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III – MAINÓMENOI ÓRĒ – INSANI MONTES

Dipinti a colori su pergamena, tali Monti sono citati in greco nella carta tolemaica del Codice Laurenziano (c. 31r): vengono tradotti come Insani da L. Floro. Curiosamente, in questa carta ma anche nella precedente (Cod. Urb. greco 82, il più antico documento cartografico della Sardegna), la descrizione dell’isola non contiene alcun monte, esclusi proprio i Mainómenoi, evidentemente considerati i più importanti, situati esattamente dove oggi sta la lunghissima catena montana del Marghine-Goceano, la quale divide praticamente in due la Sardegna.

Luigi Piloni (CGS 2) ricorda l’uso dell’aggettivo insanus ‘insano’ presso gli antichi, e il Forcellini così precisa: «Insani montes apud Livium XXX, 39 sunt praealti in Sardinia e quorum vertice validi venti et maxime incerti (unde nomen) in mare ruunt et periculum navigantibus afferunt». Lo stesso Piloni ribadisce che l’espressione indica ‘che fa impazzire (i naviganti)’. In realtà Livio riferisce soltanto (e correttamente) che il console Claudio, costeggiando la Sardegna verso Cartagine, «mentre doppiava i monti Insani fu colto, in luoghi particolarmente difficili per la navigazione, da un fortunale ancora più violento [di quello che l’aveva sballottato da Ostia a Populonia e poi nell’arcipelago toscano], tale che scompaginò la flotta. Molte navi subirono gravi avarie e furono private della loro attrezzatura; alcune si sfasciarono. Pur danneggiata e fatta a pezzi, la flotta riuscì a raggiungere Cagliari». In latino «Ibi superantem Insanos montes multo et saevior et infestioribus locis tempesta adorta disiecit classem…». Quella tempesta stava angustiando Claudio da giorni ma lui non poteva evitare di navigare a metà dicembre in quanto doveva raggiungere rapidamente Cartagine per dare man forte a Scipione l’Africano. Purtroppo fu costretto a riparare a Cagliari perché la tempesta durava intensamente da circa una settimana ed infieriva a ondate (detto tecnicamente: quello era un “treno” di veloci perturbazioni dell’Alto Atlantico; o peggio, Claudio era incappato in un ciclone mediterraneo che trascinava verso Corsica e Sardegna il Fronte Polare proveniente dalle bocche di Trieste, ossia da NE: insomma a mio avviso quelli erano venti di bora, gelidi e straccianti). In nessun testo sta scritto che tale tempesta d’interminabile durata provenisse dai Montes Insani. Livio scrive soltanto che la tempesta rinforzò nuovamente mentre Claudio doppiava quei monti. Ovviamente il verbo “doppiare” per la costa Est della Sardegna non ha alcun senso, poiché è pressoché rettilinea. Ha invece senso che l’intera costa, escluso il fiordo di Olbia, non offra alcun riparo ad una grande flotta ma al limite, qua e là, lo può offrire soltanto a singole imbarcazioni.

Assurdamente, ogni traduttore, ogni interprete (privo purtroppo di nozioni di climatologia) ha cercato la causa di quella micidiale procella nei Monti Insani, i quali con quel ciclone mediterraneo c’entravano invero come cavoli a merenda, poiché mai nessuna tempesta è nata ed è calata sul mare da un monte, specie quando esso ha altezze insignificanti. Se si volesse insistere in questa ridicola teoria, occorrerebbe allora realizzare che ogni perturbazione atlantica, o quelle del Fronte Polare, s’abbattano sul Mediterraneo originandosi e discendendo dall’Appennino Ligure, anziché avere origine nella Corrente del Golfo del Messico o nel Circolo Polare Artico.

Circa l’ubicazione, mentre il Lamarmora (Voyage en Sardaigne, vol. II, 403) identifica i M.Insani nel massiccio del Monteferru e il Pais con la catena (?) del Limbara, R.B.Motzo in un accurato studio (La posizione dei Montes Insani della Sardegna) «ha dimostrato “inoppugnabilmente” che «gli insani montes sono tutto il complesso sistema montuoso centrale che culmina nel Gennargentu e che con le sue diramazioni si spinge fino al mare Tirreno, rendendo la costa alta e importuosa e perciò spesso pericolosa alla navigazione, specialmente di cabotaggio com’era più spesso quella degli antichi» (citazione del Piloni).

