INDICE GENERALE
1. AUTOCTONIA ED ETIMOLOGIA DEGLI AMPELONIMI SARDI 1
1a. Premessa 1
1b. Nota etimologica sui vitigni sardi 4
2. VOCABOLARIO ETIMOLOGICO DEI FITONIMI SARDI 11
3. ELENCO ALFABETICO DEI FITONIMI
(nomi sardi, italiani, scientifici) 92
4. ELENCO ALFABETICO DEI FITONIMI
(nomi italiani, scientifici, sardi) 105
5. ELENCO ALFABETICO DEI FITONIMI
(nomi scientifici, sardi, italiani) 121
1. AUTOCTONIA ED ETIMOLOGIA DEGLI AMPELONIMI SARDI
1a. Premessa
Item ordinamus, chi dognia persona, chi hat a haviri vingia, over ortu, illu deppiat cungiari over de muros, over de fossu, over de clesura; e cungiadu chi hat a esser, illu deppiat fagheri provvidiri peri sos Jurados predittos, chi hant a esser a ciò allettos, e deputados… “Inoltre ordiniamo che ogni persona che avrà vigna, oppure orto, lo debba cingere con muro o fossa o siepe; e dopo cinto lo deve far controllare dai predetti Giurati pubblici, a ciò eletti e deputati…” (Carta de Logu, cap. 134).
Volemus, ed ordinamus, chi cussu pubillu de vingia, over de ortu, chi hat a esser approvadu, e recividu pro cungiatu, …chi hat a acattari bestiamen domadu, over rudi in alcuna dessas dittas vingias, over ortos approvados pro cungiados, siat tentu, e deppiat in poderi suo su dittu bestiamen occhiri… “Vogliamo e ordiniamo che il padrone di vigna od orto che sarà stato approvato e ricevuto per chiuso,… il quale ritroverà bestiame domato o rude in alcuna di dette vigne od orti approvati per chiusi, sia tenuto e debba, per quanto è in suo potere, uccidere quel bestiame…” (Carta de Logu, cap. 135).
Sono numerosi i capitoli ed i passi della Carta de Logu che citano le vigne. Questi due capitoli, assieme ad altri, vi sono espressamente dedicati. Il Giudice Mariano che anticipò il Codice Agrario, e sua figlia Eleonora che perfezionò l’intero Corpus Juris dell’Arborèa nel primo Quattrocento, furono severissimi contro coloro che avessero introdotto il bestiame, o lo avessero lasciato libero d’introdursi, nelle vigne. Le vigne e gli orti venivano accatastati presso i giurati pubblici, e l’evento era reso noto alla collettività (cap. 134). Non si guardava in faccia a nessuno quando si uccideva (obbligatoriamente) il bestiame invasore, fosse pure di proprietà del Giudice.
I commentatori sono rimasti interdetti per questa regola draconiana, mirante ad una protezione assoluta delle vigne (e degli orti) a scapito dell’economia pastorale. Ma costoro non si sono resi conto, a quanto pare, di com’era veramente strutturata l’economia primaria ai tempi di Eleonora d’Arborèa. Gli studi in materia sono carenti nell’indagine del non-detto, nel dare cioè corpo alle ombre lunghe gettate dal testo. L’analisi in filigrana del testo consente di entrare in una storia che sembra appartata nel silenzio, e con l’intuizione e l’interpretazione siamo in grado di capire che il rigore inflessibile nel proteggere le vigne era funzionale a un fatto che le leggi non potevano mettere in chiaro: il Regno di Arborèa aveva un suo peso nel commercio internazionale dei vini, e non aveva alcuna intenzione di rendere carente o insicuro questo comparto.
Peraltro anche l’analisi etimologica degli oltre cento nomi di vitigno (e di vino) ci porta alla stessa conclusione. Più oltre spiegherò che tutti i nomi delle viti presenti in Sardegna (escluse quelle poche introdotte negli ultimi 60 anni) sono autoctoni, sono stati creati su suolo sardo fin da epoca arcaica, forse già 10.000 anni fa. Ciò porta a chiedersi che interesse ebbero i Sardiani a plasmare puntigliosamente oltre cento nomi, se non quello di marcare orgogliosamente un fatto che (letto anch’esso in filigrana) conduce ad una constatazione stupefacente. I Sardiani avevano coscienza che le uve ed i vini prodotti nel territorio sardo erano non solo di una bontà indiscussa, ma che tale bontà era un patrimonio diffuso e documentato da tanti vitigni l’uno dall’altro distinti, conservati e tramandati da millenni, da epoche che sfumavano nel mito.
Ma perchè la Sardegna ha oltre cento nomi di viti autoctone, mentre le altre regioni d’Italia ne hanno molti di meno? Inoltre mi chiedo perché nelle regioni donde si crede originaria la vite i loro nomi siano quasi inesistenti.
Dove ci fu letteratura, in essa si celebrarono pure i vini. Isaia seppe imprimere sensi di alta poesia al celebre Canto della vigna.
Canterò per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva,
ma essa fece uva selvatica. (Is V 1-2)
Non è da meno il Cantico dei Cantici 1,6: Mi posero come custode delle vigne; lo stesso Ct al passo 3,5 recita ancora: Sostenetemi con focacce d’uva passa (pan di sapa), ristoratemi con mele, perché io sono malato d’amore.
Normalmente la vite viene citata dalla Bibbia soltanto col nome generico (Gn 9,20; Dt 8,7-8; Is V 1-2; Amos 9,13; Giov 15,1-2). Possiamo aggiungere però che gli Ebrei dicono tiroš per ‘vino’ ( תִּירוֹשׁ ), da cui pare provenga il nostro ampelonimo (e vino) Ziròne, ambedue con base nell’akk. ṭīru che indica un non meglio precisato genere di ‘alberello’ (ma è meglio l’aggettivo akk. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido, eccellente; di alta qualità’). Dobbiamo inoltre ricordare che l’ebraico nāsaq ( ךּ סַ נַ ) significa ‘versare (il vino), fare libagione, offerta di vino’: tutto ciò riferito specialmente al vino delle offerte, al vino sacro (oggi diremmo vino da messa). Proprio da ciò derivò il nostro ampelonimo Nasco. Non dobbiamo poi dimenticare il vino sardo Pascàle, dal nome autoreferente, che richiama la Pasqua. La Pasχa (ebr. Pesaχ) è la più grande festa ebraica, quella in cui è consentito persino ubriacarsi. Il ‘vino pasquale’ dev’essere dunque il migliore in assoluto.
Isaia scrisse il suo brano intorno al 730 av.C. Ma fu Noè ad introdurre la coltura della vite, secondo il mito biblico. “Noè cominciò a essere lavoratore della terra e piantò la vigna. E bevve del vino e s’inebriò” (Gn 9,20).
L’esistenza del celebre Patriarca risale a molti millenni prima di Cristo: come dire che la coltivazione della vite nel Vicino Oriente si perde nella notte dei tempi. Dal che si capisce quanto fosse espansa la coltivazione nella Mezzaluna Fertile.
Il fatto che spremendo l’uva si ottenesse una bevanda piacevole, è una scoperta che dovrebbe risalire al Paleolitico; la rudimentale vinificazione dell’uva selvatica precedette la coltivazione della pianta. Gli uomini del Neolitico pigiavano l’uva insieme a bacche di rovo, lampone e sambuco, in fosse scavate nella terra e rivestite d’argilla. Secondo scavi condotti in Libano, Turchia e Siria, tracce della parte più interna degli acini d’uva potrebbero essere datate già all’inizio dell’VIII millennio. L’antichità della scoperta del processo è confermata dal recente (1991) ritrovamento di tracce di vinificazione all’interno di vasi fra le strutture del villaggio neolitico (5400-5000) di Hajji Firuz Tepe sui monti Zagros (Turchia). Le più recenti ricerche condotte in varie località dell’arcipelago greco farebbero risalire al III millennio la preparazione del vino in quell’area. Lo stesso può dirsi per l’Antico Egitto, come testimoniano i monumenti egizi con scene di vinificazione.
Da questo excursus si nota che la vite è sempre stata di casa nell’Europa meridionale e nel medio-basso Mediterraneo. Probabilmente già cento milioni di anni fa, con l’inizio dell’Era Terziaria, esistevano le vitacee le quali, dopo le fasi glaciali del Pleistocene, si conservarono solo in alcuni territori, compresi quelli asiatici e americani. La paleontologia dimostra che la vite esiste nella penisola italiana almeno dal principio del Quaternario (ca. 2 milioni di anni).
1b. Nota etimologica sui vitigni sardi
Nonostante l’ampia prospettiva qui su proposta, che suggerisce un’origine policentrica della viticoltura, prevale l’idea che i primi viticultori fossero semiti, precisamente Cananei o Arri (antichi abitatori della Mesopotamia). Facile arguirlo, poichè l’aridità dei loro suoli ha conservato ciò che in Sardegna (tanto per citare) è stato deteriorato dal clima. E le evidenze quantitative fanno assurgere la statistica a ragione dirimente.
Ciò non toglie che i fautori delle origini semitiche cadano in contraddizione. Ad esempio, ammettono a un tempo che tutto ebbe origine nella Mezzaluna Fertile, ma sospettano un’origine indoeuropea della viticoltura, stante la base armena dei nomi ‘vite’ (aiki) e ‘vino’ (guini). A rafforzare l’opinione “indoeuropeista” ci si è messo pure Noè, che andò ad arenarsi sulle montagne dell’Armenia. Ma è proprio dall’episodio del Diluvio che si arguisce, per quei tempi, una cultura comune a tutta l’Eurasia, ivi compreso il Vicino Oriente, se è vero che a tramandare la notizia di Noè sull’Ararat, luogo lontanissimo da Canaan, furono gli Ebrei e con essi i Sumeri (che però chiamarono Noè con altro nome).
Non si è resa però la dovuta giustizia al fatto che la lingua scritta più antica del mondo (quella sumera) contiene già il nome della vite e del vino (vitis = geštin; cantina del vino = ekurun; in ekurun si legge in filigrana la stessa radice di aiki); mentre il neo-babilonese scrive esplicitamente īnu ‘vino’ ripetendo a un dipresso la radice armena guini. Dove sta, quindi, la “origine indoeuropea”?
Quanto alla Sardegna, il termine bìde, ìde ‘vite’ doveva già esistere da tempi arcaici. Quindi è falso che la forma sarda derivi dal latino, poiché anche il latino vītis ha base nell’accadico. Come nota acutamente Semerano (OCE II 616), la vite è un rampicante, ed ha la base in akk. ebēṭu ‘legare; essere avvinto’, da cui ebītu (una pianta non meglio identificata); ma accanto a queste forme c’è ebṭu ‘essere gonfio, turgido, swollen’, ebēṭu(m) ‘to swell up, gonfiarsi, ingrossarsi’, riferito ai grappoli d’uva. Ma a mio avviso Semerano sbaglia. Giusta l’intuizione che la vite è rampicante, il sardo ìde, bìde ‘vitis’ ha la base nell’akk. bītu ‘tenda, abitazione’. Tenendo conto che le abitazioni di molti popoli della Mezzaluna fertile furono spessissimo una mera tenda, è da lì che prende origine il nome della vite, in considerazione che essa cresce e s’espande “a tendone, a pergola”.
Si vede che nell’Eurasia l’effetto “Torre-di-Babele”, pur essendo già in atto, non era ancora stato in grado di sconvolgere tutto; quindi sopra e sotto il 40° parallelo si godeva di una cultura vasta e uniforme, dove la koiné linguistica era un fatto assolutamente normale ed universale, e le parole, sia pure con fonetica alterata a seconda del popolo che le pronunciava, erano molto simili e legavano assieme il Sumer, la catena caucasica, le steppe kirghise, le Colonne d’Ercole, investendo pienamente la Sardegna, fatta salva l’opinione dei detrattori di turno.
Nel leggere i fatti in questo modo non incorriamo in alcun rompicapo linguistico, e nemmeno confinario: basta fare un’ammissione semplice, ossia che i nomi di certi processi culturali e quindi i nomi di certa flora – tanto per rientrare nel tema della vite – furono comuni a tutta l’ampia zona, e risalgono alla Prima Koiné Linguistica euro-asiatica, ossia alla fase culturale del Paleo-Neolitico. Fu però la Seconda Koiné Linguistica, quella accertata come Sumero-Accadica, ad influire profondamente nelle lingue che ora cominciavano a differenziarsi.
In questo secondo processo rimane singolare la posizione della Sardegna, la quale annovera nel proprio lessico attuale più del 50% di termini sumerici e accadici (accadico-assiro-babilonesi), altrove spariti da 2500 anni. Quindi è proprio in Sardegna che dobbiamo recarci se vogliamo scoprire un’eredità sempreverde che si tramanda inalterata a dir poco da 5000 anni (per quanto riguarda la Seconda Koiné) e da parecchie decine di migliaia d’anni per quanto riguarda la Prima Koiné. Che in Sardegna sia ancora viva e parlata gran parte della lingua sumero-accadica non può essere un mistero, bastando a ciò l’insularità, che la relegò per millenni rendendola capace di serbare intatti dei fenomeni culturali e antropici altrove evolutisi. A rinfocolare la vitalità del plancher accadico della Sardegna contribuì la lingua fenicio-cananea (anch’essa imparentata con la lingua mesopotamica, quindi con la lingua sarda), la quale fu di casa nell’isola per ulteriori mille anni. La Sardegna quindi è un forziere che custodisce almeno 2500 anni di storia semitica e di lingue semitiche, ancora oggi in uso. La lingua sarda appare come la più antica tra le lingue oggi parlate nel Mediterraneo.
Nei vitigni sardi è proprio la nomenclatura accadica a irrompere; essa polverizza ogni altro tentativo di trovare, per gli ampelonimi, un’etimologia qualsivoglia. Quella che certi personaggi pretenderebbero d’imporre, risulta essere un’etimologia non scientifica, anzi ideologica, pervicacemente e protervamente ideologica, che si vuole gabellare con pasticciate, assurde, indimostrabili basi latine o romanze.
Di seguito presento in ordine alfabetico i nomi e l’etimologia di tutti i vitigni sardi, raccomandando di leggere la trattazione etimologica completa nel Dizionario Etimologico.
AGRAXÈDA (x = fr. j). Vite a uve bianche. Non è a credere che questa denominazione così intrigante racchiuda una semantica relativa all’aspro, all’acido, all’aceto. Sarebbe un paradosso. Agraxèda è una paronomasia. Il termine è un composto sardiano, con base nell’akk. agû ‘onda, inondazione’ + aḫḫūtu(m) ‘fratellanza’ + epentesi di una -r- eufonica. Il significato sintetico fu ‘onda della fratellanza’, con riferimento alla quantità prodotta e all’effetto del vino.
ALBACANNA. Vite a uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + kannu ‘piantina’, col significato sintetico di ‘piantina dei suoli aspri’.
ALBAPARÁDU. Vite ad uve bianche. Da akk. arbu ‘abbandonato, incolto (per la difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + parattu ‘dry land’, col significato sintetico di ‘(vite) dei terreni aspri e asciutti’. A meno che la base non sia parā’u ‘germogliare’ di pianta: in tal caso l’etimo sarebbe ‘(vite che) germoglia in terreni aspri’.
ALBAPASÀDA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + pasa’(a)du (a money chest, un forziere pieno di soldi), col significato complessivo di ‘(vite) dei terreni aspri che arreca tanto guadagno’.
ALBARANTZÉULI, albarantzéllu, altrimenti chiamato lacconarzu o licronarzu (vedi). Produce uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + arantu (a kind of grass) + ellu ‘puro, chiaro, limpido’, col significato complessivo di ‘piantina chiara dei terreni ingrati’. L’appellativo sembra riferirsi al fatto originario che il vitigno allignò facilmente in posti ingrati, dove l’agricoltura non era usualmente praticata; ‘chiaro, puro’ sembra riferirsi al fatto che il vitigno produce uve bianche.
ALBEGENIÁDU. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + gennu ‘montagna’ + adû ‘leader’, col significato complessivo di ‘(vitigno) leader delle montagne aspre’ (il riferimento è a certe plaghe dolomitiche dell’Ogliastra o ad altri siti aspri dell’Ogliastra o del Nuorese).
Si badi che questo è un allotropo dell’ampelonimo Alvusignádu o Arvesiniádu.
ALBICELLA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + ḫelû ‘light(-coloured)’, col significato complessivo di ‘(vite) luminosa (che dà vino chiarissimo) adatta ai siti aspri’. Ma il secondo membro potrebbe avere pure a base l’akk. ḫelû(m) ‘essere allegro’, ‘luccicare intensamente’. In tal caso il significato complessivo sarebbe ‘(vite) dell’allegria che nasce in siti aspri’.
ALBUMANNU. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’, col significato complessivo di ‘(vite dei) suoli difficili che fa fa recitare inni’. Il significato è chiaro: questo vino porta allegria, e nell’alta antichità l’allegria induceva immancabilmente a cantare inni.
ALÓPUS. Vite ad uve bianche. Non credo che la base etimologica sia il greco αλοπούς ‘piede di sale’, perché il significato sarebbe ridicolo ai nostri fini, ed occorrerebbe anche ammettere un fatto non scontato, che tale ampelonimo sia stato introdotto dai monaci bizantini nel primo medioevo.
È molto più congruo pensare ad una base accadica, da ālu(m) ‘village, city’ + pû(m) ‘accesso, ingresso’, col significato sintetico di ‘(vitigno dell’)ingresso al villaggio’. Questo appellativo è tutt’altro che strano. Evidentemente si considerava il vitigno così prezioso, che la sua coltivazione era rigorosamente ristretta alle aree contigue alle abitazioni, da dove poteva essere meglio controllato nei confronti del bestiame pascolante.
ÀLVARA ATZÈSA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’akk. arbu ‘incolto, abbandonato (a causa delle difficoltà di esercitare l’agricoltura)’ + ašāšu, ešēšu ‘catturare, inghiottire’ di inondazione, marea. Prima di sciogliere foneticamente questi due membri, premetto alcune considerazioni. Il personale Àlvara ‘Barbara’ è distinto dal personale Alváro, Alvára. Quest’ultimo è di origine spagnolo-visigota, fatto conoscere in Italia dal Verdi (La forza del destino) e prima ancora dal Goldoni (La vedova scaltra, 1748). L’ampelonimo Àlvara non ha neppure attinenza col gr. βάρβαρος ‘barbaro’; o meglio, oggi è sentito, causa la paronomasia, come equivalente del nome proprio Àlvara ‘Bàrbara’, ma deriva direttamente dall’akk. arbu ‘abbandonato, incolto, ‘aspro e selvaggio’, con riferimento alla natura delle montagne della Sardegna centrale, impervie e ricoperte di selva, inadatte all’agricoltura. Per l’etimologia di sardo arbu leggi dei vari monti Arbu o Albo, di cui Àlvara è aggettivale. Anche Barbàgia ha la stessa base etimologica, significando “territorio aspro (ossia non adatto all’agricoltura)”. Così, mutatis mutandis, è pure il significato del monte Alváro, presso il villaggio di S.M. a Torres, che è un monte dolomitico.
Ora andiamo a sciogliere compiutamente l’ampelonimo Àlvara atzèsa: àlvara è un aggettivo connesso al fatto che tale vite cresce bene nelle terre aspre; atzèsa riguarda la copiosità delle uve prodotte. Onde il sintetico Alvara atzèsa porta alla circonlocuzione attuale ‘(vite delle) terre aspre che travolge con le inondazioni (ossia con la copiosità dei suoi mosti)’.
ALVU ASTIÁNU. Vite ad uve bianche. La vite dovette essere impiegata sulle terre aspre, poiché ha come primo membro alvu, cfr. akk. arbu ‘incolto, abbandonato (a causa delle difficoltà di esercitare l’agricoltura)’. Il secondo membro non si riferisce al nome proprio Bastiano ma è un antico composto in stato costrutto (akk. aštû ‘trono’ + Anu ‘Dio del Cielo’ = ‘trono di Anu’). Il fitonimo significa quindi ‘(vite delle) rupi (detta) trono di Anu’, evidentemente a causa della bontà del prodotto.
ALVU SIGNÁDU. Vite ad uve bianche. Gli allomorfi sono albegeniádu, arvesiniádu, arvisionádu.
Col nome arvesiniádu è noto principalmente a Benetutti, in area granitica alquanto solatìa, che guarda da mezza costa la valle del Tirso. La sua base etimologica sembra l’akk. arbe ‘quattro’ + siyû una pianta (o se’û ‘pressare’) + nâdu ‘lodato, celebrato’, ‘magnificato’ (di deità). Il significato complessivo del composto può tradursi come ‘pianta quattro volte magnificata’, in subordine ‘(uva) da torchio quattro volte magnificata’.
L’allomorfo albegeniádu, oltre alla base arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’, sembra avere nel secondo membro l’akk. gennu ‘montagna’ + adû ‘leader’. Il significato complessivo sarebbe ‘(vitigno) leader delle montagne aspre’ (il riferimento è a certe plaghe dolomitiche o granitiche dell’Ogliastra o ad altri siti aspri dell’Ogliastra o del Nuorese).
AMANTÓSU. Vite ad uve nere. L’etimologia è tutta un programma, avendo a base l’akk. amtu ‘schiava’, amūtu(m) ‘stato di una schiava’. Non ha quindi la base nel lat. ămāns, amantis ‘amante’ ma in un concetto relativo alla schiavitù. Il nome fu dato, evidentemente, per la forte gradazione alcolica del vino, che ha l’effetto di “schiavizzare”, riproponendo le stesse peripezie accadute al nostro avo Noè e ad altri personaggi biblici.
