Seleziona una pagina

I – PELLITOS SARDOS

Tito Livio XXIII 40 scrive: «(In Sardinia Titus Manlius praetor) Cum his equitum peditumque copiis profectus (a Karalibus) in agrum hostium haud procul ab Hampsicorae castris castra posuit. Hampsicora tum forte profectus erat in Pellitos Sardos ad iuventutem armandam qua copias augeret; filius nomine Hostus castris praeerat. Is adulescentia ferox temere proelio inito fusus fugatusque». Traduzione di Gian Domenico Mazzoccato: ‘In Sardegna, il pretore Tito Manlio partì da Cagliari con questa massa di cavalieri e fanti, e pose il campo in territorio nemico non lontano dall’accampamento di Amsicora. Caso volle che in quel periodo Amsicora fosse partito per arruolare dei giovani presso i Sardi Pelliti, nell’intento di rinforzare il suo esercito. A comandare gli accampamenti era suo figlio Hosto il quale, fatto spavaldo dalla giovane età, venne sconsideratamente a battaglia ma fu sbaragliato e messo in fuga’.

La mia più attinente traduzione del secondo periodo è la seguente: ‘Caso volle che in quel tempo Amsicora fosse andato ad (arruolare) soldati professionali (più precisamente: astati sardi) al fine di dare nerbo alle reclute e con ciò rinvigorire l’esercito’.

Ciò stabilito, occorre fare definitiva luce sulla millenaria questione dei “Sardi Pelliti”. Livio scrive Pellitos Sardos, non Sardos Pellitos, e già questa costruzione fa meditare. Fatto sta che ogni storico, ogni filologo, ogni latinista ha sempre interpretato il liviano Pellitos Sardos come ‘Sardi vestiti di pelli’, peraltro generalizzando, ossia propalando al mondo che Livio voleva intendere che “i Sardi vestivano tutti con pelli di pecora o di capra”. Ma questa, oltre ad essere una illecita generalizzazione, peraltro frutto d’ignoranza, come vedremo, è una traduzione volutamente collegata soltanto al lat. pellis ‘pelle’1 nonostante altre traduzioni disponibili. Questa uni-direzionalità interpretativa ha prodotto un epiteto assai banale poiché il vestirsi di pelle – dappertutto nel mondo – non fu mai costume nazionale, per quanto fosse uso normale in Mongolia come a Sumer, tra i Vikinghi e tra gli Ebrei, in Sardegna e persino a Roma, dove indossavano notoriamente la pelle, oltre ai pastori, persino alcuni portainsegne dell’esercito ed i partecipanti ai Lupercàlia.

È sin troppo facile riposare in una apatica ambiguità quando si parla di “pelliti”. Un’ambiguità che galleggia, confondendoci da due millenni, e piacque persino a Marco Tullio Cicerone, il quale colse occasione per legare cinicamente l’idea delle “pelli” alla “sporcizia fisica” e persino alla “sporcizia morale” dei Sardi, nessuno escluso (Pro Scauro 22,46).

Nel tentativo di chiarire l’intera questione, il primo ostacolo da rimuovere è il cognome sardo Pillitu, guarda caso identico all’epiteto liviano pellitus. Ebbene, nel Campidano meridionale la voce pillitu indica ‘l’organo sessuale della donna, la figa’. Massimo Pittau, nello scrivere il libro sui Cognomi della Sardegna, non ci pensò due volte a sentenziare che questo cognome significa ‘figa’. E poiché ogni cognome non è altro che un antico nome personale, Pittau non si rese nemmeno conto dell’enormità della propria affermazione, visto che nessuna madre, nessun padre avrebbe mai chiamato ‘Figa’ la propria figlia, tantomeno il proprio figlio2.

