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I giorni nell’antica Roma

Nei Fasti Antiates Maiores del 60 av. C., prima dell’avvento del calendario giuliano, sono registrati i dodici mesi, e in ogni mese sono indicate le settimane di 8 giorni (da A ad H), non di 7. A fianco delle lettere alfabetiche sono indicati soltanto i giorni in cui il mese viene suddiviso, che sono le Calende, le Idi, le None.

Guardando in retrospettiva prima di quei Fasti, osserviamo che in origine il calendario romano era lunare ed aveva 10 mesi (Martius, Aprilis, Maius, Iunius, Quintilis, Sextilis, September, October, November, December).

I giorni dei Sardi

Gli arcaici nomi dei giorni in Sardegna sono riferiti tutti ad area egizio-sumero-semitica, e non corrispondono a quelli romani. Pare invece che siano i nomi romani – poi impostisi in Italia e nell’area tirrenica durante il Basso Impero – ad avere attinto dal filone sardiano. Che i nomi sardiani siano molto arcaici, sicuramente preromani, certamente nati qualche millennio prima dell’Era volgare, lo dimostra icasticamente non solo la radice dei singoli nomi, ma anche il fatto ch’essi non contengono il suffissoide –. Quest’assenza è sintomatica di uno stato primordiale al quale la Sardegna si è sempre attenuta.

I popoli semitici ed i Sardi avevano certamente nomi peculiari per i giorni settimanali, diversi da quelli poi prevalsi a Roma. Ad esempio, in accadico ibbû è il ‘giorno della collera’ (19° giorno del mese, secondo i Babilonesi). Ma è innegabile che questo è lo stesso nome da cui poi prese vigore l’attuale cognome sardo Ibba. Ciò è spia di una temperie culturale condivisa e molto vasta, la quale poi è stata gradatamente disintegrata dagli interessi imperiali romani.

Dobbiamo farci una ragione dei nomi sardo-tirrenici di antica origine. Stante tutto ciò che abbiamo rivelato circa l’astronomia sardiana, c’è da immaginare che in epoca nuragica, ed anche prima, gli astronomi sardi abbiano deliberatamente scelto il nome dei giorni con riferimento alle stelle mobili (così erano chiamati i pianeti). Ovviamente si tratta delle stelle mobili ch’essi riuscirono a distinguere ad occhio nudo. Come adesso vedremo, questi pianeti avevano dei nomi che non corrispondono a quelli attuali di tradizione latina.

Serve prevenire e bloccare qualsiasi tentativo di ribaltare le etimologie che ora sto per proporre. Le obiezioni ed i ribaltamenti saranno tentati ovviamente da coloro che si attengono ciecamente alla nomenclatura successivamente invalsa nell’area italica sino ad oggi, senza che alcuno di loro osi gettare uno sguardo alle origini.

Basti dire che nella Roma primitiva e in quella repubblicana per l’intero mese i giorni con un nome peculiare erano soltanto tre: Calendae, Nonae, Idus. Le Nonae cadevano il 7 (a Marzo, Maggio, Quintile, Ottobre), le Idi il 15. Negli altri mesi cadevano il 5° e il 13° giorno. I Romani non contavano dal primo giorno del mese ma al contrario contavano i giorni che mancavano alle Calende, alle None, alle Idi. Inoltre contavano tutto incluso (ossia dal giorno di partenza a quello di arrivo, quindi rispetto a noi risultava un giorno in più).

Inoltre nel calendario romano si consideravano le Nundinae; questo nome plurale indicava il ‘giorno di mercato’, allorché dalla campagna ci si recava a Roma a vendere i prodotti. Era il modo più genuino d’indicare le singole settimane, ossia la quadripartizione del mese lunare. Dai filologi Nundinae viene interpretato come ‘novem dies’ (nove giorni), ma il calcolo non torna nemmeno se contiamo alla romana, tutto incluso, ossia il giorno d’inizio e quello finale. Invero, nundinae deriva dal sum. numun ‘moltiplicare’ + din ‘dare’. Quindi in origine indicò la ‘vendita (dazione dei prodotti) moltiplicata’ (durante il mese).

Tutto ciò premesso, è facile constatare che nel Mediterraneo centrale fu la Sardegna la prima a dividere il mese lunare in modo chiaro, ossia in quattro settimane, e a dare il nome ad ognuno dei giorni settimanali. Considerata la scarsa conoscenza dell’attuale sistema planetario, i Sardi vollero intestare i giorni settimanali esclusivamente al dio Ba‘al ed alla dea Ištar (o all’Aurora, che è lo stesso).

Ecco di seguito i nomi della settimana e le loro etimologie.