APESÒRGIA. Sono due vitigni, uno ad uve bianche, uno ad uve nere. La base etimologica è l’akk. a = gr. ana + pesû ‘rallegrarsi, godere di qualcosa’ + urḫu(m) ‘via’. Il significato sintetico del nome del vino e dell’ampelonimo è ‘la via del godimento’.
ARGUMANNU. Vite ad uve bianche. Per l’etimologia, non serve richiamarsi al sardo argu, agru ‘acre, aspro’ + mannu ‘grande’. Non sapremmo che fare di tali semantiche giustapposte: argu, perché? mannu, perché, quando il senso letterale sarebbe ‘grande acido’?
Sembra invece più congruo vedere basi accadiche, dove intanto abbiamo un argamannu ‘(color) porpora, violaceo’. Ma anche questo appellativo sembrerebbe poco congruo, vista la sua banalità. Sembra invece più congruo il composto sardiano con basi accadiche arḫu(m) ‘fast, quick’ + manû(m) ‘recitare’, col significato complessivo di ‘(vino) che affretta la dizione’ (per l’alta gradazione: con ovvio riferimento alla “lingua sciolta” della gente ubriaca).
ARÌSTA. Vite ad uve bianche. Ovviamente non ha alcuna parentela col lat. ărista ‘resta della spiga, la spiga stessa’. L’ampelonimo è sardiano, ed ha la base nell’akk. aru(m) ‘gambo, ramo’ (sineddoche per alberello) + ištēn ‘singolo, singolare’. Il composto significò ‘alberello singolare’ (ovviamente per la qualità del prodotto). A meno che il secondo membro del composto non abbia come base l’akk. išittu(m) ‘magazzino, tesoro’ (stanza del tesoro in un tempio o nel palazzo reale). In tal caso il vitigno avrebbe il significato di ‘alberello del tesoro’ o ‘tesoro d’alberello’.
ARÓFFU. È un composto sardiano, il cui etimo è basato sull’akk. bâru(m) ‘dura, durevole’ + uppu ‘superficie’ o upû, ubû ‘spessore, densità’. Il significato complessivo fu quindi, in origine, ‘(uva) dalla buccia dura’.
ARRAMUNGIÁNU. Vite ad uve bianca. Sembra un allomorfo di Remungiò.
ARVISIONÁDU. Noto principalmente a Benetutti. È un composto sardiano, dall’akk. arbe ‘quattro’ + siyû una pianta (o se’û ‘pressare’) + nâdu ‘lodato, celebrato’, ‘magnificato’ (di deità). Il significato complessivo può tradursi come ‘pianta quattro volte magnificata’, in subordine ‘(uva) da torchio quattro volte magnificata’.
BARBARAXÌNA (x = fr. j). Vite ad uva nera. Ampelonimo sardiano con base nell’akk. arbu. Il secondo membro -raxìna va a sua volta scomposto in akk. raḫû, reḫû(m) ‘versar fuori, cospargere, spruzzare (un liquido magico)’ + suffisso sardiano -ìna. Il significato sintetico fu ‘liquido magico per le cerimonie sacre (prodotto in montagna)’. Per la lunga disquisizione sull’etimo, vedi al Dizionario Etimologico.
BÁRGIU, anche brágiu mannu. Vite ad uve nere. In sardo significherebbe, letteralmente, ‘vario’. Ma è più congrua la base accadica barḫu ‘brillante, splendente’ (con l’ovvio riferimento al nitore traslucido del suo vino rosso).
BARRIADÒRGIA. Vite ad uve bianche; esiste la varietà nera. Composto, con base nell’akk. bâru(m) ‘acchiappare, intrappolare’ + turzu ‘butterfly’, col significato sintetico di ‘acchiappa-farfalle’ (evidentemente per il dolcissimo aroma dell’uva).
BERVECHÌNA. Vite ad uve bianche. Base etimologica nell’akk. berū(m) ‘selected’ + ēqu (a cult object), col significato complessivo di ‘(uva) scelta per le offerte sacrificali’. Ciò lascia intendere che da questo vitigno (probabilmente identificabile in, o simile a, uno fra i più noti: Nasco, Vernaccia, Malvasia…) si otteneva l’uva per il classico “vino da messa”.
BIANKEḌḌA. Vite ad uve bianche. Ampelonimo sardiano che può avere la base nell’akk. anḫullu (a plant) ovvero in anḫu(m) ‘tired’ + ellu ‘chiaro, puro (in quanto simbolo degli incantesimi)’. In questo secondo caso il significato fu ‘(vino) d’elezione per la gente stanca’ (nel senso che dava vigore). Ma vedi discussione nel Dizionario Etimologico.
BISÌNI. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. wīsum ‘pochi’ + īnu ‘vino’, col significato di ‘vino per pochi’ (con ovvio riferimento alla bontà).
BONÉNGIA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. būnu(m) ‘bontà’, ‘favore, buone intenzioni’, ‘prominenza, distinzione’ + enēnu(m) ‘accordare favori, essere favorevole’. Il composto in stato costrutto (būn- enēnu > *bunengiu > bonéngia) contiene due termini originari che si ripetono, stanno ambedue nello stesso campo semantico, rafforzandosi a vicenda. Il fitonimo un tempo significò ‘(vite) ricca di bontà’.
BÒRGIO. Vite ad uve nere. Base nell’akk. urḫu(m) un traslato che indica ‘la via della vita’. Il che è tutto un programma.
BOVÁLE. Vite ad uva nera. Base nel bab. bu’’u ‘ricercato, ambito’. Bovale è una denominazione poetica, un aggettivo col suffisso -ale (*bu’’u-ale).
BRÁGIU MANNU. Vite ad uva bianca. Metatesi dell’ampelonimo Bárgiu, base nell’akk. barḫu ‘brillante, splendente’ (con riferimento al nitore traslucido dei chicchi d’uva). Il secondo membro ha base nell’akk. manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’. Significato complessivo ‘(vino) brillante per le cerimonie sacre’.
BRUSCU BIÁNCU. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. ūru(m) ‘alberello’ + šūqu ‘quantità’ col significato sintetico di ‘alberello della quantità’ riferito alla notevole quantità dell’uva prodotta; stato costrutto ūr-šūqu > *ūr-š(ū)qu *(b)ūru-šqu > metatesi bruscu.
BRUSTIÀNA. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. burussu(m) ‘otre’ + tī’u ‘nutrimento, sostentamento’, col significato di ‘otre del nutrimento’ (forse nel senso che produce uva da tavola).
CAḌḌÍU. Base nell’akk. ḫaddû ‘gioiosissimo’. Il che è tutto un programma.
CAGNULÁRI è uno dei vitigni classici della Sardegna, attestato sulle colline mioceniche del Sassarese, specialmente ad Ùsini. Ha riscontro nell’akk. kanû(m) ‘trattare delicatamente, onorare’ (riferito agli dei) + larû(m) ‘ramoscello’. Significa quindi ‘piantina che onora gli dei’, ‘piantina che tratta gli dei con delicatezza’.
CALABRÈSA. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. ḫalabu ‘mungere’ + rēšu(m) ‘top quality, the best’, col significato sintetico di ‘mungitura (vendemmia) della migliore qualità’.
CANAJÒLA. Vite ad uva bianca. Base etimologica è l’akk. qanû(m), qanā’u ‘to keep possession (of slave)’ + ḫulû ‘strega’. Il significato complessivo è ‘strega affascinante, strega che s’impossessa di te’ (con ovvio riferimento alla bontà del vino).
CANNONÁU in Sardegna è forse il vino più celebre. Base nell’assiro-bab. kannu ‘shoot, sapling, germoglio, alberello’ + na’û(m) ‘nostro’ (aggettivo enfatico usato volutamente al posto del suffisso possessivo).
CARÀNA non è un vitigno oggi noto. Il riu Caràna in territorio di S.Antonio Gallura è un idronimo con probabile base nell’antico assiro karānu, neo-assiro kirānu che riguarda un vino particolare, un’uva da vino particolare. Che pure i pianori del rio Caràna abbiano avuto in illo tempore una piantagione del tipo pregiato, è possibile. Ma è meglio credere che l’alto corso di questo fiume, che scorre in territorio siliceo, fosse così denominato per il tipo di Vitis riparia ivi presente, la quale evidentemente servì agli agricoltori del Neolitico come banca-biologica per gli impianti sulla terra coltivabile. Vedi Carignáno.
CARCANGIÒLA, carcangliòla, caricagiòla. Vite ad uva nera. Base nell’akk. kâru ‘essere stordito, incapacitato’ + kanku ‘escludere, bandire’ (st.costrutto kâr-kank- + suff. sardiano -iòla), col significato complessivo di ‘(vino che) non produce stordimento, ubriachezza’ (forse riferito alla gradazione meno forte).
CARDARÉLLU. Vite ad uve nere. Base nell’akk. qardu(m) ‘valoroso, eroico’ con riferimento al re, al dio + ellu ‘puro’ (in relazione al culto), con epentesi di -r- eufonica. Significato chiaro: è chiamato ‘eroico’ per la bontà del suo prodotto (il vino), il quale a sua volta è (un tempo sicuramento lo fu) una classica bevanda per le cerimonie sacre, per la “messa”.
CARICAGIÒLA è un nome di vite sarda. Vedi carcangiòla.
CARIGNÁNO vitigno ad uve rosse. Base etimologica nell’ant. assiro karānu, neo-assiro kirānu ‘vino particolare, uva da vino particolare’ + Anu ‘Dio supremo’ (composto per stato costrutto karan-Anu), col significato complessivo di ‘vino appartenente al Sommo Dio’ (come dire ‘vino immortale’, ambrosia).
CODDILÒINA. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. ḫūdu(m) ‘felicità, piacere, gioia, soddisfazione’ + lu’u(m) ‘gola, esofago’, col significato sintetico di ‘gioia della gola’.
CÒI ERBÉI. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. qû(m) misura di capacità + erbu ‘reddito, incasso’, col significato sintetico di ‘misura del reddito’ (a causa della certezza del reddito proveniente dal vino di tali viti).
COLOMBÀNA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. ḫulû ‘strega’ + banû(m) ‘bella, buona’, col significato sintetico di ‘bella sirena, bella incantatrice’.
CORNIÒLA. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. ḫūru, ūru(m)’albero, ramo’ + nīlu(m) ‘prostrato (albero)’, col significato di ‘alberello prostrato’.
CORRÙDA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. kurrû(m) ‘short’ + ūdu ‘distress, affliction’, col significato sintetico di ‘accorcia-malanni’ (a causa della bontà del vino prodotto).
CRANNÁCCIA. Vite ad uva bianca. Base etimologica nell’akk. karānu ‘vino, vitigno’ + naqû ‘versare (vino in libagione, durante un sacrificio)’, col significato complessivo di ‘vino da libagione (per i sacrifici del tempio)’. Sembra di capire quindi che tra Vernaccia e Crannaccia in origine ci fosse una netta distinzione, e che solo in seguito, causa la paronomasia, si sia giunti alla confusione.
CULPUNTO. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. qullû, qu(l)liu(m) (a vessel) + puttu ‘principe’ (col termine si indica pure un genere di birra). Il significato sintetico dello stato costrutto (qul-puttu, con epentesi di -n- eufonica) è ‘(vino) principe delle giare’ (nel senso che il vino prodotto era tra i più conservabili.
CUSCUSEḌḌA. Vite ad uva nera. L’etimo riposa su un raddoppiamento sardiano (un superlativo) basato sull’akk. qušû (a deity robe): stato costrutto quš-qušû + il solito ellu ‘puro’ per indicarne la magnificenza. Il significato quindi è all’incirca ‘(uva dall’) aspetto simile a un dio’.
ERBA LÌERA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. erbu(m) ‘guadagno, entrata’ + libbu(m) ‘cuore, organi interni’ anche come sede di emozioni; ‘gioioso’. Il significato sintetico è quello di ‘bevuta di emozioni’, ‘entrata di emozioni’ (con riferimento alla bontà del vino).
ERBA POSÀDA. Vite ad uva nera. Base nell’akk. erbu(m) ‘entrata, guadagno’ + pû(m) ‘bocca’ + sādu ‘lega aurea’, col significato sintetico che, a un dipresso, suona ‘bevuta aurea’, o ‘vantaggio aureo della bocca’ od ‘oro che entra in bocca’.
ERBINÈRA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. erbu(m) ‘entrata, guadagno’ + nēru(m) (a tree), col significato sintetico di ‘alberello del guadagno’ (evidentemente per la sua produttività).
FORNACCÌNA. Vite ad uve bianche. Base nell’akk. purûm ‘abuso’ + nâḫu ‘riposare, stare a riposo, calmarsi’, col significato sintetico di ‘abuso che rende quieti’ (con riferimento alle bevute da sbornia).
GALETTA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. galû ‘esiliato; messo da parte (anche nel senso del KO)’ + ettu(m) ‘segno, marchio caratteristico’, col significato sintetico di ‘marchio della sbornia’ (per l’alta gradazione del vino).
GALOPPU. Vite ad uva bianca. È congruo vederci un composto sardiano con le seguenti basi: ebr. ’ahal (הַלאָ) ‘esser chiaro, scintillare, brillare’ + akk. ḫuppu ‘danzatore sacro’. Il significato sintetico fa riferimento alla limpidezza e alla danza sacra (riservata agli déi nelle cerimonie importanti). A meno che non si voglia riprendere un altro lemma ebraico, ’ahal, che nei tempi biblici indicò un legno aromatico. In tal caso i due concetti dell’aroma e della danza sacra (durante la quale si liba coi vini migliori) sono attinenti al nome di questo vitigno.
GIRÒ, Zirone. É un classico vitigno (e relativo vino rosso) del Campidano meridionale, ivi relegato di recente dopo che per millenni era stato coltivato in tutta la Sardegna. Wagner ritiene il fitonimo d’origine ispanica in virtù del corrispettivo catalano girò. Lo stesso Vodret lo ritiene spagnolo, nonostante che il suo libro, proprio in apertura, apparecchi una carta del Mediterraneo con relative frecce, indicanti l’origine semitica dei vini sardi. E in realtà, mentre la Catalogna beneficia, al pari della Sardegna, d’una pletora di lemmi d’origine semitica, dobbiamo cominciare col dire che ancora oggi gli Ebrei dicono tiroš per ‘vino’ ( תִּירוֹשׁ ). Inoltre c’è un preciso lemma akk. ṭīru che indica un non meglio precisato genere di ‘alberello’. Ma dobbiamo prestare attenzione specialmente all’aggettivo akk. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido, eccellente; di alta qualità’.
È evidente l’incrocio delle due forme accadiche, che hanno prodotto il nostro Ziròne. A sua volta Girò è la forma secondaria, importata per il tramite della Catalogna ma pur sempre d’origine semitica, coesistita assieme a Zirone dal 1324, ma solo nelle città reali (dove i Catalani s’insediarono), mentre nelle campagne la forma Ziròne ha sempre imperato senza contrasti.
LACCONARZU, laccanarzu, laccornássiu, vite ad uva bianca. Per l’etimo è possibile considerare il lemma come allomorfo di licronáxu (vedi). Ma è pure possibile evidenziare un etimo specifico, pur mantenendo ferma l’identità tra i due vitigni. In questo secondo caso avremmo la base accadica lāḫu ‘young shoot’ + nāru(m) ‘aureola della Luna’. Col che abbiamo un significato molto sintetico: ‘(piantina) corona del dio Luna’. Il che sarebbe uno dei più alti elogi fatti a un vitigno. In ogni modo è possibile considerare il secondo membro dell’ampelonimo (-narzu) dall’akk. nāru(m) ‘musician’. Col che il senso del lemma antico sarebbe ‘alberello mùsico’ (ossia ‘vino destinato alla musica’, grazie alla sua bontà. Sappiamo quanto fosse importante la musica presso i popoli antichi).
LICRONÁXU (lacconarzu, laccanarzu) è un vitigno che produce vino bianco; ma in ristrette aree esiste pure su licronáxu nieḍḍu. Composto poetico, dall’akk. liqu(m), lāqu ‘palato’ + nāru(m) ‘musico, musicante’, col significato complessivo di ‘musico del palato’ (con riferimento alla gioia che dà ad assaporarlo). Ma può significare pure ‘(vino per il) palato dei musici’.
MALVASÌA. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. malû(m) ‘abbondanza, pienezza’ + (w)aṣu(m) ‘far crescere, germogliare, dischiudersi’ = ‘germoglio dell’abbondanza, germoglio dell’opulenza’.
MANZÉSU. Vite ad uve nere. La base etimologica è l’akk. manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’ + ḫesû(m) ‘spremere droghe e altro attraverso un telo’. Il significato antico è di pronto apprendimento, anche se ambiguo: o si tratta di una metafora esaltatoria delle sue qualità, oppure tale vino fu usato veramente per le pratiche d’incantesimo, che nell’alta antichità erano del tutto usuali, senza per questo perdere il fascino arcano (erano praticate di notte, possibilmente al chiaro di luna) e l’alta qualità delle procedure.
MARA. Vite ad uva nera. Base nell’akk. amāru(m) ‘fare un sogno, sognare’. Il che è tutto un programma.
MEDRULÍNU. Vite ad uva nera. Il fitonimo ha la possibile base nell’akk. mērû ‘gravidanza’ + tullû ‘decorare’, col significato sintetico di ‘splendida gravidanza’ (con riferimento alla pienezza dei grappoli d’uva). Una seconda opzione sarebbe lo stato costrutto akk. mertû, martû (a tree) + ullû(m) ‘esaltato’ come epiteto della divinità + il suff. aggettivale sardiano -ínu. In questo caso il significato sintetico sarebbe ‘alberello dell’esaltazione divina’.
MÌGIU. Termine usato in alternanza con Semidánu. Abbiamo una base accadica, che dà miḫḫu (a type of beer) used for libation. Col che veniamo a sapere che, laddove mancava il vino, anche la birra veniva usata dai locali per le libagioni sacre: fatto attestato varie volte nei testi mesopotamici.
MOLLE. Vite ad uva bianca. Base nell’akk. mullu(m) ‘riempimento’, mūlu ‘pienezza’. Sembra riferito alla pienezza dei grappoli prodotti.
MÓNICA. Vite ad uva nera. Base nell’akk. muneḫḫu ‘che rende docile, quieto’. Questo appellativo curioso deriva dal fatto che la bassissima acidità fissa del vino lo rende appetibile, al punto che il bevitore varca facilmente la soglia dell’attenzione, restandone… domato, ‘docile, quieto’.
MORA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. mūru(m) ‘giovane animale’. Mūru era un epiteto indirizzato al re, e spesso rappresentava la più autentica denominazione del regnante: ‘giovane animale’ al posto di ‘re’. Tanto basta per capire l’importanza di questa vite.
MOSTÁI. Vite ad uva nera. Ha la base etimologica nell’akk. mušta’’û ‘tempo libero, bella vita’. Questo ampelonimo è tutto un programma.
MURÍNU o mùrinu. Vite ad uve nere. Base nell’akk. mūru(m) ‘giovane animale’ + īnu ‘vino’. Vedi mòra.
MURISTELLU. Vite ad uva nera. Base nell’akk. mūru(m) ‘giovane animale’ + šitû ‘il bere, l’atto del bere’. Mūru era un epiteto indirizzato al re; a tale epiteto si aggiunse per stato costrutto il termine šitû + ellu ‘vino da offerta’. Quindi significò, sinteticamente, ‘(vino che) il Re beve nei sacrifici del Tempio’. Non ci sono parole per intessere lodi più valide a questo vino portentoso.
MUSCÁU. Vite a uve bianche. Base nell’akk. mû ‘acqua’ ma anche ‘ordine, regole (cosmiche, con riferimento al culto)’ + ṣūḫu ‘risata’, ma anche droga, incantesimo afrodisiaco, che porta alla risata. Il composto s’aggiustò col tempo in *mu-ṣuḫ-au > muscáu. Quindi il vino Muscáu originariamente fu chiamato ‘acqua dell’incantesimo’ per la sua bontà. In ogni modo possiamo tradurre la base accadica anche come ‘acqua della risata’ poiché, essendo il Moscato un classico vino da donne, la risata è il primo segno dell’ubriachezza muliebre.
NASCO, Nascu, vite ad uva bianca. Base nell’assiro nasāqu ‘to choose, select’ > nasqu ‘chosen, precious; select quality’. Giusto il fatto che moltissimi termini semitici sono condivisi dall’accadico e dall’ebraico, dobbiamo ricordare che l’ebraico nāsaq (נַסַק) significa ‘versare (il vino), fare libagione, offerta di vino’: tutto ciò riferito specialmente al vino delle offerte, al vino sacro (oggi diremmo vino da messa). Ciò lascia intendere quanto fosse importante questa vite per gli Ebrei fondatori di Sìnnai, e c’è da scommettere che furono proprio loro a dare il nome al Nasco.
NEGRAVÈRA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nēru (a tree) + bêru(m) ‘to choose, select’, col significato sintetico di ‘alberello scelto’.
NIEḌḌA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nidnu(m) ‘dono (ricevuto da Dio)’. Il che è tutto un programma.
NIEḌḌA CARTA. Vite ad uve nere. In epoca arcaica l’equivalente di niéḍḍa carta (ossia akk. nēru ḫarāṭum) significò ‘alberello che nutre’, forse perché produceva uva da tavola, o forse perché il buon vino è nutriente comunque, anche quando si è privi d’altra pietanza.
