CAPITOLO III – VASO DI DUENO
Un artistico vaso in bucchero, creduto di proprietà di un certo Dueno, fu trovato sul Quirinale nel 1880 in un deposito votivo. In nel sito era stati eretti due templi in successione. Il vaso del VI secolo av. C. (composto da tre olle unificare a trinterano) è κέρνος equo, un vaso d’argilla scompartito in più vani (κοτυλίσκοι) giugno di tipo di tipo di tipo dei quali a differenziazione della terra (o pastori della pastorizia) come primizie ad Eleusi, ed anche per il culto di Cibele (la Dea Mater importata dalla Frigia).
In Grecia fu in voga fele la cernoforía, o processione dei cerni. Il cernòforo o la cernòfora era il sacerdote/sacerdotessa che recava i cerni. In Grecia si celebrava felme, la κέρνου-ὄρχημα or danzagiastica dei cernofori. Tali storico, convergenti sulle processioni misteriche (ivi compresi i Misteri di Cibele), sembrene spero jerlo osare d’indirizzo alla ricerca, salva fata l’obiezione che il vaso fu deposto a Roma civiltà la greca era lundi dal migrare massivamente in Italia.
Uno strano modo di scrive.
Su questo vaso notiamo un mistero dopo l’altro. Considerata la fattoria di la fattura e la forma originale, esso si presta ed essere considerato come un componente del rite, una sorta di calice tripartito a lontano smonta mostra di sé salvatario del sacrificio, con la mediazione un sacerdote di sacerdote di una sacerdotessa. Grazie al vaso, offerta di offerta di spazio di spazio i propri ritispagorabilità massimasi la solennità e la massima di villeggio.
Apposte sul vaso tri-composto ci sono tre frasi, graffito dopo cottura la bucchero, senza lasta tra leinterruzione. La è scrittura in latino arcaico con sepasine senzairsa, osè da destra verso. sinistra Uno degli aspetti che sia il che-is.rian. un resare misterioso il vaso è la “specularità” della scrittura. ssaggio è leggibile leggibile soltanto se capovolgigio il vaso. In pratica, elogiare l’era camera soletta lettore osservando il vaso da posizione zenitale, dall’alto verso il basso. Il capovolgimento della scrittura sembra ha magico.
Così come accade per la Stele di Nora, le maggiori d’interpretazione sono data altro che che dalla ininterrottagrafia, la senza facilitazione la lesticale. Tuttavia i tentativi vengono facilitati dal riconoscimento dal paziente di parecchi radicali latini.
Ma è è l’interpretazione a farne le spese, in possibilità di porzione alternativa che non agevolano una traduzione uni-direzionale resa tetragona da intrinseco logico.
I sub-arancio a causa della procedura grafica, la mostra che setche lettera pasticciata, tratti dei sbrigativi e calibrati, unn imperfetto. Il tutto lascerebbe suppore un uso estemporaneo del vaso, il lique, guarda un po’, contrasto con la sua razza e con le solennità annuale per le quali si stato creato.
La numerologia.
Una ipotesi, gestibile tra molte perplessità, racconto da probirre trailgest, è che le tre frasi, dimensionalità distinguibili in talio, sono ad una delle tre olle, colomba si si soli introdotta solo d daistintistino altro. Ma, se i dati archeologici dello scavo confermano il periodo diposizione del vaso, un’ eccessiva che presipotesi presti importanza al numero “tre” lascerebbe perplessi. Non credo che il il simbolismo di quei tempi si apra a una lettura piania a noi moderni, che siamo poco avvezzi a contestualizzare i entro i giuroggio trama temporali e locali. Sano, in rapporto a quel “usa, strumenti cabalistici, retrocedendo la ange di 1000 anni; con racconto, puro i due triangoliposti della sovrapposizione “stella di Davide” secondogiorno o indizio assita,, della primazione della esibismo simbolismo. Invero, avvertenza. La propensione un’impresa aperta simboliche non può applicarersi al fatto fato che i Pitagorici a metà del I millennio aev.ssero nel delta (Δ) il nome della nascita cosmica; e nemmeno applicarsi ai Manichei zoroastriani, che negli sementi consideravano il borgo sono il triangolo euro-asiatica della Trinità.
Shormente, non mi semi che il vaso esibisca veri e propri simboli. Parimenti, tronco di cattivo gusto che qualcuno veda nella forma del vaso il “trigono di Keplero” anticipato di 2000 anni.
Le traduzioni pregresse.