Peraltro, in quest’indagine occorre indagare pure il cognome sardo Pili, Pilo, che pare contenere lo stesso radicale del cognome Pillitu e del liviano Pellitus. Ammettiamolo, Pilo ha la stessa base del lat. pīlum ‘giavellotto d’assalto’ (era la micidiale asta romana per l’uso ravvicinato, usata un attimo prima del corpo-a-corpo): è arduo trovargli un altro significato. Con tutta evidenza, in origine Pilo fu un nome sardo virile, non necessariamente provenuto da Roma. Connesso a questo radicale va citato anche il verbo lat. pellĕre ‘battere, percuotere, colpire’. Ma vedi anche il camp. impellidóri ‘attizzatoio del fuoco’.

Nell’avvicinarci al vero significato di Pellitus, occorre premettere un’altra considerazione importante: Livio distingue nettamente i Sardi già intruppati nella compagine di Amsicora (indubbiamente erano non-pelliti) ed i Sardi che il comandante va a cercare (ossia i pelliti), i quali senza dubbio furono contattati non tanto per costituire un rinforzo numerico, ma perché era gente addestrata alla guerra rispetto ai giovani dell’Arborèa ch’erano stati coinvolti nelle vicende di Amsicora. I Pelliti stavano altrove, non si sentivano direttamente investiti dall’invasione dei territori cerealicoli dell’isola, ma – ecco il particolare – rivestivano un rango o una professione diversa da quella dei contadini e dei pescatori arborensi.

L’asfittica e monolitica fissità nel considerare i “Sardi Pelliti” come “Sardi vestiti di pelli” non lascia scampo se non percorriamo altre e più fruttuose vie interpretative. Il percorrerle comporta anzitutto rompere il vincolo ideologico espresso dalla miope e innaturale teoria che la lingua sarda derivi da quella latina; in forza di tale teoria nessun’altra interpretazione sarebbe lecita sul lessico della Sardegna. Ebbene, a disdoro degli affiliati a tale teoria, osservo che essa li ha portati a tale sfinimento, da non consentirgli nemmeno di tessere, con tale teoria, un semplice ragionamento, che è il seguente. Tenendosi saldamente sul piano “sardo < latino”, gli accademici, ed ovviamente i latinisti, avrebbero dovuto accorgersi che i pelliti somigliano stranamente al lat. velīti (ricordo la tendenza dei Sardi a raddoppiare la –l– davanti ad /ī/); e se il lat. velītes è un aggettivale, non vedo perché non debba esserlo anche pelliti. I velītes romani erano un ‘corpo speciale formato da soldati pronti ad incursioni rapidissime fuori dei ranghi normali’ (Livio XXI 55), armati normalmente con due aste, normalmente dei pili, con i quali riuscivano spesso a sgominare l’intera fronte dell’esercito nemico. Se qualche lettore non è del tutto convinto dell’identità pelliti-velītes a causa di quella fastidiosa v-, allora gli ricordo che i velītes prendono il nome proprio dal pīlum ‘asta, lancia’, il quale – guarda caso – ha la stessa iniziale p– di pelliti. In latino i micidiali pīla sono anche detti velitares hastae, ossia ‘lance d’assalto’ (cioè ‘lance in dotazione ai veliti’).

In italiano il nome del pericoloso pīlum sopravvive nei verrettoni (ecco nuovamente lo scambio p– > v-, e viceversa, nonché lo scambio /l/ > /r/ e viceversa). Essi nel Medioevo costituivano ‘ferri da lanciare a mano o con la balestra’, un ‘tipo di frecce molto lunghe e robuste’.