NIEḌḌA MANNA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nēru (a tree), che perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorreva distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, manna non significa l’attuale ‘grande’, perché non c’è ragione. Anche tale parola ha subito l’omologazione, ma anticamente corrispondeva all’akk. mânu ‘provvedere di cibo’. Infatti niéḍḍa manna significò ‘alberello nutriente’. È lo stesso fenomeno che abbiamo già notato nell’ampelonimo niéḍḍa carta.
NIEḌḌÈRA. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nīdu(m) ‘giacente, strisciante’ + ēru(m) (a tree), col significato complessivo di ‘alberello molto piccolo’, ‘alberello molto basso’.
NIEḌḌU ALTZU. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nēru (a tree). Perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorse poi distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, altzu non è altro che l’adattamento fonetico (epentesi di -l-) di un termine sardiano con base nell’akk. (w)aṣu(m) ‘solista’ (cantante del culto). Il composto niéḍḍu altzu significa quindi, nel complesso, ‘alberello solista’, il che, riferendosi all’enorme importanza del cantante solista negli antichissimi templi, è un elogio altissimo.
NIÉḌḌU MANNU. Vite ad uve nere. Vedi nièḍḍa manna.
NIÉḌḌU PORKÍNU. Vite ad uve nere. Base nell’akk. nēru (a tree), perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorse poi distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, porkínu è un termine sardiano con base nell’akk. puḫru(m) ‘assemblea, riunione’ di clan, famiglia, popolo. L’ampelonimo significò quindi ‘alberello delle assemblee’. Se poniamo mente all’importanza di certe assemblee dell’antichità (normalmente riservate agli uomini), sappiamo quanto vino scorresse. Doveva essere un vino “festivo”, quello buono, delle grandi occasioni. Di qui il nome dell’ampelonimo, che è tutto un programma.
NIÉḌḌU PRUNISKEḌḌA. Vite ad uve nere. Paronomasia originata da un ampelonimo sardiano basato sull’akk. nidnu(m) ‘dono (di Dio)’ + purûm ‘abuso’ + nisḫu(m) (risultato dell’estrazione: spremuta, vinificazione) + ellu ‘puro, limpido’ (riferito a un dio o all’uso nelle cerimonie sacre). L’ampelonimo, già nell’alta antichità, dovette avere un significato estremamente sintetico, che era tutto un programma, riferito al vino la cui spremuta (mosto) sembrava un autentico dono di Dio da usare nei riti sacri (ellu), del quale però si giungeva a fare abuso (a causa della bontà).
NURÁGUS. Vite ad uva bianca. Base etimologica nell’akk. numru ‘brillantezza’ + agû ‘onda, flusso, inondazione’, per cui significa, letteralmente, ‘flusso di brillantezza’. È infatti il bianco più chiaro della Sardegna.
OGU PÙSSIDU vite ad uva bianca. Base nell’akk. ugu ‘power, strength’ + puṣû(m) ‘bianchezza’ anche come designazione di un tipo d’oro + edû ‘onda’. L’antico significato complessivo è ‘onda potente e chiara’ (riferita al vino prodotto).
OLLASTRÍNU. Vite ad uva nera. Base nell’akk. ullû(m) ‘esaltata’ detto di una dèa magnificata + aštaru ‘dèa’ + īnu ‘vino’, col significato sintetico di ‘vino di dea magnificata al sommo grado’.
PALMÌJA. Vite ad uva bianca. Paronomasia creata su un ampelonimo di origine sardiana basato sull’akk. palâmu (una veste regale) + igû ‘prince, leader’. Il significato fu ‘apparenza da principe’ (riferito al grappolo d’uva).
PANSÁLE, pantzále è il nome antichissimo d’una vite sarda, da cui è sortito pure un cognome. Il termine è sardiano con base nell’akk. panū(m) ‘andare avanti, in testa’ + salā’u(m) ‘spruzzare’ (acqua nei riti di purificazione).
Per capire meglio l’etimo, occorre badare al gesto benedicente dei preti cattolici che aspergono l’acqua benedetta, il quale è identico alla gestualità precristiana, poiché anche gli antichi sacerdoti operavano allo stesso modo, specie in Egitto e in tutto il Vicino Oriente. Si dà il caso che per certi riti si aspergeva il vino. Ciò è noto principalmente (ma non solo) per i riti di aspersione nelle cerimonie cimiteriali. Il vino fu sempre un ingrediente importante nei riti sacri dell’antichità. E non fu un caso se Gesù lo santificò, dichiarandolo suo sangue per i secoli a venire.
PANTZALINIÉḌḌU è il nome di una vite sarda, forse distinta da quella nota come pansále (vedi). Per l’etimologia rimando a pansále. Niéḍḍu sembra richiamare il fatto che ci si riferisce a un vitigno produttore di uve nere.
PASCÁLE. Vite a uve nere. Ha un nome autoreferente, che richiama la Pasqua. È il classico ‘(vino) pasquale’. Non dimentichiamo che la Pasχa, la Pasqua (Pesaχ) era ed è la più grande festa ebraica, quella in cui era consentito persino ubriacarsi. Il ‘vino pasquale’ dev’essere dunque il migliore in assoluto. Pascále è da ritenere pertanto un ulteriore tassello di memoria dell’antica Sardegna, dei tempi in cui la presenza ebraica (che data almeno dal 950 a.e.v.) era veramente cospicua ed influente.
PIÁNU. Vitigno a uve bianche. Base nell’akk. pānīu(m), pānû(m) ‘il primo in assoluto’. Il che è tutto un programma.
PREDI OLLA. Vite a uva bianca. Base nel bab. pitru(m) + ullû(m) che significa, letteralmente, ‘terreno esaltato’ (rivolto a una dea), che in questo caso possiamo tradurre “tralcio divino”.
RAMÁSCIU. Vite a uva bianca. Base nell’akk. rāmu ‘amatissimo’ + ašu(m) ‘distinto, nobile’, col significato di ‘nobile e amatissimo’.
RAZZÒLA. Vite a uva bianca. Base nell’akk. râṣu(m) ‘accorrere (in aiuto)’ + ullû(m) ‘esaltata’ di dèa. Il significato originario fu ‘grande dèa soccorritrice’. Il che è tutto un programma.
REMUNGIÓ, Remmungiáu, Ramungiáu è una varietà d’uva bianca del sud-Sardegna. Il termine, basato sul vocabolo remungiádu, deriva dall’assiro rêmum, re’āmum ‘to be merciful, have compassion on’, ‘essere misericordioso, compassionevole’, re’mu ‘amico, unico grande amore’ + ḫadû ‘gioioso’. Il composto è quindi da tradurre come ‘amico gioioso’.
RETAGLIÁDU. Vite a uva bianca. Base nell’akk. rētu ‘forza’ + allatu, illatu(m) ‘famiglia, clan; (dio del) clan’, col significato sintetico di ‘forza del clan’, o ‘forza del dio del clan’: il che è tutto un programma.
RETÁGLIU. Vite a uva nera. Sembra una retroformazione di retagliádu, cui rimando. In ogni modo, nell’ipotesi che l’ampelonimo abbia avuto una formazione autonoma, si può proporre tranquillamente l’etimo accadico rētu ‘forza’ + ālu(m) ‘villaggio’, col significato sintetico di ‘forza del villaggio’ (nel senso che la produzione di tali vitigni doveva essere una garanzia di sopravvivenza, o una sicurezza di scambio, per un villaggio organizzato).
ROSA. Vite a uva nera. Base nell’akk. rusû(m) (un genere d’incantesimo). L’ampelonimo parla da sé.
ROSANÈRA. Vite a uva nera. Per l’etimo di questo ampelonimo, vedi più su rosa, che significa ‘incantesimo’. L’aggettivale nera è alquanto sospetto, essendo italianizzante. Lo si poteva chiamare nièḍḍa. Evidentemente quello che sembra un aggettivale è, in realtà, una paronomasia prodotta su un termine sardiano avente la base nell’akk. nēru (a tree). Quindi rosa nèra significò ‘alberello degli incantesimi’ (a causa della bontà del vino). Nome di stupefacente bellezza.
SATZAPÓRUS. Vite a uva nera. Il termine è sardiano, con base nell’akk. šaṭāpu(m) ‘preservare la vita’ + ūru(m) ‘città, villaggio’. Al pari del vitigno Retagliádu, che significò la ‘forza del villaggio’ (evidentemente perché ha sempre garantito una resa vitale per l’intero villaggio), anche satzapórus significò ‘il salva-vita del villaggio’.
SEMIDÁNU. Vite a uva bianca. La base etimologica è l’akk. šīmtu(m), šēmtu ‘fato, destino’ + suffisso aggettivale sardo -nu. La forma sarda riposa, al solito, sulla desinenza in -a dell’accus. akk. (šīmta). La forma semidánu deriva dunque dalle forme intermedie *šim(i)tum, *šem(i)tum e significa ‘(vino) del fato, del destino’. Tutto un programma.
SINZILLÓSU. Vite a uva nera. Base nell’akk. Sîn, sînu ‘dio Luna’ + sillu(m) ‘protezione del dio’ (stato costrutto sîn-sillu + suff. sardiano -ósu) col significato di ‘protezione del dio Luna’ (il quale in origine fu molto più importante).
SPAREḌḌA. Vite a uva bianca. Base nell’akk. sippirû (a fruit tree) + ellû(m) ‘puro, limpido’: stato costrutto sippir-ellû > *s(ip)par-ella > spareḍḍa. Probabilmente, la piantina produsse uva da mensa: di qui il richiamo all’albero da frutta e alla limpidezza (del vino).
TENÁGI RÙBIU. Vite a uve nere. Base nell’akk. tīnu ‘un cespuglio fruticoso’ + aḫû(m) ‘fraternizzare’. In questo caso il significato sintetico è ‘alberello della fraternità’ (poiché berne il vino porta a… solidarizzare).
TIDOCCO. Vite a uva bianca. Base nell’akk. tîtum ‘nutrimento, cibo’ + akû ‘palo d’ormeggio, d’appoggio’. Col che veniamo a sapere che le due viti titiacca (vedi) e tidocco producono uva da tavola, e che fin dalla più alta antichità i due vitigni furono utilizzati principalmente nelle pergole o appoggiati ad alberi o spalliere (palo d’appoggio).
TITTIÀCCA è un vitigno che produce uva da tavola bianca. Il termine è una agglutinazione, che tutti esplicano in titta de bacca ‘capezzolo di vacca’. In realtà ciò è vero soltanto per il primo membro dell’ampelonimo (titti-) che è il sardo titta, con suffisso -i- per essere in stato costrutto.
Ha un’equivalenza quasi perfetta con l’ampelonimo detto tidocco (vedi). La base etimologica è l’akk. tîtum ‘nutrimento, cibo’ + akû ‘palo d’ormeggio, d’appoggio’. Col che veniamo a sapere che le due viti titiàcca e tidòcco producono uva da tavola, e che fin dalla più alta antichità i due vitigni furono utilizzati principalmente nelle pergole o appoggiati agli alberi, o alle spalliere (palo d’appoggio).
TRIGA. Vite a uva bianca. Base nell’akk. ṭīru(m) (un genere di alberello o cespuglio) + igû ‘principe, leader’. L’antico significato dell’ampelonimo è ‘alberello principe’. Di triga ci sono due vitigni, quello ad uva nera e quello ad uva bianca.
VERMENTÍNO. Vite a uva bianca. Tri-composto accadico: bēru ‘di élite, selezionato, scelto’ + mīnu(m) ‘incalcolabile’ + tīnu (un cespuglio che dà frutti). Il composto si combinò quindi in *ber-min-tinu. Significa pertanto ‘alberello fruttifero altamente selezionato’.
VERNÀCCIA. Vite a una bianca. Base nell’akk. bēru(m) ‘selected’ + naqû ‘versare (vino in libazione, durante un sacrificio)’. Il nome significa quindi ‘(vino di classe) scelto per le libazioni’. Scopriamo così che questo vino prodigioso nell’alta antichità era usato, al pari del Nasco nel sud-Sardegna, per i riti divini: era insomma un classico “vino da messa”.
TZACCAREḌḌA. Vite a uve nere. Base nell’akk. zakāru ‘parlare’ + ellu ‘puro, chiaro’, col significato di ‘parlar chiaro’ (epiteto ironico dovuto alla “parlantina” causata dal vino). Con questo nome abbiamo viti a uve bianche e viti a uve nere.
ZIRÒNE. Vedi Girò.
2. VOCABOLARIO ETIMOLOGICO DEI FITONIMI SARDI
In Sardegna, grazie all’etimologia dei cognomi e dei toponimi, è possibile riesumare numerosi nomi arcaici di piante (o nomi ad esse riferiti), che altrimenti sarebbero rimasti sepolti e tacciuti in eterno. Quest’operazione di messa in luce non vuole affatto avere la pretesa di reintrodurre tali fitonimi tra quelli ancora in uso nell’isola. Certe parole sono oramai morte, ed è giusto che morte rimangano. Però all’etimologo serve anche questo: evidenziare certi fenomeni per mostrare uno “spaccato” di altre epoche, per dare conto delle perdite lessicali e delle nuove formazioni che nel tempo si sono affacciate.
Così ha senso ricordare che la Punta is Aruttas, nella porzione centro-occidentale della penisoletta del Sinis, non attiene alle “grotte”, anche perché il sito ha rocce arenacee, poco adatte ad essere scavate a fondo dal mare. Invece il termine ha base etimologica nel bab. ḫaruttu ‘date palm frond’. Quindi il toponimo va tradotto come ‘Punta delle palme da datteri, Punta delle fronde di palma (da datteri)’. Questa doveva essere la situazione quattromila anni or sono.
Simile operazione di restituzione in pristino è valida anche per Lardòri, un cognome di Ussassái che indicò un fitonimo con base nell’akk. lardu ‘erba’ (prob. il nardo) + urû ‘sostanse aromatiche’. Questo fu un tipico prodotto “da erboristeria”; se era stato il nardo, allora fu importato dal Vicino Oriente, e l’apparizione di un tal cognome a Ussassai (nel sito più remoto dell’isola) può avere un solo significato, che i commercianti di nardo si spinsero anche nelle contrade più interne, ricevendo il cognome dal prodotto venduto.
Altra restituzione in pristino avviene per Altèa, cognome d’origine assai antica, essendo registrato in Sardegna già dal 1410 nel CDS I 833 e II 43; si ha ripetutamente anche in EA. Nel 1600 appare in Sassari e Porto Torres. Un casato con questo nome appartenne alla nobiltà isolana. Nell’isola si ebbe anche il cgn. Altéo. Base etimologica è l’akk. ārā ‘territorio, estensione di campagna’ (pronunciato in sardo, indifferentemente, ara e ala) + tē’u, tī’u ‘fico’. Altèa indicò in origine un ‘territorio piantato a fichi’.
Altra restituzione è il cognome Arzédi, che Pittau fa corrispondere al villaggio medievale Arzedi, Arcedi presso San Sperate. Il termine è un composto sardiano basato sull’akk. arsu, arzānu ‘chicco d’orzo’ + (w)ēdû(m) ‘prominente, importante’. In origine questo fu, evidentemente, il nome dell’orzo migliore della Sardegna, così famoso da dare il nome al villaggio e al cognome.
Bana è cognome di Oristano con base nel sum. bana, indicante una parte della palma da datteri.
Discorsi e puntualizzazioni tipo quelli proposti sono possibili in altri casi. Ma in questa Enciclopedia non c’è bisogno d’insistere. Invece sento l’esigenza d’elencare uno ad uno tutti i fitonimi oggi esistenti, con relativa etimologia, magari ridotta per ragioni di spazio. Tali fitonimi saranno reperibili anche nell’annesso Dizionario Enciclopedico, in forma più completa.
ABRÌḌḌA. Vedi aspìḍḍa.
ACCODRO ‘terebinto’. Vedi còdora e cordra.
ACCUCCA (Isili, Nurri, Illorai), cucca, cucca cucca log. e camp. ‘gramigna’ (Hordeum bulbosum L.), ‘scagliola’ (Phalaris tuberosa L.), ‘bambagiona’ (Holcus lanatus L.), ‘paleo dei prati’ (Festuca elatior L.), ‘mazzolina’ (Dactylis glomerata L.), ‘scagliola campestre’ (Phalaris canariensis L.).
È arduo dare un nome certo e distinto ai fitonimi relativi alle numerose Graminacee. Talché si genera uno stesso nome per parecchie specie tassonomiche, e per alcune specie ci sono più nomi. Questo problema riguarda, con maggiore o minore ampiezza, i fitonimi quali accucca, cucca, cucca cucca, erba de ascùlpi, coedòppi, erba stulàda, mussi mussi, erba gabiḍḍùda, pilìni, erba de braba, erba cuaddàra e altri, che talora si scambiano tra di loro.
Il rappresentante più noto di questo genere botanico è la scagliola (Phalaris canariensis L.), che viene pure coltivata perché i semi sono appetiti dagli uccelli e in particolare dai canarini. Le varie specie campestri, tra le quali rientra la scagliola, hanno pure altri nomi, quale coiáttu (vedi), erba cuaddàra (vedi), e così via.
Invero, la parola (escluse eccezioni rare nella storia della lingua sarda) è nata allorché s’intendeva dare una precisa denominazione e definizione alla cosa, al fitonimo, all’idea. Tenuto conto di ciò che rappresentarono le Graminacee per i pascoli delle età arcaiche, accucca, cucca, cucca cucca va considerato come composto sardiano con base nell’akk. akû ‘umile, debole, senza forze’ + uqu ‘popolazione’ (nel senso di varietà botanica), col significato di ‘genere umile’.
ÀDANU ‘ginestra dell’Etna’ (Genista aetnea L.); cresce in forma arborea ed è tipica della Sicilia e della Sardegna. Nelle lingue semitiche abbiamo forme similari (come fenicio ’dn ‘signore’, ugaritico adn ‘signore, padrone’). L’etimologia proposta da NPPS 303-4, basata sulla forma tardo-latina cadanus ‘erba odorifera’, galiz. cádavo, port. cadávo, ceco kadík, russo kadít ecc. aiuta a completare il quadro.
ÀḌḌARA ‘galla della quercia’. Vedi gàḍḍara.
AÈNA, avèna ‘avena’. Cfr. lat. avēna, lit. avižà, lett. àuza, ant.pruss. wyse, asl. ovĭsŭ. Nell’accadico abbiamo la base etimologica: per sardo aèna e lat. āvēnā, ḫāwû, amû ‘’lettiera per animali’ (un uso ancora attuale) + sum. en ‘signore, maestro’; onde i fitonimi sardi enárgiu, avenárzu, enárzu.
AÈNA MURRA ‘avena selvatica’ (Avena fatua L., Avena barbata Brot., Avena sterilis L.). Nell’accadico abbiamo la fonte di questo fitonimo: essa è, per sardo aèna e lat. āvēnā ‘avena’, ḫāwû, amû ‘lettiera per animali’ + sum. en ‘signore, maestro’; onde i fitonimi sardi enárgiu, avenárzu, enárzu + mūru(m) ‘giovane animale, torello, puledro’. Il significato complessivo è ‘avena per torelli, puledri’ (con riferimento al fatto che i giovani animali appena svezzati avevano bisogno di un primo nutrimento a base di queste foraggere).
AGRAXÈDA (x = fr. j) nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
AJÁCCIU gall. ‘ginepro rosso’. Vai al lemma gjáccia.
AÍΘΘO è il fiore del corbezzolo (Arbutus unedo L.) a Urzuléi, Talàna; a Perdasdefogu aíssu. Base etimologica nell’akk. a, ana (stessi significati della particella greca) + ittu(m) ‘(ominous) sign’, especially good; in composto fa: sardiano a-ittu, col significato di ‘segno divino’ o simili.
Da ciò sembra di capire che anticamente, nonostante il dispregio dei Romani per gli Ilienses che producevano il miele amaro (un miele ostile come il loro carattere…), gli Ilienses medesimi amavano a tal punto i prodotti dell’Arbutus unedo da considerarli un segno di amicizia divina.
ALAPÁTTU, lapattu, lapathu, lampattsu. Si chiamano così vari tipi di ‘romice’ (Rumex o Acetosa). Tali piantine hanno l’acido ossalico e, come si dice, prendono alla gola a causa della forte acidità. Infatti il fitonimo ha base nell’akk. lapātu ‘toccare, afferrare, prendere alla gola’.
ALÁSE, alási ‘agrifoglio’, anche ‘pungitopo’. Vedi olòsi.
ALÁSU ‘gramigna’ (Ogliastra). Vedi etimo al lemma olòsi.
ALATÉRRU, alavérru, ladérru, arridéllu, alidérru, arridéli, litarru ‘alaterno’ (Phyllirea angustiofolia L., Phyllirea latifolia L.). La comune base etimologica dei fitonimi sardo e latino è l’akk. aladiru, ladiru (una pianta).
ALAÙSSA camp. ‘senape bianca’ (Sinapis alba L.). Lo stesso procedimento logico che i Sardiani misero in campo per forgiare la parola giùspinu, fu messo in campo per alaùssa. Infatti questo composto ha base nell’akk. âlu ‘tagliare’, ‘sminuzzare’ + uššu(m) ‘a copper vessel’ per farina o altro, col significato complessivo un po’ simile a quello di giùspinu, ossia ‘(semi) da polverizzare e conservare in vaso’. Si capisce che il procedimento per confezionare la mostarda coi semi della senape fu noto già nelle età più antiche.
