Il Natale. Tutta la fenomenologia dei rituali fertilistici e carnevaleschi cominciava col Natale, del quale la religione isiaca aiuta a capire le origini. Nella notte tra il 24-25 dicembre ad Alessandria si esponeva la statua di Horu, figlio di Iside, salutato da esclamazioni: “Esultate. La Vergine ha partorito. La luce sta crescendo” (di qui i cognomi sardi Aru e Orùi). Horu era figlio di Osiride il quale muore e risorge. Le cerimonie sono ripetute la notte tra il 5-6 gennaio per salutare il sorgere dell’anno nuovo (l’apparizione solare, l’Epifania). Vale la pena rammentare che Isis, Iside, la sposa di Osiride che muore e risorge, è una dea sempre triste, in consonanza con l’etimologia del suo nome, dal sum. isiš ‘sorrow, dolore, tristezza’.
I CARNEVALI DELLA SARDEGNA
1 I “MISTERI”
I quaranta giorni della Quaresima replicano i quaranta del digiuno di Gesù nel deserto, un esempio per i fedeli che s’avviano a celebrare la passione e la morte del Maestro. Nel Medioevo la Quaresima dovette essere rigorosa: niente carne, grassi, dolci, banchetti, feste; e digiuno totale in Settimana Santa.
La Chiesa romana non poteva chiedere di più al popolo, anzi sentiva di dover riequilibrare l’evento. Ecco la concessione del Carnevale (anzi, la sua reinvenzione!), un periodo esteso quanto la Quaresima (ma episodico, puntiforme), dedicato alla baldoria e alla sfrenatezza.
Il Carnevale è ritenuto un fenomeno tipicamente italico, espanso nel Medioevo per le aree neolatine assieme all’evangelizzazione: in Francia, Spagna, nell’Est Europa. Gli Spagnoli portarono il Carnevale in America.
Ma che il Carnevale sia nato in Italia non è verosimile; e non è verosimile che la Chiesa abbia concesso il Carnevale come pendant della Quaresima. Certamente dovette farlo passare come tale, nell’ambito di una vasta offensiva ideologica che ricollocava e inglobava ogni festa popolare nell’àmbito di un calendario cristiano meticolosamente costruito come barriera assorbente, come Colonne d’Ercole, in un ambizioso programma che cancellava ogni altro tempo, ogni altra ritualità. Associare e modernizzare il Carnevale facendolo passare come novità concessa dalla Chiesa, tornava comodo al Vaticano al fine di fagocitare in un sol colpo le feste precristiane del Nuovo Anno: poiché quelle conservavano una dottrina assai più pericolosa della spensierata sfrenatezza consentita. In verità il Carnevale, nonostante fosse stato reso inoffensivo, non è mai stato simpatico alla Chiesa.
Si dice che la Chiesa col Carnevale abbia fatto sparire anche i Saturnalia ed i residui dei Bacchanalia1. È ovvio. Ma è riduttivo far risalire il Carnevale a queste due feste, visto ch’esse sono un sottoinsieme dell’universale culto dei Misteri.
Sono i Misteri in quanto tali che la Chiesa intendeva annientare. Essa voleva far risaltare l’unicità della morte e resurrezione del Cristo, occultando e obliterando gli identici riti di morte e resurrezione rappresentati da Adone (Siria, Fenicia), Attis (Frigia), Dióniso (Grecia), Ba῾lu (Canaan), Osìride (Egitto), Tammuz (Babilonia), Mascatzu (Sardegna).
Poiché però i Misteri furono talmente resistenziali da avere galleggiato per millenni attraverso ogni tipo di coercizione imperiale, la Chiesa in questo mentre si è sforzata di tramare almeno l’impresa di snaturarli e confonderli e, per tale via, obnubilarli. Gli apologeti cristiani temevano dei misteri le strettissime analogie che la nuova religione ereditava suo malgrado, senza riuscire a svincolarsi dalle origini: nei Misteri permaneva fin troppo evidente la prefigurazione del messaggio cristiano.
Ma infine la Chiesa è riuscita nell’impresa; al punto che oggi nessun intellettuale, nessun accademico riesce più a ricomporre ad unità le sminuzzate membra dei Misteri Eurasiatici, che pure riconosciamo sparse qua e là per i Continenti, dislocate ora in un periodo dell’anno ora in altro, ora diluite entro una ricorrenza ora in altra, con spoglie fortemente denaturate, irriconoscibili. Lo shakeraggio operato dalla Chiesa è di una maestria insuperabile, e la primitiva epoca dei Misteri oggi diviene, per ciò stesso, irrecuperabile nell’originaria organicità.
I riti misterici erano noti fin dalla più alta antichità in Oriente, con probabili radici in Egitto, ed infine li ritroviamo in Grecia e nella Magna Grecia. Si può dire che ogni raggruppamento etnico ebbe uno o due culti misterici, od anche più.
I Misteri erano stati il nucleo adamantino delle religioni fertilistiche, ed avevano operato per tutto il mondo prima che altre religioni “maschiliste” e imperialiste riuscissero – ancora prima del Cristianesimo – a scompaginarli e coartarli, relegandoli vie più nell’ombra, letteralmente al buio. Infatti i Misteri baluginano nella storia come religioni eminentemente notturne. Lo dice la stessa parola:
MISTERI. L’appellativo greco mystes (μύστης) indica l’iniziato ai misteri. Originariamente era il ‘partecipante al rito notturno’, onde mysticós (μυστικός) ‘arcano’, mystḗrion (μυστήριον) ‘pratica segreta, dottrina segreta, cerimonia segreta’. La base è l’akk. mušītu (notte, tempo notturno), da sum. mu ‘incantesimo’ + šita ‘preghiera’, ‘sacerdote’: mu-šita = ‘sacerdote dell’incantesimo’ o ‘preghiera dell’incantesimo’ (gl’incantesimi si praticavano di notte). L’etimologia sumerica indica la situazione più arcaica, allorché la preghiera, il gesto rituale era di per sé già un incantesimo (in questo caso, un incantesimo operato collettivamente), ossia una serie di atti, di inni, di musiche, di danze, di strumenti, organizzati ed esibiti in trame scenografiche di alta solennità allo scopo di tessere un legame diretto tra l’uomo ed il Dio Unico
