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Sui 22 nomi accadico-babilonesi ed i 5 sumerici qua su elencati, 20 corrispondono a cognomi sardi, 1 a un macro-toponimo sardo, 4 a nomi e cognomi italici, 1 è nome personale della Magna Grecia, 1 è condiviso tra Italia e Sardegna. Ma, tutto sommato, in Sardegna i termini legati ai fenomeni siderali erano, a quel tempo, molti più di quelli rilevabili da questo elenco, come vedremo nell’elenco completo che più oltre ho apparecchiato.

Oggi si può dire, disgraziatamente, che l’attuale cultura sarda ha ben miseri ricordi della lontana astronomia. Se escludiamo il nobile nome Gurdoni (o Purdoni) indicante le Pleiadi, attualmente coloro che hanno conservato qualche nome di costellazione sono i pastori barbaricini, i quali però, dimentichi del glorioso passato, hanno riformulato nell’attualità i nomi di quelle costellazioni, dandogli nomi legati al mondo pastorale1. Davanti a questo “regresso alla belluinità” nessun linguista mio predecessore è stato capace di affrontare di petto la questione per tentare di rimettere le cose a posto.

In tal guisa, la costellazione dell’Auriga è chiamata Su Pa’ìle (inteso come vakkìle), ossia il ‘recinto delle vacche’.

La costellazione dell’Ursa Major è chiamata Sos Sette Frades ‘i Sette Fratelli’; altrove è detta Bòes ‘buoi’, o Boàrzu ‘bovaro’, o Jùu ‘giogo’. Altrove (es. nel Sarrabus) per Boinarzu, anzi per Boiáxus s’intende il pianeta Venere (“perché quando questa stella appare si rinchiudono i bovini”: Wagner!!).

La cintura d’Orione è chiamata Sos tres vakkeḍḍos ‘i tre vitelli’ (ma è una paronomasia). È chiamata pure Istentàles, riferito malamente alla base latina stō ‘stare’. Un secondo nome di Orione è Suguzzadora ‘colei che sveglia presto la gente’.

La costellazione del Corvo è da me riesumata grazie al cognome Ugas, corrispondente al bab. Uga ‘costellazione del Corvo’.

La stella Sirio è chiamata Su Trubadòre inteso malamente come ‘Colui che guida le vacche, i buoi’.

Il pianeta Venere è chiamato S’Isteddu e arbéskere ‘la Stella dell’Alba’ (quello è il momento di radunare le pecore per la mungitura: Wagner!). La stessa Venere alla sera è chiamata S’Angionadòre (Colui che fa rientrare gli agnelli dal pascolo serale: ma è una paronomasia). Altrove Venere è chiamata S’isteddu de kenadórgiu, o semplicemente Kenadorzu, e s’intende per kenadorzu il sito e l’ora notturna in cui il pastore rinvia al pascolo le pecore: da kena ‘cena’, ma siamo ancor sempre all’assurdità delle paronomasie.

Infine abbiamo Su Carru e Pàggia, Pazza, Palla (letteralmente: il Carro della paglia) a indicare la Via Lattea, immaginata come una scia dove un carro ha perso tanta paglia. Questa è almeno l’interpretazione sulla quale s’adagia anche Wagner, ma che è da respingere in quanto paronomasia. Dal prototipo log. pazza possiamo dedurre il vero etimo, ossia l’akk. pāṭum (ug. paṭṭu) ‘border, district; margine, limite, frontiera; distretto, regione’, ‘the four borders of the world, i quattro angoli del mondo’, ‘cosmic borders, confini cosmici’.

La Via Lattea generò anche un altro mito, secondo cui essa non è altro che un immenso sentiero incendiato. Non è quindi un caso che alcuni villaggi del Logudoro la chiamino Su Camminu de Roma (che Wagner, scelleratamente, interpreta come ‘Il cammino di Roma”), mentre deriva dal sum. rub ‘to go, andare’ + ma ‘to burn, bruciare, incendiare’. Rub-ma alle origini indicò un ‘cammino incendiato’, e l’aggiunta attuale di cammínu è una sovrabbondante replica dell’arcaico rub.

La memoria dei nostri pastori va aiutata a rivitalizzarsi, e va principalmente aiutata a liberarsi dalle grinfie dei “dotti” i quali hanno prodotto ingenti danni alla cultura sarda. Tra i nomi attualmente banalizzati dell’astronomia shardana è facile scoprire delle paronomàsie, ossia degli adeguamenti di antiche parole non più comprese, che vengono assimilate alla fono-semantica di nomi attuali molto lontani dalle verità antiche.