ALATHÙKRU, alaθúkru ‘marrubio’ (Marrubium vulgare L.). Così detto a Fonni. NPPS 128 cita da Dioscoride 3,105,2 che la parte della pianta impiegata come antisettico sulle ulcere, e quindi anche sulle scrofole, erano le foglie. Alaθúkru è composto con base nell’akk. ālu(m) ‘villaggio, paese, città’ + ṣuḫru(m) ‘giovinezza, gioventù’, col significato di ‘giovinezza dei borghi’, termine poetico per indicare che la pianta, fiorente specialmente nelle parti umide più accoste ai centri abitati, era usata anche per le malattie di fegato, per intossicazioni e quant’altro.
ALBACANNA è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALBA CAPRÙNA gall. ‘lanciola o piantaggine’ (Plantago major L. o Plantago lanceolata L.). Base etimologica l’akk. kapru(m) ‘villaggio’ + suffisso aggettivale sardiano -na, col significato di ‘erba del villaggio’. Questo significato, comune ad altre erbe della Sardegna, denota che la pianta era addirittura coltivata, o almeno utilizzata al massimo dagli antichi residenti, in virtù delle sue proprietà: era infatti febbrifuga, antivirale, espettorante, vulneraria, etc.
ALBAPARÁDU è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALBAPASÀDA è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALBARANTZÉULI, albarantzéllu, albarantzélla è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ÁLBARU, árvaru log. ‘pioppo bianco’ (Populus alba L.). Wagner lo ritiene di origine italica (albaro, albarello).
ALBEGENIÁDU è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALBICELLA è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALBUMANNU è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALIDÉḌḌU, log. aridéḍḍu ‘lampagione o cipollaccio’ (Muscari comosum Mill.). NPPS 213-14 sostiene che non ad alum (Plinio, N.H. 26,42) bisogna andare per ricercare l’etimo di alidéḍḍu aridéḍḍu, ma al lat. aretillum (citato in CGL 3,26 e Ps.-Diosc. 3,151), che considera attrazione paronomastica di aries, arietinus. L’intuizione di NPPS può essere valida e, se lo è, questo fitonimo ha un’espansione mediterranea, essendo con sicurezza pure sardiano, avente base etimologica nell’akk. ālu(m) ‘montone, ariete’ + te’ītum, tîtum ‘nutrimento (cibo)’, col significato di ‘cibo degli arieti’.
Questa etimologia va bene per la tradizione sardiana, poiché possiamo considerare il secondo membro del composto (te’ītum, tîtum) come la base di -déḍḍu. Sappiamo che per un ricercatore è difficile intuire le basi esatte da cui si evolse l’attuale -ḍḍ-, essendo indifferente un esito da -ll- come pure una lenizione fonetica da un originario -t-. Quanto al lemma latino arietinus, nel caso che fosse la base del nostro fitonimo si dovrebbe supporre una corruzione ed un successivo riadattamento fonetico.
ALIDERRU ‘fillirea’. Vedi alla voce alatérru.
ÁLIGA camp., aħa ‘immondezza’ sass., arga centr. e log. Per l’etimologia vai ad arga. È giunto il momento di rendere giustizia a questo termine, che tutti i linguisti (compreso Wagner) derivano direttamente dal lat. alga (indicante il vegetale del mare). Dalla parte della loro interpretazione c’è non solo l’equivalenza fonetica, ma ci sarebbe pure una posizione ideologica, fomentata dal fatto che i Romani consideravano inutile l’alga marina, chiamandola appunto alga inutilis. Ma quest’indizio ha poco o punto valore, poiché, guarda caso, gli antichi contrapponevano l’inutilità dell’alga all’utilità dell’immondezza, la quale veniva utilizzata con sommo vantaggio nella concimazione dei campi. Quindi mancano le condizioni per creare un parallelo tra l’alga e l’immondizia, anche perché siamo stati soltanto noi moderni, cittadini dello spreco nati nella seconda metà del XX secolo, ad aver parificato ed omologato arbitrariamente quegli antichi concetti e considerato inutili sia l’alga sia l’áliga.
Va ricordato l’uso degli antichi (compresi i Sardi) di accatastare i rifiuti urbani fuori della porta del villaggio o della città, nel luogo chiamato muntunággiu, o muntronárzu. Si badi bene, lo chiamavano muntonággiu, non muntoni ‘mucchio, cumulo’ di qualsiasi cosa. Wagner fa derivare muntòni dal lat. mons, montis, mentre invece l’origine è dal bab. mu’(ud)dû ‘(large) quantity; multitude’ < mâdu ‘diventare o essere molto numeroso’, ma’dû, madû ‘(large) quantity, wealth, abundance’. A tale termine si appose sum. unu ‘sito’. Quanto a muntunággiu, ha la stessa base di muntò-(ni), da bab. mu’(ud)dû + sum. unu + akk. nâḫu ‘riposare’; il composto mu’(n)dû-nâḫu > muntunággiu significò quindi ‘(sito del) riposo dell’abbondanza, riposo della ricchezza’. Infatti è un principio noto, anche nelle moderne discariche, quello di far “riposare” i rifiuti per consentire la loro trasformazione in sostanze organiche utili alla concimazione.
Questo è il concetto che gli antichi avevano di s’áliga. Quanto alla sua etimologia, essa non deriva dal lat. alga ma dall’accad. ālu(m) ‘villaggio, città’ + ikû(m) ‘campo’ (stato costrutto āl-ikû), col significato complessivo di ‘campo comunale’, ‘luogo comune di gettito’. Lo stato-costrutto sardo è capovolto rispetto a quello semitico.
ÁLIMU cistacea cespugliosa di aspetto argentino, con fiori gialli quadripètali puntati di scuro alla base di ogni petalo (Helianthemum halimifolium Pers. = Halimium halimifolium). Pare abbia la base etimologica nell’akk. alimu (di origine sumera) ‘onorevole, di alto rango’, col significato quindi di ‘(fiore) degno di onore’ o simili.
ÁLINU ‘ontàno’ (Alnus glutinosa L.). Wagner e Pittau lo fanno derivare dal lat. alnus. É possibile, ma l’origine comune del fitonimi sardo e latino è nel bab. elinu (albero non meglio identificato).
ALLELÙJA camp. Oxalis acetosa, anche Oxalis pes-caprae. Composto sardiano con base nell’akk. ālu(m) ‘ram, montone, ariete’ + elû(m) ‘risultato’ di un raccolto (stato-costrutto āl-lelû). Il significato originario del fitonimo fu quindi ‘pabulum di arieti’, e solo in era cristiana prese la semantica attuale. Ma forse è più congruo immaginare che già in epoca preromana in Sardinia il fitonimo fosse chiamato ed inteso, per paretimologia, come allelùja, in virtù delle numerose ed importanti presenze ebraiche disseminate in Sardegna.
ALLÒRGIU MALU ‘zizzania’ (Lolium termulentum L.). Vedi lullu malu.
ALÓPUS è nome di vite sarda analizzata più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALÙSSARA ‘salsapariglia’ Smilax aspera, anche ‘clematide’ Clematis flammula e ‘vitalba’ Clematis vitalba. Così chiamata in parte dell’Ogliastra. Da qui il toponimo sul bordo est del Salto di Quirra. Base etimologica il sum. alu ‘ram, montone’ + šar ‘to make splendid’: alu-šar ‘(pianta che) fa splendidi i montoni’ (ossia rafforzante).
ÀLVARA ATZÈSA è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALVU ASTIÁNU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALVU SIGNÁDU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ALZU, alsu gall. Morus nigra. Vedi arísu.
AMANTÓSU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
AMBUATZA. Stando alle sue lievi varianti fonetiche, può indicare a volte la ‘senape bianca’ (Sinapis alba L.: armulatta); a volte il ‘rafano selvatico o ramolaccio selvatico’ (Raphanus raphanistrum L.: armuratta, armuranta, irimulatta, ambulatza, ambruatza).
Per l’etimologia vale tutto ciò che ho scritto di armuratta, base nell’akk. armu ‘coperto; incluso, racchiuso’ + ūrātu (a garment), col significato di ‘(frutto) rivestito di una teca’, com’è proprio del rafano. In ogni modo nella forma ambuatza può avere influito l’antico nome ebraico della Cipolla (Allium cepa), che fa bātzāl, בָּצָל , Nm 11,5-6.
AMBULATZA, ambuàtza. Vedi armuràtta.
AMORÁI, canna de morái, canna de amorái (Iglesias) ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus ferox Lois., Dipsacus fullonum L.). Base etim. nell’akk. amû (a spiny plant) + ra’i ‘decisamente’, col significato di ‘(pianta) totalmente spinosa’.
ANKISA (Wagner) ‘cicerchia’, inkìsa (Nuragus) (Lathyrus cicera et sativus). NPPS 272 propone l’origine dal cat. guixa (cfr. prov. geissa > franc. gesse; alto arag. ĝisa ‘pisello, lenticchia e sim.’). Queste forme sono panmediterranee con base nell’akk. anḫu(m) ‘stanco’ + isu(m) ‘mascelle’, col significato di ‘mascelle stanche’, per il fatto che il frutto deiscente, a maturazione, s’apre mostrando la fila dei semi, allineati come una dentatura.
ANGATURRA, ancaturra (Bosa) ‘baccello dolce che si mangia’. Base nell’akk. anḫu(m) ‘stanco’ di gente e animali + ṭūru (una pianta medicinale delle myrracee, l’Opopanax, esattamente la Commiphora erythraea, in somalo nota come hagar). In origine lo stato-costrutto anḫu-ṭūru ebbe, evidentemente, un significato forte, legato all’ottimo sapore del baccello ed alle sue virtù ricostituenti: onde il nome ‘mirra de(gli animali) deboli’.
ANGÙLI, angùlias ‘cencio minore’ (Linaria elatine Mill., var. spuria Mill.). Base etim. l’akk. anḫullû (a plant).
ANIÀDA è il ‘melograno’ (Punica granatum) nonché il suo frutto. Base etim. l’akk. Anu ‘Dio supremo’ + adû ‘leader’ = ‘Anu conduttore di popoli’ (nome esaltativo, con riferimento al gradevolissimo sapore del frutto). Nell’antica Babilonia più di un frutto ricevette un nome collegato alla magnificenza degli dei.
ANNA E LOCU (Bitti e Siniscola) ‘fiore del rosolaccio’ (Papaver rhoeas L.), composto aggettivale con base nell’akk. Anu, Annum (God of heaven) + elû(m) ‘sorgere’, ‘risorgere’, ‘che ascende’ + suff. aggettivale -cu, col significato di ‘Anu che sorge’. Il riferimento al Dio del Cielo, al Dio-Sole che sorge in una palla di fuoco, è lapalissiano, causa il colore rosso-fuoco del papavero.
ANNÁYU log. ‘siepe, pruno selvatico’ (Prunus spinosa L.), base nell’akk. a, an, ana + nawûm ‘(area di) campo nomade’. Si noti che a, an, ana ha gli stessi significati del gr. aná, e come esso entra in composti connotativi. Quindi an-náyu nell’alta antichità ebbe il significato di ‘(siepe) che circonda il campo’, ‘siepe apposta al campo’ (per la difesa notturna dagli animali di rapina).
ANNÙRCA è una mela sarda (ma non solo). Il Diz. della Lingua Ital. del Devoto la presenta come “varietà di mela poco pregiata, con buccia rosso violacea e polpa bianca, acidula”. Considera annùrca una voce meridionale dal lat. *indulcare ‘far dolce’. Ma tale parola non esiste in latino.Invece è un composto accadico: Anu, Annu ‘Dio del cielo’ + (w)urqu ‘yellow-green colour’. Questa ottima mela, che non è mediocre, come pensa Devoto, significò'(frutto) giallo-verde di Anu’.
ANTUNNA ‘fungo’ (Pleurotus ostreatus var. eryngii o ferulae); nome presente in quasi tutta la Sardegna del nord con varie forme, ivi compreso tùnniu, tunnìu, antunnu, kantunna, tuntunnu, tuntùnniu. Base nell’akk. Anūtu ‘disposizione di An, Anu’ (che è il sommo Dio) + unû (un genere di carne) (stato costrutto Anūt-unû > An(ū)t-unû) = ‘carne di Anu’. L’Antunna è considerato il classico “fungo da carne”, talchè nel sud dell’isola è chiamato espressamente cardulinu e petza ‘fungo di carne’. Sino a due decenni fa, allorché scoppiò pure in Sardegna la fungo-mania, nel nord Sardegna s’Antunna era l’unico fungo raccolto (tutti gli altri non erano né apprezzati né raccolti, e non avevano nome, salvo eccezioni). Infine va notato che i prodotti naturali più pregiati hanno spesso un nome riferito al Dio Onnipotente (vedi Aniada, Aniadedda, Annurca, etc). Va notato che con tuntunnu (allomorfo di antunna) è pure chiamata la ‘morisia’ (Morisia monantha).
ÀP(P)ARA log. e centr. ‘aglio angolare’ (Allium triquetrum L.). Base etim. l’akk. apāru(m) ‘coprire la testa’. La ragione onde l’aglio angolare abbia tale nome è che il suo corimbo, prima di aprirsi, rimane avvolto da una cortina semitrasparente, comportandosi come i funghi della varietà Cortinarius o, se vogliamo, come i funghi della variatà Amanita.
APESÒRGIA è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
APPADEZZONÁDU (Bonorva); padezzonattu log. ‘a forma di cupola, tondo’; anche nome dell’ovolo (Amanita caesarea). Il prototipo cui riferirsi è padeḍḍa (vedi).
ÁPPIU sardo ‘sedano’ (coltivato e selvatico). Ritroviamo lo stesso lemma nel lat. apium ‘sedano’, ed anche in Italia e in Spagna. Il lemma è mediterraneo, e già Dioscóride (II, 175 RV) ci consente d’afferrare il bandolo dell’etimologia (Σέλινον ἄγριον: οἱ δε βατράκιον… Ρωμαĩοι ἄπιουμ… Θοῦσκοι ῥανίνουμ ‘Sedano selvatico: alcuni lo chiamano “ranuncolo” ossia pianta delle rane, i Romani lo chiamano apium, gli Etruschi ranínum’). Da ciò si evince che s’áppiu già in età arcaiche era considerato come pianta dei luoghi palustri e fluviali. Ciò consente di estrarre con facilità la base etimologica, vedendo áppiu come aggettivale da akk. abbu ‘pantano, palude’ (Semerano OCE II 342).
ARABÁTTU sass. ‘romice crespo’ (Phalaris coerulescens Desf., Rumex crispus L.). La base etimologica è la stessa di alapattu e lapathu (dall’akk. lapātu ‘toccare, afferrare, prendere alla gola’). Tuttavia non va taciuto che in questa fonetica può avere influito l’antico nome ebraico del Pioppo (Populus euphratica: ‛arāvāh, עֲרָבָה , Os 4,13).
ARÁRU sass. ‘alloro’. Vedi láru, dove si discute l’etimologia d’ambo i lemmi.
ARBÌḌḌA. Vedi aspìḍḍa.
ARBÙΘΘU, arbùtzu. Questo termine non è da confondere col lat. arbutus, arbŭtum, forma secondaria di arbustus ‘arboreo, con forma d’albero’ che dà la voce Arbutus unedo ‘corbezzolo’. Arbuθθu, arbutzu nelle aree centrali della Sardegna significa ‘asfodelo’ (Asphodelus ramosus vel phistulosus L.). L’origine del nome è dal bab. arbūtu e ḫarbūtu ‘desolazione’. Ciò che l’etimo babilonese impone alla riflessione è l’effetto dell’asfodelo, e ciò che rappresenta per i pastori. S’arbutzu è la “pianticella della morte”, perchè s’insedia nelle praterie dove l’humus, per incendi o eccessi di pascolamento, ha terminato il ciclo vitale creando il deserto.
ARCULÉNTU ‘abrotano’ (Artemisia abrotanum L.), ma anche ‘erba prota’ (Achillea ligustica), e persino ‘millefoglio’ (Achillea millefolium L.). Base etim. nell’akk. (w)arḫu(m) ‘Luna’ + littu(m) ‘sgabello’, col significato di ‘sgabello della Luna’. Questo nome fu assunto in età arcaica, oltre 4000 anni fa, quando la Luna era considerata il sommo Dio della civiltà sumero-accadica. Chiamare poeticamente queste due piante ‘sgabello del Dio Luna’ significa che i nostri antichi padri le consideravano assai utili.
ARENÁDA log. e camp. ‘melograno’ (albero e frutto). Il significato è lo stesso dell’it. (mela) granata, ossia ‘mela granigliosa, a grani’, da arena ‘rena, sabbia’ < sum. ara ‘to grind’ + en (marca di plurale). Il composto ar-en indicò fin dall’origine la pluralità, la moltitudine del minuscolo pietrisco effetto di “macinatura” per azione del sole e del vento.
ARESTA (canna) gall. ‘cannuccia’ (Arundo phragmites L.). Sembra che il fitonimo nasconda una paronomasia, onde aresta potrebbe essere la resa fono-semantica attuale di un composto sardiano basato sull’akk. aru(m) ‘gambo, stelo’ + aštu ‘rami; fogliame’, col significato di ‘(canna) a gambo ramificato, o con fogliame’ (con riferimento al fatto che queste cannucce, oltre alla vistosa pannocchia sommitale, hanno moltissimi rametti laterali).
Da notare che gli Accadici chiamavano la cannuccia qān apu ‘cannuccia degli stagni’.
ARGA centr. e log., áliga camp. ‘alga (marina e fluviale)’; ‘concime, immondezzaio’; argare ‘concimare’; argùmene ‘mucchio d’immondezza’. La base immediata del lemma sardo è il lat. alga, ma esso a sua volta ha base etimologica nell’akk. alaknu (a kind of rush, un genere di giunco).
ARGUMANNU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ARIÈḌḌA (Tempio) ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus fullonum L., Dipsacus ferox Lois., Dipsacus sylvester L.). Base etim. nell’akk. aru(m) ‘ramo, fronda’ + (w)ēdû(m) ‘prominente, elevato’ (stato costrutto ari-ēdû), significante ‘pianta alta’. Infatti questa cardacea raggiunge talora i due metri.
ARIGÁGLIA, aricáglia, aricrária ‘carota’ (Daucus carota L.). Base etim. nell’akk. ariḫu (a plant) + aḫê ‘separatamente, da solo’ (stato costrutto ariḫ-aḫê), significante ‘pianta (con radice) unica’.
ARISARUM VULGARE. Per l’etimo vedi arizáru.
ARÌSTA è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ARÍSU sass. ‘moro nero’ (Morus nigra L.). Cfr. sp. aliso. Base etim. akk. aru(m) ‘gambo, stelo’ + iṣu(m) ‘albero’, significante ‘albero dei gambi, delle verghe’ (per il fatto che i suoi rametti sono utili a costruire cesti e altro).
ARIZÁRU, Arisarum vulgare Targ., chiamato in Toscana arisaro. Base etim. akk. arītu (a knife, dagger) + āru ‘guerriero’, col significato di ‘spada di guerriero’ a causa dello spadice che contraddistingue questa aracea, il quale si presenta quasi “inserito in una guaina”, rappresentata dal petalo avvolgente. Va da sé che pure il nome latino ha basi accadiche.
ARKIMISSA ‘lavanda selvatica o lavandula’ (Lavandula stoechas L.), labiata intensamente aromatica, i cui fiori sono utilizzati anzitutto per profumare la biancheria e salvarla dalle tarme, per fare profumi, estrarre un ottimo miele. A Bitti è così chiamata la ‘canapicchia’ (Helichrysum italicum G.Don.). Arkimissa in quanto ‘canapicchia’ è un composto con base nell’akk. (w)arqu(m) ‘giallo; giallastro’ di pianta + mišu ‘esercito, truppe’, col significato di ‘esercito giallo’ (riferito al fatto che questa pianta produce una pletora di capolini giallo-oro, celebri per i riverberi che indorano gli spazi della gariga: il termine greco helichrysum ‘oro del Sole’ evidenzia soltanto il bellissimo colore, trascurando l’aspetto dell’innumerevole quantità di capolini).
Quanto alla ‘lavanda selvatica’ (Lavandula stoechas), l’omologazione di questa pianta al prototipo su cennato sembrerebbe seriore. tra le due piante manca l’affinità: hanno differente il profumo antitarmico e l’accestimento; i capolini della lavanda sono di colore rosso-violaceo anziché d’un solare giallo-oro. Archimissa in quanto ‘lavanda selvatica’ ha base etim. nell’akk. (w)arḫu(m) ‘(dio) Luna’ + mišu ‘esercito, truppe’, significante ‘esercito del dio Luna’ (con evidentemente dedica di questo cespuglio, utilissimo e straordinario, al sommo Dio dei Sumeri). Forse l’accenno all’esercito è dovuto al fatto che ogni capolino è produttore a sua volta di grandi quantità di micro-fiorellini.
ARMIḌḌA ‘serpillo o pepolino’ (Thymus serpillum L.). NPPS 135 ricorda che esso, «avendo fusti generalmente striscianti e radicanti era chiamato in gr. hérpyllos, da hérpō ‘striscio’, donde il lat. ha preso in prestito (h)erpyllus, (h)erpyllum (André 122). Incrociatosi con armilla, denominazione di una rutacea odorosa (Peganum harmala L.) in Oribasio, syn. 3, 174, questo vocabolo per ‘serpillo, pepolino’ è continuato in tutto il srd. come armíḍḍa (DES,I,113)». Del fitonimo armilla di Oribasio s’ignora l’origine e lo si giustappone al serpillo senza darne conto.