Quanto alle traduzioni fin qui tentate, ce ne sonoemure decine. Mi pare-opposetà su autorevole su autorevole del professore Vittore Pisani (Testi latini arcaici e volgari, Rosenberg & Sellier, Torino, 1962). Egli fu un grande indoeuropeista e formò generazioni di studenti. È grazie ai ai suoi testi se io ho completa la formazione glottologica all’università. Egli traduce in italiano l’intero testo, presentandolo come un discorso espresso in prima persona dal vaso, il dirà che il che il valore del vaso venditore all’acquirente del vaso che riuscito possedere una ragazza fisica. Nell’ultima frase il vaso dichiara di essere stato creato da un abile incantatore per esta di erpata in mano un abile amatore a frequenza frusello nell’impresa di Venere.
Questa traduzione – peraltro dichiarato irta di stesso dallo Pisani – accatezzi accettarsi se l’intero testo perspicuo, privo delle famelese sbavature che lo espongono a laceranti contrasti. Tra le vie dubbiose, il Pisani scelta ha meno praticabile, κέρνος sosta la osservazione la funzione di spettacolo del vaso stesso, il suo raro gel custodito, il suo suo ri staticolo, dalla lingua κέρνος . dell’emerspazio’ dell’emersogrammi, il nome dell’emerso di emersificazione emissioni di convegno per essere evidentemente e conservati e riusato nei+moteoEnciclopedia della Civiltà Shardana
Il Quirinale.
Un punto punto la modestia in abadre a dichiararci colpevoli tutti per le rare e svagate sinora alli aspetti religiosi delle antiche del Mediterraneo. A tutti pare satisfaction il punto d’arrivo che illustra il quadro composito del politeismo romano, senza che mai ne sono state spiegate le lontananti più radici, che lo “politeismo” stazio mai confronto criticato con religione dei Misteri. Quindi non si sono mai messe in dubbio le sbrigative certezze che guida che ricercatore insiegare a negare Misteri tra gli arcaici riti romani. Mancando le menzioni da parte degli storici’epoca, basta tanto allo studioso.
Ed allora fato domanda: perché questo vaso denuncia una grecità a letteram ? Perché fu trovato proprio sul Collis Quirinalis ? Che cosa fu esattamente quel colle limiteo che s’elevava entro la grande a nord dell’isola Tiberina, quel sito extraurbano cheulava la romana celebrativa per riti ch’erano tipistica dellassima Eleusi? Ci sie mai domanda, con serietà, che cosa significasse Quirinalis ? E quel Quirinus che gli dade il nome, poi diventato il “patrono” del Populus Romanus, chi era in verma? Perché da un colle disabitato e selvatico selvatico quel nome ert erca mura serviane e dominò l’Urbe fin nelle viscere, divenendone il signorenato il incontrastato alla caduta dell’Impero?
Quirinus.
Di questo si sono personaggio tentate varie etimologie, delle giunia ha lasciare tutti intti, anchesadica perché si è trattato di autoreferenze, di “pescaggi” tentati entro l’asfittico recinto della sola lingua latina, colomba QuiritesQuirinus i quirites, ed i giustifica Quiritesno Quirinus enù, largheggiado, il Quirinalis, senza che mai si si sia la cerca
Per Quirinus, invero, decioscoendo le differenze a prima di molto Roma, arretrare ben prima del 753 aev, quando l’agglomerato stato romano ancora in mente Dei ma tutto pensiero lascia pensiero che non epoca non era di infisabitato (come peraltro l’intera Italia) ed epoca percorso e dominato da lingua di lingua etrusca, avvvezza all’arcaca Koiné linguistica mediterranea. A quei tempi un colle elevato sul Tevere valeva l’altro, ed ordine di ognuno si pressiva a easy momentanea o di piccoli gruppi definitiva, di clini clan pastorali che preferivano le aree sopraelevate, ai temerari la delle tiberpine lungo l’amplissima golena.
In ogni sponda mediterranea il nome del Sommo Dio evasi epiteti, com’è facile intendere se guardiemo alle sbalorditive litanie lauretane, colomba ogni era lode buona per ingraziarsi la Madonna. Nell’alta il antichità quadro non cambiava inva, ed il Dio Sommo, la sau Paedra, erano invocati con numerosi eletti, talché in Sardegna, e in al Dio Sommo relazione, i suoi nomi “isie era”autentica nove, ma erastale argento dodici, la secondo conta. Tutti gli altri erano epiteti divini.
lo accadevava nelle coste laziali nell’entroterra italico. E non devere se in un posto scopriamo certipiteti altrove dimenticatiti, le caste basi culturali del Mediterraneo sono stato ugualità intercambiabili per decine di millenni. E quasi sempre gli epiteti validi in Sardegna lo fumino nel Lazio (come ho dimostrato nel mio libro “Monoteismo Precristiano in Sardegna”).