È sperabile che nessuno dei latinisti, cui il mio ragionamento è diretto, dopo essersi convinto grazie alle evidenze qua prodotte, voglia adesso rinserrarsi nuovamente nella propria teoria per sancire che il sardo pelliti deriva rigorosamente dal lat. velītes, poiché niente di quanto tramandato dalla storia a questo riguardo lascia intravvedere una dipendenza del termine sardo dal parente d’oltre-Tirreno. Occorre invece postulare una radice comune alle due parole, vegetata in reciproca millenaria autonomia, la quale può essere osservata primamente nell’arcaica lingua egizia. Però, attenti alla lingua egizia! Occorre conoscerne bene la grammatica ed essere avvertiti che gli Egizi erano refrattari alla /L/: dovunque essa s’annidasse la assimilavano inesorabilmente alla /R/. Inoltre, molto spesso la /e/ espressa comunemente dagli egittologi per riempire il vuoto vocalico della grafia consonantica egizia, in Sardegna si riaffaccia spesso come /i/.

Quindi la base etimologica di pelliti-velītes è l’eg. peri ‘fighting man, warrior, mighty man of war’, perru ‘those who come out or go out, attackers’, perå ‘he who attacks’, per-ā ‘war, bravery’, ‘hero, mighty man, warrior, fighter, soldier’, per-t ‘battlefield’, ‘vigour, strength, attack’, perti ‘mighty one, might, strength, a professional soldier’; per-ā ḥa-t ‘hero, brave man’, per ḥa-t ‘a bold, brave man; uomo audace, coraggioso’. Con più precisione, Pelliti va confrontato con l’eg. perti ‘a professional soldier’ ed anche con l’eg. per ḥa-t ‘uomo audace, coraggioso’. Ecco risolto il mistero dei Pelliti, del cognome sd. Pillitu, del cgn. Pilo, nonché degli stessi Velītes.

L’occasione ci consente di ricollocare in questo campo semantico anche i cognomi sardi Pira, Piras. Essi hanno la variante /R/ al posto della /L/ di Pilo, Pili; purtroppo il maggiore o minore retaggio fonetico egizio in Sardegna non è più facilmente misurabile. Si evidenzia specialmente presso i Sassaresi (che mutano sempre la /L/ in /R/); si nota un po’ anche presso i Cagliaritani; ma una /L/ pronunciata quasi come la uvulare /R/ dei Parigini sopravvive ancora in Quartu e in parecchi altri villaggi sardi del sud Sardegna. Però è oramai certo che entro questa generazione la pronuncia uvulare della /L/, sempre più affievolita ed oramai sconfitta dalla fonetica italianizzante dei giovani, sparirà dal Sud Sardegna.

Barbaricini. Entro questo rinnovato contesto, il frettoloso viaggio di parecchi giorni fatto dal danaroso Amsìcora fa capire che i Pelliti arruolabili stavano lontani dall’Arborèa, quasi certamente nella zona d’insediamento dei Barbaricini (o, che è lo stesso, nell’ampio territorio degli Ilienses). Non possiamo sottovalutare il soccorso delle etimologie nel chiarire quest’argomento. Pari soccorso ce lo dà l’interpretazione.

Anzitutto va chiarito una volta per tutte che Barbaricìni è un composto sardiano con base nell’akk. arbu ‘(montagna) aspra, incolta’ + rīqu(m) ‘libero’ + akk. enu ‘signore, lord’ (stato costrutto arba-rīq-enu > [b]arbarikinu > barbaricínu). Il significato sintetico è ‘libero signore delle montagne’. È noto infatti che i Romani ebbero pieno uso soltanto dei territori di pianura o collinari, ma non di quelli pertinenti agli Ilienses, costituenti l’asse montuoso centro-orientale della Sardegna. Quindi Barbaricini è un aggettivale molto antico, preromano, né più né meno come l’altro aggettivale Ilienses.

