Pubblichiamo di seguito la prefazione metodologica al volume dedicato alla Toponomastica in Sardegna
La vita mi ha portato a visitare tutti i territori della Sardegna, che finora ho percorso a piedi per quasi 50000 chilometri. Ma la visione dei paesaggi e le conoscenze locali sarebbero state poca cosa, se non le avessi integrate con le nozioni geologiche e con l’uso rigoroso delle carte topografiche. Passione precoce, le carte. All’età di dodici anni, da scout, feci vincere una gara regionale di orienteering alla mia squadriglia. Pure da soldato usai le carte e ripetei l’esperienza nell’esame di geografia all’università.
Ma fu l’associazione al Club Alpino Italiano a rendere assiduo l’uso delle carte. Nel 1975 i miei sodali del CAI entravano nel Supramonte accompagnati dai pastori di Orgòsolo, sia per la poca conoscenza dei siti sia per riguardo verso i residenti. Convinsi il mio presidente a fare da soli: le carte, le mappe, ci affrancano.
Fu proprio l’esperienza diuturna e totalizzante delle mappe a mettermi in contatto “carnale” coi siti, i suoli, la flora, le rocce, gli ungulati, i microclimi, i tipi di sentieri, le sorgenti, i fiumi, le capanne pastorali, le “dispense” carbonare, i paesaggi, i manufatti archeologici dispersi nei deserti. Ogni luogo, ogni monte, ogni segno antropico aveva un nome; rispetto al quale, beninteso, l’utilizzatore della carta è sempre rimasto indifferente. Chiunque rimane indifferente davanti a un nome. Il nome personale di quell’uomo è Callisto? Può essere buffo, e per i Sardi risulta esotico. Ma la cosa finisce lì.
Per i toponimi di quest’isola invece non si può parlare di esotismo: essi sono tutti sardi, anche se ne avvertiamo la scarsa comprensibilità. E pertanto chi scruta la carta non si scompone davanti al toponimo Orrònnoro, o Friscunèle, anche perché al momento dell’uso il toponimo viene automaticamente ed inconsciamente spersonalizzato dal lettore: Orrònnoro significa Orrònnoro, punto e basta. E che altro? D’un colpo tutto lo scibile della geografia sarda, quella che i nostri padri avevano trasferito sui 200.000 toponimi dell’isola, si oscura e si banalizza. Orrònnoro, Friscunèle oggi sono meri indicatori, way-points di una precisa porzione di territorio, che l’indigeno ha forgiato per il bisogno di muoversi con sicurezza entro i confini della propria terra. Quel sito si può chiamare anche Ortieddu, o Pirastu Trottu: poco importa. Ciò che importa è la certezza che, citando un toponimo, il residente sa dove recarsi, poiché quel nome gli fornisce precise coordinate territoriali.
Eppure a me etimologo non basta che il toponimo sia una coordinata territoriale. Ho bisogno di sapere perché i residenti chiamano un sito con quel nome. Ad avere tale bisogno, beninteso, non solo il solo. Almeno l’1% dei residenti ce l’ha; e se qualche dotto locale s’impegna ad esternare in tal senso la propria curiosità, poi è l’intero villaggio a seguirlo, a rompere l’incantesimo della banalità ed a porsi il quesito, e vuole sapere perché gli antichi padri attribuirono a tale sito proprio quel nome.
È a questo punto che comincia il lavoro dell’etimologo, il quale, se è una persona seria, apprende sul campo (ossia, durante le escursioni conoscitive dei siti) che la fenomenologia dei toponimi appalesa un paniere di problemi che agli altri sfuggono; e se il dubbio, com’è ovvio, lo accompagnerà come un’ombra, a maggior ragione monteranno i dubbi dei residenti, seppure (purtroppo) quasi sempre invertiti. E in tale conflitto di dubbi non sarà facile convincere i residenti che il toponimo è stato spesso corrotto dall’uso, e che la pretesa di volerne penetrare il significato si scontra col fatto che il toponimo, quasi sempre, è diventato nei secoli un mero manufatto archeologico, e come tale va ripulito e studiato.
Io sono un glottologo formato alla scuola indoeuropeista, ed ho sempre cercato di “bucare” il mistero di tantissimi toponimi sardi, specie di quelli più astrusi, gran parte dei quali si rilevano nella Barbagia (latamente intesa). Nutrito del bagaglio culturale assunto all’università, fin dagli esordi mi sentivo forte, avendo fiducia nella capacità della lingua latina e della lingua greca di fornire le leve e i grimaldelli appropriati. Non potevo dubitarne, perché così hanno proceduto anche i miei maestri. È con tale spirito che nell’arco di 31 anni tradussi i toponimi trovati nel mio peregrinare. Ma in verità non riuscii mai a tradurli tutti. Ne avevo sempre rimosso un 30% (quelli intraducibili), facendo finta che non esistessero. Sì, fingevo che non esistessero (nondum matura est…). Ammetto con candore che tale rimozione rese acutamente zoppa (oltreché impresentabile e disonesta) la mia metodologia.
