Orfismo e Dionisismo. Il Carnevale in Sardegna

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A differenza dei Mystéria propriamente detti, i quali non erano insegnati tramite libri, l’orfismo era deliberatamente illustrato e tramandato grazie a una gran quantità di libri. In relazione ai Misteri greci, s’usa spesso il termine orfismo come comoda semplificazione per indicare un plancher arcaico di miti e credenze misteriche, la ricerca di un tipo di vita igienicamente corretta ed ecologica, il divieto di sacrifici cruenti, la fede dell’anima custodita nel corpo per scontare le proprie colpe, la punizione dopo la morte per i profani, la beatitudine per gli iniziati.

ΟΡΦΕÚΣ è colui che discese al regno delle ombre, come Ištar, come Gilgameš; ma è principalmente l’iniziatore arcaico dei Misteri, praticati in forma di assoluto rigore, di assoluta pulizia fisica e mentale, quindi con rigorosa dieta vegetariana, quando non vegana. Secondo Semerano OCE, Orpheús ha la stessa base di ἔρεβος, akk. urbu ‘ingresso’, erbu ‘ingresso, tramonto’, erēbu ‘entrare’. Ma forse è più congruo il seguente etimo: ur ‘he, this, that; egli, questo, quello che’ + bu ‘perfect’. Il composto originario ur-bu + il suff. aggettivale gr. -us significò in origine ‘Colui che porta alla perfezione’.

DIÓNISOS. Per formulare l’etimologia di Dióniso sembrerebbe congruo ricuperare il mito della forza produttiva della terra nonché quello della follia, che Dioniso induceva mediante le feste sfrenate delle donne. Per Διόνυσος sembra quindi logica la base etimologica dell’akk. di’ûm ‘una malattia alla testa’ + nīšu(m) ‘libidine (sessuale)’: il composto significherebbe ‘pazzo di sesso’ o ‘il pazzo del sesso’; ma questa traduzione, per quanto attagliata, è inverosimile perché rivolta a un dio. In una società come quella greca non era possibile estremizzare assurdamente la visione del mondo, invocando come ‘pazzo di sesso’ un dio preposto a Misteri di alto valore spirituale. Il fatto che il rito di Διόνυσος assuma forma misterica e sia abbinato inscindibilmente con quello eleusino di Δημήτερ (la Dea Mater Universalis), lascia abbondantemente capire che Διόνυσος alle origini non fu altro che il paredro della Dea Mater, ossia il Dio dell’Universo.

Quindi è congruo pensare che la base etimologica di Διόνυσος sia il sum. de ‘creare’ + u ‘totalità, universo’ (de-u ‘Creatore dell’Universo’) + nu ‘procreatore, genitore’ + šu ‘totality’ (nu-šu ‘genitore della totalità’ degli esseri viventi). Sembra ovvio che tale epiteto complesso fu riservato fin dalle origini al ‘Creatore dell’Universo genitore dell’Umanità’. Da questa etimologia (e da altre da me trattate sulla civiltà greca) si capisce che l’invasione dorica in Grecia deve avere apportato sconquasso anche nel sistema religioso. Infatti è singolare che i Greci in età classica avessero dimenticato intere porzioni di scibile, al punto da gestirle fuori contesto, spesso fuori logica (come in questo caso), fagocitandole entro miti inverosimili, la cui origine pare dovuta più che altro a furbi manipolatori dell’opinione pubblica, un po’ come avvenne in Sardegna con l’avvento dei preti bizantini. Oggi il Διόνυσος del mito greco è del tutto irriconoscibile. Lo stesso possiamo dire di Ἴακχος.