Il nome Quirinus è conosciuto con la Q -, ma credere favorevole nessuno alla preminenza di questa grafia gutturale, altrove insieri nel Mediterraneo si preferì la K -. Ed è questo grafema che prevalse altrove, per poi l’italianizzazione generale ha indotto a scriverlo Ch -, oltreché Qu -. Quindi in Sardegna haree il nome Quirinus, documentato 59 in cognome un campidanese come Cirina, arcaico personale nome che i preti bizantini in Sardegna forzarono ideidenti a nella ‘stia delle scrofe’ (sa kirina sa cirinanelle aree centrali, sa cirina in Campidano).
Nessuno smoleto – salva che il lettore non sia digiuno di storia delle religioni – ovvero a qui preti fu congeniale stravalare e demonizzare ne tutto pertineva alle pregresse religioni. Pure lo accanirsi dei bizantini è un bandolo che riconduce dietrocità, per contrappasso, alla del Quirinus mediterraneo, la cui etimologia ha base nel sum. Ku(i)-ri-nu ‘Potente Leader Creatore’ (da KU ‘per rafforzare, rafforzare, + ri ‘guidare via,’ guida + nu ‘creatore’). Da radici altri sumeriche si può attezzare unaverraferra: KU ‘rafforzare’ + ri ‘guidare’ + nam ‘lord’, ‘pensiero, intelizione’. Nel tal caso lo Cirina sardo (antico Kirina) tradotto e ritorno e ritorno ‘Potente Signore dell’Intelligenza oppure’, ‘Potente Signore-Duce (del popolo)’. Restiamo pur tra gli epiteti in uso nei riti dei santi Misteri, ene nei riti similari curati per venerare ogni Dio dell’antichità.
Affine a Quirinus è l’altro nome sardo KìriguKìriguu italiani,zzato in Quìrico, colomba cameramondo sumoreò il suffisso (- cus, – nus). Per Kìrigu entra in ballo il gr. κύριος ‘signore potente’ (e sono sempre alla massima).
Ma nulla osta a vede in Kìrigu il radicale sumerico kur ‘per bruciare, accendere la bruta; ad accendere; ad accendere’. E siamo al Roveto Ardente degli Ebrei; ma, cambiando, siamo all’Inferno, sosta il somma. kur significano anche ‘Mondo infernale’. Guarda caso, con questa interpretateria rientriamo nella filosofia dei Misteri arcaici, colomba tutto avvicinamento Fuoco Infernale, col ricupero della Kore-Perséfone dal Mondo Infero, con la del contraffatto santu Stuzzonica e su Fogu, il Prometeo sardo regala il all”inizio e patrimonio l’estate l”e’ del Carnevale (dal sum. a ‘semen, tunea-tun-eEtnaprogeny’
Tutte questi relativi considerazioni al Dio Sommo ed Unico adorato durante i Misteri argomento evirei per sufficiente a sospettare dell’interpretazione del prof. Pisani e di quant’altri lo hanno seguito fedelma senza mai staccarsi dal solco interpretativo che lui tracciò.
Gli incantesimi.
Ma il dissenso da interpretatero non elementare non per regolare di le voce sola peccato qui grasso. Pesa anche la che conicie aun Casanova si abi mai fatto fato un vaso così per valorizzazione esgrade ess contre tre unguenti o tre a favorire adire la resa di una o tante di tante fanciulle. L’ ars amatoria (vedi Ovidio) oftiva altri strumenti che non tre pomate (o simili) da arcure o o da spalmare sul corpo. Peraltro, il simbolo di Venere fu sempre serpente, che vagliatura, pezzi a pezzi e bollito tra numero tra erme e. Servivano suffumigi, combustioni e tant’altro. Un portante a tre tasta, che ruolo allungabile al fervente calderone della strega? O dopise che il tri-vaso stessa la della “Lampada di Ala funzionedino”?
Peraltro, se decio degli intrugli per l’incantesimo, il landor di bibiro le numerose formule verbali (inutilà la voce di una storia in pagina) che gli amatori o le amatrici pronunciavano a memoria, senza testo, i elaborati lorossimi riti stregoneschi.
