I toponimi del Mediterraneo si ripetono uguali qua e là, per cui occorre stare attenti quando s’interpreta quello della propria regione, salvo che non si vogliano prendere granchi. Anche il toponimo CAGLIARI ha presenze sovrabbondanti nel Mediterraneo, e ciò avrebbe dovuto allertare gli esegeti, i quali invece hanno trattato l’argomento senza guanti, bruciandosele come dei bimbi inesperti.
CÁGLIARI. Anticamente era Káralis/Karales. Anche nell’antica Panfilia esisteva la cittadina chiamata Κάραλις, Κάραλλις. Il toponimo è ripetuto altre volte nel centro-Sardegna (Sorradìle). Karále si trova anche ad Aùstis, nel sito più alto del territorio, in area boscosa. Ma deriva dal bab. ḫārali ‘porta, valico’, perché lì c’è il confine tra i territori di Aùstis e Teti.
Si deve ai Sardo-Fenici, poi ai Sardo-Cartaginesi dal sec. VI a.e.v., una prima organizzazione urbana delle preesistenze sardo-nuragiche del sito marino di Káralis. Sinora si è indagato male sul toponimo, ognuno ha scritto senza criterio. Per sanare l’aporia, comincio dicendo che il porto fenicio di Káralis fu scelto sul bordo orientale della laguna, località Santa Gilla (Santa Ìgia), proprio di fronte alla vicinissima isola alluvionale di Sa Illetta/S.Simone. Nello stesso sito s’insediò poi anche la Cálaris medievale. Era l’unico sito possibile, al fine di tutelare la flotta dalle tempeste, un porto sicuro per acque basse. Il fondaco sardo-fenicio (poi la città) naque a bocca di porto. Il vicinissimo colle di calcare tufaceo (Tuvixeddu ‘altura della felicità’: vedi) ebbe nome beneaugurale per indicare la vasta necropoli punica. Furono i Romani, in seguito, ad espandersi verso il colle gemellato di Buoncammino (gli altri cinque colli dove oggi s’adagia la capitale della Sardegna rimanevano isolati da pantani). Solo più tardi scopriamo l’espansione romana anche nell’attuale sito del rione cagliaritano detto Marìna (o Lapòla).
Semerano, nel tentativo di dare un etimo al lemma Karalis, adduce il sintagma akk. kār(u)āli ‘città con porto’ (OCE 594), che si scinde in kāru ‘banchina a mare’ + ālu ‘sito, città’. Purtroppo Semerano ha tralasciato il più adatto neo-bab. karallu ‘gioiello’, ‘felicità’, da cui deriva l’it. corallo. Questo etimo può essere affascinante perché la “felicità” ricorda la (supposta) semantica di Ólbia (gr. ‘Όλβια ‘felice, fortunata’). Tuttavia nella toponomastica niente è scontato, ed infatti scopriamo che il nome Olbia era già corrotto fin da epoca romana, allorché la gente colta cominciava a scimmiottare l’illusoria sapienza dei Greci, ignorando che gli stessi Greci avevano attratto ogni parola estranea entro il proprio codice linguistico, e trovavano ovvio arrangiare il nome del porto sardo in Ólbia (tradotta ‘Beata’ dai romani), mentre la base reale del nome era egizia, da ur ‘chief, noble, prince’ + bu ‘place, site, house’. Quindi in origine Ur-bu (chiamata Ulbu nel Mediterraneo) significò ‘luogo di altissimo rango’, ‘sede privilegiata’, ‘porto estremamente sicuro’.
Tornando a Càgliari, ricordo che l’originario Karallu è riportato pure nella carta tolemaica (Kαραλλι), col suffisso plasmato su quello greco -i (lat. -is). Il fatto che il toponimo apparso alla storia prima ancora della tolemaica Kαραλλι sia stato il lat. Karalis, con una sola -l- + suffisso lat. -is, è spia dell’arcaica tendenza dei Sardi meridionali al raddoppio delle consonanti, opportunamente rilevata dai Romani che credettero Karallu un vezzo fonetico locale, da loro semplificato per ipercorrettismo.