ἼΑΚΧΟΣ epiteto di Bacco (Diónysos)? No, è Διόνυσος ad essere l’epiteto di Iaccu. Questo è il nome del Dio del deserto, Yaḥ, Yḥ o Yḥwḥ, in origine nome del Dio Luna. Non fu un caso se il monte sacro del deserto frequentato dagli Habiru (futuri Ebrei) fu chiamato Sināi, in onore di Sîn, nome concorrente di Yaḥ. Il dio Luna Yaḥ era conosciuto con lo stesso nome in un’ampia fascia che va dall’Egitto (i‛ḥ) a Babilonia. Altra prova dell’interpretazione di Ἴακχος/Iaccu viene dal poeta greco Filodamo di Scarfe (370-330 a.C.), vv. 27-31, il quale, a proposito del culto e delle pratiche rituali eleusine, scrive «agitando in mano un virgulto / splendente nella notte al seguito di furie / ispirate sei giunto nei profondi recessi / fioriti di Eleusi / Evoè o Iobacco [Ἰόβακχε], o Peana». Si vede che l’invocazione Ἰόβακχε è una reduplicazione rafforzativa di Yaḥ, Yḥwḥ: Ἰό-βακχε = Yḥwḥ-Yḥwḥ. In tali reduplicazioni è normale che il primo membro venga contratto (v. Giovanni ‘Geova di Canaan’ = ags. John, Jo-hn ‘idem’, dalle tre apofonie Yah, Yeḥ, Yoḥ + Hn ‘Chānān’). Pertanto il vocativo Ἰόβακχε va scomposto in Ἰό-βακχε (dove Ἰό- = Yoḥ < Yḥwḥ). Inoltre si noti che B- di B-άκχoς è labializzazione di Ἰ-, a sua volta forma meramente grafica di Y greca da antica U, W; tale U- per legge fonetica sarda (ed anche ellenica) si labializza in B-. Onde Bάκχoς < ϓακχoς, Ἴακχος = ebr. Yḥwḥ.

Dagli antichi Greci abbiamo molte prove che Ἴακχος è un epiteto rivolto a Διόνυσος nei momenti di più alta solennità rituale. Vedi ad es. Erodoto VIII 65, 1-2; 4: «Quando Serse devastò l’Attica, 30.000 fedeli si radunarono ad Eleusi elevando coralmente l’invocazione a Iacco». Vedi principalmente Aristofane, Le Rane 323-336: «Iacco, o tu che in queste sedi venerande hai dimora, / Iacco, o Iacco, / vieni su questo prato a danzare / dai pìi tuoi devoti, / scuotendo carica di frutti /intorno al capo una rigogliosa / corona di mirto, e col ritmo ardito del piede / scandendo la festa sfrenata / amante della gioia, / che tanta parte possiede delle Grazie, la pura / danza sacra per i pìi iniziati». Simile invocazione anche in Aristofane Rane 340-52 e 397-403.

«Dionisismo e orfismo appaiono problematici dal punto di vista della loro definizione e delle reciproche interferenze, (talché) il culto di Samotracia appare contaminato e intessuto di elementi che lo connotano come il prodotto di un territorio di confine» (Scarpi RM XLIV).

In epoca romana, il culto di Dióniso con i suoi misteri era il più diffuso nel mondo ellenizzato, sia a livello statale, sia a livello di associazioni private. Vi erano processioni, danze, pantomime. Tertulliano è l’apologeta cristiano che comincia a ridurre a ludicra e ludibria tutto il sapere religioso degli antichi. Apollonio di Tiana ricorda le “danze lascive al suono del flauto”. Lo stesso Platone parla delle danze bacchiche e di quelle simili, che prendono nome dalle Ninfe, da Pan, dai Sileni e dai Satiri, nelle quali si rappresentavano mimicamente personaggi ebbri, durante certi riti di purificazione e d’iniziazione.

Durante le cerimonie orfiche erano cantati inni propiziatori, dei quali restano 87 in una raccolta completa attribuita ad un’associazione dionisiaca d’iniziati dell’Asia Minore (forse di Pergamo) esistita durante l’epoca neoplatonica.

Altri frammenti orfici (in numero di 363, raccolti dal Kern), dànno notizie sufficienti sulle pratiche orfiche, per quanto anch’essi abbiano visto la luce precipuamente ai tempi dei Neoplatonici.

I riti di Adone ed i “Sepolcri”. Adone era il dio siro-fenicio della natura; il suo culto si espanse anche in Grecia, come abbiamo visto, e lì si trovò a competere e fondersi con la corrente mistica relativa a Dióniso, del quale esisteva una storia sacra diversa.

Circa i riti di Adone, non vanno dimenticate le èrme (Ozieri) vasi di piantine (orzo, lattuga, finocchio, etc.) cresciute al buio per la ricorrenza dei Sepolcri: esposti nelle chiese il Giovedì Santo, vengono ritirati l’indomani al momento della morte del Cristo. La base etimologica è il bab. ermu(m) ‘vaso contenente qualcosa di particolare; terra coltivata’. Questo nome in Campidano e in Barbàgia cangia in nénniri, nènnari, nènneru, nènnere, ripetizione esaltativa dall’akk. nīru ‘preghiera’. Su nénniri è usato in Sardegna anche per il comparatico di san Giovanni (24 giugno). I Fenici e i Sirî lo chiamavano ‘Giardini d’Adone’; è una delle prove che Adone (Osiride, Tammuz, Attis etc.) era il Dio della Natura, colui che la faceva crescere e la faceva morire (ecco il significato del ritiro e distruzione delle piantine al momento della morte del Cristo). Secondo quanto dice Socrate a Fedro, i giardini di Adone dovevano germogliare in otto giorni, e venivano esposti sui tetti delle case, dove le donne eseguivano le loro lamentazioni per il defunto Adone.