Tutti gli studiosi qua citati, a cominciare dal Forcellini, esimio latinista, partono da Livio, il primo a citare questi Montes, ma altri scrittori ricordano pure la fonte di L. Floro e di Plinio (Fara GS 53), e si attengono strettamente allo schema semantico più in voga, al quale beninteso si attiene lo stesso Fara, che precisa «Un’aria torbida e affatto pestilenziale è appunto racchiusa tra essi, come riferiscono Pausania e Leonico; la qual cosa tuttavia oggi non avverasi come dimostreremo a suo tempo». Abbiamo anche l’attestazione di Vittorio Angius (excerptum dal Casalis) che nella Storia della Sardegna, dalle origini all’epoca romana (vol. 22 de L’Unione Sarda, p. 187) scrive: «L’appellazione greca di quei monti che nella lingua del Lazio risponde a insani o insanientes, si fece da altri rispondere a insalubres, questo con la loro opposizione reprimendo il flusso dell’aria dalla parte boreale l’atmosfera australe dei bassi strati stagnasse, né potendosi in quella calma dissipare la malignità concetta diventasse pestilenziale. Ma il loro errore si fa evidente da Claudiano, il quale non disse insani, perché insalubri i monti che sorgono sulla terra sarda dalla parte onde riguarda il polo; ma piuttosto perché dai loro gioghi cadevano sul mare frequenti e talvolta violenti colpi di vento a inferire noja o danno ai navigatori. E siccome anche dal gruppo di questi monti vanno sul mare simili refoli, da ciò i naviganti avranno dato ad essi quel nome, adottato poscia dagli altri». Si vede che l’Angius, nel suo eloquio falsamente forbito e rozzamente involuto, parafrasa il Fara, senza eguagliarne la brevità, la nitidezza e l’onestà intellettuale.

In ogni modo, non c’è stato alcuno scrittore, antico o moderno, tantomeno attuale, il quale, anziché insistere nella insana voga di pestare la stessa acqua nel medesimo mortaio da 2000 anni, si sia preso la briga di capire meglio la questione dei Mainómenoi orē o Insani Montes, anzitutto scrutando de visu la carta di Tolomeo, poi percorrendo realmente i sistemi montuosi dell’isola, quindi frugando tra i dizionari semitici. C’è da chiedersi, col rigore che tale scandaloso andazzo finalmente pretende: 1. perché Tolomeo abbia posto questi Monti al centro dell’isola, proprio sul parallelo-meridiano al cui incrocio si ritrova la sterminata catena del Marghine-Goceano; 2. perché da tali Monti decorra ad W il Témos pótamos e decorra ad E il Kaίdeis pótamos (l’attuale fiume Posàda). Tutte queste indicazioni cartografiche, assai precise e pertinenti, avrebbero consentito a chiunque di localizzare perfettamente i Mainómenoi orē, evitando qualsiasi esitazione e svestendo quell’odiosa sicumera che li ha indotti a insozzare i palazzi della cultura.

Se avessero scrutato la carta del Tolomeo, e l’avessero confrontata con qualsiasi carta attuale in rilievo (o isoipsica), tutti gli studiosi dell’ultimo secolo, e ci metto anche il Lamarmora, avrebbero potuto acclarare che dal Monte Ferru di Cùglieri (il quale sorge direttamente dall’insenatura di S.Caterina), si diparte una immensa catena montuosa che spacca in due l’isola, continuando oltre il passo di Macomer, oltre il passo di Uccàidu, sino al passo sopra Buddusò, arcuandosi quindi ad E per inglobare l’immenso altopiano granitico di Buddusò-Bitti-Alà, dove finalmente la catena cessa, planando con una serie di sistemi collinari sulle marine di Ferònia (Posàda). I Mainómenoi orē non sono altro che la catena del Màrghine-Gocèano, la quale sta molto lontana dal mare.

