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PREFAZIONE

All’Università, presso le cattedre di Glottologia, di Linguistica Romanza, e simili, siamo stati indottrinati nel modo che tutti sanno. Dopo cinquant’anni dalla laurea, non c’è ulteriore libro da me letto né articolo di rivista o di giornale, scritti da quei cattedratici, che non riporti – quasi goccia che scava implacabilmente la roccia – le stesse teorie identiche da centocinquant’anni.

Poiché io da tanti decenni m’interesso di etimologie della toponomastica sarda, da buon discente mi ero attenuto rigorosamente alla formazione universitaria ricevuta, e nel cercare o nel riformulare le etimologie non avevo mai mancato di rifarmi ai maestri, di tenere nel massimo conto i dizionari etimologici del latino, del greco, dell’italiano, dello spagnolo, né mancavo di accostarmi ai cattedratici viventi o a coloro che ne avevano preso il posto per ragioni d’età. Conoscendo di persona i nuovi professori, miei ex compagni di studi, anche da loro sentivo emanare quella rassicurante aria di sapienza che avevo respirato per tanto tempo, poiché di quegli studenti avevo sperimentato direttamente la dottrina, l’intelligenza, la determinazione che poi li ha fatti emergere sino a conquistarsi la prestigiosa cattedra.

Grande è stata la mia ammirazione per i miei ex colleghi di banco, specialmente per un mio coetaneo divenuto professore di glottologia. Di lui non smisi mai di elevare lodi in pubblico, auspicando persino l’erezione di una statua nonostante sia ancora vivo, per le gioie e le emozioni che ricevetti dalla lettura di nuovi testi con i quali egli illuminava la cultura della Sardegna.

Purtroppo la disciplina cui sottomette lo studio dei toponimi non è acqua di rose, almeno per un glottologo: è un’esperienza che non lascia nulla come prima. Io, assiduo frequentatore delle montagne sarde, avevo per giunta ricevuto ufficialmente il titolo di guida escursionistica del Club Alpino Italiano. L’esperienza geografica e quella glottologica si erano saldate come fratelli siamesi. Dovetti imparare di persona che la toponomastica sarda, nei cui segreti mi stavo immergendo, produce traumi inimmaginabili, almeno se la si affronta con competenza, diuturne elucubrazioni, equilibrio, dottrina, serietà intellettuale. E ci si accorge presto – salvo che un incantesimo non occluda l’indagine – che i toponimi sardi stanno in vita da parecchi millenni, quindi risalgono a molto prima dell’instaurarsi della lingua latina nel Mediterraneo.

Dicevo della serietà intellettuale. È quella che ci pone continuamente al bivio: se si lascia una via, se si abbandonano le vecchie teorie, il sentiero nuovo che decidiamo di percorrere è inesplorato; può persino bloccarsi in mezzo alla foresta vergine; e se vogliamo avanzare siamo necessitati a crearcelo, il sentiero, orientando la traccia in modo da uscire da quel buio tremendo, a formulare teorie più robuste, più credibili, più tetragone, tali da portarci alla meta senza farci rimpiangere il sentiero lasciato al bivio. Ciò a parole sembra persino facile, ma se si ammette che i toponimi sardi sono prelatini, è con i dizionari e le grammatiche prelatine che dobbiamo fare i conti.

Amicus Plato sed magis amica veritas. Presi anch’io le mie decisioni, come Aristotele. Ma ciò non mi evitò di piangere come un bambino, perché le amicizie contano, e capivo che in un baleno l’alea di quell’abbandono avrebbe riversato contro di me una furia vendicativa che avevo letto soltanto nella saga di Edipo e nelle avventure di Odisseo. In effetti, i professori viventi hanno lanciato contro di me, in coro, la damnatio memoriae. Essa ovviamente dura ancora, e durerà oltre la mia morte, per parecchi decenni dopo la mia scomparsa.

Non c’è uno degli amici da me informati, che non rida di ciò. Ognuno di loro pensa ai faraoni, agli imperatori. E ride. Che sarà mai una damnatio memoriae per un uomo di oggi, in piena democrazia e in pieno laicismo? Certo, c’è differenza: io rimango vivo e non perdo la pensione. Se le avessi, non perderei nemmeno le proprietà. I faraoni perdevano invece tutto, a cominciare dal nome, mentre la loro vita e quella dei familiari, priva di valore e di sbocchi, braccata ad ogni angolo, durava sì e no poche settimane.

Però non credo che i faraoni scrivessero libri. Ecco, la damnatio memoriae si è riversata integralmente sui miei scritti, sul mio pensiero. Nessuno conosce le pene che sopporto nella lotta per far sopravvivere il mio pensiero. E poco importa che il mio nome possa riaffiorare, chissà quando, sulle labbra dei docenti universitari. Ciò che non affiorerà mai è proprio il mio pensiero. Persino la mia traduzione della Stele di Nora viene taciuta.

Tutto ciò perché da vent’anni un rigore totale e meticoloso mi oppone ad ogni libro scritto secondo le vecchie teorie. Esse sono saltate, si sono volatilizzate, poiché io le ho ridicolizzate e polverizzate in ognuno dei miei libri, in ognuna delle mie conferenze. La differenza è che io ridicolizzo i miei antagonisti scrivendone e pronunciandone il nome; loro, semplicemente, mi maledicono tacendo e minacciando gli studenti che tentano approcci con me. E quando vado a incontrarli all’Università, quei professori scappano. In futuro questa controversia, da me tenuta viva citando nomi, sarà decisa dalla Storia della cultura.

Dopo aver scritto due Dizionari etimologici ed una Enciclopedia etimologica, oltreché tanti altri libri relativi all’intero scibile sardo, mi sono rimasti sul tavolo, senza stampa, innumerevoli temi testè risolti o facilmente risolvibili, che ho scelto o che posso ancora scegliere per pubblicare altri libri o pamphlets. Io espongo le mie indagini e le mie scoperte scientifiche soltanto in questo modo. Oggi, tra i tanti temi da me riesumati metodicamente, ho voluto denunciare in questo pamphlet soltanto quattro inganni che le Accademie hanno tessuto e mantenuto in vita da tempo immemorabile, imbrigliandoci e soffocando ogni e qualsiasi avanzamento culturale.

Si tratta dei Sardi Pelliti, del Vēr Sācrum, dei Montes Insani (o Mainómenoi órē), della famigerata separazione delle cosiddette “lingue indoeuropee” tra centum e satǝm.

Salvatore Dedola

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