Osservo comunque che la preziosa piantina, apprezzata per l’intenso e gradevole profumo citrino, cresce in habitat di gariga, in montagna fin oltre i 1300 metri. In tal guisa abbiamo la base etim. nell’akk. aru(m) ‘gambo, stelo’ + mēlû(m) ‘altitudine’, ‘luoghi alti’, col significato di ‘piantina delle montagne’. A meno che non sia direttamente dall’akk. armēdu ‘a plant’.
ARMULATTA ‘senape bianca’ (Sinapis alba L.). NPPS 235 ricorda l’identità del nome con la ‘senape nera’ (Brassica nigra Koch), che in Campidano è detta ambulatza. Per la discussione e l’etimo vedi al lemma armuratta.
ARMURATTA, armuranta log., irimulatta nuor., ambulattsa camp. rust. e ogliastr., ambruttatza camp. ‘rafano selvatico o ramolaccio selvatico’ (Raphanus raphanistrum L.). NPPS 233 lo deriva da un lat. ARMORACIA, ARMORACEA, «voce attestata a partire da Celso 4,16,2 e poi in Col. 6,17,8; Plinio, N.H. 19,82; 20,22; Pallad. 4,9,5». Il fitonimo è primamente sardiano, mediterraneo, precedente alle attestazioni latine, con base nell’akk. armu ‘coperto; incluso, racchiuso’ + ūrātu (a garment), col significato di ‘(frutto) rivestito di una teca’, com’è proprio del rafano.
ARÓFFU. è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ARRAMUNGIÁNU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ARRIDÉLI ‘fillirèa’. Vedi alla voce alatérru.
ARRIDELLU ‘fillirèa’. Vedi alla voce alatérru.
ARRÒDA (spina e) ‘calcattreppolo’. Vedi spina e arròda.
ARRÙBIU (trigu) camp., è un cereale dei tempi remoti. Non significò affatto ‘rosso’, avendo la base in termini babilonesi quali rubbu’um ‘quadruplicare’ (onde il significato di ‘grano che produce 4/1’), oppure rubû ‘principe’ (onde il significato di ‘grano principe’, per la sua qualità).
ARRUD’E GANIS ‘scrofularia’ (Scrophularia peregrina L.). Base etim. nell’akk. arrūtu ‘ruolo di richiamo’ (com’è l’uccello di richiamo o lo specchietto delle allodole) + gannu ‘garden’, col significato di ‘(erba di) attrazione dei giardini’, evidentemente a causa della bellezza.
ARRULLÒNI camp. ‘coccola del ginepro’, base etim. nell’akk. arru ‘decoy bird, uccello da richiamo’ + lumnu(m) ‘misero, di poco valore’. Per capire il significato antico del termine (‘tranello, richiamo di poco valore’), va osservato che gli uccellatori hanno sempre usato due tipi di richiami: o l’uccello vivo (richiamo costoso) o la coccola matura del ginepro coccolone (richiamo dal valore vile). Ancora oggi gli uccellatori sardi nella cattura degli uccelli usano esclusivamente la coccola del ginepro.
ARTIÒCCORO ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus fullonum). Vedi sòcciri.
ARU ‘aro o gigaro’. Base etim. l’akk. arû ‘granaio’, oltreché ‘essere incinta’. Dal concetto di ‘granaio’ deriva il nome sardo della pianta chiamata aru (Arum pictum). Infatti lo spadice della pianta porta una pannocchia di frutti della grandezza dei grani di mais che maturando diventano rossi o rosso-gialli, da cui il latino Arum pictum ‘grano dipinto’. Vedi satzaròi.
ARVISIONÁDU è nome di vite sarda analizzato più su nell’elenco degli ampelonimi.
ASCIÒNE, ansciòne, alciòne, askiòne, artzòne, assòni ‘nasturzio’ (Nasturtium officinale). Base etim. di asciòne (e allomorfi) è l’akk. ašû ‘mal di testa’ (ossia influenza) + sum. nu ‘pasto’, col significato di ‘cibo per il mal di testa’. Evidentemente le virtù di quest’erba erano note nell’antichità, visto che guariva da una impressionante serie di malanni (cito Paulis NPPS 242-3: affezioni alla testa, tosse, asma, dolori al petto, disturbi alla milza, piaghe cancerose, parassiti dell’intestino, alopecia, disturbi dell’udito, mal di denti, ulcere fagedeniche, dolori alle anche ed ai lombi, fungosi, sfaldamento delle unghie; in più rafforzava l’intelletto, ed usato bruciato metteva in fuga i serpenti ed era un rimedio contro le punture di scorpione). Il significato di asciòne fu, insomma, quello di ‘pasto rafforzante’.
ASCULPI (erba de) ‘panico’ graminacea mangiata dagli uccelli (Setaria italica L.). Composto sardiano con base nell’akk. asu(m) ‘mirto’ + kuluppû (a bird), col significato di ‘mirto degli uccelli’.
ASMÌLA log. ‘smilace o salsapariglia’ (Smilax aspera L.), termine sardiano dall’akk. asmīdu (a garden plant) agglutinato e contratto con ilû, elû ‘che va in alto’. Da ciò scopriamo che nei giardini di Babilonia, notoriamente creati sui ed attorno ai palazzi costruiti affianco di grandi canali, si coltivava certamente la smilace, causa il suo bellissimo frutto simile a grappoli d’uva color rosso-sangue.
ASPÌḌḌA, asprìḍḍa, abrìḍḍa, arbìḍḍa ‘scilla o cipolla marina’ (Urginea maritima Bak.). NPPS 215 lo considera tout court una derivazione da SQUILLA, e comunica che «il nome, anche sotto forma di derivati, è attestato già nel sardo medievale: CSP 309 Aspilletu; CSMB 5 ki posit Petru Alla in Arsbilledu; CV, XI,4 su erriu de guturu d’esquilla». È importante notare che nel Medioevo in Sardegna si usava, secondo le aree linguistiche, la -q- e la -k- come equivalente di -p- (Lautverschiebung). Ma è ancora più importante notare che l’ambivalenza (fungibilità) di quest’esito fonetico era un fenomeno mediterraneo. Ad esempio, i Latini ed i Greci utilizzavano per proprio conto questa equivalenza (scĭlla, σκίλλα), basandola sulla -p- originaria attestata tra gli Accadi.
Tornando ai Sardiani, è vero che mantennero la fungibilità di tali consonanti, riconoscendo questa legge mediterranea, ma è pur vero che al 99% dei casi conservarono (e conservano ancora oggi) per proprio conto la -p- originaria, come ora vedremo.
In tal guisa, possiamo pensare che proprio aspìḍḍa fosse il prototipo del fitonimo sardiano, che poi generò per corruzione asprìḍḍa, abrìḍḍa, arbìḍḍa (mentre il camp. squìḍḍa è italianismo). A sua volta aspìḍḍa è composto sardiano con base nell’akk. (w)aṣû(m) ‘sollevarsi molto, crescere molto’ + pillû (a plant), col significato di ‘piantina dalla forte crescita’ (com’è tipico della scilla, la quale si caratterizza per il lunghissimo scapo senza foglie, che raggiunge anche 1,5 metri).
ASPRÌḌḌA. Vedi aspìḍḍa.
ASSANGIÒNI ogliastr. (Allium vineale L.). Base etim. nell’akk. as-saḫūnu (a spice or vegetable), con as- assimilativo di akk. a, an, ana, identico alla particella greca aná col significato di ‘su, per, verso, in, fino a, contro, a causa di’.
ASSUḌḌA ‘sulla’; si distingue in assuḍḍa èra (Hedysarum coronarium L.) e assuḍḍa burda (Hedysarum capitatum L.). Il termine sembra squisitamente latino < sulla. Ciononostante, in semitico abbiamo forme assai simili, se non identiche, per quanto esse siano di difficile inquadramento a causa del significato; ma esse sono da accettare poiché la sulla è una foraggera che cresce in terreni aridi o semi-aridi, specie nel Vicino Oriente e nell’Africa del nord. Infatti i linguisti la ritengono di origini prelatine. Vedi i termini accadici sullû(m), ṣullû ‘invocare, supplicare, pregare a’ (con riferimento alla bontà dell’erba), sulu ‘supplica, preghiera’.
ASSUSSÈNA log. ‘giglio bianco’ (Lilium). Wagner ne pone l’origine nello spagnolo azucena; nelle laudi della Vergine e dei Santi, in Sardegna è applicato precipuamente alle Sante, e vale ‘qualcosa di estremamente puro e bello’: Candidissima assussena è santa Greca. Questo epiteto iberico potrebbe essere originariamente anche sardiano. In ogni modo ha base etimologica nell’akk. (w)aṣû(m) ‘solista’ (detto di cantante del culto) + kēnu(m) ‘affidabile, onesto, leale, giusto’. Questo epiteto, ch’era già importante negli antichissimi cori con presenza di un solista, fu evidentemente traslato in epoca cristiana come epiteto della Vergine e di qualche Santa. Da qui l’estensione al giglio bianco, emblema unico di purezza.
ÁSUMA (Lula), sásima (Gallura) ‘alaterno’ (Rhamnus alaternus L.). Paulis NPPS 409 collega il termine col lat. sesamun, sesamus, sesama, sesima (Sesamon indicum L.), in virtù del fatto che il ricino (Ricinus communis L.) è chiamato da Plinio (N.H. 15,125) sesamon silvestre e, parallelamente, in virtù del fatto che ricino ed alaterno sono comunemente usati come purganti. La ricostruzione del Paulis è alquanto intrigante, ma preferisco vedere in ásuma un fitonimo sardiano con base nell’akk. asum ‘mirto’. Sásima non è altro, in tal guisa, che questo vocabolo con l’art. det. sa agglutinato. Si badi che il mirto e l’alaterno hanno le foglie quasi identiche, e gli stessi frutti neri dell’alaterno somigliano un po’ a quelli del mirto.
ASÙNI ‘crescione’ (Nasturtium officinale L.), anche asciòni, askiòne, asùni (da cui il cognome Asùni, Azùni). L’etimologia è già stata discussa alla voce asciòne.
AÙRRI ‘carpino nero e bianco, carpinella’ (Carpinus betulus, Ostrya carpinifolia Scop.). In Sardegna le uniche due foreste naturali di carpino nero si trovano su due fiancate montuose (palas) entrambe con pendenza di rottura, l’una affacciata a nord, l’altra ad est, rispettivamente alla base delle bastionate dolomitiche di Mont’Arbu di Seùi e di Villanovatùlo. A meglio precisare, le due foreste insistono proprio in un sito ubertoso, con ottima terra granigliosa ed aerata, costantemente inumidita dalle micro-scaturigini dell’immensa area carsica. La forma sarda aùrri deriva dal bab. aburriš “in a green pasture”, “to lie/dwell in a green meadow, vivere in un prato verde” o, che è lo stesso, da aburru “water-meadow, prato irriguo, pastura, pascolo”.
AÙSSA fitonimo i cui allotropi sono thurgùsa, thrugùsa, cugùsa e significa ‘cicuta, appio acquatico, crescione, sedanino d’acqua’. Base nell’akk. a’uššu, amuššu, aḫuššu (un vegetale bulboso).
AUSSÀRA, atzàra, autzàra, *lutzàra, alùssara ‘vitalba’ (Clematis vitalba L.) e ‘salsapariglia’ (Smilax aspera L.). Base etim. accadica, poggiante su quattro fitonimi i quali, a quanto pare, si sono fusi e confusi col passare dei secoli: sono a’uššu, amuššu (un vegetale bulboso), donde aussà-ra, autzà-ra; inzarû (an aromatic plant).
AUTTSÀRA ‘clematide’ e ‘salsapariglia’. Vedi aussàra.
AVENÁRZU, enárzu ‘avena selvatica’. Vedi enárgiu.
AYUCCA ‘ononide’ (Ononis spinosa L.). Base etim. l’akk. ayyaku (a type of sanctuary of goddesses). Quali affinità ci siano tra la nostra piantina ed il santuario di una Dea, si capisce leggendo la discussione su stasibòis, stragabòis ed erba nigheḍḍa, che sono gli altri fitonimi indicanti l’ononide. Possiamo solo arguire che questa piantina, con i quattro fitonimi che ne esaltarono in origine, se non la sacralità, almeno l’enorme importanza, dovette essere un’essenza fortemente ammirata tra i Sardiani.
ATTSÀRA ‘clematide’ e ‘salsapariglia’. Vedi aussàra.
ATTSOTTALÌMBA ‘robbia selvatica’ (Rubia peregrina L.). Base etim. nell’akk. asūtum (a kind of cloth) + lippu ‘pallina, tampone, batuffolo’. Per capire il significato originario (‘pallina dei vestiti’) va tenuto conto che il frutto dell’attaccamani (Galium aparine L., una varietà molto simile alla Rubia peregrina L., tant’è che spesso sono confuse) è una capsula quasi sferica, a due teche, ispida per peli uncinati, che si attacca ai vestiti.
BAḌḌAJÓLU, baḍḍerínos (Orune) ‘rosa di monte’ (Rosa canina L.). Base etim. nell’akk. ballu ‘mistura’ di cibo per animali + ullu (a bull), col significato di ‘cibo di tori’. Vedi comunque la discussione al lemma baḍḍerínos.
BAḌḌERÍNOS, baḍḍayólu (Orune) ‘rosa di monte’ (Rosa canina L.). Baḍḍerínos è composto sardiano con base nell’akk. ballu ‘mistura’ di cibo per animali + rīmu(m) ‘wild bull’, col significato di ‘pabulum di tori selvaggi’.
BALANZU ‘caprifoglio delle macchine’ (Lonicera implexa Ait.). Vedi alla voce guadángiu.
BALÁU (bascu) ‘viola’ (Viola hirta L.). Paulis NPPS riporta il termine da Amatore Cossu 60, che a sua volta lo registrò senza accento e senza localizzazione geografica. Il fitonimo, se non è un errore, ha probabile base nel sum. balla ‘headdress’, col che s’indicò, almeno un tempo, la vocazione di questa viola per fare corone. Può anche derivare dall’akk. balatu (un ornamento).
BALCU, barcu, bascu ‘viola’ (Viola hirta L.), ‘violacciocca’ (Mathiola incana R.Br.). Paulis NPPS mette a confronto il fitonimo del Logudoro e della Gallura con i nomi molto simili della violacciocca in toscano, ligure, nizzardo, corso, siciliano, calabrese. Per tutti quanti produce un’etimologia araba, da balaq ‘colore pezzato’, propriam. m. ablaq, f. balqa ‘screziato di due colori, bianco e nero’. La vastita delle attestazioni del fitonimo lascia intendere che in età arcaica fosse mediterraneo. La più antica attestazione scritta è l’akk. (w)arāqu ‘essere verde-giallo; pallido’.
BARBARAXÌNA è nome di vite sarda già discusso nel capitolo degli ampelonimi.
BARCU. Vedi balcu.
BARDU DE ANZÒNE ‘Eryngium campestre’. Vedi cardu de anzòne.
BÁRGIU, anche brágiu mannu, è nome di vite sarda già discusso nel capitolo degli ampelonimi.
BARRACÓCCU log., piricóccu camp. ‘albicocco (albero)’ e ‘albicocca (frutta)’ (Prunus armeniaca). Wagner si limita a trovare i paralleli in còrso, siciliano, francese (abricot). Il camp. piricóccu, giusto Wagner, è corrotto per ingerenza di pira ‘pera’. DELI, in relazione all’etimologia dell’it. albicocco, risale soltanto all’arabo, che fa (al)-barquq (birquq) ‘prugna, susina’, e suppone risalga all’aram. barquqa. L’etimologia di questo composto, pur passando per l’aramaico, si basa sull’akk. barāqu(m) ‘rischiarare, splendere’, ‘divenir giallo (frutta)’, anche ‘colpire (i nemici con luce accecante)’. In sardo, il termine barāqu fu “arrotondato” ed iterato nel suffisso, con riferimento al termine coccu, col quale si denominano tutto le forme rotondeggianti, quali un ‘sasso levigato’, la ‘pastadura tonda’, termine derivante anch’esso dal mesopotamico (ass. kukku, che è un genere di dolce). L’antico significato del sardo barracoccu è dunque quello di ‘(frutto) dolce, dorato e rotondo’. Stupisce notare quanto i Babilonesi amassero questo frutto, il cui bellissimo colore dorato era rapportato ai cromatismi solari.
BARRACCUCCA ‘rafano selvatico o ramolaccio selvatico’ (Raphanus raphanistrum L.). Base etim. nell’akk. bâru(m) ‘acchiappare, intrappolare, racchiudere ermeticamente’ + kukku(m), gukku (a kind of cake), col significato complessivo di ‘(pianta) dai semi racchiusi’.
BARRIADÒRGIA è nome di vite sarda già discusso nel capitolo degli ampelonimi.
BASCU. Vedi balcu.
BASÓLU ‘fagiolo’ (Vigna sinensis Edl.). Paulis NPPS 280 fa una importante precisazione sulle foraggere del genere Vigna, così nominate da Domenico Vigna, professore di botanica a Pisa nel XVII secolo. Vi appartiene appunto la Vigna sinensis Edl., che è la specie cui si riferivano i Greci con phásēlos, phasíōlos, phasíolos e i Romani con l’imprestito phaselus, phaseolus e anche passeolus e passiolus (André 196). Paulis precisa che «Le continuazioni moderne di questo termine sono poi passate nelle lingue neolatine a designare i fagioli (Phaseolus vulgaris var. communis), specie ortense dell’America centro-meridionale, che fu introdotta in Europa soltanto nel XVI secolo. Pertanto quando Wagner (DES,I,506), per esemplificare le attestazioni del log. basόlu ‘fagiolo < PHASEOLUS, adduce un passo degli Statuti Sassaresi (i80 : tridicu, orgiu, faua, basolu), lo fa con una qualche imprecisione, perché evidentemente in epoca medievale, anteriore alla scoperta dell’America, basόlu non poteva avere significato di fagiolo. La fissazione del nuovo significato ha comportato una certa ristrutturazione dell’intero campo lessicale relativo ai legumi alimentari, in seguito al quale in logudorese, ove mancano continuatori di CICERE, il semplice basόlu indica il fagiolo, e con basόlu dundu (tondo) o basόlu bittsúdu (col becco) o basόlu de atta (angoloso) si designa il cece detto invece in camp. čížiri < CICERE. Una forma di compromesso tra i due sistemi s’incontra a Fonni, dove il cece è detto fasόlu čížiri (AIS 1384)».
Dopo questa opportuna precisazione, va però affermato che il termine sardo basόlu ha base nel latino, e nel greco φάσηλος che significa ‘barca, scialuppa’ (con richiamo evidente alla forma del baccello aperto), la quale riaccosta ai significati originari di lat. faba, un originario duale che denota le due valve: akk. bābu, aramaico bāb ‘porta’ (specie quella a due ante). Lo stesso greco φάσηλος è calcato su base corrispondente ad ebr. p(e)sālā ‘sbucciare’, pāṣa ‘aprire’, pāṣam ‘to split’. Alla base di pêṣum va ricondotto il lat. pīsum (Semerano, OCE II 516).
BATTILÌMBA log. ‘robbia selvatica’ (Rubia peregrina L.), ‘attaccamani’ (Galium aparine L.). Batti-limba è una classica paronomasia derivata da un composto sardiano avente a base l’akk. bātu ‘half’ + lippu ‘pallina, tampone, batuffolo’. Il significato ‘mezza-pallina’ s’evince dal fatto che il frutto uncinato del Galium aparine L. «è una capsula quasi sferica, a due teche, ispida per peli uncinati partenti da un tubercolo».
BEBBÉI camp. ‘coccola del ginepro’. Il lemma è iterazione sardiana (usata in termini superlativi) dell’akk. be’u (a bird), col significato di ‘(coccola degli) uccelli’. Il nome non ha nulla di strano. Infatti la coccola è usata ancora dagli uccellatori sardi per attirare e catturare al laccio gli uccelli da passo.
BELLÉI DE CAḌḌU (Aritzo) ‘ingrassabue’ (Chrysanthemum segetum L.). L’etimo si chiarisce per la funzione apotropaica del fiore. Infatti belléi non significa in questo ambito ‘giocattolo, balocco’ e non è nemmeno formazione del linguaggio infantile. Belléi è composto sardiano ed ha base nell’akk. bēlu(m) ‘signore, proprietario, padrone, possessore, controllore’ di attributi quali la capacità della divinazione, bêlu(m) ‘prender possesso di, essere signore di, essere responsabile di’ + ewûiš < ewûm ‘rendere qualcuno simile a; truccare’, col significato complessivo di ‘trucco che dà capacità di controllo’ (in questo caso si parla di malocchio). Il composto *bel-ewiš divenne col tempo *bel-ewi (interpretandosi la -š, -s come suffisso plurale) > *beléi, infine raddoppiò la liquida per attrazione dell’it. bello.
BELTIS camp. ‘papavero bianco’ (Spano). Secondo Wagner sarebbe da metterne in dubbio persino l’esistenza, soltanto perché non riesce a raccapezzarsi su questo bellissimo nome. Invero, beltis ha base etimologica nell’akk. bēltu, Bēltiya ‘Signora del firmamento’ (epiteto della dea Astarte).
BERVEKÌNA è nome di vite sarda già discusso nel capitolo degli ampelonimi.
BIANKEḌḌA è nome di vite sarda già discusso nel capitolo degli ampelonimi.