Angionadòre (Venere) è una smaccata paronomasia, riferita oggimai al pastore che fa rientrare il bestiame. Basterebbe la parola angionadòre a mettere in allarme; infatti per angionadòre in Sardegna s’indica principalmente il ‘falco degli agnelli’ (o Aquila del Bonelli). Sappiamo che il pianeta Venere tramonta subito dopo il Sole, e sorge prima del Sole. Quindi è facile riferirne l’arcaico nome alla sua rapida sparizione, alla sua “eclisse” quotidiana, ed al suo risorgere mattutino, attingendo dal sum. anĝi ‘eclipse’ + un ‘to arise, sorgere’ + a’ur ‘hidden place, sito nascosto’: il composto anĝi-un-a’ur indicò il pianeta ‘che tramonta e risorge da un sito protetto’.

Boinárgiu, Boinarzu, Boiáxus (pianeta Venere). Il nome deriverebbe, secondo Wagner, dal fatto che “quando esso appare, si rinchiudono i buoi” (sic!). In realtà ha base etimologica nel sum. gu il ‘to raise, sorgere, risorgere, sollevare’. Quindi significò propriamente ‘Colei che risorge, Stella del Mattino, Aurora’. La confusione col bue è dovuta al fatto che la base etimologica di sd. bòi ‘bue’ è il sum. gu ‘forza’ + u ‘corno’, col significato di ‘potenza cornuta’. Ma Boinárgiu può anche essere < sum. BU’I ‘to face’ + in (= it. in, ‘luogo fisso’); BU’I-in = ‘che appare in luogo fisso’.

Bolentínu log.; Sa rughe de santu Bolentínu indica la ‘Costellazione del Cigno’; altri lo chiamano santu Volentinu (Calvia). Volpati, citato dal Wagner, osserva che questa costellazione viene chiamata croce in molti dialetti, perché “le cinque stelle più chiare… sono disposte così da presentare la figura di una croce”, spesso con l’aggiunta di un nome di santo che ha qualche rapporto con la croce (S.Giovanni, S.Andrea). Quanto a san Valentino, il Volpati scrive di non aver trovato nella biografia dei vari santi di questo nome alcun accenno alla croce. Ovvia la ragione: questo nome è una paronomasia, dall’akk. Ba‛lu ‘Dio Sommo del Cielo’ + entu ‘grande sacerdotessa’. Pare acclarato che il nome attuale della costellazione nel passato significasse ‘Grande sacerdotessa del dio Ba‛al’, forse perché quella che a noi pare una croce (o un “cigno in picchiata”) agli antichi sembrava una grande sacerdotessa con le braccia spalancate in atto di adorazione o implorazione. Ma vedi anche la voce Costantínu.

Borronkèra log. nome delle ‘Iadi’ od ‘Orione’ (Spano). Ad Ittiri con tale nome s’indica la prima stella d’Orione. Base etimologica è l’akk. būru (a word for sky) + kīru (an official). Il composto būru-kīru (con inserzione eufonetica di -n-) significò in origine ‘guerriero del Cielo’.

Costantínu. A Dualchi il ‘Cigno’ si chiama Rughe de santu Costantinu. In questo caso abbiamo la conferma del fenomeno “al femminile” nonché l’indicazione che la costellazione del Cigno è intitolata alla paredra del Dio Sole, ad Antu, all’Aurora (insomma alla dea Ištar). Infatti l’attuale lemma composto Cus(t)-Ant-ínu, Gosantìne ha base nell’akk. kussû ‘trono’ + Antu ‘paredra del Sole, Aurora’ + sum. innin ‘Signora, Madonna’. Il composto denominante il ‘Cigno’ in origine significò ‘Trono della Regina dell’Aurora’.

Gurdòni, Purdòni, Burdòne. Questo nome indicante le ‘Pleiadi’ è una paronomàsia in virtù della quale si pretende bolsamente di farne un ‘Grappolo’. La più antica forma è Gurdòni, avente base etimologica nel sum. gur ‘circle’ + du ‘to speak’ + nin ‘sister’: in questo caso gur-du-nin significò ‘fanciulle che parlano in circolo’. L’intromissione di Purdòni rende un po’ più complessa la traduzione, poiché dobbiamo addurre il sum. puḫrum ‘assembly’, che darebbe il composto puḫr-du-nin (poi semplificato in pu(ḫ)r-du-nin) col significato di ‘fanciulle che parlano in assemblea’. In logudorese Burdòne indica la costellazione di Orione (così anche in còrso, nonché in catalano): indica specialmente le stelle della cintura e della spada pendente.

