I riti di Adone ed i “Sepolcri”. I Riti del Carnevale Sardo

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Adone era il dio siro-fenicio della natura; il suo culto si espanse anche in Grecia, come abbiamo visto, e lì si trovò a competere e fondersi con la corrente mistica relativa a Dióniso, del quale esisteva una storia sacra diversa.

Circa i riti di Adone, non vanno dimenticate le èrme (Ozieri) vasi di piantine (orzo, lattuga, finocchio, etc.) cresciute al buio per la ricorrenza dei Sepolcri: esposti nelle chiese il Giovedì Santo, vengono ritirati l’indomani al momento della morte del Cristo. La base etimologica è il bab. ermu(m) ‘vaso contenente qualcosa di particolare; terra coltivata’. Questo nome in Campidano e in Barbàgia cangia in nénniri, nènnari, nènneru, nènnere, ripetizione esaltativa dall’akk. nīru ‘preghiera’. Su nénniri è usato in Sardegna anche per il comparatico di san Giovanni (24 giugno). I Fenici e i Sirî lo chiamavano ‘Giardini d’Adone’; è una delle prove che Adone (Osiride, Tammuz, Attis etc.) era il Dio della Natura, colui che la faceva crescere e la faceva morire (ecco il significato del ritiro e distruzione delle piantine al momento della morte del Cristo). Secondo quanto dice Socrate a Fedro, i giardini di Adone dovevano germogliare in otto giorni, e venivano esposti sui tetti delle case, dove le donne eseguivano le loro lamentazioni per il defunto Adone.

ADON, Adonai è nome ebraico, semitico = ‘signore’ (bab. adû). Ma il termine babilonese è l’esito del non più compreso sum. ad ‘zoppo’ + un ‘cielo’: ad-un = ‘lo zoppo del cielo’. Infatti Adone muore per la zannata inferta dal cinghiale all’arteria femorale.

A Biblo (città sacra dei Fenici, come per altri popoli lo sono la Mecca e Gerusalemme) Adone era celebrato nel santuario di Afrodite, dea della Natura, con cerimonie di lutto, tonsura delle donne o prostituzione rituale, liturgia del risveglio di Adone, considerato vivente anche nella fase della sua morte. Nel recinto del tempio c’erano moltissimi menhirs a forma principalmente di obelischi, che sono la sacra effige della dea, con la forma fallica esprimente la sua indissolubile unione col membro del Dio generatore.

Coincidenza o no, in Sardegna abbiamo il villaggio di Gadòni (chiamato propriamente Adòni), col suo nuraghe Adòni, l’uno e l’altro dominanti le due estremità d’una gola selvaggia e impraticabile pari a quella fenicia del fiume Adoni, che si tinge di rosso e dove le fanciulle siriane piangevano la crudele morte del dio. Il colore è dato dalle foglie morte del cisto. Le immagini del dio erano vestite a simiglianza di spose esanimi (simili alla dormiente Madonna, l’Assunta, celebrata non a caso il 15 Agosto, nella pienezza della morte della natura). I due simulacri venivano poi trasportati verso una “sepoltura” idrica.

Inutile tacere che gli Adόnia costituivano la Festa di Capodanno (capodanno del ciclo naturale, che in Sardegna e nel Basso Mediterraneo comincia a Settembre). Ad Alessandria d’Egitto e in altre località le effigi di Afrodite ed Adone venivano collocate su due giacigli affiancati, con accanto frutti maturi. Segno che le celebrazioni si svolgevano, appunto, intorno alla metà di Settembre. Così oggi accade per sa Festa de is Bagadίus, a Siùrgus, il cui enorme Pane è affiancato dalla Vergine Addolorata (vedi la descrizione fatta in coda a questo capitolo).

Le donne, spruzzando acqua sul nénniri, imitavano la pioggia. L’immagine tipologica creata dagli artisti greci, della dea afflitta che regge fra le braccia l’amante morto, sembra il modello della Pietà di Michelangelo. Ma i Sardi avevano da millenni la loro “Pietà”, detta La Madre dell’Ucciso, bronzetto nuragico che in realtà documenta il compianto di Adone.

Nell’Idillio XV di Teocrito, scritto tra il 278 e il 270 a.e.v., sono eternati i riti di Adone ad Alessandria d’Egitto. Essi avevano due momenti, il primo in piena notte, il secondo l’indomani all’alba. Di notte le donne stavano sole al tempio, esercitando culti misterici, donde sortivano all’alba con le vesti discinte, i capelli sciolti, i seni liberi, parte del corpo senza veli; intonando un acuto canto di lamentazione, portavano la statua del Dio sulla spiaggia e la gettavano tra le onde.

Teòcrito narra soltanto il momento pubblico, a cui tutto il popolo assisteva. La statua di Adone adolescente sta nel suo letto d’argento. Una ragazza dalla voce bellissima canta l’inno ad Adone. È la stessa ragazza che nell’anno precedente aveva cantato, uscendo prima dell’alba dal palazzo-tempio, la lamentazione per la morte di Adone. L’idillio teocriteo cita i frutti deposti e i giardini delicati che i canestri d’argento racchiudono [nénniri], e i pani-dolci che le donne impastano per lui – mescolando bianca farina all’essenza dei fiori, – ricchi di miele o di olio vergine, – e hanno forma di uccelli o di animali. Ci sono [effigiati nella pasta] verdi pergolati; e gli Amorini volano su di essi, – come piccoli usignoli – all’alba, tutte insieme lo porteremo fuori, – là sulla riva. Con i capelli sciolti, con il seno nudo, – con le vesti slacciate, intoneremo il nostro canto acuto.

In sintesi, qua ho delineato i due riti orfici vigenti in Grecia e nella Mezzaluna Fertile. Adesso resta da specificare l’entità del Carnevale europeo ed il suo legame con i riti misterici ora descritti.

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