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IV – KENTUM-SATƎM, nascita e crollo delle ideologie

Passati cinquant’anni dai tempi dell’Università, dichiaro d’aver definitivamente ceduto ai giovani il sogno di arrampicarsi sugli specchi, nonché quello di navigare angelicamente tra le nuvole. Soltanto i giovani – mi riferisco a quelli male indirizzati – sanno credere nei castelli in aria. A noi vecchi s’addice soltanto una saggia concretezza. Tralascio quindi di citare i tanti libri di glottologia coi quali venni angelicamente indottrinato all’Università e, ormai privo di speranze nel diradare la mortifera caligine che ci ammorba, quasi non oso sbirciare tra le attuali fonti di Internet, tutte replicanti l’antico virus, quale ad esempio il sito GeoCurrents Map. Di seguito cito quella fonte, avvertendo che la evoco in questo libro non per riscattarla ma per dimostrare quanto sia assurdo tenere in vita le cattedre di Linguistica Indoeuropea e di Linguistica Romanza, alle quali quel sito si è abbeverato.

«Più del 47% della popolazione mondiale parla oggi una lingua indoeuropea. Questa enorme famiglia linguistica raccoglie una serie di lingue tra le più parlate al mondo, lingue usate da poche centinaia di persone e altre lingue ormai estinte. Lingue apparentemente dissimili che sono ormai completamente non intellegibili tra di loro. Eppure lingue lontane tra loro come l’hindi, l’inglese, il sardo, l’armeno, il greco, il lituano o il bulgaro fanno tutte parte di questa grande famiglia, che comprende la quasi totalità delle lingue europee (ad eccezione del finlandese, ungherese ed estone che sono parte della famiglia ugro-finnica, e del basco che è oggi l’unica lingua pre-indoeuropea sopravvissuta in Europa) e una grande fetta di lingue asiatiche.

Le lingue indoeuropee nel mondo. (Fonte: GeoCurrents Map)

«Tutte queste lingue derivano dal proto-indoeuropeo, che i linguisti tendono a far risalire tra il 4000 a.c. e a localizzarlo nelle steppe euro-asiatiche dell’attuale Ucraina e del Caucaso. Nel corso dei tre millenni successivi i popoli indoeuropei si espansero portando con sé la propria lingua. La loro migrazione si può suddividere in tre momenti:

Migrazioni indoeuropee. (Fonte: keywordsuggests.com/)

  • 4500-3500 a.c.: Prima ondata migratoria dalle steppe euro-asiatiche verso i Balcani, attraversando il Danubio e arrivando fino in Macedonia. Si suppone che mescolandosi tra indoeuropei e autoctoni, la lingua dei primi abbia avuto più successo.

  • 3500-2500 a.c.: Seconda ondata dal Caucaso. Si raggiungono l’Italia e l’Asia minore. Gli Ittiti si stabiliscono in Anatolia (attuale Turchia). Dall’Asia minore migrano ancora verso l’India passando per l’Iran, si stacca quindi il ramo indo-iranico.
    In Europa restano a contatto con le popolazioni autoctone. Non è ancora questa l’ondata che porterà in Italia le lingue italiche.

  • 2500-1000 a.c.: La terza ondata migratoria interessa esclusivamente l’Europa centrale e parte dai monti Urali. Si sviluppa in questo periodo il super-ramo italo-celtico-germanico.

«La culla degli Indoeuropei è in realtà tutt’ora una questione aperta e fortemente dibattuta. Quella citata sopra è la teoria di Marija Gimbutas, la più accreditata tra gli studiosi. Altre teorie danno la loro origine in Anatolia, nell’Europa del nord o in Asia.

«Il proto-indoeuropeo non è da intendersi come una lingua unitaria, ma più come un insieme di tratti lessicali e morfo-sintattici comuni alle varie parlate dei popoli indoeuropei. Questi popoli erano infatti nomadi perché pur conoscendo l’agricoltura non avevano ancora le tecnologie adatte per potersi stanziare. Si sa per certo che furono tra i primi popoli ad addomesticare il cavallo, che fu determinante per la loro espansione.

«Iniziarono a stanziarsi intorno al 3500 a.c. e ogni volta che un popolo indoeuropeo si staccava da un altro per trovare una terra, dava origine nel tempo a quelli che oggi sono i diversi rami della famiglia indoeuropea».