Un’annosa “suggestione a catena” apparenta tutti gli accademici, ed ha coinvolto per ultimo Blasco Ferrer (P 14,70,124), inducendolo a sentenziare che le «imponenti masse di rocce calcaree del Castello e del Monte di Sant’Elia, evidenti da qualsiasi parte del Golfo, convogliano unanimemente al riconoscimento della base *KAR(R)A ‘roccia‘, che ritroviamo anche in Nuraghe Carale ad Austis e Carallai presso Sorradile, nonché in un vasto campionario di toponimi dispersi per tutto il bacino mediterraneo, sempre con riferimento esplicito all’aspetto roccioso dei luoghi (da Carrara a Caraglio in Corsica a Caralis in Panfilia)». Non so se egli fosse andato a verificare i siti “rocciosi” che evoca, poiché, almeno in Sardegna, essi non esistono. Esempio, ad Austis il sito di Carále sta in luogo pianeggiante, pastorale, non-roccioso, ed ha l’etimo già citato.
Peraltro il patetico asterisco (*) di Blasco Ferrer prova la sconfitta dei sedicenti etimologisti che si richiamano a (supposte, inesistenti) radici indoeuropee (Blasco richiama pure assurde radici paleobasche), dalle quali distillano fastidiose fantasie. Lascio al lettore il piacere di degustare le pagine 124-125 di “Paleosardo” dove Blasco Ferrer include *KAR(R)A tra le radici di «origine incerta o ignota», procedendo in modo ambiguo e soave, capovolgendo per via subliminale l’assunto e inducendo a credere che la radice sia storicamente accertata e significhi (bontà sua) “sasso, roccia, massicciata”.
Fortuna audaces iuvat. Gli spericolati Don Quijote che si lanciano in funambolismi senza-rete, resi temerari dalla fede incondizionata nell’asterisco, non si sfracellano al suolo perché tocca a me tendergli la rete salvifica. E gli faccio notare che kar esiste veramente (quindi sono io a sgominare le loro esibizioni clownesche ed eliminare quel ridicolo asterisco): kar è vocabolo sumero-accadico significante ‘porto’, ‘molo’. Quindi delle due una: o aveva ragione Semerano (non i Don Quijote), oppure avrei ragione io nel riportare la tolemaica Karalis/Karales/Karallu al concetto di ‘felicità, gioiello, corallo’.
E tuttavia discutere di toponomastica non è mai semplice. E se da un canto è facile sgominare gli pseudo-etimologisti alla Blasco-Ferrer, platealmente orfani di metodo e di cultura, d’altro canto è difficile fissare con matematica precisione il significato originario di un toponimo, quando i radicali a disposizione sono numerosi e creano imbarazzo nella scelta. Il problema si complica quando consideriamo le ragioni di opportunità che inducevano a scegliere un significato a scapito dell’altro. L’opportunità ci rende accorti sul fatto che i nostri antichi padri sapevano distinguere i nomi di fanciulla da quelli di luogo. I primi erano scelti con più libertà, ed oltre agli aspetti religiosi per una fanciulla entravano in gioco quelli meramente poetici. Sotto questo aspetto, era preferibile chiamare Karallu ‘Gioiello’ la bambina anziché il porto, al quale gli antichi navigatori preferivano attribuire – per motivi scaramantici – un nome sacro, salvo eccezioni quale fu la scelta di Urbu/Olbia.
Pertanto per un etimologo è più pratico attribuire ad un porto i radicali relativi al sacro. In tal guisa, Ka-Ra-Lu (bab. Karallu) può intendersi come eg. Ka ‘spirito vitale’ + Ra ‘Dio Sole’ + sum. lu ‘sfolgorante’: il tricomposto significava ‘Spirito del fulgido Ra