Ilienses. Anche l’etnico Iliènses indica un popolo che abitava le stesse montagne interne dell’isola. Barbaricini o Ilienses, fanno differenza di poco conto. E poco importa se i Romani credettero veramente all’origine troiana degli Ilienses, un’origine identica a quella degli stessi Romani. Ma se ammettiamo che ci abbiano creduto, sorge un forte sospetto: perché i Romani, anziché ingraziarsi in tutti i modi questa popolazione “sorella” e farle – come suol dirsi – “ponti d’oro”, l’hanno invece combattuta senza esclusione di colpi e di mezzi? In realtà Ilienses ha base etimologica nel sum. ili ‘uomo’ + en ‘signore, dominatore (ossia libero)’ + še ‘una qualità di latte’: ili-en-še ‘popolo libero produttore del latte X’ (ovviamente si trattava del pecorino romano, che significa ‘pecorino delle montagne’, cfr. ebr. rōmēm ‘elevato’, rūm ‘altezza, altitudine’).

Osserviamo che l’etnico Barbaricini ci ha dato una qualche informazione sulla socio-economia dei ‘liberi signori delle montagne’. A sua volta l’etnico Ilienses integra queste informazioni precisando che i montanari producevano prevalentemente latte ovino. Una terza informazione è data dall’aggettivale Pelliti, onde sappiamo che questi montanari, forse per sovrapopolamento o per mera tradizione, educavano dei guerrieri che in qualsiasi momento potevano essere ingaggiati per un conflitto. Questo tipo di socio-economia riverbera un po’ quella che dominò per molti secoli presso gli Spartani, i quali fornirono per tanto tempo in Anatolia e in Mesopotamia i migliori guerrieri ed i migliori generali, ingaggiati come mercenari, specialmente dopo le guerre persiane. Leggi ad esempio, l’episodio finale dell’Anabasi, dove il generale spartano Tibrone, in cerca di validi combattenti per far guerra a Tissaferne e Farnabazo, assunse in massa “a scatola chiusa” i reduci dei 10.000 guidati da Senofonte, considerandoli espertissimi e tempratissimi dopo l’interminabile fuga che li aveva portati sull’Egeo attraverso infiniti scontri vittoriosi in territorio persiano.

Mancando testimonianze storiche, è impossibile fare un parallelo tra gli Spartani della decadenza ellenica e gli Ilienses della decadenza nuragica, quella decadenza seguita alle celebri guerre portate in Oriente dai Sea Peoples e dagli Shardana a metà del II millennio aev. (in pieno fulgore nuragico). Ma possiamo tranquillamente interpretare che l’inevitabile “codazzo” di quelle guerre, ch’erano organizzate a ondate, fu l’instaurarsi di una tradizione “marziale” che consentiva agli Shardana (ai Pelliti di Sardegna) di offrire sempre nuove leve addestrate al combattimento.

Berrùda. Ora non possiamo concludere il discorso sui Sardi Pelliti senza farvi rientrare di diritto la voce sarda berrùda, la quale ha la stessa radice e gli stessi contenuti. L’occasione ci consente di notare che, al pari di centinaia di altri vocaboli sardi, quest’ultimo sortisce nella parlata sarda con la /R/ mentre vocaboli consimili conservano la /L/. Berùdu in log. è il ‘verruto, forcone di ferro’ (antica arma usata dai Sardi). In generale berrúdu è una parola antiquata per designare l’antica arma (Stat. Sass. III, 11 (85 r): o uirga ouer verrutu o maça de ferru. Per la discussione e l’etimo di berùdu dobbiamo investire proprio berrùda, la quale nei documenti in camp.-log. ant. si trova spesso nel sintagma kita de verruta (CSMB 2); qujda de berruda (CdL 52 (16 v); 53 (17 v), ch’era, secondo la spiegazione dello Spano, ‘il consiglio degli anziani, “così detto perché questi portavano il verruto (vedi berùdu) per giudicare” (citazione di Wagner DES I, 198).

Secondo Wagner la voce equivale al lat. verutus, verrutus (una sorta di giavellotto il cui nome appare già in Ennio, riappare ai tempi di Mario, per essere poi citato da Dionigi d’Alicarnasso durante l’Impero, e infine da Vegezio nel IV secolo3).