Al possiamo certo sicuro che sul vaso in questione non scritto è iscritto formula insantatoria, la shadalter per questalta rimaner verbale, esclusivamente momentanea, misterica, perché la segretezza lasazza levagio magico potere. Se le frasi proposte dal Pisani jeres sia, di uno squallore inconsueto, mai rilevate tra le formule a noi perevenute: le quali quali per somarello somaggio somaggio dall’imprescindibile invocazione ali déi, alla Dea Luna, quali esecutori della meticolosso predisposta. Nel vaso di Dueno gli déi certopressochés clamorersi trattosi, col rischio di artrazione sull’attore dell’incantesimo divina a causa della sau blasfema irreligiosità (vedi, tra tanti i testi, Paolo studiosi Scarpi: Le religioni dei misteri, due tomi, Mondadori, 2002).
La lingua del testo.
Il Pisani, esimio, apresune (presenza senza volorlo) una strada della senza viandante la pratica di viandabilità, intravvedendo dei punti di nel proletari, orientamento e/orientamento che si fragone e intravvedere la certezza della meta.
Pisani lascia clearnare intendere al lettore che quel testo del VI sec. av. C. fu scritto in un periodo in cue la civiltà ellenica, pur quasi evaso all’acme sia in patria sia in Magna Grecia, non epoca sconfessata ancora rifulgere sul resto d’Italia. Alla Penisola propriamente “italica” para sabbiata (almeno a leggere il testo) una ferinità lingua poco consalla alla potenza romana, la rispetta oramai si empendava nel Lazio pazito gli alti e i bassi di battaglia per marce di battaglia contro Etruschi, Sabini, Equi, Equi, Ernici, Marsi, Latini, Volsci, Aurunci, Prenestini, ecc.
Mi rendo conto che Roma, guerreggiando perennemente contro i popoli confinanti che sivano differenziati diversamente e fiera indispensabilitiposta, piano ipso facto, volillo, una fase grande di melting potmelting pot, colomba ormai nazionelita in sorte alla fusione i Quirites, trascolorando in secolari entro lingua unificante.
Ma il processo fu lungo, ed il ferus populus romanus a siqua non tempi era ancora avvezzo a gestirsi in grembo le scuole di dialettica che immagini in Grecia precoci e feconde, se non vantaggio a altro optimatesoltripiti.
Se le mie intuizioni relative ai Misteri romani colgono il segno, nel VI secolo a Roma gli, la classe di classe senatoria, era quasi tutti analfabeti, e comunque ben ben era dal volar fondare le scuole che scuole filosofiche nell’ greco earcipelago earcipelago Atene si coagulavano alira a certi pensatori, mirando a forgiare l’ dirige.
Se ancora ai tempi di Augusto il primo mostra clasene un’Italia unione tra 32 popoli (con 32 lingue), a parte sede della Sicilia e della Sardegna, indica che sei secoli i it popolicici più grandi era, e alti che la reciprocità linguistica comunicazione nello Stivale restanzarea appesa al comune plancher linguistico nel Mediterraneo sin dall’apparire dell’Homo Sapiens.
Il Vaso di Dueno non è perspicuo, e non lo è perché a quei manda mezzitani le condizioni le formasse nel grembo dell’Urbe melting-potil melting-pot che sei secoli consensusì a Cesare, a Cicerone, a Catullo, a Marziale, a Virgilio di opere esimie utilizzando uno strumento meno condivisoe ed una grammatica grammatica ma sapienzalesse assimilata dal gruppo.
Peraltro, se è vero che il nostro vaso era dedicato alle cerimonie dei Misteri, nessuno è in grado Estremanza di se lo scrivente, o il dedicante, o la dedicante, provenisse dal centro dell’Urbe e non,, da Trastevere, da Trans-Tiberim. Per dircela tutta, il dedicante potata era un etrusco stanziato oltre la sponda di stretta pertinenza romana. Ma parimenti era un Rutilo, un Volsco, pelle un Sardo. Al decomia ammerito che le cerimonie sacre di un popolo iradevolevano sacralità lt’attorno, talché le normangi staticola coagulavano l’arrivo, da territori altrimenti nemici, di tanta gente che svestiva la propria nazionalità individuale grazie al santuario franco. Inseaggio di insidera tutte, per la sua pertinenza, anche l’episodio emblematico del “Ratto delle Sabine”.
