Il porco, simbolo e strumento della rinascita delle messi. La maschera de Su Murronarzu

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Il porco, simbolo e strumento della rinascita delle messi. Nessun dio del Mediterraneo è estraneo al supplizio. Osiride è fatto a pezzi dal fratello; Mythra fa a pezzi il toro, le cui membra mangiate dai fedeli rievocano Dyόnisos sbranato e mangiato dai Titani. In Grecia e in Sardegna è il cinghiale attore del supplizio, e colpisce mortalmente Adone all’arteria femorale; lo stesso accade in Frigia ad Attis.

Il cinghiale, o il porco, prevale nel mondo mediterraneo – ed anche nella media-alta Europa – quale simbolo di morte, unito però all’acqua, simbolo di resurrezione. Ad Eleusi le due cose si mescolano, perché ogni donna porta in processione il proprio maialetto, lo porta con sé al mare, lo lava accuratamente per purificarlo, lava accuratamente se stessa per purificarsi, quindi risalgono assieme all’altare del Tempio, dove il maialetto è sacrificato e le membra, sbranate e distribuite, sono mangiate come simbolo d’introiezione di un’anima nuova, che entra nel corpo dell’iniziata, la quale nel precedente lavacro fatto assieme al porco è morta e risorta a nuova vita spirituale (metempsicosi).

«Nei misteri di Demetra si sacrificava un maialino. L’animale è infatti consacrato alla dea. Ciascuno degli iniziandi sacrificava in proprio favore. Questi animali sono detti misterici (Scoli ad Aristofane, Acarnesi 747b)». «O signora veneranda figlia di Demetra, che dolce profumo sento spirare di maiale arrosto!» (Aristofane, Le Rane 337-8). «Nelle feste di Demetra sacrificavano dei maialini e ne consumavano la carne nelle Thesmophorie… sacrificavano il maialino anche nei misteri in onore di Diόnysos e Demetra, perché danneggia le messi di Demetra e le piante di Dyόnysos» (Giovanni Tzetzes, ad Aristofane, le Rane 338a). «Quando Kore fu rapita da Plutone mentre stava raccogliendo dei fiori, in quei luoghi proprio allora un porcaro di nome Eubuleo menava al pascolo dei porci, con i quali fu inghiottito dalla voragine in cui era precipitata Kore; dunque per onorare Eubuleo si gettano i maialini nella voragine di Demetra e di Kore. Delle donne, dette attingitrici, mantenutesi in stato di purità per tre giorni, riportano su le parti putrefatte degli animali gettati giù nelle fosse, scendono nelle parti inaccessibili del santuario e, una volta riportatele su, le depongono sugli altari; si ritiene che chi ne prende e sparge questi pezzi insieme con le sementi godrà di abbondanza. … e pure i maialini sono gettati nelle fosse a causa della loro prolificità, perché siano simbolo della generazione dei frutti della terra e degli uomini, quale segno di riconoscenza verso Demetra perché, procurando i frutti demetriaci, civilizzò il genere umano» (Scoli a Luciano, Dialoghi delle cortigiane 2, 1).

Ancora una volta, il mito greco non fu compreso dai loro stessi praticanti, tantomeno dagli esegeti antichi, e nemmeno da quelli moderni, ivi compreso Frazer. La trita affermazione che il maiale danneggia le messi è assurda, perché ogni animale danneggia le messi. Erano sacrificati perché nemici dell’agricoltura? E come la mettiamo allora con tutti gli altri animali immolati sugli altari? Assurda anche la storiella dei maiali di Eubuleo, inghiottiti nella voragine assieme a Kore. Che senso diamo, allora, a Santu Antòni de su Porcu che scende all’Inferno e risale col fuoco e col maialino? Che senso dare a sos Murronarzos di Olzai che a Carnevale indossano una testa di maiale?

La discesa all’Inferno è tipica di parecchi personaggi dell’antichità, a cominciare da Orfeo l’iniziatore del Misteri greci. È ovvio che sant’Antonio risalga col fuoco per purificare gli iniziati ai Misteri. È ovvio che risalga col maialetto perché questo è lo strumento aratorio (il grufolatore) con cui il Dio della Natura (ossia sant’Antonio stesso quale epifania del Dio Sommo) mostrò all’uomo, fin dalle lontane età paleolitiche, che la terra va rivoltata con l’aratro per renderla capace di produrre gli alimenti vitali di Demetra e Dyόnisos.