Di questo collegio giudicante Paulis ha discusso in Studi sul Sardo Medioevale per parecchie decine di pagine, portando il lettore – mercé una faticosissima esposizione degna di miglior causa – a condividere con lui delle etimologie assurde e disastrate, il cui esito trionfante sarebbe che kita equivarrebbe a quartiere (la quarta parte della città che per una settimana al mese doveva richiamare in servizio un corpo di guardia [sic!]: vedi SSM 26); mentre berruda sarebbe proprio la pericolosa asta, il pericoloso forcone di cui abbiamo discusso alla voce berùdu. E così tutti i linguisti di tradizione “romanza” si sono trasmessi in eredità, grazie al Paulis, la convinzione che quei giudici entrassero armati dentro il sinedrio, e che il sinedrio prendesse il suo particolare nome proprio dal giavellotto (sic!). Notevole questa sicumera del Paulis, che in tal modo capovolge tutta la storia e tutto il diritto antico, tanto per soddisfarsi e soddisfarci con un ragionamento cervellotico, pazzesco.

Invece la questione non si risolve così, poiché la base etimologica della denominazione kita de verruta sta, quanto a kita, nel sum. ki ‘luogo, insediamento’ + tu ‘leader’; quindi in origine kitu indicò gli ‘anziani’, gli ‘optimates del villaggio’, i quali per loro natura erano chiamati nei collegi giudicanti ed in quelli amministrativi. L’etimo di verruta a sua volta si basa sull’akk. bērūtum (a collegium of officials) < bērum ‘selected’; anche ‘elite of soldiers’; ‘an administrative body’. Quindi kita de berruda (o verruta) denomina letteralmente un ‘corpo amministrativo o giudicante scelto tra gli anziani del luogo, specialmente tra il corpo militare’. Nient’altro.

Ilienses mastrucati. Abbiamo accennato più su all’avversione di M. Tullio Cicerone contro i Sardi Pelliti, da lui preferibilmente chiamati Sardi mastrucati. Attilio Mastino4 scrive acutamente che «va esclusa ovviamente un’origine troiana per gli Ilienses, dato che si è potuto accertare una paretimologia dotta per il nome di questo popolo, da riferirsi alla fine dell’età repubblicana, comunque risalente ad epoca precedente le Storie di Sallustio: gli Ilienses sardi peraltro erano noti ai Romani da almeno due secoli, fin dalla campagna di Marco Pinario Rusca del 181 a. C., allorché si erano ribellati assieme ai Còrsi. Pomponio Mela afferma espressamente che gli Ilienses sono il popolo più antico dell’isola (in ea populorum antiquissimi sunt Ilienses) e dunque si tratta sicuramente di una tribù locale, quasi certamente “autoctona” e barbara; essa credo debba essere dunque riferita ad ambito indigeno o meglio barbaricino… Sull’altro versante, va parimenti esclusa un’origine greca degli Ilienses».

Condivido le osservazioni fatte dal Mastino sugli Ilienses, anche se sono largite “a flash”, “a volo d’uccello”, acriticamente, nella fretta di transire fulmineamente e planare sui soliti equivoci mai risolti. Quindi non condivido il seguito del Mastino, allorché sembra voler ampliare il discorso sugli Ilienses ma plana invece (quasi in volo pindarico) sull’affermazione che «il nome dei Sardi Pelliti sembra far riferimento alla mastruca, il tipico abbigliamento dei Sardi dell’interno, tanto disprezzato da Cicerone, che parla di mastrucati latrunculi per le vittorie di Albucio e di pelliti testes per il processo contro il proconsole Scauro; Ninfodoro di Siracusa, che scriveva in età ellenistica, racconta che la Sardegna è una straordinaria terra di armenti e che in essa esistono delle capre le cui pelli gli indigeni utilizzano in guisa di indumenti; e che, sempre in queste stesse pelli, i peli lanosi sono lunghi, etc.».