Istentales è la costellazione di ‘Orione’, ma si riferisce alla celebre “cintura” composta da tre stelle. Il termine ha base etimologica nell’akk. ištēnâ ‘tutti uguali’ + dâlu ‘puntina’: in composto ištēn-dâlu ‘puntine tutte uguali’. In altri luoghi le tre stelle sono dette Su kintàli ‘la cintura’, oppure su baḍḍu de is fiùdas ‘la danza delle vedove’.

Kenadorzu (Venere). La si connette alla “cena”, ma la paronomasia è rivelata dall’akk. kēnu, kīnu ‘vero, permanente, fedele’ (riferito alla stazione di un pianeta). Infatti Venere, a differenza di altri pianeti, appare sempre in posizione stabile e certa, al tramonto e all’alba.

Pa’ìle (Auriga), inteso malamente come vakkìle (recinto per vacche), in realtà ha base etimologica nel sum. pag ‘rinchiudere, recingere, confinare’ + suffisso strumentale -ìle. Cfr. sum. paḫar ‘gathering, raduno’. La forma del “carro da guerra” di questa costellazione porta all’idea del ‘rinchiudere’.

Suguzzadòra ‘costellazione di Orione’, intesa malamente da Wagner come ‘colei che risveglia presto (la gente)’. Invero, il tentativo di trovare l’etimo deve passare per il sum. šugi ‘senior, elder, old person’ + za ‘man’ + duri ‘male, virile’. Il composto šugiz-za-duri significò in origine ‘uomo anziano dall’aspetto virile’ (ed abbiamo l’idea della celebrata costellazione di Orione).

Trubadòre è il nome di ‘Sirio’, la stella più luminosa del firmamento. Questa voce è la paronomàsia più eclatante, la quale desta sospetti già alla prima occhiata, non essendo possibile, in linea di pura logica, che la stella più luminosa sia chiamata banalmente “guidatore di vacche”; Sirio merita ben altro. Truváre, trubbáre in log. significa ‘incitare il cavallo, il bestiame in genere, per farlo muovere o per fargli aumentare il passo’; è anche intransitivo: ‘muoversi speditamente, essere veloci’; ha base etimologica nel sum. tur ‘stalla, ovile’ + u ‘pecora’ + bar ‘fuori, al di fuori’: tur-u-bar significò in origine ‘spingere fuori le pecore dall’ovile’, da cui l’odierno trubare.

Questa etimologia però non c’interessa affatto perché, tagliando corto, il sd. Trubadòre è identico al provenzale Trobador, il personaggio che diede inizio alla poesia d’amore in lingua d’oc.

Al nome di questo artista medievale hanno voluto abbinare (per omofonia) lo stesso significato dell’it. trovare ‘riavere ciò che si era perso; incontrare qualcosa d’interessante’. Riconosco l’equivalenza Trovatore = trovare. Ma denuncio l’ennesima omissione dei filologi romanzi: essi non hanno trovato l’etimologia di questa equivalenza, e nemmeno hanno appuntato la propria curiosità sul fatto che, in genere, i trovatori era gente d’origine nobile, erano cortigiani per vocazione: tutt’altro che… bovari!

Dunque al solito dobbiamo privarci della fuorviante ricerca fatta dai filologi romanzi e procedere da soli per dare un senso alle cose e alla storia. Partendo dal triangolo Trubadòre-Trovatore-trovare attingiamo alla corretta etimologia soltanto dal sum. tiru ‘cortigiano’ + ba ‘garment’ + dur ‘to sit’: in composto tiru-ba-dur significa ‘cortigiano che s’asside paludato’, ossia ‘cortigiano con abito sfarzoso’. Con questo composto gli antichi Sardi vollero mettere in risalto la figura elegante e splendida del cortigiano, ossia dell’uomo investito di alti incarichi a corte. Trubadòre è parola arcaica, sardiana, e da questo focus s’espanse nel Mediterraneo. Nel Medioevo fu ritrovata anche in Provenza a indicare un artista raffinato (trovador, trobador), di origini nobili, che girava per le corti a poetare e cantare. Ci pensò Giuseppe Verdi a immortalarlo nell’opera Il Trovatore.

Ugas cognome sardo < sum. uga ‘costellazione del corvo’.

Vakkeḍḍos. Un’altra paronomasia è Sos Tres Vakkéḍḍos (riferita ancora alla ‘Cintura d’Orione’), che non indicano “tre vitelli” ma ‘Tre Fratelli solitari’, dall’antico akk. aḫu ‘brother’ + (w)ēdum ‘single, sole, alone’: in composto aḫ-ēdum.

1 Alcuni dei nomi proposti quassù mi sono pervenuti da Mario Mureddu di Fonni tramite l’amico Rinaldo Deiana, nonché da Massimiliano Rosa.

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