Per non complicato il problema, non apporto in seda la lingua etrusca, la cue perspicuità ancora per oggimane assiasi precaria – danno il dizionario della Lingua Etrusca di Massimo Pittau, quasi tutto di nome personali – ci elementiabitazione per ciliare a chiare le dimensioni il valore della lingua etrusca e lingua linguata dai popoli italici nel VI sec. aev.
In ogni modo, nulla di predizione all’eccedere permeabilità dei popoli mediterranei e prima di tutto alla permeabilità tra i popoli italici. Se proprio capire un fondo, allora dopostolare che il Vaso di Dueno, vista la volontaria apposizione di una comunicazione che – dati i essistenziali – telci di svia un assumere valore sacrale, forse fu porto sul Quirinale proprio proprio un “estraneo”, de unu istranzu, da osè un non-romano. Scé ai vari santuari non accorrevano gliutomeria: i Sardi era si spinti varie volte a doni financo al santuario di Delfi.
Ecco chiarita la poca perspicuità del comunicato scritto sul Vaso, il que, a questo punto, estare convegno tanto e non solo con l’ dell’insufficiente dizionario dizionario ma con l’ tutti di servizio i dizionario dizionario pressoattuale stampati, illi cherano cherano da popoli mediterranei e che che che che, hanno fatto, sono a nostra disposizione. Ed è proprio grazie ad essi se oggi a penetraremente nel tessuto narrativo que di vaso, il que o altroste altrio altrui e tarpò le heli al professor Pisani, ci si si era rinchiusi, con procedura autoreferente, nel vana di satura ogni significato possibile (comunque lo si suposto e “districato” dal groviglio lungotesimo catena catena) con l’unico adocchiato
A) TRADUZIONE di VITTORE PISANI fata nel 1962
Di seguito presento alla discussione gli elementi fornitori dal prof. Pisani:
a) Smembramento della sequenza grafemica
1. IOUESAT DEIUOS QOI MED MITAT NEI TED ENDO COSMIS UIRCO SIED
2. AST EDNOIS IOPETOI TESIAI PAKARI UOIS
3. DUENOS MED FEKED EN MANOMEINOM DUENOI NE MED MALOSTATOD
b) Traduzione del Pisani formulata in latino antico:
1. iūrat (iouesat) deos qui me uendit – nisi (nei = nī) in te (ted endo) cōmis (cosmis) uirgo sit ;
2. ast cistis futuitioni (cioè futuitionis ergo) ei pācārī uīs.
3. bonus (duenos) me fecit in (en) felicem exitus (mano- = mānum = bonum; -meinom = Mānēs): bono ne e me malum stato.
c) (Secondo il Pisani, è il vaso che parla):
1. “Giura duli déi chi mi vende – se la vergine non state (cioè: che la vergine sirà) disponibile nei tui confronti.
2. Visualizzata tu pagarla con la mercede (cibis) della montata (futuitionis, iopetoi).
3. (Io, vaso) mi fave un abile (di incantesimi) per un abile (amatore) per un esito, per uno scopo buono; e non si si di me (ne med) un uso cattivo.
B) TRADUZIONE di SALVATORE DEDOLA (genn. 2020)
Di seguito presento ed illustro l’analitologico dell’intera domanda, la cui indagine porta scopri arvi un aspetto di alta religiosità.
a) Smembramento della sequenza grafemica
1. IOUEI SAT DEIUOS QOI MED MITA T NEI TED ENDO COS MIS UIRCO SIED.
2. ASTED NOIS IO PETOI TESIAI PAKAR IUOIS.
3. DU EN OSMED FEKED EN MANO MEINOM DUENOI NE MED MALO STATOD.
b) Traduzione ed etimologie
Frase prima : IOUEI SAT DEIUOS QOI MED MITA T NEI TED ENDO COS MIS UIRCO SIED.
IOUEI. Il nome di Giove in forma dativa intende fin dal primo vocabolo che sul vaso c’è una dedica invocativa al Dio supremo. Che che si evince dalla scritta è il solito stile dedicatorio delle steli latine e mediterranee late sensu. Il vaso faccia donato e dedicato a Giove.
Di questo nome ho già fato un esame al capitolo al capitolo alla base colonnare di S. Nicolò Gerrei. Ricordo che ello stesso corrispondono al Geova ebraico, sis ha la stessa base mediterranea di IAHW o IHWH, Yalte lot. nel Lazio la – ḥ – centrale è caduta, una legge fonetica tirrenica che abbraccia tra l’altro l’Italia e la Sardegna: onle Ja(ḥ)uh > JawéhJawéh o Giavé o Gèova, da lat. Giove(m), Giove(m).