Dopo che nel 1994 il Club Alpino Italiano mi ebbe dato l’incarico di studiare il “Sentiero Sardegna” (porzione dell’immenso “Sentiero Italia”), il libro di geografia ambientale che ne seguì (intitolato Sentiero Sardegna – Sentiero Italia – Sentiero Europa) fu da me costellato da tantissimi toponimi con relativa traduzione e l’editore, entusiasta, stette in bilico se aggiungere per sottotitolo “LA STORIA DELLA SARDEGNA NARRATA ATTRAVERSO I TOPONIMI”. Per fortuna non lo fece. A tale “storia” mancava infatti la spina dorsale e il midollo, ossia i toponimi più astrusi, quelli inossidabili, deposito di antiche sapienze che permanevano segrete. Si trattava di quel 30% di toponimi che io disonestamente avevo sottratto, sacrificandoli sull’altare della mia ignoranza.
Oggi (soltanto oggi) sono in grado di aggiungere quel 30% allora inconoscibile, e in sovrappiù di aggiungere un altro 30% di toponimi da me inizialmente “tradottia naso” e che finalmente avevo scoperto essere delle paronomasie (diciamo pure paretimologie), ossia delle corruzioni fono-semantiche di antichi vocaboli che sono stati adattati alla fono-semantica di parole attuali.
Senza tema di smentite, oggi posso affermare che buona parte dei toponimi della Sardegna è corrotto. Ciò significa che in quel primo libro ambientale infarcito di toponomastica, dove le traduzioni seguono le linee-guida dei miei maestri, gli errori di traduzione sono molti più di quel 30% e vanno oltre quel successivo 30% (pari quindi ad un totale del 60%). Sono molti di più! Clamoroso, imbarazzante, lo confesso. Oggi ne faccio ammenda pubblicamente.
Io, come etimologista, nello studio della toponomastica ho percorso tutto intero il mio calvario, e lo ripercorro ogni qualvolta ci sia da indagare un toponimo. Con i toponimi è facile rimanere crocifisso, quando si percorre tale Via Crucis con onestà e competenza, oberati dal dubbio perenne, pronti a riconoscere l’errore.
E già questa prassi metologica mi distingue (almeno oggi posso ammettere che mi distingue!), poiché io da ogni indagine etimologica ho speranza di uscire talora vincente, per quanto sempre “suonato” dall’enorme difficoltà dell’impresa. La toponomastica “fa tremare le vene ed i polsi”. Beninteso, sono in molti, oltre a me, che s’accorgono della corruzione dei toponimi. Ognuno s’adopera a modo suo, con gli strumenti disponibili, per ridare verginità al lemma. Ma spessissimo la gente non ha strumenti, e s’avventura all’impresa come Don Chisciotte. Non è raro trovare dei “traduttori di toponimi” che, invece di aggiustarli, riducono il sistema toponomastico del proprio villaggio a un melanconico relitto da sfasciacarrozze. Altri dotti, educati all’uso meno clownesco della propria intelligenza, capiscono perfettamente che i toponimi dubbi vanno trattati con strumenti adeguati, oltre che con pazienza, metodo, talento, cultura. Dovremo riconoscenza a questi pochi personaggi se nel futuro l’intera toponomastica sarda sarà messa in sicurezza e avviata a un ricupero culturale.
Ricupero culturale auspicato da tutti, per la cui guida attualmente vanterebbero (potrebbero vantare) titolo pochissimi specialisti (sono, o sono stati, linguisti nelle università sarde). Questi studiosi, ammesso che ne abbiano il talento, sinora non hanno contribuito affatto a rimettere in piedi la questione delle etimologie ed avviarla a una sanatoria degna del prestigio della cultura sarda. Anzi fra i linguisti più in vista esiste, oltre alla comune tara che portò me stesso a fare oltre al 60% di errori, un contrasto accademico insanabile, evidente in tutti i loro atti e persino in Internet.
Occorre partire daccapo, ab imo, per rendere conto di quel 60% corrotto, prendendo atto finalmente che per uscire da questo scandaloso stallo occorre gettarsi definitivamente alle spalle una forma mentis obsoleta, che è quella di credere che le origini della lingua sarda stiano nel plancher della lingua latina. Ecco il problema di fondo! Infatti la mostruosità per cui gran parte dei toponimi della Sardegna è stata travisata e strapazzata sta proprio in quel “Pensiero Unico”, in quella balzana certezza che in Sardegna tutto lo scibile derivi dalla civiltà romana.