PORCU ‘maiale’. È noto l’uso, talora ingiurioso, di questo termine, traslato con riferimento a certe correnti filosofiche (Epicuri de grege porcus: Horatius). Ma intanto dobbiamo riflettere se il suo abbinamento alla vulva della donna vergine (Varrone) fosse una ingiuria o un complimento velato di sacralità. L’uso del termine fu, a mio avviso, positivo, e non cessò neppure nel Medioevo, allorché si chiamò porca la terra rilevata tra due solchi: che evidenzia lo spacco tra i solchi simile alla rima vulvare, ma che indica principalmente la terra rivoltata che si apre alla fertilità. Inoltre dobbiamo tenere presenti le attestazioni dei più antichi scrittori romani (cfr. Fest. 420, 26 sg.) che nella lingua religiosa conservano l’espressione sācrem porcum, sācrēs porcī.

Quindi l’uso non fu ambiguo (escluso quello di Orazio, influenzato dall’ambiguità rivestita ai suoi tempi dalla filosofia epicurea).

Per capire l’etimologia di porcu, porcus, porca, occorre anzitutto ricordare altre forme. Vedi gr. πόρκος ‘nassa dal collo stretto’ in cui rimangono chiusi i pesci, e πόρκης ‘cerchio che serra l’asta della lancia’ e impedisce alla punta di uscire. Si nota una semantica di “sbarrare, chiudere, impedire”. La base etimologica si ritrova nell’akk. perku ‘difesa, sbarramento’, aram. peraq, arabo faraqa, ebr. pāraq, akk. parāku ‘sbarrare, dividere, delimitare’, parāqu.

Quest’ultima semantica relativa alla difesa, allo sbarramento, si collega anche alla forma afgana burqa, indicante la veste femminile che ricopre integralmente il corpo, senza lasciare scoperto nulla. Esso ha l’antenato nell’akk. burku, purku che direttamente significa ‘ginocchia, grembo’ (metafora per pudenda), poi per traslato riferito al controllo, alla protezione, talché ša burku indicò il perizoma ossia la veste che ricopre le pudenda: cfr. sum. bur ‘vestito’ + kadu ‘coprire’ (bur-kadu), col significato di ‘vestito ricoprente’; oppure bur ‘vestito’ + ku ‘buco, cavità, tana’, col significato di ‘vestito-tana’ (tutto un programma).

Stiamo scoprendo che la semantica di porcu è complessa. Preciso che la sua vera base etimologica è il sum. bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’, col significato di ‘aratro fertilizzante’. Si può capire questa etimologia – a tutta prima bizzarra – osservando il comportamento del maiale e del cinghiale non appena la pioggia bagna la terra: esso si scatena in una sarabanda di grufolamenti, “arando” in poco tempo vaste porzioni di territorio. Se i cinghiali sono numerosi, si può dare il caso (da me verificato di persona nel Supramonte) di “arature” espanse per chilometri quadrati. Agli antichi progenitori del Paleolitico questa indole non passò inosservata, e l’intuizione della fertilizzazione del terreno con tali sistemi fece tutt’uno con l’invenzione dell’aratro, che infatti fu, all’inizio, un pungolo di legno simile al muso del cinghiale. Fu l’indole “aratoria” del suino a fare di lui, almeno nell’antichità paleolitica e neolitica, il Dio della Natura. Ma per capire meglio questa problematica, invito a leggere l’etimologia del cgn Zedda, dove approfondisco il tema.

I Misteri, in forma segreta e altamente spirituale, esistettero anche nel Vicino Oriente, frequentati anche da poveri e schiavi. Anch’essi erano strettamente legati alla morte e resurrezione della Natura, rappresentata ritualmente dalla morte e resurrezione di un dio. Ogni popolo ebbe il proprio Dio che scendeva agl’Inferi e resuscitava.

Ogni anno, per duemila anni, migliaia di Greci andarono in processione verso il tempio segreto. Davanti al sacerdote, dopo lungo digiuno e lunghe purificazioni, agli iniziati veniva offerto il ciceòne (una bevanda sacra, a quanto pare basata sulla segale cornuta, un allucinogeno, ma anche basata sull’olio di ricino, da cui il nome ebraico קיקׇיון).

La tradizione greca mostra già due partizioni del fenomeno, uno pertinente a Dióniso, l’altro pertinente ad Adone.

Adone nel mito aveva per amanti Afrodìte e Perséfone, perché la morte della Natura ha due fasi, estiva e invernale. Perséfone si gode Adone d’inverno, Afrodite d’estate.

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