LUNI ‘lunedì’; base etimologica nell’akk. lumnu (uno dei nomi del Pianeta Marte) < sum. lu ‘uomo’ + ne ‘strength’ = ‘uomo forte’ (si riferisce al sem. Ba‘al, equivalente in qualche modo al lat. Mars). Sembra ovvio che il lunedì dei Sardiani non fosse dedicato alla Luna ma al pianeta Marte. Ciò è persino intuitivo. I Sardi non avrebbero mai dedicato alla Luna (ossia alla Dea Mater Universalis) un singolo giorno, visto che alla Luna era già dedicata l’intera Settimana nonché il mese di Luglio. In lat. medievale il lunedì fu chiamato (*dies) lunae.

MARTI ‘martedì’; base etimologica nell’akk. mārtu ‘figlia’. Con tutta evidenza, qua s’indica un pianeta che oggi non riusciamo facilmente a inquadrare (penso però al pianeta Venere il quale, abbinandosi sempre al sorgere e al tramonto del Dio Sole, evidentemente fu sempre considerato come la Figlia del Sole, né più né meno come avvenne nella religione greca e romana: Venus figlia di Zeus-Giove).

Si noti il capovolgimento concettuale tra i primi due giorni sardiani e romani. I Romani non avevano la parola mārtu (figlia) ma avevano la parola Mārs (Marte), la quale si basa sul sum. maḫ ‘alto, eccelso, importante’ + akk. rāšû ‘ricco, benestante’, la cui unione maḫrāšû portò nei secoli alla semplificazione romana Mārs. Fu il nome che i Romani diedero al dio della guerra. Infatti va notato un fatto non marginale, che nell’alta antichità erano adatti alla guerra soltanto i giovani di famiglia ricca (rāšû), capaci non soltanto d’acquistare i costosi strumenti bellici ed il cavallo (in origine, una spada di ferro costò molto più di una spada aurea di pari peso), ma di dedicarsi quotidianamente ad estenuanti esercizi che li rendevano idonei alla battaglia. Il restante popolo era soldataglia di soccorso. Quindi sembra ovvio che il dio romano della guerra abbia avuto un nome primitivo così azzeccato: ‘grande e ricco, forte e ricco’. In lat. medievale abbiamo dĭes Martis.

MÉRCURI ‘mercoledì’; base etimologica nell’akk. merḫum ‘giudice’. Anche il nome di questo pianeta ci rimane sconosciuto. In lat. medievale abbiamo dĭes Mercurĭi.

GIOBI sass., ghjói gall. ‘giovedì’; jóvia centr., gióvia log. e camp.; gióia (Bono, Silanus); gióggia (Pàdria, Sindìa). Base etimologica parrebbe il sum. ḫubi ‘acrobata; danzatore’. Ma è più congruo l’eg. uben ‘to raise’ (planet), illumine, shine’, ‘rising and setting of the sun’, ‘to dawn, the sunrise’ (Aurora). Immagino che in origine anche questo nome settimanale sardo indicasse un pianeta (in questo caso, ancora una volta, il pianeta Venere, o l’Aurora). In seguito presso i Romani quel giorno fu detto Jōvis (dies); ma si noti l’incongruenza di una giornata minore chiamata col nome del Sommo Dio. Al tale Entità era riservato il giorno del riposo, che infatti presso gli anglosassoni vien detto Sun Day ‘giorno del Dio Sole’.

KENÁBURA sd. ‘venerdì’. Base etimologica nell’eg. kenu ‘che annuncia la buona novella’ + ur ‘immenso’ + ‘Dio Sole’. Il composto kenu-ur- in origine significò ‘chi annuncia la venuta dell’immenso ’: e siamo all’Aurora che annuncia lo spuntar del sole.

In altra parte, con altri argomenti, avevo proposto che kenábura significhi ‘cena di Purim’ (quindi sarebbe un relitto ebraico). Fatto salvo quel discorso, credo che occorra accettare l’arcaica ascendenza egizia di kenábura.

In lat. medievale abbiamo (*dies) Vĕneris.

SÀPADU ‘sabato’. Il termine deriva dall’ebr. šabbat ( שַׁבַּת ). Ma non si deve inferire che sia transitato in Sardegna dall’Italia. Esiste nell’isola da epoca prelatina. La base etimologica è egizia, da šab-t ‘daily service, obligation; servizio quotidiano, obbligo’. Ma il termine può derivare anche dall’eg. šabu ‘altar laden with food offerings, altare carico di offerte eduli’ +‘stendersi sul ventre in omaggio’.

Con ciò veniamo a sapere che il riposo settimanale era sentito dagli Ebrei (e dai Sardi) come un giorno di servizio a Dio, più specificamente si onorava Dio con offerte cibarie, prosternandosi davanti all’altare in segno di venerazione.

In lat. abbiamo Saturni (sacra) dies.

DUMÍNIGU camp., domínica (Bitti), duméniga (Sassari) ‘domènica’. Questo nome riprende quello imposto dalla Chiesa romana nell’Alto Medievo, da dōminus ‘Signore’ (epiteto di Dio). In lat. abbiamo Domĭnica.

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