Sin qui la narrazione di GeoCurrents Map, annegata nell’incultura a sua insaputa. Di seguito introduco la mia narrazione.

La prima delle due mappe vorrebbe evidenziare come una “originaria” lingua indo-germanica (o indo-europea), nata soltanto 6000 anni fa (nel 4000 av.C.), ebbe la forza di allargare i propri confini sino ad abbracciare metà del mondo attuale. (Manca la mappa, dove si narra che – a un’analisi più attenta – la stessa lingua indo-germanica ha esteso ulteriormente le sue leggi fonetiche, investendo anche le lingue oggi note come sino-nipponiche1). Manco a dirlo, i sostenitori di questa teoria inducono a credere che una sola lingua abbia avuto la potenza di espandersi rapidamente a tal punto da inglobare (o domare) lentamente ogni altra parlata.

Si badi che i sostenitori di questa teoria sono gli stessi che negano scientificità alla narrazione biblica di una Lingua Unica nella più alta antichità. Due pesi e due misure.

Altra nota importante: la mappa riprodotta da GeoCurrents Map – evidentemente precedente ai nuovi confini, altrettanto allucinati, tracciati da Bomhard – ha escluso rigorosamente tutta l’Africa (eccetto la parte colonizzata dagli Europei), ha escluso anche l’intera Arabia, l’antica terra di Canaan e l’intera Mesopotamia. Ha pure escluso le parti geografiche interessate dall’espansione turca.

Che l’attuale Turchia ne venga esclusa, sarebbe un pugno nell’occhio, poiché gli stessi teorici dell’indo-germanico sostengono che la lingua hittita sarebbe indo-europea (o, che è lo stesso, indo-germanica, talché qualcuno pone l’origine dell’indoeuropeo in Turchia). Evidentemente la prima mappa vuole rimarcare soltanto la presenza attuale delle cosiddette lingue “indoeuropee”.

In effetti, la seconda mappa è più precisa (dal loro punto di vista), poiché non solo indica nell’Ucraina-Caucaso il focus originario dell’indo-germanico o indo-europeo (lasciando imprecisata la collocazione del suolo turco), ma traccia le direzioni delle varie ondate. Così veniamo a sapere che gli Italici furono l’ultima ondata indo-germanica, discesa dalla Germania tra il 2000 e il 1000 avanti Cristo. Davanti a lingue molto simili al latino, aventi un impianto recentissimo, è strano che Giulio Cesare dopo soli 940 anni avesse avuto bisogno degli interpreti non solo per dialogare con i Germani ma anche con i Celti padani e con quelli della Provenza. Tra lingue così affratellate, almeno nel passato, questo sarebbe totalmente assurdo.

Non c’è che dire: la “teoria indo-germanica” (o “teoria ariana”) è colma di contraddizioni, colma di paludi gnoseologiche, che peraltro io ho gia annotato nei miei numerosi libri. Considerata la relativa dirompente giovinezza della “lingua indo-germanica” (una lingua puramente immaginaria a detta dei suoi stessi inventori, visto che ogni sua parola è annotata con l’asterisco, persino con due o tre asterischi: un marchio convenuto per indicare sottovoce l’inesistenza di quella “lingua” o “proto-lingua”), nella sua supposta nascita e nei supposti spostamenti assistiamo a un autentico miracolo geo-antropico, che attende di essere spiegato. Infatti, se l’Homo Sapiens si presentò nel Mediterraneo 40.000 anni fa, egli dovette tardare ben 34.000 anni per farsi valere come gruppo e per cominciare la colonizzazione linguistica dell’Eurasia. Anzi, stando alla teoria “ariana”, all’Homo Sapiens un proprio movimento colonizzatore non riuscì affatto, e la sua genia dovette starsene “in sonno” 34.000 anni, dopodiché vediamo emergere finalmente un gruppo distinto (un eso-gruppo “caucasico” forse generatosi presso un altro focus: in Ucraina?) che impone la propria lingua ed incanta il mondo con la sua pelle chiara e la testa bionda. Stando a tale teoria, supponiamo che l’Homo Sapiens Africanus dovette sparire non appena mise piede sul Delta. Tetro, scientificamente tetro.

Non è possibile aggiungere a questa tetraggine culturale altra tetraggine, ossia non è possibile aggiungere qui la discussione del fatto clamoroso (ma losco) che da 170 anni i linguisti germanici – iniziatori di questa astuta ideologia – abbiano persino inventato una serrata serie di “leggi fonetiche” (corredate ovviamente delle necessarie ”inspiegabili” eccezioni) mirate a inquadrare e saldare in un ferreo reseau il loro castello incantato.