Si può notare che Mastino non fa che perpetuare come un’ossessione la storiella dei Sardi “vestiti di pelli”, e quasi compiaciuto trascina con sé le affermazioni-fotocopia tramandate in duemila anni da tutti gli antichi scrittori, i quali evidentemente, di per sé, erano abituati al copia-incolla senza mai l’ambizione di ripulire la propria dignità di intellettuali, senza mai un tentativo di dare veste critica alla storiella ereditata.

Oltre a tutto ciò, Mastino rincara scrivendo: «Più esplicitamente Isidoro, riprendendo nel VII secolo Cicerone e Gerolamo, precisa: mastruca autem dicta, quasi mostruosa, eo quod qui ea induuntur, quasi in ferarum habitum transformentur». Mastino ha proseguito a citare accenni ai “mastrucati”, inanellandoli persino con la tetra definizione d’Isidoro, e supponendo inoltre che a vestire pelli di capra fossero esattamente i Gurulesi (attuali Cuglieritani), anche in virtù del fatto che lo stesso Lamarmora 170 anni fa ricorda il fatto curioso che nel Montiferru tutti i pastori vestivano sempre con pelli di montone.

Il lettore può constatare che Mastino è rimasto irretito dalle storielle dei Sardi Pelliti, rafforzate a loro volta con le analoghe storielle dei Sardi mastrucati, ulteriormente saldate all’impressionante citazione d’Isidoro. Operando in tal modo, Mastino non ha mostrato alcun colpo d’ala che gli consentisse di razionalizzare l’intero racconto e di tirarsene fuori con onore. Anzi, ha tirato per la giacca persino il Lamarmora al fine di sancire definitivamente le proprie credenze e di venderle come tali ai propri lettori.

Indubbiamente l’uso notato dal Lamarmora era ampio tra i pastori sardi. Anche a me in gioventù è capitato di trovare qualche pastore vestito a questo modo in qualche area della Sardegna, non dappertutto però, tantomeno in Barbagia; con la mastruca figurano anche i pastori raffigurati dal grande pittore Giuseppe Biasi. L’uso di questo pastrano è venuto a cessare soltanto mezzo secolo fa, anche perché oramai la pastorizia nomade o brada nell’isola è scomparsa e gli allevatori sono diventati cittadini ad ogni effetto.

E tuttavia, tanto per razionalizzare fin quando è consentito, possiamo dire che della voce mastruca non è mai stata indagata l’etimologia, ed ovviamente non bastò la buona volontà di Isidoro di Siviglia, grande indagatore dei significati dello scibile antico ma privo di strumenti adeguati alla bisogna. Però Mastino avrebbe dovuto capire che un etimo, sancito finalmente con criterio moderno, scientifico, dovrebbe aiutare a delineare meglio la funzione dello storico cappotto. La base è il sum. maš ‘twin, gemello’ + tur ‘illness, disease; malessere, malattia’ + kar ‘to flee, sfuggire, rimuovere’. In origine maš-tur-kar significò ‘doppia rimozione del malessere’, o ‘(indumento che) rimuove due malanni’

Spesso ci accorgiamo che l’etimologia aiuta in gran parte ma talora non copre “l’ultimo miglio”. In questo caso, possiamo percorrere questo con l’interpretazione (un impegno cui l’Accademia sarda rinuncia). M’impegno io a render conto dell’”ultimo miglio” cominciando da una riflessione fondamentale: sarebbe assai strano che i pastori usassero dappertutto la mastruca pure d’estate. Per quanto ne rivolgessero la caldissima lana all’esterno, non per questo indossare quel pesante fardello alleggeriva l’afa e il solleone: al pastore che gestiva un gregge era molto più agevole ripararsi presso le miriadi di alberi che anticamente punteggiavano ogni area sarda, ivi compresa l’Arborèa. Ad esempio, addossata a quegli stagni c’era la grande foresta di Sant’Anna, che in ultimo fu incendiata dai Piemontesi per scacciarne i banditi.

