Italia e l’esito del Trasimeno, Scipione per diversivo aveva occupato la Catalogna ed aveva stretto rapporti di alleanza con i popoli iberici al di qua dell’Ebro. Nel contempo in Italia erano accaduti dei prodigi che avevano gettato tutti in preda alla superstizione (XXI 62). Soltanto una serie di riti espiatori, di novene, di suppliche, nonché un lectisternio avevano avuto ragione della superstizione di massa. Ma a quanto pare i decemviri sacris faciundis in seguito non ritennero corretta quella serie di atti sacre, che dunque, sotto la dittatura del Cunctator, dovettero essere in parte corretti o ripetuti. A tali provvedimenti fu aggiunto un vēr sācrum.

2 Denys d’Halicarnasse, Antiquités Romaines, tome I, livre I, 16,2, Paris, 1998.

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