Però almeno una tra le tante leggi fonetiche merita menzione, perché essa è quasi la “spina dorsale” del magico impianto dell’”arianesimo”. Si tratta della famigerata suddivisione dell’indo-germanico tra lingue kentum e lingue satǝm (due diversi modi per dire ‘cento’).

La celeberrima suddivisione centum-satǝm (kentum-šatǝm) dovrebbe avere per base, secondo gli “arianisti”, una inesistente parola *kṃtóm, inventata come isoglossa della cosiddetta “famiglia indo-germanica”, da cui sarebbe partita (secondo i fumi di fantasia delle Accademie) la differenziazione delle tre consonanti dorsali “ricostruite per il proto-indoeuropeo” (si badi, “ricostruite”, ossia mai esistite in realtà). Queste fantomatiche consonanti ricostruite a tavolino sono *kw (labiovelare), *k (velare), *ḱ (palatoalveolare).

I due termini centum-satǝm  proverrebbero, secondo le Accademie, dagli stessi concetti di “cento” espressi da due lingue rappresentative dei due gruppi (che sono: 1. il latino centum, 2. l’avestico satǝm), ambedue derivanti dal supposto *kṃtóm.

Ovviamente, non si troverà nemmeno un indoeuropeista (indo-germanista) capace di dimostrare (di dimostrare scientificamente) com’è che in origine esistette un *k che poi si sarebbe differenziato in *kw (labiovelare), *k (velare), *ḱ(palatoalveolare) da cui – per incantamento – si sarebbe poi originato il celeberrimo s– o š– di satǝm nelle lingue baltiche, slave, iraniana, nonché in quella propriamente ”ariana”, individuata nell’antico indiano.

Le lingue chiamate centum sono caratterizzate, come si nota, da articolazioni velari, mentre le lingue satǝm hanno «articolazioni interiorizzate (affricate palatali) o nettamente anteriori (sibilanti)». Le precedenti parole tra virgolette sono formulate dagli indoeuropeisti, i quali si guardano bene dal rendere conto, scientificamente, delle proprie affermazioni (tanto per avere adeguate informazioni iniziali, prego controllare in Wikipedia e poi in tutti i libri ivi citati a nota).

Quanto alla geografia della suddivisione qui presentata dagli indoeuropeisti/indogermanisti, le lingue centum prevalgono ad ovest (lingue germaniche, celtiche, latino, lingue romanze, greco) mentre le lingue satǝm stanno ad est, tra Eur-Asia vicino-orientale ed Asia (escluso il tocarico A e B scoperto tra Cina ed Himalaya, che, “eccezionalmente”, è lingua centum).

Un’altra breve nota, prima delle conclusioni. Poiché per il latino non si riesce a dimostrare che la sua –c– avesse in origine la pronuncia gutturale (/k/), questo ingombrante problema inficiava alla base la “legge kentum-satǝm“ ed occorreva rimediare in qualche modo, anche per salvare la faccia dei glottologi tedeschi che si erano esposti. Fu così che tutte le Accademie presero a prestito la pronuncia sarda (bittichese kentu), affermando con sicumera che nel centro-Sardegna il latino antico si è cristallizzato e tale cristallizzazione mostra ancora oggi l’ossatura vera dell’antico latino. Tanto per consolidare questa buffa teoria, inventarono anche altre teorie di contorno sulle origini della lingua sarda, che qui è inutile discutere perché la discussione è già avvenuta nel mio No.F.E.L.Sa, oltreché nella mia Grammatica Storica.

Per concludere, dunque, mi resta soltanto da affrontare l’intero problema di centum-satǝm con l’unico strumento scientifico disponibile, che è l’etimologia. Soltanto così, senza alcuna fantasia, possiamo mettere ogni cosa al suo posto e, nel contempo, smascherare un’intera stagione di imbrogli.

Il lat. centum corrisponde all’it. cento, al sass. tzéntu, al log. kentu ‘cento’ (si notino le varie pronunce). È chiaro che le tre forme tirreniche qui citate sono fonicamente distinte ed ognuna, almeno nell’area tirrenica, indica il numero 100.