BÌARRÀBA sass., bìarràva (Cagliari, Laconi) (Beta vulgaris L.). A Sassari e dintorni la biarràba è la ‘barbabietola rossa’ (Beta vulgaris var. rubra). Paulis NPPS coglie il parallelo col piemontese barava, accreditandone l’origine italiana. I fitonimi sardo e piemontese hanno la stessa origine panmediterranea, con base nell’accadico. Per quanto mi riguarda, il fitonimo è certamente un composto sardiano, ma è facile capire il significato del secondo membro -ràba, da akk. rabû(m) ‘big’, rabbu(m) (a big kind of cake). È infatti noto che la bietola rossa del Sassarese nei secoli andati fu mangiata come sostitutivo di dolci più raffinati, grazie all’alto tenore in zuccheri. Ancora oggi tale bietola è servita a fettine nei ristoranti sardi. Per il primo membro di biarràba possiamo pensare che, siccome questa barbabietola ha gran bisogno di acqua, sia da riferire all’akk. bī’u ‘sbocco (di corrente)’, od uḫīru ‘weed, bagnato’.
BIḌḌIGHÍNZU, bitikinzu, vitikinzu, pilighinzu ‘vitalba’ (Clematis vitalba L.). Questo è un composto sardiano con base nell’akk. billu ‘complessità, intrico’ + ḫinzu (termine non meglio noto che designa delle immagini), col significato complessivo di ‘immagine intricata’ (o simili), con riferimento appunto all’immenso intrico col quale questo rampicante avviluppa e pervade gli alberi cui s’aggrappa.
BIḌḌÙRI ‘cicuta’ (Urzuléi). Per la discussione e l’etimo vedi buḍḍùri.
BIDE, IDE ‘vite’. Non è detto che la forma sarda derivi dal latino, poiché anche vītis ha base nell’accadico. Il sardo ìde, bìde ‘vītis’ ha base nell’akk. bītu ‘abitazione, tenda’. Tenendo conto che le abitazioni di molti popoli della Mezzaluna fertile erano costituite spesso da una tenda (ancora oggi la tenda è l’abitazione del beduino), è da lì che prende origine il nome della vite, in considerazione che essa cresce e s’espande “a tendone, a pergola”.
BIDE BIANCA log. ‘caprifoglio delle macchie’ (Lonicera implexa Ait.). Il nome è una paronomasia, che fa pensare a un antico lemma sardiano con base nell’akk. baḫu ‘thin’ of onions and cetera, ‘emaciated’. Significherebbe quindi ‘vite esile’, quale si presenta la pianta, coi rami di diametro assai inferiore rispetto alla Vitis. Bide bianca quindi ha base accadica, da bītu(m) ‘abitazione, casa, tenda’, col significato di ‘tenda gracile’ (sempre con riferimento al fatto che è un rampicante che crea delle “tende” ma alquanto leggere).
BIDÙI. Il toponimo è allomorfo di biddùri, buddùi ‘cicuta’ (Conium maculatum). Anche biduái è un allomorfo della serie. Vedi buddùi.
BILISÒNE, pilisòne, kelleisòne, ghilisòne, lisòne, lisiriòne ‘corbezzola’ (la polposa e dolcissima bacca rossa del corbezzolo). Base etim. nell’akk. billu, pillû (a plant) + isu(m) ‘mandibole’ + unû (a kind of meat) (stato-costrutto bil-is-unu, pil-is-unu), col significato di ‘pianta che dà polpa gioiosa al palato’. È noto che la corbezzola è il frutto selvatico più dolce e più abbondante della flora sarda. Gli antichi dovevano mangiarne moltissimo, anche sotto forma di marmellata.
Le varianti kelleisòne, lisòne hanno un etimo particolare (vedi). Mentre ghilisòne reca la contaminazione reciproca di kelleisòne e bilisòne.
BILLELLA, billèllera, billèllara. In logudorese è l’elleboro (Helleborus lividus Ait.). La Funtana di la Billèllara, a Sorso, prese l’antico nome da tale pianta velenosa. A Sassari si racconta la storiella che i vicini Sorsinchi, i quali sono presentati scherzosamente come pazzi nelle barzellette “etniche”, desideravano ardentemente appropriarsi della Funtana di Ruséddu, la bella fonte cinquecentesca di Sassari, ed avessero tentato di portarla in villa tirandola con le funi. Non essendoci riusciti, la copiarono in parte, creando la loro fontana. In realtà è credenza antica che l’elleboro fosse un rimedio contro la pazzia, e che la locuzione bier s’abba dessa billéllera ‘bere l’acqua dell’elleboro’ valesse come ‘esser pazzo’. L’elleboro cresce nei luoghi umidi e predilige le terre calcaree, com’è appunto il terreno su cui sorge Sorso. Billèlla è sardiano, con base nell’akk. billu (a plant) + lillu(m) ‘idiota’ (st. costr. bil-lillu > billèlla = ‘pianta dei matti’).
BILLÒTTIRI (Oristano, Orroli, Usellus), billòtti (Nuragus), canna de billòtti (Isili, Serri) ‘cardo del lanaiolo’ (Dipsacus fullonum L.): Cossu 204. Base etim. l’akk. billu (una pianta) + ṭerû(m) ‘penetrare’, col senso di ‘pianta spinosa’.
BINU. Flùmini Binu in agro di Sarrok significa ‘fiume dei tamarischi’, dall’akk. bīnu ‘tamarisco’. Il tamarisco o tamerici cresce esclusivamente nelle aree riparie ricche di sali. Vedi Avìni (Abìni) in agro di Teti. Per binu = ‘vino’, vedi l’etimo a suo luogo.
BINTZILLU camp. ‘vitalba’ (Clematis vitalba L.), composto sardiano con base nell’akk. binītu (crescita anormale del corpo, della forma) + ellû, elû ‘parte alta’ < elû ‘crescere alto, sollevarsi’, col significato di ‘(pianta) alta (ossia rampicante) e rigogliosa’.
BISÌNI nome di vitigno sardo a uve bianche. Il termine è sardiano, con base nell’akk. wīsum ‘pochi’ + īnu ‘vino’ = ‘vino per pochi’ (con riferimento alla bontà della produzione).
BITIKÍNZU. Vedi biḍḍighínzu.
BOBBOLLÈḌḌA camp. ‘coccola del ginepro’. Base etim. l’akk. bûm (a bird) (raddoppiato per esaltarne l’importanza: bû-bû-) + lī’um (a word for food), col significato di ‘cibo per uccelli, coccole per uccelli’. È questo l’uso precipuo ancora esistente in Sardegna. Infatti gli uccellatori, che a centinaia frequentano le foreste del Sulcis, le utilizzano per attirare gli uccelli di passo e prenderli al laccio.
BOBBORIKÌNA (Fonni) ‘galla della quercia’. Vedi a bubbukèḍḍa.
BOCCIGUÁḌḌU camp. ‘graziola’ (Gratiola officinalis L.). Vedi alla voce bokicabáḍḍu.
BÒḌḌERO. Vedi bòḍḍoro.
BÒḌḌORO (Dorgali), bòḍḍero (Baunéi) ‘coccola del ginepro’. Base etim. l’akk. budû (a cake) + ūru(m) ‘albero’, col significato di ‘albero dei dolcini’ (riferito alle coccole). Si sa che le coccole del ginepro sono usate in vari manicaretti, e quelle del coccolone sono mangiate direttamente, una volta raggiunto il colore marroncino. In più sono il frutto d’elezione per attirare gli storni e altri uccelli da passo, al fine di catturarli al laccio.
BOKICABÁḌḌU centr. ‘graziola’ (Gratiola officinalis L.), paronomasia originata da un arcaico lemma sardiano con base nell’akk. uqqu (a paralysis) + kabaltu (a plant), significato ‘pianta delle paralisi’.
BOLÓSTIU ‘rosa canina’ e ‘agrifoglio’. Per la discussione e l’etimo vedi al lemma colóstru.
BONÉNGIA nome di vitigno sardo a uve nere. Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BÒRGIO nome di vite sarda ad uve nere. Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BOVÁLE, Bovári è un vitigno a uva nera. Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BRAGHI-BRAGHI sass. ‘corbezzolo’ (Arbutus unedo L.). In questo lemma è descritto lo splendore del frutto, il quale in antico doveva essere uno dei più preziosi della flora mediterranea. Infatti braghi-braghi è fitonimo sardiano, iterato per esprimerne l’importanza, basato sull’akk. barāḫu ‘scintillare, splendere’.
BRÁGIU MANNU vite sarda ad uve bianche. Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BRÉḌḌULA ARESTA gall. ‘edera selvatica ossia salsapariglia o smilace’ (Smilax aspera L.). Il significato del fitonimo si comprende se riflettiamo sul significato del gall. bréḍḍula in quanto ‘donnola’. Questo animale cacciatore vive sui muri a secco, in luogo ombroso, né più né meno come fa l’edera, e com’essa si arrampica. Infatti Pittau OPSE 210 dà bréddula come ‘edera’, e lo pone come originario della Gallura. Il fatto che i Galluresi abbiano abbinato fitonimo e animale può sconcertare, ma non troppo, data l’affinità del modo di vivere sia del rampicante sia di quest’animale che s’arrampica fulmineo come uno scoiattolo. Bréḍḍula in quanto ‘donnola’ e ‘salsapariglia’ hanno base etimologica nell’akk. birtu(m) ‘fort, castle’, ‘area protetta da avamposti fortificati’ + suffisso aggettivale sardo -la. Col tempo si è prodotta la metatesi *bìrtula > *britula, con successiva lenizione della dentale (> brèḍḍula).
L’origine di questo nome sta nel fatto che la donnola preferisce i muri costruiti, essendo animale poco adatto a scavare ed invece adatto ai minuscoli pertugi o fenditure presenti in qualsiasi muro. Lo stesso si può dire del rampicante ‘salsapariglia’. Il significato originario è dunque ‘quella delle mura’, ‘quella dei castelli’, per il fatto che nelle campagne le abitazioni erano normalmente di legno, mentre le uniche costruzioni in pietra erano i castelli o le fortificazioni.
BRENTÈḌḌA (Nuoro) ‘corinoli arrotondato’ (Smyrnium perfoliatum var. rotundifolium). Base etim. nell’akk. berû(m) ‘essere affamato’ + entu(m) ‘alta sacerdotessa’ + ellu ‘puro, splendido’, col significato complessivo di ‘gentile sacerdotessa della fame’ (con quanto di ironico o sarcastico possa rinvenirsi nella definizione).
BRIGANTÌNA ‘’ginestrella comune’ (Osyris alba L.). Base etim. nell’akk. biriḫḫu(m) ‘string, bundle, fascio’ + tīnu (cespuglio che porta frutti); per stato costrutto abbiamo biriḫḫu-tīnu > b(i)riḫḫa-tina > brigantina per epentesi di -n- eufonica. Il significato sintetico è ‘cespuglio fruticoso che ha fasci di verghette’ (tale è appunto l’osiride).
BRODÁU (Meana) ‘asparago’ (Asparagus acutifolius L.). Base etim. nell’akk. burû (a garden plant) + da’û aggettivo sconosciuto, che forse è legato alla natura dell’asparago. Evidentemente già all’epoca dell’antico impero babilonese ed all’epoca dei protonuraghi gli asparagi venivano coltivati.
BRONZEḌḌU gall. ‘betonica glutinosa’ (Stachis glutinosa L.), composto sardiano con base nell’akk. burû (a garden plant) + ṣelû ‘abbruciare, accendere’, col significato di ‘pianta per abbruciare, per accendere’. Quest’uso è frequente. Vedi anche coccìci.
BRUMA gall. ‘corbezzolo’; méli de bruma ‘miele di corbezzolo’. Base etim. di bruma è il sum. bur ‘tree’ + ma ‘sublime, importante’. A quanto pare, i Sardi anticamente consideravano questo miele al contrario di come la pensavano i Romani.
BRUNDEḌḌA (Lodè) ‘ruta caprina’ (Hypericum hircinum L.). Il primo termine che si pone al confronto è l’akk. di Nuzi wurundu, ma sinora i semitisti non sono riusciti a dare un significato al termine. Con circospezione, potremmo allora introdurre urudû ‘(a kind of) copper, un genere di rame’ (riferito al color giallo) + ellu(m) ‘puro, chiaro, limpido, brillante’ (in composto urud-ellu > *uru(n)della > brundèḍḍa), col significato di ‘(pianta dal colore) marcatamente giallo, o aurino’ o simili. A meno che non lo riferiamo all’akk. uruti (a plant) + ellu(m) ‘puro, chiaro, limpido, brillante’ (in stato costrutto urut-ellu > *urutella > brudèḍḍa).
BRUNDÌNA log. (Gentiana lutea L.). Base etim. nell’akk. urudû ‘(a kind of) copper, un genere di rame’ (riferito al color giallo) + suff. aggettivale sardiano -ina (in composto urud-ina), col significato di ‘giallina, aurina’ e simili. A meno che non dobbiamo riferirci all’akk. uruti (a plant) + suff. aggettiv. sardiano -na.
BRUŠA (erba de) è la ‘stachide’ (Stachys arvensis) e la ‘betonica glutinosa’ (Stachys glutinosa). La stàchide è chiamata in camp. erba de brušas ‘erba delle streghe’ Il termine ha la stessa base etimologica per il sardo e per l’ispanico, derivando dall’akk. rūšu, ruššu ‘sporcizia’, (w)urrušu(m) ‘sporchissimo, insudiciato’; russû(m) ‘dissolvere’ la terra, la persona, mediante un incantesimo, un atto di stregoneria; rušû ‘dissoluzione’ come atto di stregoneria.
Nel campo semantico accadico rientra quindi il concetto di ‘sporcizia’ (poichè ai “faccendieri” non autorizzati non era consentito lustrarsi prima delle cerimonie con l’acqua pura benedetta), e rientra anche il concetto di ‘magia’ (anch’essa non autorizzata quand’era al di fuori delle norme vigenti, le quali la pretendevano esercitata esclusivamente dai sommi sacerdoti o dalle veggenti asservite al sistema); vi rientra inoltre il significato di ‘disintegrare, distruggere, polverizzare’. Il sardo bruša, carico soltanto di connotati negativi, è riferito quindi soltanto alle ‘streghe’, alle ‘fattucchiere’ e non, ad esempio, agli esorcisti del Vaticano. Tale campo semantico negativo è arrivato intatto fino ad oggi, non solo attraverso bruša, ma anche attraverso dei sintagmi che riprendono il significato di russû(m) ‘dissolvere (la terra e la stessa persona)’.
BRUSCU BIÁNCU è l’altro nome dato in Sardegna al vitigno (e vino bianco) chiamato Nurágus (vedi). Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BRUSTIÀNA nome di vite sarda a uve bianche. Vedi etimo al capitolo sugli ampelonimi.
BUBBUKÈḌḌA, bubbulikèḍḍa (Ogliastra), bobborikìna (Fonni) ‘galla della quercia’. Questa escrescenza, normalmente estranea alla pianta, è considerata alla stregua di quanto avviene sul corpo umano con una pustola, vescicola, flittena che è chiamata bùlla, bollonkèdda, bullùcca, bullìcca, bubbulìcca. Queste forme non sono onomatopeiche, fonosimboliche, come crede Wagner, ma hanno la base nel bab. bullu ‘decadimento’, bullûm ‘putrido’; bullûtum ‘stato di decadimento’. Esso s’incrocia con l’altro termine bab. bubu(’)tu(m) ‘foruncolo, pustola’.
BUBBULIKEḌḌA ‘galla della quercia’. Vedi a bubbukèḍḍa.
BUDA log. ‘tifa o sala’ (Typha angustifolia e Typha latifolia L.). Cfr. lat. buda ‘sala’. l lemmi sardo e latino sono mediterranei. Base sembra l’akk. uddû ‘impregnare’, uddû ‘esuberanza’, uno riferito al fatto che la pianta è palustre, l’altro per l’insolita turgidezza (infiorescenza) nella parte sommitale del fusto.
BUḌḌÙRI, biḍḍùri ‘cicuta’ (Conium maculatum), base nell’akk. būdu ‘animale, insetto (o altro) nocivo’ + ūru(m) ‘ramo’, col significato di ‘pianta nociva’.
BULLÁU (Seùi) ‘rosolaccio’ (Papaver rhoeas L.). Base etimologica l’akk. buʼʼu ‘sought for, ricercato’ + lāḫu ‘young shoot, giovane germoglio’.
BUNNÀNNARU, bunnánneru, erba bunnánneru ‘teucrio giallo’ (Teucrium flavum L.) (Bonorva e dintorni). Il nome italiano del Teucrium flavum è camédrio. Non conosco le ragioni onde i botanici abbiano forgiato tale nome, so soltanto che deriva dal greco χαμαι-δρυς, -δρυος, che significa letteralmente ‘quercia nana’. Ovvio che tra la ‘quercia nana’ ed il ‘camédrio’ in quanto Teucrio giallo manca ogni e qualsiasi addentellato. Invero, bunnànnaru è composto sardiano, base nell’akk. būnu ‘figlio’ + nannāru(m) Luna, Dio-Luna; luce del Cielo’: stato-costrutto būn-nannāru col significato di ‘figlio del Dio-Luna’ (evidentemente la pianta presso gli antichi aveva degli usi curativi, tra i quali forse la cura emmenagoga, essendo questa legata al ciclo lunare).
BUREḌḌA gall. ‘lavanda selvatica’ (Lavandula stoechas L.) anche ‘canapicchia’ (Helichrysum italicum G.Don.). Base etim. l’akk. burû (una pianta da giardino) + ellu ‘puro, chiaro’ (nel senso di elettivo). L’avvenenza e l’utilità della pianta portò evidentemente ad utilizzare la lavanda come pianta da giardino.
BURRÁCCIA camp., burráscia (Ogliastra) ‘borragine comune’ (Borrago officinalis L.) ed anche ‘buglossa azzurra’ (Anchusa azurea Mill.), quest’ultima chiamata in sardo, più propriamente, burráccia arésti o linguaràda arésti. Ritengo che il nome sardo della ‘buglossa azzurra’ sia influenzato dal lemma indicante la borragine comune. Quanto alla borragine comune, c’è l’identica forma catalana e quella spagnola, che partecipano, alla pari di quella sarda, di un’unica isoglossa mediterranea, addirittura eurasiatica, con base nell’akk. ūru(m) ‘ramo’ + aḫû, ḫaḫû ‘sputare’, col significato generale ‘ramo mucoso’. È proprio il caso di questa piantina edule, che a qualcuno potrebbe sembrare ostica per le qualità che la fanno somigliare a una produttrice di muco. Talchè a Sassari e dintorni è chiamata muccu-muccu. Va da sé che pure la forma latina Borrago ha la stessa base accadica.
BURTSÈRA, purtsèra, pruttsèra ‘cerfoglio’ (Anthriscus cerefolium Hoffm.). Base nell’akk. buru (a garden plant) + ṣêru(m) ‘espandersi, allargarsi’, col significato di ‘pianta da giardino espansa’ (basta vederla per capirlo).
BUSCADÍNU ‘pungitopo’ (Ruscus aculeatus L.). Base etim. l’akk. ūsu(m) ‘goose’ + ḫati’u (a fruit): stato costrutto ūs-ḫati’u, significante ‘frutto delle oche’ (riferimento forse alle bellissime bacche rosse).
CACCÁCU (Orani) ‘ciclamino’ (Cyclamen repandum L.), fitonimo sardiano con raddoppiamento (ca-cacu), base nel sum. kagu ‘bread’ (per la forma della radice). Altro nome è caccamalùne (Fonni).
CACCAÉḌḌU ‘biancospino’ (Crataegus oxyacantha L.). Base etim. l’akk. kakku (a small legume) + ellu(m) ‘pure, clear’ e simili, col significato di ‘legume ottimo’. È noto che i rossi frutti del biancospino si mangiano con piacere, e se ne fanno pure marmellate. Da qui il composto sardiano.
CACCAMALÙNE (Fonni) ‘ciclamino’. Il primo membro cacca- pare riferirsi allo stesso nome di Orani: caccácu (vedi). Il secondo membro -malùne pare riferirsi al ‘secchio da mungere, per lo più di sughero’. Però, essendo arduo capire le ragioni di questo accostamento, potremmo pensare che -malùne sia una paronomasia, forse riferibile al sum. malu (‘esclamazione’, ovviamente di meraviglia, considerata la bellezza del fiore). Vedi anche l’altro nome del ‘ciclamino’, caccasennoreḍḍa, il quale anch’esso è epiteto di omaggio, in questo caso riferito alle margheritine.
CACCARACÁSU (Bosa) ‘corinoli arrotondato’ (Smyrnium perfoliatum L. var. rotundifolium Mill.). Base etim. nell’akk. kakkaru (una pagnotta rotonda) + kasû pl.tant. aramaico, pl. kasīyā (a spice plant) ‘mostarda’ quale pianta edule che può essere consumata arrosto, o tritata (a frittata). Il significato del composto è ‘pianta da spezia con pagnottine’ (riferendo queste ultime alla caratteristica delle foglie della rotundifolia, simili per un certo verso a tante frittelle piatte e tonde).
CACCARÁGIU (Aggius) ‘corinoli arrotondato’ (Smyrnium perfoliatum L. var. rotundifolium Mill.), bellissimo nome sardiano con base nell’akk. kakkaru (una pagnotta rotonda) + agû ‘corona, anello’, col significato di ‘pagnottina a corona’ (con riferimento al fatto che le straordinarie foglie della rotundifolia cingono “a corona, ad anello” il caule sormontato dall’ombrello dell’infiorescenza).
CACCARÈḌḌA. Vedi al lemma cakkèḍḍa.