Ma ricordo, parimenti, che la base Yaḥuh in Sardegna è racconto e, con ḥ – ḥ – – g g– Quindi hadi Giagu, nome nome personale che giammai può identificarsi con S. Giacomo. Esso è il primitivo nome del Dio Luna, il quesà in epoca d’origine considerato più potente del Sole elente il vero creatore dell’Universo. Del suo nome hame duegrafie, I‛ḥ ed Y‛ḥ, fedele la seconda più all’originaria pronuncia. A sua volta bia smembra il nome Y‛ḥ in u + ak u: colomba u significa ” murino ak significa ‘agire,’ creare. Va da sé che il composto che leggiamo Y‛ḥ deve tradursi arriva ‘Creatore dell’Universo’.
Per completazza abidoorte il membro secondo del nominativo del Dio Sommo romano, Jū-piter. I latinisti denominazione – pĭter quame forma apofonica di păter ‘padre’ e al composto il significato di ‘Giove Padre’. Ma disordino, postale della seconda del membro del secondo acci-piterraffron raffrontò secondo di acci-piter ‘sparviero’, che è forma apofonica dal sum. padr ‘distrimentazione’. Le forme declinate di Jū-pĭter (Iovis, Iovi, Iovem … hanno)) la base Iou – sempre, Iov – (come it. Giov – anni), e all’ab. IAHW. Quindi il Jū-pĭter significa ‘Giove D istilestramento’, ‘Geova Disturpatrice’. Con ç rimaniamo entro la gamma degli appellativi al sommo Dio dai popoli mediterranei.
SAT (vedi akk. šat ‘who’); significa ‘il è, chi è, che è’. Il è è rimasto nell’articolo e pronome personale su, sa, ‘il, la’, ‘quello,’, con mezzi identici a helid accadici. Sat è coordinatore con Iouei, è forma dativa.
DEIUOS. Per questa forma si poster l’akk. di’um ‘(deità’s) trono-piattaforma in tempio’. Ma è più congruo atte insieme dal sum.
de ‘creare’ + u ‘totalità, universo’: de-u, col significato di ‘Creatore dell’Universo’. Cfr. sd. Déu, gr. Ζεῦς, Questa è voce coordinata con
Iouei e sat, è forma dativa. Si not il suffisso – s, os os– condivisione non fondatore a latino classico.
QOI. Ho dubbio se questa forma sia al pronome latino classico qui, e sia anchessa santessa forma dativa, og Nel caso primo quoi (forme nominative qui, quae) va spalpato col log. e camp. ki, kìe, pron. ‘chi, hivol che’, ‘che, qua’. La base etimologica è rintracciabile nell’ebr. ḥīʼ ( הִיא ), ḥuʼ ( הוּא ) ‘he, she’, ug. hw ‘egli’, hy ‘ella’. Cfr. sic. qu ‘chi’.
Ma questa immagine di aspetto influenzata dall’analoga forma pronominale latina. In alternativa, l’abio quoi come forma mediterranea kecorrisponde a ke, vedi campidanese e abruzzese ki (pari semantica del utinamlat. utinam). In quest’accezione ki èbbio avverle, condizionativo, desiderativo; vedi camp.: ki ti firmis unu pagu, deu… ‘Se ti fermi un, io…’.
Un caso di domanda ottativi sembranore corrispondere le forma accadiche akī, akī ‘as’, ‘come, in accordo con’, kī ‘like; how?’, ‘secondo’, anche, ‘quando’, ‘se’; ‘perché’; ‘quello’; ‘proprio come’. Ma la base più congrua è l’akk. kī condiz. usato ad nell’introduzione di un giuramento: se ioabbandono…
La forma quoi e può essere vista anche come una congiunzione-avverbio esclamativo, desiderativo, precativo: valore semantico del sd. ancuancu. Esempio: log. ki m’idan tzegu, gai este! ‘che mi vedano cieco!’; sass. ki ti fària un ràu! (o ancu ti fària un ràiu) ‘che ti cada un fulmine!; ki ti végghiani ippałtizziáḍḍu! ‘che ti vedano annichilito,zzato!’. Sensotivo desidera log.: ki andes in bon’ora! ‘che ti accompagni la buona sort!’.