I miei ex-maestri sono ancora convinti di questo. La conferma, direi quasi l’unzione sacrale, gli viene dal loro maestro Max Leopold Wagner. Eppure non sarebbe stato difficile smontare l’incastellatura del Wagner, se avessero voluto, poiché essa è così nuda che chiunque, volendo, è capace di vederne ed estrapolarne tutte le magagne. Nelle Università sarde (e non solo) ci vuole stomaco d’acciaio a insegnare che la Lingua Sarda cominciò con Roma, senza trovare la ragione onde Il Dizionario Etimologico del Sardo scritto da Wagner abbia il 25% di termini non etimologizzati (con base ignota, contrassegnati da Et.?); un altro 15% incredibilmente inventariato tra le onomatopee; un altro 15% di termini sui quali l’Autore opera eleganti by-pass, lasciandoli ugualmente senza etimologia; un altro 20% classificato d’origine catalana, senza accorgersi che buona parte dei termini era già sarda prima di misurarsi col catalano, e fruiva per giunta delle stesse etimologie che segnarono, prima di Roma, le coste d’Occidente. La credibilità del Wagner resta appesa, insomma, a un residuo 25% di lemmi, tra i quali si evidenziano basi catalane, aragonesi, antico-italiane e, finalmente, le basi latine. Di basi latine nella lingua sarda abbiamo, sì e no, un 10%. Wagner, creduto una montagna, partorì un ridicolo topolino.
Uno squallore asfissiante ha prevalso sinora nella ricerca delle etimologie della lingua sarda, e parecchi linguisti viventi rifiutano ancora, grottescamente, di vedere il mondo pre-romano della Sardegna come un fruttuoso campo di ricerca. I popoli presenti nel Mediterraneo prima dei Romani avevano anch’essi una lingua, che ci è nota attraverso tanti dizionari e tante grammatiche; i testi dunque esistono, eppure i nostri studiosi si nutrono soltanto dei dizionari greco e latino, e guardano deliberatamente all’epoca pre-romana come a un campo metastorico, come a un pozzo nero nella storia linguistica della Sardegna, a cui pongono il sigillo di “prelatino”, “protosardo”, “mediterraneo”, ed altri aggettivi che per ammissione degli stessi linguisti debbono rimanere ignoti e incomprensibili. Questa situazione è agghiacciante. Ancora più agghiacciante quando qualcuno, come aveva fatto Eduardo Blasco Ferrer, introduce persino il concetto di “paleosardo” e tenta di accreditare un’opzione situata agli antipodi della scienza, ossia che i Sardi abbiano cominciato a balbettare imparando le prime sillabe dalle labbra dei Baschi e degli Iberici.
E così, stando ai nostri emeriti studiosi, la lingua sarda avrebbe uno “zoccolo duro” fondato diacronicamente dagli apporti seguenti: basco-iberico, latino, catalano, antico-italiano, spagnolo, italiano moderno. Manco a dirlo, il primo strato fu spalmato dai Baschi mescolati agli Iberi (così raccontava Blasco Ferrer, e pure l’altro giorno lo ha ribadito Giulio Paulis in Televisione).
Ma gli studi di questi signori non tengono conto di quanto gli storici e gli archeologi hanno dimostrato; in tal guisa manifestano una vistosissima contrapposizione di metodo della quale dovranno rendere conto alla storia della scienza. Infatti gli storici dell’antichità mostrano – attraverso l’analisi dei testi sopravvissuti – che il Mediterraneo nell’epoca preromana (I millennio aev.) era diviso in due sfere d’influenza: quella orientale egemonizzata dai Greci, quella occidentale egemonizzata dai cosiddetti Fenici (nella seconda influenza era compresa la Sardegna). Gli archeologi danno manforte agli storici, producendo una sequela di manufatti che dimostrano un Mediterraneo virtualmente diviso in due, senza che ciò precludesse ovviamente all’uno e all’altro dominio di scambiare i beni e le idee, in maniera persino abbondante; talché i settori evidenziati dagli storici risultano confermati ma pure arricchiti di sfumature e contributi reciproci, tali da delineare un Mediterraneo di scambi materiali e culturali, che arricchisce e articola notevolmente il quadro delineato dagli storici, senza peraltro stravolgerlo.