CACCASENNORÈḌḌA (Benetutti) ‘ciclamino’ (Cyclamen repandum L.). Per sennorèḍḍa in sardo s’intende la ‘margheritina’; il parallelo tra questo fiorellino e le fanciulle è sorretto dal comune denominatore della grande fragilità: infatti una volta colto il fiore avvizzisce in pochi minuti. Di qui il nome sennoréḍḍa dato a Lollove anche al ciclamino, poiché anche questo avvizzisce in pochi minuti.
Per quanto attiene all’etimo di cacca-, è lo stesso del lemma caccácu. Questo è un fitonimo sardiano con raddoppiamento (cac-cacu) ed ha la base nel sum. kagu ‘bread’ (per la forma della radice). Quindi caccasennoréḍḍa significò in origine (con riferimento al bulbo lenticolare) ‘pagnotta-margherita’, ossia ‘pagnotta che produce margherite’.
CACCU frutto e albero che il Devoto presenta come ‘albero delle Ebenacee (Dióspyros kaki) originario della Cina e del Giappone’ ritenendo il nome di origine giapponese. Anche DELI fa le stesse presentazioni, scrivendo che il termine apparve in Italia nel 1836. Invece la base etimologica è il bab. ḫaḫḫu ‘albero da frutta’ (susina o pesca, sostengono i semitisti, mentre io penso proprio al ‘kaki’). Quindi c’è da immaginare che nell’alta antichità sumera l’albero o il suo frutto (meglio, il seme) sia pervenuto in Mesopotamia attraverso le vie carovaniere e da qui si sia espanso nel Mediterraneo. Il nome in babilonese significa anche ‘phlegma, mucus’, e sembra che il nome del frutto sia proprio originato dalla sua consistenza organolettica, dalle caratteristiche “mucose”. Sembra chiaro che, mentre il frutto provenne a noi moderni dall’estremo Oriente, il nome sumerico-akkadico sia migrato in estremo Oriente grazie all’altissima considerazione che in Asia si è sempre avuta per la lingua e la civiltà numerica. Vedi comunque sum. ḫaḫala ‘commestibile’.
CACCÙRIS cognome medievale, contenuto in CSNT 250; sembra un originario nome di albero da frutta, un fitonimo sardiano basato sull’akk. ḫaḫḫu ‘albero dei kaki’ + urû ‘di Ur’. Considerata la bontà del frutto del kaki e la sua certa origine mesopotamica, c’è da immaginare che quelli coltivati ad Ur, la capitale sumerica, furono tra i migliori in assoluto. Quindi è probabile che i semi dei kaki di Ur siano stati commercializzati nel Mediterraneo ed in Sardegna. In questo caso, anche il gentilizio latino (prelatino) può avere la stessa origine, e così pure il toponimo della Magna Grecia.
CADALÀVA log. ‘calcatréppola’. Il termine logudorese è riferito alla nota Centaurea calcitrapa L., ed anche alla Centaurea horrida. Sappiamo la causa del nome sardo, essendo questa Centaurea una pianta pulvinare spinosissima, con aculei talmente forti e penetranti da trafiggere (letteralmente) e ferire in profondità.
Se ho inteso bene, la Centaurea horrida è quella che in Logudoro chiamano cadalàva; base etim. nell’akk. kadāru ‘delimitare un confine’ + apû (una pianta spinosa), col significato complessivo di ‘cardo cingi-confini’ (utilizzato cioè a limitare i campi coltivati).
CADATTU ‘cardo stellato’ (Centaurea solstitialis L., Centaurea calcitrapa L.), composto sardiano con base nell’akk. kādu(m) ‘sentinella’ + atû(m) ‘portinaio’. Per capire il sintetico appellativo significante ‘guardiano degli usci’, basta leggere a cadalava, altro nome della calcatreppola, pianta d’elezione per impedire alle bestie di rapina d’entrare negli ovili.
CAḌḌAMARÍDOS ‘ginestrella comune’ (Osyris alba L.), tricomposto sardiano con base nell’akk. ḫaddû ‘gioiosissimo’ + māru(m) ‘figlio, rampollo, discendente’ + (w)ēdu(m) ‘Asa foetida’ (a medicinal plant) (stato-costrutto ḫaddu-mār-ēdu), col significato complessivo di ‘pianta medicinale simile a rampollo gioiosissimo’.
CAḌḌÍU è il nome di una vite sarda. Il termine è sardiano con base nell’akk. ḫaddû ‘gioiosissimo’. Il che è tutto un programma.
CADÈḌḌA (Escolca, Nuragus) ‘ranuncolo dei campi’ (Ranunculus arvensis L.), composto sardiano con base nell’akk. ḫadû(m) ‘gioia’ + ellu(m) ‘puro’, col significato di ‘pura gioia’ (in relazione alla bellezza del fiore).
CADÒNI ‘farinaccio’ e ‘mercorella’ (Chenopodium album L.), ‘piede anserino’ (Chenopodium murale L.), ‘bieta grappolina’ (Chenopodium polyspermum L.), ‘erba puzzolana’ (Chenopodium vulvaria L.). Il fitonimo è pure registrato nell’akk. qatunu (a mountain plant). Ma può essere pure dall’akk. qadû(m) ‘owl, civetta’ + sum. unu ‘pasto, cibo’, col significato di ‘cibo delle civette’ (termine spregiativo, visto che la pianta infesta a momenti le vigne, trasmettendo al vino sapori sgradevoli).
CADRAMPU ‘ceppita’ (Inula viscosa) (Seùi). Vedi cadùmbu.
CADRÁMPULU ‘bocca di leone’ (Antirrhinum majus L.), base nell’akk. kadrû, katrû ‘regalo; dono di accoglienza; dono delle feste’ + bu’’û ‘to look for, cercare’, col significato di ‘dono ricercato’ (a causa della grande bellezza dei fiori).
CADRÁNZU (de fundos) log. ‘bitorzolo di vite’, composto sardiano con base nell’akk. qatû(m) ‘distruggere; completare (il danno)’ + rangu, raggu(m) ‘wicked, villainous, cattivo, malvagio, malizioso’ of demon. Significa quindi, a un dipresso, ‘danno (creato da) un demone malvagio’. Per gli antichi, ogni malformazione di una pianta (o dell’uomo) era attribuita a spiriti maligni.
CADRILLÒNI, cardillòni camp., cadillòni (Gairo, Cagliari), caližòne (Desulo) ‘asfodelo’ (Asphodelus ramosus L. vel phistulosus L.). Dalla discussione sul lemma arbutthu (vedi), si capisce il valore artigianale e commerciale che l’asfodelo aveva nell’antichità (a Sinnai ed in tanti altri paesi della Sardegna, lo ha ancora oggi). È da questo valore e dall’uso dell’asfodelo che bisogna partire per capire a fondo l’etimologia del fitonimo. Cadrillòni è composto sardiano con base nell’akk. kadrû, katrû ‘regalo; dono di accoglienza; dono delle feste + ilum, illum (a leather bag), col significato complessivo di ‘vaso, contenitore per i regali’. Si presume che nell’alta antichità, così come ancora oggi si fa per i momenti importanti, i doni venissero consegnati entro borse di pelle (nei casi importanti) oppure entro un vaso intrecciato con asfodelo, per il quale ancora oggi l’artigianato della Sardegna ha il primato.
CADRIOTTU camp. ‘cardo coltivato’. Il lemma ha la normale metatesi camp. card- > cadr-. Per l’etimo del primo membro vai a cardu; l’etimo del membro -ottu ha base uguale ai lemmi del tipo Marghinotti < sum. utud ‘to give birth (to), dare la nascita a’. Pertanto cadriottu in origine significò ‘cardo generatore’ (poichè da esso si genera il carciofo). Il significato, essendo antico, precedente l’avanzata degli Arabi (che hanno fatto conoscere il carciofo in Occidente), indica inequivocabilmente due cose: 1 che il carciofo è una produzione più antica di quanto la Conquista Musulmana voglia fare intendere; 2 che nel Medioevo le popolazioni sarde che l’hanno conosciuto sapevano ancora bene qual era il significato basilare.
CADUMBU (Laconi, Meana), cadùmburu (Dolianova, S.Nicolò Gerrei), carùmbulu (Tortolì), e così via. È il ‘verbasco’ o ‘tassobarbasso’ (Verbascum thapsus L. e la numerosa famiglia), pianta bellissima a forma di candelabro complesso, alta fino a 2 metri e oltre. A Seùi per cadrámpu s’intende la ‘ceppita’ (Inula viscosa). Base etimologica nell’akk. kādu ‘guardia, vedetta’ + bu’’û ‘to look for, cercare’, col significato di ‘(pianta che) sta in vedetta’. Sembra di capire che il composto nominante il ‘verbasco’ nacque per la nobile ed elegante bellezza della pianta e per il fatto che sovrasta sempre quelle del luogo dove cresce. Il primo membro accadico kādu fu assimilato col tempo alla fonetica camp. di cadru ‘cardo’. Che questo stesso nome, leggermente variato nella fonetica, sia dato dai Seuesi pure all’Inula viscosa, sembra attenere al fatto che da agosto a ottobre l’Inula è l’unica piantina verdeggiante, che domina sui prati ancora gialli e riarsi dalla siccità.
CAGAMÈNGIA camp. ‘ricino’ (Ricinus communis). Il ricino è una pianta usata come lassativo. Per caggare vai a suo luogo. Quanto a mèngia, probabile base etimologica è l’akk. mindu (a plant).
CAGARANTZU, caragantzu, cacarathu, caragantu è il nome del Chrysanthemum coronarium e del Chrysanthemum segetum (‘fior d’oro’ e ‘ingrassabue’). Il colore giallo strepitoso è la caratteristica del cagarantzu: sovrasta la visibilità delle altre piante presenti. In sovrappiù occorre notare una caratteristica ad essa complementare, che tale giallo viene dispensato copiosamente all’ambiente: per provarlo, basta passare in un folto campo di caragantzos per uscirne letteralmente “impolverati” dai pollini aurei. O basta osservare le api e gli altri insetti bottinatori, che fuoriescono dal capolino del caragantzu letteralmente infarinati, resi irriconoscibili da un manto di pollini aurei che quasi li impastano e gl’impediscono il volo. Caragantzu è composto sardiano con base nell’akk. kalû(m) ‘una pasta minerale gialla’, ‘orpimento’ usato per le statuette fittili, per cosmesi, etc. + ḫamṣum ‘dalla testa calva, cabochon’, col significato di ‘capolino colmo d’orpimento’. Si noti che orpimento deriva dal lat. auri pigmentum ‘placcatura d’oro’.
CAGLIÙGA ‘senecione’ (Senecio vulgaris L.), composto sardiano con base nell’akk. kalû(m) ‘una pasta minerale gialla’, ‘orpimento’ usato per le statuette fittili, per cosmesi, etc. + ugu ‘power’, col significato di ‘potenza d’orpimento’ con riferimento al capolino del senecione, notoriamente infarinato di pollini color dell’oro. Per capire meglio, vedi cagarantzu.
CAGNULÁRI è nome d’uva e di vitigno; per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CAKÈḌḌA, caccarèḍḍa (Escalaplano, Perdasdefogu, Siurgus) ‘ovolo’ (Amanita cesarea), ‘sorta di tartufo’, ‘porcino’ (Boletus aereus e Boletus edulis), poi ‘fungo’ in generale. Base etim. l’akk. qaqqadu ‘testa’ di umani e animali, col significato di ‘testina’ (perché così sembra quando spunta dall’humus). La variante caccarèḍḍa ha ugualmente base in qaqqadu (+ rotacizzazione della -d-) + suff. diminutivo -èḍḍa, col significato di ‘testolina’.
CALABINGIÀDA ‘caprifoglio’ (lett. ‘foglia delle capre’) (Lonicera caprifolium). Per capire qualcosa su questa pianta occorre vedere come cresce e vive. Essa è rampicante e tende ad ammantare, ricoprire, pervadere in modo intricato gli alberelli o le piante basse dove s’appoggia. In italiano ha preso il significato di ‘foglia delle capre’, dal tardo latino caprifŏlium. Che è una perfetta paretimologia, dovuta alle assonanze. Mentre la base etimologica del termine sardo è accadica, da ḫalāpu(m) ‘ammantare con, aggrovigliarsi (di alberi)’ + gadû ‘giovane capra’ (stato costrutto ḫalāpi-gadû > calabi(n)giàda con epentesi di -n- eufonico) da tradurre come ‘manto delle capre’.
CALABRÈSA è nome d’uva e di vitigno; per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CALÁBRIKE caralìghe, calarìghe, calávrike, caráviu, coráviu ‘biancospino’ (Crataegus oxyacantha L.). Secondo Wagner e Paulis (NPPS 366) deriva dal lat. calabrix (Plinio). Il lemma latino, al pari del lemma sardo, ha base etimologica nell’akk. kâru ‘tu rub, sfregare (parte del corpo)’ + leqû(m) ‘ricevere, subire’. È tipico di questa pianta spinosa infastidire e ferire chi è costretto a toccarla.
CALACÁSU è la Stachys glutinosa o ‘betonica’; varianti: locásu e lucréžu. Essendo piantina amara ed avendo proprietà coagulanti (è usata primamente come vulneraria), essa non può che basare l’etimologia sull’akk. ḫalabu ‘to milk, allattare, produrre latte’ + kasû(m) ‘rapprendere’, kasû ‘rappreso’. Sembra che nella remota antichità la pianta si prestasse per fare il formaggio. Dal prototipo calacásu è stato generata la variante locásu.
CALARÌGHE ‘biancospino’. Vedi alla voce calábrike.
CAŁDHU sass., cardu log. ‘cardo’, piantina spinosissima che Wagner fa derivare dal lat. cărdus < classico carduum, di etimologia incerta. Invece l’etimo si basa sul bab. garādu(m), qarādu ‘strappare’, ‘ficcare, piantare’, anche ‘essere rognoso, spregevole’. Vedi cognome Gardu.
CAŁDHU MIGNÒNI sass. ‘Sonchus oleraceus’. Vedi camingiòni.
CÁLIKE. Vedi càlighe, sàlighe e sarga.
CÁLIGHE, sálighe è il ‘cascolino delle ghiande’; ma principalmente l’Umbilicus Veneris, erba grassa amante dell’ombra e dell’umido, nel sud chiamata arìja e para ‘orecchio di prete’ (per la forma simile a un orecchio) e nel nord cálighe (per la somiglianza a un ‘calice’ o ad una ‘coppetta’). Da quest’ultima forma derivano le altre tre: sálighe nel nord, sarga nel centro, sáliga nel sud, dovute ad agglutinazione di su (c)álighe, sa (c)áliga > sa (c)árga. In tal guisa il fitonimo ha subito lo strano destino d’essere foneticamente e semanticamente confuso per un verso col ‘salice’: sálighe (forma italianizzante scaturita per giustificare l’agglutinazione dell’articolo determinativo, non più compresa), e per altro verso con s’áliga, s’arga nel senso di ‘l’alga’ e più spesso ‘la spazzatura’. Per tale ragione sono stati sempre interpretati male i fito-toponimi sparsi nell’isola, che sono esclusivamente riferiti all’Umbilicus Veneris (vedi per tutti Scala Sargas nel Supramonte di Dorgali). Fanno eccezione alcuni toponimi costieri riferiti alle alghe (Punta s’Aliga, S’Alighèra, etc.). In Sardegna non esiste nemmeno un immondezzaio con uno di questi appellativi, poiché per essi, com’è noto, si preferisce l’appellativo muntonalzu. Tanto meno il lemma sopporta il confronto col greco chalix, icos ‘ciottolo’. L’origine del nome è nell’ass. kallu(m) (coppa per liquidi e cibi) < sum. kallu ‘bowl’.
CAMBIRÙYA ‘parietaria’ (Parietaria officinalis L.), base etim. nell’akk. ḫabû(m) ‘to draw (water)’ o qābu ‘dyke, diga, argine’ + rubû(m) ‘prince’, col significato di ‘(pianta) d’elezione dei posti umidi’.
CAMINGIÒNI ‘lattuga pungente o cicerbita’ (Sonchus oleraceus o arvensis L.), chiamato in camp. simingiòni ‘capezzolo’ perché, spezzandolo, versa lattice bianco. Base etim. nell’akk. kamû(m) ‘legare’ + inḫu(m) ‘difficoltà, fastidio’, col significato di ‘(erba che) lega con fastidio’, a causa proprio della quantità di lattice amaro che impedisce di cibarsene a sufficienza. Che Plinio (NH 22,89; 26,163) abbia affermato che la pianta mangiata dalle puerpere produca un ottimo latte, non è discutibile. Ma è discutibile quanto ne deduce Paulis NPPS, che l’erba sia appetita pure dal bestiame e dai maiali. Per esperienza posso dire il contrario. E ciò depone a favore dell’etimologia accadica. Dal prototipo camingiòni si sono differenziati, area per area, gli altri nomi sardi di questa pianta, come simingiòni, cardu mingiòni, cardu minzòne, caldhu mignòni, etc.
CANAJÒLA è nome d’uva e di vitigno; per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CANASTURZA log. ant. (CSMB 189, 190): sa figu canasturza; (Catanzaro) calestruzzi ‘specie di fichi’, dal Wagner derivato dal gr. καλλεστρούθιον. Osservo che quel lemma greco significa alla lettera ‘passero bello’. Migliore base è l’akk. kanû ‘prendersi cura di’, ‘essere coccolato, tenuto in gran pregio’ + turzu ‘butterfly’, col significato di ‘coccolato dalle farfalle’.
CANNA ‘canna’ (Arundo donax). Cfr. lat. canna, gr. καννα. Come l’equivalente latino, greco e italiano, il fitonimo ha varie accezioni. Indica la pianta ed altre piante del genere, con tutti i diminutivi del caso. Metonimicamente può indicare un oggetto fatto con la canna o che somiglia alla forma tubulare di questa. In Sardegna su cannòni è lo ‘scarico a tubo di una sorgente’. Il termine, con tutte le sue accezioni, deriva direttamente dall’akk. qanû(m) ‘canna’ (sumerico kan ‘recipiente’, ebraico qāne, qanè קָנֶה ‘canna’, 1Re 14,15, ugaritico qn, arabo qanā: OCE II 360), da cui anche il cognome sardo Canu. Quest’ultimo infatti non deriva dal lat. canus ‘dai capelli grigi, canuto’, ma dal termine su detto, il quale poi per suo conto ha prodotto kanû ‘condotto, canna; vulva, vagina’.
CANNA ÁVRINA ‘cannuccia’ o ‘canna di palude’ (Arundo phragmites L.). Questo nome indica una pianta che serve a costruire o per fare intrecci; è composto sardiano con base nell’akk. kannu(m) ‘ripostiglio’, ‘armadio’, ‘legame’ + abru(m) ‘forte, robusto’, col significato di ‘(pianta per) contenitori robusti’, in virtù della versatilità della cannuccia nei manufatti d’intreccio.
CANNA DE AMORÁI. Vedi amorái.
CANNA DE MORÁI. Vedi amorái.
CANNAJÒNI camp. ‘gramigna’ (Cynodon dactylon Pers.). Per l’etimologia verrebbe da rimandare direttamente a quella della canna, anche perché la gramigna, in quanto graminacea, ha lo stesso comportamento radicale-vegetativo della canna. Ma ci allontana dall’ipotesi la differenza di natura e portamento della canna. L’etimo di cannayòni sembra l’akk. kannu ‘germoglio, piantime’ + ḫunnû(m) ‘dare riparo, rifugio, alloggio’ alle pecore, col significato poetico di ‘rifugio delle pecore’, per l’alto valore nutritivo ed ecologico. Col nome di cannayòni abbiamo pure la ‘caprinella o dente canino’ (Agriopyrum repens P.B.).
CANNAJÒNI CÀMBAS LÒNGAS ‘miglio selvatico’ (Millium multiflorum Cav.). La piantina nell’antichità era usata, come ancora oggi, per la cattura degli uccelli, per i mascheramenti delle trappole. In tal guisa possiamo interpretare cannayòni cambas longas come quadri-composto sardiano avente a base l’akk. kannu ‘germoglio, piantime’ + ḫunnû(m) ‘dare rifugio’ + ḫābilu ‘trapper’ (cacciatore che piazza le trappole) + ugu ‘morte’ (kannu-ḫunnû-ḫābil-ugu > *kanna-gionni-kabil-ugu > cannagiòni cabi lugu), col significato complessivo di ‘germogli-rifugio per trappole mortali’.
CANNAJÒNI DE AQUA è una graminacea, il Paspalum distichum L. var. paspalodes Thell. Per l’etimo vedi cannayòni.
CANNAJÒNI DE CRESÙRI (San Gavino Monreale) ‘miglio selvatico’ (Millium multiflorum Cav.). Il lemma sembra sardiano, con base nell’akk. kannu ‘germoglio, piantime’ + ḫunnû(m) ‘dare riparo, rifugio, alloggio’ alle pecore + kiṣru ‘nodo, chiusura’ + ūru(m) ‘tetto’ (composto kannu-ḫunnû-kiṣru-ūru > canna-iòni de cresùri). Il significato originario fu, all’incirca, ‘piantina (utile ad) legare il tetto’ dell’ovile.
CANNA ÙRPINA log., canna gùrpina (Nuoro) ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus fullonum L., Dipsacus ferox Lois., Dipsacus sylvester L.). Base etim. l’akk. kannu ‘shoot, sapling, germoglio, alberello’ + ḫurpu(m) ‘blood clot, grumo di sangue’. Infatti il capolino tinge i suoi numerosi minuscoli petali di un intenso color sangue.