Ripeto, dobbiamo capire meglio il ruolo di questo pastrano double-face, uscendo dagli schemi retrivi che sinora hanno imbalsamato ogni volontà di chiarimento culturale. A mio avviso, il ruolo della mastruca era duplice: 1. scacciare il freddo d’inverno, e ciò era utile ai pastori montagnini transumanti, i quali non disponevano nemmeno di una capanna a causa della perenne mobilità; peraltro la mobilità in terra estranea li esponeva a furti e grassazioni, onde il pastore, isolato ma armato di fucile, stava all’erta giorno e notte, costretto all’addiaccio per ascoltare ogni stormir di fronda (anche queste situazioni sono state da me verificate di persona); 2. Il secondo ruolo della mastruca era di proteggere dalle zanzare d’estate, ossia di scampare alla malaria, dalla quale l’isola era infesta principalmente lungo le ampie regioni lagunari dell’Arborèa e del Cagliaritano. Chi ancora oggi s’attarda a dire che i Sardi ignorassero la trasmissione della malaria tramite le zanzare, non sa cosa dice, e non fa che ripetere stantie considerazioni fatte a tavolino dai soliti “dotti”. Peraltro è ancora il grande e potente Giuseppe Biasi ad aver dipinto i pastori quasi tutti abbondantemente barbuti. E francamente, per un pastore stanziale, che di notte si rifugiava col gregge nel vicino villaggio, durante il giorno la mastruca, la barba e sa berritta erano dotazioni sufficienti per difendersi dai nugoli dell’anofele.

Quindi dobbiamo ripartire i pastori del passato in due categorie: a) quelli delle montagne, che scendevano numerosi in pianura soltanto d’inverno, quando la malaria si placava; b) i pochi pastori stanziali delle pianure pantanose, le quali furono storicamente sfruttate da qualche pecoraio dei villaggi viciniori (o da qualche barbaricino azzardoso), in quanto le pianure lagunari non si prestavano affatto all’agricoltura. Queste pianure malariche, sacrificate alla incultura nonostante la feracità, erano fenomeno notissimo, e durarono in quello stato sino alla recente riforma agraria del secolo XX, che per la Sardegna fu un’autentica rivoluzione.

Quindi il fratello di Cicerone in Sardegna ebbe ragione a vedere Sardi mastrucati dappertutto ed a riferire questa meraviglia al fratello avvocato. Quinto non percorse la Barbagia poiché le zone montane erano ancora indomite (appartenevano ai Sardi Pelliti), ma visitò soltanto le aree granarie nonché quelle lagunari dove, assieme ai pescatori, sia d’inverno che d’estate vivevano paradossalmente i rari pastori locali.

M. Tullio Cicerone – ebbro di razzismo e di furore coloniale – chiamò pelliti testes i 120 sardi che si erano presentati a Roma fiduciosi di avere giustizia su quel furfante di Scauro. Ma è meglio rileggere il pezzo (21,45): Haec cum tu effugere non potuisses, contendes tamen et postulabis ut M. Aemilius cum sua dignitate omni, cum patris memoria, cum avi gloria, sordidissimae, vanissimae, levissimae genti ac prope dicam pellitis testibus condonetur? ‘E poiché tu (Triario, avvocato accusatore scelto dai Sardi) non potrai ribattere le mie osservazioni, avrai ancora il coraggio di sostenere che Emilio Scauro con il suo alto prestigio, con il ricordo del padre, con la gloria dell’avo, debba essere sacrificato a questa gente sporca, stavo per dire, a questi testi coperti di pelli?’.