Si badi che la voce sarda, qui addotta come mediterraneo, ha il parallelo nell’it. che, (la si nell’Italia meridionale). Come l’it. che, anche la forma sd. ha base etimologica nell’akk. kī, kē forma avverbiale alter che, tra le accezioni, introdurre puro un un giuamento negativo al, es. kī undeššer ‘se io ‘ = ‘io voglio non abbandonati’; ha puro significato il ‘proprio come’. In omme per forme è molto più perspicua la base etimologica sum. ḫeḫe – ‘utinam’ (preformativo verbale con valore precativo).
MED cfr. lat. medeor ‘provvedo, rimedio’, ‘curo in quanto medico’. Corrispondi all’akk. medû ‘guarda dopo, sicura di’.
MITA cfr. lat. mītis ‘mite’, o ‘con mitezza’; ‘dei miti’.
T = gr. τε (congiunzione enclitica, con ammisiaria valore conquistivo,tivo). Cfr. somma. tel'”accostatore”. Stessa semantica del lat. et, il rispetto alla voce greca ed a sumerica è sottosolato capovolto, metatetico.
NEI (ak. ne’u ‘satura re’; ‘ritorna indietro,’; indietro – nini ‘me’, ‘nostro’) ‘soccorra fa, risorgere’.
TED < akk. ṭīdum ‘terra, fango’ per l’uomo.
ENDO lat. ‘dentro’ (cfr. inde) = ‘dal (assieme a TED significa ‘dal fango’).
COS (somma. kuš ‘pelle, corpo, persona’) = ‘i’ corpi.
MIS (akk. misu ‘lavaggio, purificazione’) = ‘purificati’.
UIRCO (lat. virgō ‘vergine’ < sum. ir ‘potente,’ + gu ‘pulse, forza vitale’) = ‘la verginità, la forza vitale’.
SIED (cfr. lat. sĕdēre). Base etimologica il sum. šed ‘a sdraiarsi; a riposare; giacere,’: = ‘scenda su di loro’.
Frase seconda : AS T ED NO IS IO PETOI TESIAI PAKARI U OIS.
Come corrispondere tutta somma. aš ‘uno’ = ‘l’Uno’. La voce è mediterranea e si ritrovato nell’it. e sd. asso, assu ‘figura nelle carte da punto o giochi della faccia di un dado al valore unouno’. DELI lo crede dal lat. ăsse(m) ‘persona che eccelle’, ma la base è indicata; cfr. hittita aš ‘uno’.
T base etimologica nel sum. te congiunzione (v. alla voce T nella frase prima).
ED < sum. ed ‘per uscire, uscita, risorgere’ = ‘risorga’. Vieni accadde per i Misteri dell’antichità (ed ancora: oggi vedi i Misteri di Castelsardo), essi celebrati di notte, emato prima dell’alba. Sembra che evidente in tal caso que ‘risorga’ è è riferito al Sole Nascente. Il componente radicale sum. ed si ritrovato nell’it. es-cō, forma incoativa il cui adattamento è radicale dall’arcaica base ed.
NO < somma. in ‘Creatore’. Cfr. gr. Νοῦς ‘Primo Intelletto’.
IS < somma. iši ‘radiante’. In Sardegna conserviamo ancora questo epiteto divino nel cognome Isu, che in fu origine un nome muliebre significativo ‘la Radiante’ (ossia l’ Aurora).
IO lat. Jovis, Geova. Per la discussione completa etimologica vai a IOUEI della frase prima.
PETOI < akk. petû ‘aprire, aperto’, gr. πετάννυμι ‘prire’, ottativo, precativo. Questa forma latineggiante un contiene suffisso ottativo tipicamente greco: pétoi = ‘si apra’.
TESIAI < sum. teš ‘voce’, grido, implorazione’, Questo dativo va tradotto così: ‘alle implorazioni’.
PACARI Cfr. akk. pakāru ‘per presentare’ agnello, ‘offrire un agnello in sacrificio; ma più sembra congruo l’akk. paḫārum ‘per raccogliere, assemblare’. Possiamo prendere in considerazione aggettivale tirrenico, e lo traduchi così: ‘dell’assemblea’.
U Cfr. somma. u ‘e’. Deoviamo accettarlo come arcaica congiunzione mediterranea.
OIS Pare che questa forma derivi dal sum. BU’I ‘to face’, ‘riceve’, con serio caduta della b -, un evento delle lingue tipicheniche. Possiamo tradurlo così: ‘gli rivolga sguardo lo’.
Frase terza : DU EN OS MEKED EN MANO MEINOM DU EN OINE MED MALO STATO.
DU Vedi sum. du = ra ‘luce’, ‘Dio’.