ADON, Adonai è nome ebraico, semitico = ‘signore’ (bab. adû). Ma il termine babilonese è l’esito del non più compreso sum. ad ‘zoppo’ + un ‘cielo’: ad-un = ‘lo zoppo del cielo’. Infatti Adone muore per la zannata inferta dal cinghiale all’arteria femorale.

A Biblo (città sacra dei Fenici, come per altri popoli lo sono la Mecca e Gerusalemme) Adone era celebrato nel santuario di Afrodite, dea della Natura, con cerimonie di lutto, tonsura delle donne o prostituzione rituale, liturgia del risveglio di Adone, considerato vivente anche nella fase della sua morte. Nel recinto del tempio c’erano moltissimi menhirs a forma principalmente di obelischi, che sono la sacra effige della dea, con la forma fallica esprimente la sua indissolubile unione col membro del Dio generatore.

Coincidenza o no, in Sardegna abbiamo il villaggio di Gadòni (chiamato propriamente Adòni), col suo nuraghe Adòni, l’uno e l’altro dominanti le due estremità d’una gola selvaggia e impraticabile pari a quella fenicia del fiume Adoni, che si tinge di rosso e dove le fanciulle siriane piangevano la crudele morte del dio. Il colore è dato dalle foglie morte del cisto. Le immagini del dio erano vestite a simiglianza di spose esanimi (simili alla dormiente Madonna, l’Assunta, celebrata non a caso il 15 Agosto, nella pienezza della morte della natura). I due simulacri venivano poi trasportati verso una “sepoltura” idrica.

Inutile tacere che gli Adόnia costituivano la Festa di Capodanno (capodanno del ciclo naturale, che in Sardegna e nel Basso Mediterraneo comincia a Settembre). Ad Alessandria d’Egitto e in altre località le effigi di Afrodite ed Adone venivano collocate su due giacigli affiancati, con accanto frutti maturi. Segno che le celebrazioni si svolgevano, appunto, intorno alla metà di Settembre. Così oggi accade per sa Festa de is Bagadίus, a Siùrgus, il cui enorme Pane è affiancato dalla Vergine Addolorata (vedi la descrizione fatta in coda a questo capitolo).

Le donne, spruzzando acqua sul nénniri, imitavano la pioggia. L’immagine tipologica creata dagli artisti greci, della dea afflitta che regge fra le braccia l’amante morto, sembra il modello della Pietà di Michelangelo. Ma i Sardi avevano da millenni la loro “Pietà”, detta La Madre dell’Ucciso, bronzetto nuragico che in realtà documenta il compianto di Adone.

Nell’Idillio XV di Teocrito, scritto tra il 278 e il 270 a.e.v., sono eternati i riti di Adone ad Alessandria d’Egitto. Essi avevano due momenti, il primo in piena notte, il secondo l’indomani all’alba. Di notte le donne stavano sole al tempio, esercitando culti misterici, donde sortivano all’alba con le vesti discinte, i capelli sciolti, i seni liberi, parte del corpo senza veli; intonando un acuto canto di lamentazione, portavano la statua del Dio sulla spiaggia e la gettavano tra le onde.

Teòcrito narra soltanto il momento pubblico, a cui tutto il popolo assisteva. La statua di Adone adolescente sta nel suo letto d’argento. Una ragazza dalla voce bellissima canta l’inno ad Adone. È la stessa ragazza che nell’anno precedente aveva cantato, uscendo prima dell’alba dal palazzo-tempio, la lamentazione per la morte di Adone. L’idillio teocriteo cita i frutti deposti e i giardini delicati che i canestri d’argento racchiudono [nénniri], e i pani-dolci che le donne impastano per lui – mescolando bianca farina all’essenza dei fiori, – ricchi di miele o di olio vergine, – e hanno forma di uccelli o di animali. Ci sono [effigiati nella pasta] verdi pergolati; e gli Amorini volano su di essi, – come piccoli usignoli – all’alba, tutte insieme lo porteremo fuori, – là sulla riva. Con i capelli sciolti, con il seno nudo, – con le vesti slacciate, intoneremo il nostro canto acuto.

In sintesi, qua ho delineato i due riti orfici vigenti in Grecia e nella Mezzaluna Fertile. Adesso resta da specificare l’entità del Carnevale europeo ed il suo legame con i riti misterici ora descritti.

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