Non è a credere che 120 testimoni sardi, abbastanza eruditi da comprendere perfettamente il latino dei dotti e capaci di presentarsi a testimoniare presso i rostri, fossero andati a Roma indossando un “costume nazionale” inesistente. È che Cicerone, acre nemico dei Sardi che a suo dire dopo 180 anni non erano ancora diventati amici del popolo romano (v. cap. 12,44), aveva dalla sua parte anche il corpo giudicante – ovviamente romano -, e poteva persino permettersi di dileggiare apertamente nel foro i 120 sardi assumendo un’arroganza impressionante per noi moderni, resa tetragona dalla invulnerabilità che gli dava la stessa potenza romana, dominatrice e padrona del Mediterraneo. Cicerone associò il concetto dei mastrucati a quello della “ferinità cavernicola”, ma è l’intera orazione Pro Scauro ad essere ripetutamente punteggiata dal rilievo che tutti i Sardi erano d’origine fenicia, quindi punica, pertanto erano mentitori di razza. Bastava essere identificati come Punici per attirare l’odio atavico dei Romani. E già nel brano precedente (21,45), in uno dei suoi celebri “crescendo”, Cicerone aveva ribadito l’idea della ferinità di questo popolo con la frase Quem purpura regalis non commovit, eum Sardorum mastruca mutavit? ‘Se costui (Scauro) restò onesto dinanzi alla porpora regale, come va che gli fece cambiare metodo di vita la mastruca dei Sardi?’.

Insomma Cicerone, tronfio di romanità e cinicamente venduto al migliore offerente, mostra un’autentica ossessione per la mastruca additandola quale segno inequivoco di primitiva inurbanità e asocialità; anzi egli era ossessionato in toto dai Sardi Pelliti, un appellativo ulteriormente spregiativo nella sua ambiguità e tuttavia celebre, visto che viene utilizzato quale preciso connotato storico e senza febbre razzista da Tito Livio (XXIII 40), il quale era di origini galliche e non avrebbe mai osato, nemmeno per piaggeria verso l’imperatore Ottaviano, di notare in tale aggettivale qualcosa di deplorevole. Anzi. È stata proprio la penna di questo storico, capace di frasi scheletriche ma efficacissime, a tramandare ai posteri un qualificante etnico la cui interpretazione non può lasciare alcun dubbio.

1 Base etimologica di lat. pellis ‘pelle’ è l’eg. per ‘casa’: per i Nilotici la pelle non fu altro che la ‘casa’ entro la quale stava l’essere umano o l’animale. Cfr. lat. follis ‘otre fatto di pelle d’animale’. Sotto questo aspetto, anche il gr. φαλλός è ‘quel coso che si gonfia entro la propria pelle’. Cfr. anche il sum. pel ‘thin, light; poco spesso, leggero’. Rammento ancora che gli Egizi non riuscivano a pronunciare la /L/.

2 Pillìtu è l’equivalente camp. del log. piscítu ‘figa, vulva’. Oggidì Puddu identifica pillítu indifferentemente con l’organo sessuale dei bimbi e delle bimbe; sino a mezzo secolo fa in Logudoro e a Sassari con piscìta s’indicavano indifferentemente i due organi, a prescindere dall’età dell’uomo e della donna. Ambo i termini si confermano a vicenda ed hanno la stessa base etimologica, che è l’akk. pištu, piltu ‘abuso, scandalo’ (così detto perché la nudità dell’organo era tabuica tra i Semiti). La base più antica è però sumerica, da piš ‘rima, forra, spaccatura’ + tu ‘incantesimo’: pištu, col significato di ‘fessura degli incantesimi’ (riferito all’organo muliebre: tutto un programma). Quindi piscítu non è affatto onomatopeico, come propone Wagner, e nemmeno deriva dall’it. pìscio ‘urina’.

3 Nota di Giulio Paulis: Studi sul Sardo Medievale 59.

4 (I Sardi Pelliti del Montiferru o del Marghine e le origini di Hampsicora, in G. Mele (ed.), Santu Lussùrgiu: dalle origini alla “Grande Guerra”, Vol. 1 Ambiente e storia, Nuoro 2005, pp. 141-166).

Share
Translate »