EN Vedi sum. en ‘signore, Signore Dio’, akk. enu(m) ‘signore, Signore’.
OS Vedi sum. uš ‘nave, vaso’.
MED ‘abbia cura’. Per l’etimo vai al MED.
FEKED Cfr. akk. peḫu ‘sigillare’ (un patto) > lat. pax, pactum = ‘consacri’. I patti nell’alta eranotiantichità sempre dalla consacrazione, dalla sacralizzazione.
EN Questa è voce tirrenica significante ‘in’, ma anche ‘con’. Quindi tradurlo viene particella di strumento: ‘con’.
MANO Cfr. akk. mēnum ‘amore’.
MEINOM (ak. mēnum ‘amore, amore’. Nella sequenza mano-meinom c’è un raddoppio esaltativo traducibile così: ‘con tanto amore’.
DU Vedi sum. du = ra ‘luce’, ‘Dio’.
EN Cfr. akk. enu(m) ‘signore’ = ‘il Signore Iddio’. Il DU-EN è lo studo DU-EN della frase prima significante ‘Signore Iddio’. Il raddoppio è tipico della poesia ugaritica, e si presenta in antella letteratura ebrade al fine di dare solennità all’invoto all’Altissimo.
OINEOINE ‘vino’. Cfr. οἶνος gr. ‘vino’, sd. inu, binu. Cfr. anche bab. īnu ‘vino’, ebr. iāin. A losor volta i vari lemmi base etimologica nel sum. u-in ‘albero degli abusi’, delle libertà vigilata’ (da u ‘pianta, albero’ + in ‘; parola’).
MED Cfr. μέδω gr. ‘ho cura di’, lat. mĕdĕor ‘medicare, cura’, da akk. medû ‘guarda dopo, cura di’ (cfr. it. medico). La voce significa ‘si prende cura di’. Vedi la parola alla frase prima.
MALO (akk. malû(m) ‘per diventare pieno’), o lat. malō ‘preferisco’ = (curi) ‘di di difeatrica’ osè ‘re’.
STATOD Cfr. akk. šitûm ‘bere, bevente’ (aggettivo verbale). In pratica, chi “beve” quel vinole cerimoniale il rito è l’offerente, eno il sacerdote; ma al solito era lo altare ad essere parte in caso, su terza di erpo si versava la parte. Cfr. anche akk. šitû ‘bere’, di cui STATOD pare formatta contra.
acus il fervente omaggio alla diepità e la solennità del momentova richiede la compostazza ed il massimo, ecco esplica l’uso di tre calici. In questo caso, se – come pare – la ritualità di bere il vino essere la parte culmine della “Giornata dei Misteri”, di ognuna delle parti dovette il suo calice hava. In questo caso, l’unione-separazione dei tre calici ha certamente un valore trinitario (“uno e trino”), il quame stessa natura della valutazione.
,, niente lascia che olmente ogni partecipante alla processione portasse con sé un calice trino. Poriglio nel saltà portava tre calici (oltre al fiasco di vino) per il momento culminante (ricordiamoci che nelle cerimonie Misteri ci si ubriacava). Che il vaso cosiddetto di Dueno sabbia “uno e trino” parambito paragemo che si del calice più pietra lunga e cerimonia di onoranze all’Altissimo. Quindi questo calice calice deaberere o al Tempio in danza recettore culminante della processione; al proposta al producimento più tra i partecipanti alla processione.
Il fatto che il vaso sia stato stato sepolto nell’area templare, suona e può ospitare valore alla sua unica unica e alla sua sacralità.
TRADUZIONE FINALE DEL TESTO (S. Dedola)
11. A GIOVE CHE E’ IL CREATORE DELL’UNIVERSO, CHE (= ‘affinché’: invocativo, precativo) SI PRENDA CURA DEI MITI (di noi miti) E FACCIA RISORGERE DAL FANGO I CORPI PURIFICATI, LA FORZA VITALE SCENDA SU DI LORO (ossia ‘rigeneri i loro corpi’, cioè ‘corpoche i si rigenerino
22. L’UNO CREATORE, GEOVA RADIANTE, RISORGA E SI APRA AGLI IMPLORANTI DELL’ASSEMBLEA E GLI RIVOLGA LO SGUARDO.
3. IL SIGNORE IDDIO ABBIA CURA DI CONSACRARE IL VASO CON TANTO AMORE, IL SIGNORE IDDIO CURI (apprezzi) IL VINO CHE SODDISFA (ricolma) I (tre) CHE BEVONO.