CANNAVÁGLIO centr. ‘canapa’, gall. canna áglia, sass. canáglia. Il fito-toponimo Su Cannaváglio, che si trova in agro di Oliena, è tipico di certi luoghi umidi. Il sardo centrale ci fornisce cannavárgiu, che significa ‘il sito della canapa’. Ricordo che un flumen de cannavaria era già citato nel condaghe di S.Maria di Bonarcado, I, c.3 t; e figura anche nel condaghe di S.Nicola di Trullas, 140, 12. A Dorgali però canaváriu significa ‘canuto’. Poiché il nome Cannabis è di origine orientale, anche per il termine sardo abbiamo quel referente territoriale, dall’akk. kannu ‘shoot, germoglio’ + baliu ‘lord’, ossia ‘signore delle piantine’, considerato che nell’antichità la sua funzione tra i sacerdoti e gli sciamani fu identica a quella che oggi ha dilagato tra la gente drogata.
CANNONÁU. è nome d’uva e di vitigno; per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CARACÙTU ‘agrifoglio’ (Ilex aquifolium L.). Base etim. il sum. ḫara ‘ornamento’ + kul ‘pianta’ + tu ‘leader’: ḫara-kul-tu ‘pianta leader per gli ornamenti (le corone)’.
CARAGÁNTZU. Vai a cagarántzu.
CARAKÍNU a Chiaramonti è il Phaseolus caracalla. L’etimologia è l’akk. karāku ‘avvolgere’, ‘essere assemblato’, con richiamo alla cista che racchiude i semi, ed ai semi medesimi.
CARALÌGHE. Vai a calábrike.
CARÁVIU, coráviu, calábrigu, calábriu, coárviu, calábriche, calarìghe (vedi). A cominciare dal prototipo caralìghe, la base etimologica sta nell’akk. kâru ‘tu rub, sfregare (parte del corpo)’ + leqû(m) ‘ricevere, subire’. È tipico di questa pianta spinosa infastidire e ferire chi è costretto a toccarla.
CARCANGIÒLA, carcangliòla nome di vite sarda ad uve nere; per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CARCÁNGIU LONGU (Nuragus) ‘caprinella o dente canino’ (Agriopyrum repens P.B.). Composto sardiano con base nell’akk. karku ‘spianato, espanso; ammassato’ (fenomeno tipico dei rizomi della graminacea, che si espandono in superficie con un fittissimo intrico) + anānu, enēnu(m) ‘essere favorevole’ (stato costrutto kark-anānu > carcángiu). Longu ‘lungo’ sembra ripetere la stessa semantica di carcángiu, relativa alla “espansione”.
CARCULATZU. Su fenu carculatzu in agro di Villagrande è il “fieno” di su craccùri, gli alti steli della Ampelodesma mauritanica (che è il ‘saracchio’, da qualcuno chiamato in latino Arundo aegyptiaca), i quali sono chiamati anche busa (vedi siciliano busa e arabo bûs), dal cui stelo si facevano le ‘cannucce’ che servivano a confezionare le calze. Per l’etimologia vai a curcùri.
CARCÙRI. Vedi curcùri.
CARDÁNGIU. Vedi cadrántzu.
CARDARÉLLU nome di vitigno sardo ad uve nere. per l’etimo vai al capitolo riservato agli ampelonimi.
CARDASSU camp. ‘fico immaturo’. Paulis NPPS 429 lo fa derivare dal lat. chordus ‘tardivo’. Può darsi. Ma sembra più congruo pensare a un fitonimo spregiativo sardiano, con base in akk. ḫarādu(m) ‘onagro, asino selvaggio’ + -ássu (< akk. aḫû ‘strange’), col significato di ‘(frutto) da asinacci’.
CARDEDÒNNA (Sarule) ‘calcatreppolo’ (Eryngium campestre L.). Il termine è agglutinato da cardu e dònna, arcaica forma sardiana basata sull’akk. dunnu ‘fattoria fortificata’, col significato di ‘cardo per recingere i siti coltivati’. Per capire la funzione “difensiva” del calcatreppolo nell’antichità, vedi ai lemmi cardu de anzòne nonché cima de pastòri.
CARDU ‘cardo’, piantina spinosissima che Wagner fa derivare dal lat. cărdus < classico carduum, di etimologia incerta (secondo lui che scava soltanto nel latino). Invece l’etimo dei lemmi sardo e latino si basa sul bab. garādu(m), qarādu ‘strappare’, ‘ficcare, piantare’, anche ‘essere rognoso, spregevole’.
CARDU ANZONÍNU, cardu/bardu de anzòne, cardu matzòne log. ‘calcatreppolo’ (Eryngium campestre L.). Vedi cardu de anzòne.
CARDU ARRÁNGIU ‘calcatreppolo’ (Eryngium campestre L.). Non si capisce l’etimologia di cardu arránğu senza capire la vera natura del calcatreppolo (per le spiegazioni, vedi ai lemmi cardu de anzòne e cima de pastòri). Cardu arránğu è un termine sardiano con base nell’akk. rangu, raggu(m) ‘malvagio, scellerato, infame’, ‘malfattore, criminale’, col significato complessivo di ‘cardo scellerato’ a causa delle sue temibili punture.
CARDU CABIḌḌU nel Marghine e nel Goceano è il nome della Carlina gummifera. L’etimologia di (cardu) cabiḍḍu sta nel composto a base accadica hâpu ‘temere, aver paura di’ + iddum pl. ‘punte, punta acuminata’, col significato complessivo di ‘punte terribili’.
CARDU CANDÈLA ‘cirsio’ (Cirsium scabrum). Questa è una paronomasia basata su un composto sardiano riferito all’akk. kādu ‘guard, watch, guardia, sorveglianza’ + elû(m) ‘alto’ (riferito alla pianta). Quindi è ovvio che su (cardu) candèla fu utilizzato nelle antiche età per fare siepi a difesa delle greggi durante il riposo notturno. Vedi, per una ulteriore puntualizzazione, al lemma cardu castréḍḍu.
CARDU CANNITZU ‘onopordo maggiore’ (Onopordum illyricum). Ci troviamo davanti ad una paronomasia. La caratteristica dell’Onopordo è quella di avere la maggioranza delle infiorescenze sulla ed attorno alla cima. Sembra proprio quest’aspetto ad aver prodotto l’aggettivo cannitzu, il quale ha base nell’akk. kannu ‘germoglio’. Ma vedi, per una puntualizzazione, ai lemmi cardu castréḍḍu e cardu candèla.
CARDU CASTREḌḌU ‘cardo mariano’ (Silybum marianum) è un tri-composto sardiano basato sull’akk. garādu(m), qarādu ‘strappare’, ‘ficcare, piantare’ + ḫaštu ‘trap’ + urû(m) ‘stalla’ + ellu ‘puro, chiaro’ (nel senso di eccellente); in composizione: ḫašt-(u)r-ellu > castréḍḍu. Il significato sintetico fu ‘cardo d’elezione per i recinti’. Non è un caso, poiché il cardo mariano è la pianta spinosa più imponente della flora mediterranea. Si noti che un tempo (nel Supramonte ancora oggi) i pastori non creavano le stalle, quelle che noi immaginiamo come edificio coperto, ma semplicemente recingevano il luogo di riposo del bestiame, assicurandosi che le piante da recinzione fossero spinose per allontanare le bestie da preda. Ancora oggi a Nuoro il cardo mariano è chiamato kardu de corte ‘cardo dei cortili’ ed a Orani kardu vakkìle ‘cardo dei recinti per le vacche’.
CARDU DE ANZÒNE, cardu anzonínu, bardu mattsòne ‘calcatreppolo’ (Eryngium campestre L.), composto sardiano con base l’akk. garādu(m), qarādu ‘strappare’, ‘ficcare, piantare’ + azû(m) ‘to sigh, sospirare’ (in composto garādu-azûm) col significato di ‘cardo dei sospiri’, causa le spine micidiali.
CARDU DE CASTEḌḌU. Variante fonetica di cardu castréḍḍu.
CARDU ILÒΧE ‘cardo mariano’ (Silybum marianum) (Dorgali). Base etimologica l’akk. illukku (una pietra preziosa), da cui il traslato come termine di stima. Quindi cardu ilòχe significa ‘cardo assai stimato’ ossia il ‘cardo migliore’. Questa è la stessa identica etimologia di Perda Iḍḍocca, il sito del Sarcidano dove furono ritrovati i menhirs iconici della Sardegna.
CARDULÍNU in camp. è il nome generico del ‘fungo’. A Siniscola è cárdula. Il generico cardulínu è composto sardiano con base nell’akk. ḫarû ‘germoglio’ + tullû ‘decorare’ (stato costrutto ḫar-tull- + sumerico innuš ‘pianta’), col significato di ‘germoglio decorativo’ (causa la strana bellezza dei funghi).
CARDU MATTSÒNE ‘Eryngium campestre’. Vedi cardu de anzòne.
CARDU MINZÒNE ‘Sonchus oleraceus’. Vedi camingiòni.
CARDURÉU ‘cardo selvatico’ (Cynara cardunculus L. var. silvestris Lam.) è detto (Nuoro) karduvréu, (Bitti) karduréu, (Siniscola) garduléu; log. karduéru, barduéru, barduréu; camp. karduréu, karduguréu, guréu, uréu. Paulis NPPS ritiene che queste varianti derivino dal lat. VERU (seguendo Wagner). Ma va resa giustizia a questo (sinora) misterioso carduréu, guréu e varianti, il cui secondo membro è considerato dai linguisti alla stregua dell’it. ‘vero’. Prima però occorre attenzione al fatto che in Sardegna non c’è una persona (escluse le famiglie di città) che non vada in campagna, d’inverno o nell’incipiente primavera, a cogliere le lunghissime foglie del cardo selvatico al momento della massima potenza vitale. Esse vengono ripulite della fila di spine ai lati della costa, ripulite del delicatissimo tomento superficiale che ne accentua il sapore amaro, spezzettate, prebollite, messe sott’olio (o sotto spirito): costituiscono in tal guisa una leccornia con la quale imbandire la mensa dell’ospite.
Se è vero che il carciofo fu importato in Europa dagli Arabi nel Medioevo e poi fatto conoscere dagli Iberici, allora possiamo dire che su carduréu prima di allora era l’unico cardo utilizzato nella mensa dei Sardi. Ma ciò non autorizza a intendere guréu, uréu come ‘vero’, anche perché tutti gli altri carciofi, cardi o pseudo-cardi non sono ‘falsi’. Guréu e varianti (carduréu etc.) è un termine preromano, un aggettivale con base nell’akk. gūru ‘fogliame, foglie’: accompagnato al fitonimo cardu ne dichiara la caratteristica: le foglie lunghe, succose, digestive, medicinali.
CARGÙRI è allomorfo arzanese di cruccùri, ‘saracchio’ (Ampelodesma mauritanica). Per l’etimologia vedi curcùri.
CARICA E PORCU centr. ‘aro o gigaro’ (Arum italicum Mill.). Cárica, cálighe sembrerebbe a tutta prima una voce dotta, portata in Sardegna dai Romani (călyx, călycis ‘calice’) quale imprestito del gr. κάλυξ ‘cavità, bocciolo, guscio’, κύλιξ ‘vaso da bere’. Ma in realtà il termine sardo attuale ha soltanto la “sovrastruttura” riferibile al latino, mentre la base etimologica è il sum.-akk. kalakku ‘vaso, cassa, cella, grotta vinaria’ (Semerano, OCE II 131).
CARICAGIÒLA è un nome di vite sarda. Vedi carcangiòla.
CÁRIGA sass., log. ‘fico secco’. Il suffisso sardiano -icu-, -igu, -iga < sum. igi ‘qualità, quality’ (cfr. lat. -icus, gr. -ikos) ha il riscontro etimologico nell’akk. ikku(m) ‘umore, temperamento; mood, temperament’. Questo suffisso è mediterraneo.
Il fitonimo lat. Ficus carica ‘fico della Caria’ indica la qualità migliore in assoluto, da cui il sardo cáriga ‘fico secco’ (ossia, per antonomasia, il fico che per la qualità apprezzata si presta ad essere conservato). Ma oltre a questa è possibile una etimologia propriamente sardiana, basata nell’akk. kârum ‘to be dazed, stordito’ + suffisso sardiano -icu-, -igu, -iga < sum. igi ‘qualità, quality’.
CARIGNÁNO è il classico vitigno (e vino) del Sulcis. L’etimo è discusso al capitolo degli ampelonimi.
CARRISEGÀDA erba non registrata nei dizionari né identificata, la cui foglia era utilizzata per estrarre la papàia, ossia il piccolo tappo interno del foruncolo dopo che esso era stato spremuto. Per quanto questo lemma sia quasi identico a carrisegàda ‘distorsione, slogamento’, la base etimologica sembra diversa, e infatti è dall’akk. ḫarru(m) ‘canale d’acqua’ + seḫû(m) ‘sollevarsi’. Si noti la figura del canale d’acqua per indicare lo scolo del pus.
CARRUBBA nome del noto albero mediterraneo e della sua siliqua, con base nell’ant. akk. ḫarūbu(m) ‘albero del carrubo’.
CASTANÁRGIU, castenágliu, castanáriu, casthagnággiu, castanárzu ‘Erica scoparia’ ed ‘Erica arborea’. Composto sardiano con base nell’akk. qaštu, qištu(m) ‘bosco’ + nawum ‘pasturage, steppe’, numu ‘wasteland, territorio abbandonato’ (in composto: qaštu-nawum > casta-nágliu). Chi conosce queste piante, sa che formano boscaglie in purezza, specialmente in Gallura, dove addirittura ci sono dei siti che prendono il nome dalla pianta (come Scupétu in quel di Tempio). Ovviamente la boscaglia di eriche non è un fenomeno primario ma è prodotta dai reiterati incendi, i quali nel sud dell’isola fanno prevalere le boscaglie di cisti, nel nord le boscaglie di eriche. Di qui la denominazione di origine accadica.
CASTANGIÒLA, castanzòla ‘zafferanetto selvatico’ (Romulea bulbocodium Seb. Et M. var. ligustica Parl.). Proprio l’ampiezza territoriale di questo lemma ne dimostra un’origine antichissima, che con la castagna non ha alcun rapporto (anche perché il castagno non è autoctono della Sardegna). Base etimologica di castangiòla, castanzòla è l’akk. qaštu, qištu(m) ‘bosco’ + gullu(m) ‘coppetta’, col significato di ‘coppetta di bosco’. Si badi che in Sardegna è tutt’altro che difficile trovare dei toponimi del tipo Costa Sas Castanzas inseriti nel più profondo delle foreste primarie, tra le ingenti asperità dei sistemi montuosi, in aree recondite e deserte, pressoché inaccessibili (vedi il Monte Lattias), regno incontrastato di porcari o caprari, dove i castagni (tipici alberi che marcano l’antropizzazione del territorio) non sono mai cresciuti.
CASTANZA log., castángia camp. ‘castagna’; cfr. lat. castănea, gr. κάστανον. Base etimologica è il sum. kasu ‘calice’, ḫaštum ‘buco’ + suff. aggettivale mediterraneo d’origine -nea.
CASUGÓTTU ‘orchidea’ del genere Ophrys e Orchis, composto sardiano riferito alla rara bellezza dell’orchidea, fenomeno che fa il paio con la lunga durata del fiore, capace di non appassire per decine di giorni dopo essere stato colto. La straordinaria bellezza di questo fiore (di questi fiori, poiché in Sardegna ce ne sono parecchie decine di varietà) deve avere turbato la fantasia degli antichi, i quali non ebbero però l’indelicata trovata di Linné, botanico propenso a dare ai fiori ed ai funghi i nomi più triviali, onde a questo fiore spettò quello di orchidéa (che in greco significa simile ai testicoli). Casugóttu ha base nell’akk. qaššu(m) ‘holy, dedicated’ + ḫutul (a magical formula), col significato, altamente poetico, di ‘magia sacra’. Ma potrebbe anche avere la base nell’akk. qâšu ‘regalare, donare’ + quttû ‘completo’, col significato complessivo di ‘regalo perfetto’ (in relazione alla sua bellezza e alla lunga durata dopo il raccolto).
CÁURA, cáula ‘cavolo’ (Brassica oleracea): nome strano. Lo si fa derivare dal latino senza capire che è un nome mediterraneo, quindi anche sardiano (oltreché latino). Vedi i seguenti corrispettivi: tardo lat. cāulum, gr. kaulós, sardo cáula, it. càvolo. Il nome italiano apparve nel sec. XIII nel Novellino e nel 1847 Giusti indicò con esso una “cosa da nulla”. DELI lo accomuna al termine it. càule ‘parte terminale di un ramo, appena germogliata’, ma poi resta indeciso circa l’etimo; e ritiene che la voce si sia diffusa dall’Italia meridionale, come dimostrerebbe la conservazione del dittongo au, nel quale si è inserita una -v- epentetica.
In realtà il termine è antichissimo, avente base nell’akk. ka’’ulu(m) ‘prendersi cura di’, ‘essere a disposizione di qualcuno’. In tale semantica scopriamo un concetto che è l’esatto opposto di quello introdotto dal Giusti. Quello scrittore si riferiva al fatto che di cavoli in Italia c’era abbondanza, mentre taceva sul fatto fondamentale che l’abbondanza delle coltivazioni non era dovuta all’esuberanza della pianta o dei terreni, ma alla precisa volontà dell’agricoltore, in quanto si è sempre saputo, fin dalla notte dei tempi, che il cavolo è un alimento miracoloso per la conservazione della salute, parimenti miracoloso nelle applicazioni topiche e nei cataplasmi.
CAΘEDDÌNA ‘cocco gnidio’ (Daphne gnidium L.). Paulis NPPS 175 pensa si tratti «di una neocreazione sarda. Infatti nella terminologia botanica popolare relativa alle lingue e ai dialetti più disparati le piante tossiche e quelle non mangerecce sono chiamate assai spesso con nomi significanti ‘bacca del cane, frutto del cane, pianta del cane, ecc.’, per segnalare spregiativamente la dannosità o la qualità inferiore della specie. Tra gli esempi veramente innumerevoli, mi limiterò a citarne soltanto alcuni atti a dare un’idea della vitalità e della produttività di questa matrice lessicogenica». Segue una lista che comprende il giusquiamo nero, l’uva ursina (Arctostaphylos uva ursi), il rovo (Rubus caesius), la dulcamara (Solanum dulcamara), il solano nero (Solanum nigrum), la cicuta (Conium maculatum), il sorbo selvatico (Sorbus aucuparia), il bagolo (Vaccinium uliginosum), il tarassaco (Taraxacum officinale), che in vari paesi d’Europa hanno nomi riferiti al cane o ad altri animali. Fatti questi ragionamenti, Paulis afferma che «converrà derivare kaθeḍḍìna e varr. ‘dafne gnidio’ da centr. kaθéḍḍu ‘cagnolino’» dal lat. catellus.
Il ragionamento di Paulis è giusto per la cornice culturale documentabile in Europa, sbagliato riguardo al lemma sardo. Anzitutto va chiarito che c’è una differenza sostanziale tra il cane ed il cagnetto. Le denominazioni spregiative sarde sono sempre riferite all’animale adulto, non al suo cucciolo: e ciò è ovvio, considerato che il cucciolo si alimenta di latte, e comunque è oggetto di attenzioni al fine di una buona crescita, senza bisogno (se mai ce ne fosse) che sopravviva cibandosi di piante selvatiche. Va ribadito che il cocco gnidio è una pianta velenosa in tutte le sue parti. Quindi sembra più facile considerare kaθeḍḍìna come lemma sardiano con base nell’akk. ḫazzum ‘goat’ + ellu ‘puro, chiaro’ (in tutti i sensi in cui ci sia da esaltare una cosa), col significato di ‘(fiore) elettivo dei caproni’; oppure da ḫaṭṭu, ḫaṭu(m) ‘cattivo, criminale’ + ellu ‘puro, chiaro’ (in tutti i sensi in cui ci sia da esaltare una cosa), col significato di ‘(fiore) esclusivamente cattivo, velenoso’.
CIBUḌḌA DE COGA ‘scilla o cipolla marina’ (Urginea maritima Bak.). Base etim. per coga è l’akk. quqû(m) (un tipo di serpente). Sappiamo ch’essi erano fra gli ingredienti fondamentali degli intrugli delle streghe; cibuḍḍa de coga significò, almeno alle origini, ‘cipolla dei serpenti’ (attributo spregiativo).
Paulis NPPS dà informazioni sulle streghe in rapporto alla scilla. «Già nell’antichità la scilla era considerata pianta apotropaica. Essa veniva appesa, a guisa di amuleto universale, al disopra della soglia di casa, per tenere lontani i malefici (Plinio, N.H. 20,101: Pythagoras scillam in limine quoque ianuae suspensam contra malorum medicamentorum introitum pollere tradit; Diosc. 2,171: Έστι δε και αλεξιφάρμακον ‘όλη προ τῶν θυρῶν κρεμαμένη). A causa della sua connessione con Ecate, signora delle potenze infernali, la scilla era piantata spesso nelle tombe (cfr. Theocr., id., V,121). Inoltre in Arcadia, durante i periodi di carestia, i ragazzi percuotevano con questa pianta la statua di Pan, per punire il dio dello scarso cibo dato agli abitanti della regione (Schol. Theocr., id., VII,106). Anche in Ionia la cipolla marina veniva impiegata in una situazione analoga. Per allontanare pestilenze o altri mali dalla città, si faceva uso, come capro espiatorio, di un uomo – per solito un malfattore – che, dopo essere stato percosso nei genitali con piante d