Le fantasie circa la pericolosità dei venti che si scaricano violenti sul mare da quelle altezze (1000-800-700 m), si sarebbero placate con tale ricognizione, poiché tale catena montuosa non ha mai deviato né accelerato alcuna corrente atmosferica (e neppure lo fanno i monti della Còrsica, che corrono con una cordigliera superiore ai 1500-2500 m lungo tutta la dorsale isolana). I nostri studiosi non conoscono né i principii della meteorologia, né l’orografia della Sardegna, e si sentono liberi di pestare acqua mefitica nei mortai predisposti dagli scrittori latini, i quali – sia detto a loro vantaggio – non commentarono mai l’oronimo Mainómenoi (orē) o Insani (montes) ‘monti impazziti’.

Era buona norma degli antichi di non immischiarsi mai (se non eccezionalmente: vedi Iqnusa e Sandaliòtis) nella traduzione dei toponimi od oronimi da loro conosciuti. Essi s’appagavano di riportare nella fonetica della propria lingua ciò che avevano appreso dai geografi o dai navigatori dei tempi precedenti, adattandolo inevitabilmente in base alla legge della paronomasia.

Ed è scrutando i dizionari semitici che noi riusciamo a chiarire definitivamente l’equivoco, poiché la dizione di Tolomeo Mainómenoi orē ripete con fonetica greca quanto in accadico-sumerico è scritto Manûmenû ur: esattamente manûm ‘contare, enumerare, fare una lista’ + enû ‘confine che sbarra’; quindi manûmenû ‘lista, fila (di monti) del confine che ostacola’ + sum. ur ‘andare avanti, proseguire’. Manûmenû ur fu sentito dai Greci come Mainómenoi orē, ossia ‘monti impazziti, furiosi’, che i traduttori latini tradussero alla lettera come insani ‘pazzi’, mentre in realtà indicarono una ‘catena montuosa che sbarra’, per altro verso nota sino ad oggi come Màrghine, dal sum. margin, riferito a un sistema montuoso indicante il concatenarsi, l’erigersi come barriera tra due territori, da mar ‘spalmare’ (spalmare in lungo), mar ‘carro’ (da traino), mar ‘vagliare, separare, sgranare’ (anche nel senso di mettere in fila come un “rosario”) + gin ‘montagna, montagne’: campo semantico chiaro, afferente alla sequenza montuosa.

Qualche lettore acuto ma meno edotto del grandioso affresco storico dell’intera opera liviana, potrebbe obiettare a questa mia ricostruzione scientifica che Livio, nel citare gli Insani Montes, lascia chiaramente intendere che essi, lungi dallo stare lontani dal mare, stanno proprio lungo la costa della Sardegna, e pertanto non resta che identificarli nell’alta e inospitale costiera di Baunéi. A mia volta, obietto che Livio cita spesso i dati geografici con scarsa precisione. Ciò è riflesso della scarsa precisione che lui stesso addebita agli storici da cui attinge. Quindi egli, necessitato a collocare quell’orografia tramandata senza precisione, preferì identificarla nella costiera di Baunéi, poiché è proprio quella lunga interminabile visione che nell’antichità tenne lontano ogni navigante ed a maggior ragione tenne lontano chi, governando una flotta, non avrebbe potuto godere nemmeno in extremis di una spiaggia abbastanza lunga da arenarvi le navi. Peraltro, anche in presenza di spiagge lunghe, esse sarebbero state inavvicinabili con i marosi flagellanti da Est: al contrario sarebbero state avvicinabili se la tempesta fosse provenuta da terra, dai supposti Montes Insani, poiché il vento di terra tiene quiete le marine. In ogni modo, una spiaggia qualsiasi non sarebbe stata in grado di soddisfare lo sbarco della flotta disastrata, poiché quell’infortunio così simile al naufragio richiedeva una citta marinara dotata di cantiere navale o almeno di bravi carpentieri. Non è un caso che il console abbia rinunciato a proseguìre per Cartagine, rifugiandosi a Cagliari sino allo scadere del mandato e privando Scipione del soccorso necessario a ingaggiare la risolutiva battaglia di Zama.

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