L’arcaica base etimologica per ognuna delle tre voci sta esclusivamente nella lingua egizia. Ciò non ha niente di paradossale, considerata la complessità dell’egiziano dovuta alle perenni millenarie migrazioni, avvenute lungo l’interminabile corso del Nilo.

1) Il sassarese tzentu si riscontra nell’eg. ṭemṭ ‘to do addition’, ‘the whole number, the result of addition, the total’, ‘in all’; ṭemṭiu ‘multitude, everybody’, ṭemṭi-t ‘a stated time, a time reckoned upon, un tempo stimato’, Ṭemṭiu ‘the entire company of the Gods’. Si può notare che con queste parole, specialmente con l’ultima, si esalta la molteplicità.

2) Si osservi anche l’eg. ṭemtch-t (leggi tzemč) ‘in all, altogether, total, summation’. Da questa forma egizia s’intuisce la transizione che nei secoli successivi ha portato alla sorta di metatesi tirrenica coagulatasi nell’italico cento attraverso una metatesi.

3) La voce logudorese-bittichese kentu (ed il lat. centum, se fosse giusta l’ipotesi della sua lettura come *kentum) si riscontra nell’eg. khentu ‘preeminence, exalted condition’; khenti ‘to advance, bring forward, promote a man to high rank’.

4) Nell’Antico Egitto, oltre al concetto evidenziato dal precedente khentu, khenti (e da decine di loro derivati che qui ometto), esisteva anche il numero noto propriamente come ‘100’: è scritto con un grafema molto simile al lat. C = ‘cento’ (un geroglifico somigliante a un orecchio che si avvita a spirale tipo chiocciola). Si può dunque affermare che il lat. C non è originale: già nei secoli successivi alla fondazione di Roma fu importato nel Tirreno dall’Antico Egitto. Il geroglifico indicante 100 è pronunciato sha-t (leggi šat) in egizio: lo stesso accade nella pronuncia copta. È impossibile far finta di niente: questa fonetica egizia è la stessa che riappare nel concetto di “100” ad Est della Mesopotamia: satǝm, šatǝm.

Da quanto ho evidenziato circa le quattro etimologie egizie, i concetti basilari e la stessa fonetica sortirono tutti nella Valle del Nilo: khenti sta da moltissimi millenni nel nord-Sardegna mentre sha-t seguì evidentemente la migrazione del Sapiens verso Est e riapparve dall’Iran in là. Ma cfr. Šatt-al-arab, la parte terminale della Mesopotamia dove confluivano e si mischiavano il Tigri e l’Eufrate. Il toponimo non fu creato dagli Arabi 1300 anni fa (come viene falsamente proposto) ma preesisteva, essendo composto dall’eg. ša-t ‘cento’ + åri abu ‘to make a stoppage, cease’. In origine non significò “le dolcezze degli Arabi” (un’autentica sciocchezza) ma ‘I Cento sbocchi’, ed indicava l’immenso pantano deltizio, la grande valle paludosa che consentiva a gran parte della popolazione sumerica di vivere comodamente di caccia e di pesca.

Credo che a questo punto la magica suddivisione centum/satam, presentata dagli indoeuropeisti, si rompa davanti ai nostri ed ai loro occhi. Ulteriore elemento di rottura si scopre pure nel francese, che è lingua ša-t/satǝm– (vedi cent: leggi sent); e nota anche la pronuncia anglosassone di cent.

Ciononostante, credo che lorsignori non si scomporranno nemmeno adesso, e magari diranno che l’antico francese subì il “collasso” della velare k– in sibilante s-. Lo dicono, lo diranno, ma non lo hanno mai dimostrato: non hanno mai dimostrato la loro asserzione, quindi non sappiamo perché e come dovrebbe essersi verificato un “collasso”. Essi dicono soltanto che il fenomeno delle “lingue neolatine” ha sue leggi particolari (ovviamente anch’esse inventate a tavolino per giustificare le differenze plurimillenarie tra le lingue). Qui termina ogni loro discorso. Un epilogo doloroso, immerso nella non-cultura.

Invero, la realtà è molto semplice ed apprendibile, e dimostra che dall’epoca del Sapiens (da 40.000 anni fa) le quattro versioni egizie si espansero nel Mare Nostrum, si mescolarono, si radicarono qua e là, lasciando ovunque nel Mediterraneo singole indelebili impronte, ed emigrando corposamente anche al dilà della Mesopotamia.

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