TOMBA DI GIGANTI

TOMBA DEI GIGANTI

Gli archeologi classificano questo stranissimo monumento, lungo mediamente dai 10 ai 20 metri, come tomba collettiva megalitica dell’Età del Bronzo II (1500-1200 a.C.). La sagoma e la forma della tomba è, secondo gli archeologi, esattamente quella della protome taurina, della testa deltoro. Essi ne ricavano che i costruttori di queste tombe volessero onorare con tale forma il Dio Toro fecondatore dell’Universo. Ma ho sempre dubitato dell’interpretazione per il fatto che, se veramente la grande tomba avesse figurato la testa del toro, la porticina per l’immissione dei morti sarebbe dovuta essere alla base del “muso”, dove il bovino ha la bocca. Invece, guarda caso, la porticina d’ingresso è posta esattamente alla sommità del “cranio”, tra le due “corna” formanti l’esedra.

Mi è accaduto sempre che la corretta intuizione della funzione e del significato del nome di un monumento di età nuragica o protonuragica sia scattata durante l’analisi linguistica, specialmente durante l’analisi dei toponimi, dei nomi di luogo. Per la “tomba dei giganti” (in gallurese gigantínu) ho intuito il suo nome antichissimo, la vera sagoma e la relativa funzione studiando un toponimo del territorio di Monti (Gallura meridionale) chiamato Lada Pilosa.

Sembra di vedere in lada il licio lada ‘donna’, nonché il greco Leda, Ληθώ ‘Latona’, corrispondente a base accadica (w)alādu ‘partorire’; in tal caso si deve leggere il toponimo Lada Pilosa come ‘donna pelosa’. Ma la prudenza e la concretezza portano a vedere anzitutto in Lada quello che direttamente sappiamo: nel gallurese attuale significa ‘piadina, focaccia’; in sardo è anche aggettivo femminile significante ‘piatta, ampia’, dal lat. lata. Ma c’è una quarta accezione.

Lada è anzitutto un termine sardo indicante la pietra verticale con disegno centinato situata al centro dell’esedra della “tomba di giganti”; il bassorilievo della centina sta nella parte alta dell’immenso lastrone piatto, mentre nella sua parte inferiore è praticata una porticina. Il termine lada è attestato anche in Barbagia. L’aggettivo pilosa ‘pelosa’ lascerebbe intendere a tutta prima che tale lada fosse infestata dai licheni. Ma ci tornerò.

É proprio la denominazione dell’antichissima pietra centinata (lada) a non lasciare scampo nell’interpretazione. Essa conduce proprio al significato derivante dall’accadico alādu ‘partorire’. Se osserviamo infatti la sagoma delle tombe dei giganti, esse sono la silhouette perfetta di una don­na coricata a gambe divaricate in atto di partorire. La sagoma è resa più icastica dal fatto che alla base della centina s’apre la buia porticina, forma perfetta dell’orifizio della vagina che s’allarga per il lieto evento.

Dunque in lada veniamo a scoprire l’antichissimo termine per l’attuale gigantinu o tomba di giganti. E sveliamo che non alla “testa del toro” pensavano i nostri progenitori nel sagomare i propri gigantini ma alla Dea Mater partoriente, alla dea Ištar generatrice. Ed il fatto che il monumento fosse ricettacolo collettivo di cadaveri lascia intendere l’ideologia dei nostri progenitori, che con tutta evidenza credevano nella metempsicosi, nella trasmigrazione delle anime e quindi nella reincarnazione. Credevano insomma che quell’ingresso di cadaveri (o di scheletri scarnificati) diventasse anche una nuova uscita dopo la reincarnazione.

Quanto al termine pilosa, esso non indica la “pelosità” nè il fatto che tutt’attorno alla porticina le erbette diano l’idea della pubescenza muliebre. Per il sardo pilosa si potrebbe supporre, come primo approccio, la corruzione del babilonese pelû (+ suffisso sardiano –sa) che significa ‘essere rosso, diventar rosso’. Pilosa dunque potrebbe essere l’antichissimo aggettivo per l’attuale ruju,arrubiu ‘rosso’ (vedi Nuraghe Arrubiu di Orroli), ed a proposito della Lada Pilosa sarebbe in tal caso dovuto ai licheni rosso-arancio (Auricellum) che ammantano le rocce o i manufatti silicei (come i graniti della Gallura o come i basalti del Nuraghe Arrubiu).

Ma l’etimologia non è esattamente questa, anche se sta nel bab.pelû. Per intenderla nel suo significato profondo dobbiamo mettere in campo il termine sardo pilosu,piloséddu (Fonni) ‘bimbo in età tenerissima’, da cui abbiamo anche l’antichissimo cognome Pilosu. Per Wagner l’origine è dal lat. pilosus poichè, egli ricorda, fino all’adolescenza i bimbi non si tagliavano i capelli. Invece la base etimologica è il bab. pelû(m) ‘uovo’ (da cui anche pelû ‘rosso’ dell’uovo).

Quindi l’aggettivale sardo è veramente arcaico. E riandiamo al gallurese lada pilosa, riferito alla ‘tomba di giganti’. Dobbiamo convenire che il concetto di pilosu attiene ad ere molto remote, risalenti fino al Paleolitico superiore e comunque al primo Neolitico, allorchè nella mitologia di numerose civiltà s’affermò l’idea dell’Uovo Cosmico, la cui forma ritroviamo in vasi elladici, in crateri minoici, in piatti moldavi (3700-3500 a.C.), nella religione egizia, ecc. Oltre che in vari testi, la questione dell’Uovo Cosmico è riassunta da Franco Diana (Il Canto del Pane 63, 64, 149). Sa Lada, la “tomba di giganti”, l’icastica effige della Grande Madre Universale partoriente, fu chiamata Pilosa dagli antichissimi Sardi perchè considerata la prima Generatrice, colei che depose l’UovoPrimordiale.

Torna in alto