L’impostazione degli archeologi, suffragata dagli studi storici, è ovviamente quella giusta, e non c’è ragione di credere alla Scuola linguistica Indoeuropeista (e Romanza), secondo la quale nel bacino Mediterraneo le lingue che hanno prevalso nel primo millennio aev. (e pure in seguito) siano esclusivamente quelle indoeuropee, e che lo strato semitico, come conseguenza, sia sparito totalmente a vantaggio degli Indoeuropei. Per ragioni di metodo scientifico, dobbiamo invece supporre che le suddivisioni storiche (quali si evidenziano nel I millennio aev.) avevano una loro dynamis costitutiva, tale da non prestarsi ad alcuna cancellazione ad opera dei popoli che prevalsero con i loro imperi (quello greco-macedone, quello romano). Abbiamo tante prove classiche al riguardo.
È famosa ad esempio l’affermazione di Paolo di Tarso il quale, naufragando nell’isola di Malta quasi 300 anni dopo la romanizzazione, fu salvato dai residenti che parlavano una lingua barbara (ossia né greca né latina). Era semitica (ancora oggi è classificata tale!). Un altro episodio famoso è quello del De Magia 98, in cui Apuleio, difendendosi dall’accusa di aver indotto con arti magiche la vedova Pudentilla a sposarlo, apre uno squarcio impressionante sulla società africana del tempo: nel 159 d.C., 360 anni dopo la totale romanizzazione, la popolazione (esclusi gli intellettuali) parla esclusivamente il punico. Una terza testimonianza è di Cicerone (Pro Scauro), il quale denuncia che la Sardegna, duecento anni dopo l’invasione, non ha nemmeno una città amica del popolo romano. Si badi bene, Cicerone parla di città. Se le città erano ancora ostili agli invasori, cosa dovremmo dire delle campagne e delle montagne? E perché mai un popolo ostile avrebbe dovuto cancellare la propria lingua a vantaggio di quella dell’invasore? Una quarta testimonianza è la base di colonna bronzea di San Nicolò Gerréi (una specie di Stele di Rosetta in salsa sarda), scritta in greco, latino, punico: il dedicante (ch’era un sardo) ebbe bisogno di farsi capire dagli indigeni parlanti semitico, ma pure dagli occupanti.
Questo e altri argomenti che vedremo in questo libro fanno postulare che nel Mediterraneo centro-occidentale dell’era pre-romana (e pure dopo i Romani) si parlava semitico, non indoeuropeo. Possiamo postulare al riguardo una Grande Koiné Linguistica Semitica, la quale nel I millennio aev. occupava uno spazio enorme, dalla Mesopotamia a Gibilterra alle coste ispaniche (passando ovviamente per la Sardegna e tagliando in due la Sicilia). Questa Koiné, che prima dell’ipotesi “indoeuropea” era assolutamente dominante nell’intero Mediterraneo e persino nella penisola italica, ebbe una forza tale da sopravvivere ancora oggi nella lingua araba, in quella ebraica e nella quasi totalità del lessico sardo, mentre per il resto è stata dissepolta da 200 anni (parliamo in questo caso di lingue morte) tra le macerie di Ugarit, dell’impero assiro, dell’impero babilonese, dell’impero accadico, dell’impero sumerico. Mentre sappiamo che il latino (quello libresco) sopravvive soltanto in Vaticano.
In Sardegna non si capirà mai la reale consistenza della pratica linguistica in età romana e post-romana, se prima non indaghiamo la fenomenologia che s’instaura presso un popolo di vinti. Tali fenomeni furono vitali specialmente nell’ambito della colonizzazione della Sardegna, e la chiave per comprenderli si trova esclusivamente nella conquista delle città e nella netta frattura che nella storia del mondo si è sempre creata tra città e campagna.
Nella storia della lingua sarda dobbiamo inserire, al riguardo, dei parametri senza i quali non riusciremo mai a comprendere tanti problemi dell’isola. Il primo parametro è che i Romani, sbarcando, s’impossessarono delle città. Principalmente s’impossessarono di Karalis, insediandovi l’armata, l’amministrazione, le strutture commerciali, i mediatori del commercio. Altrove, nell’isola, crearono dei punti fermi in funzione anti-Barbaricina, quali gli avamposti puramente latini di Forum Traiani e Sorabile. Ma dopo 150 anni essi avevano realizzato che pure il Capo di Sopra aveva bisogno di un saldo presidio. Di qui la fondazione della colonia romana di Turris Lybisonis, che rimase per secoli puramente latina. Come si vede, ai Romani bastarono pochi gangli di residenze latine in purezza, per governare l’intera isola. Anche Tharros e Nora dovettero diventare romane in purezza, con l’ovvio corollario che gli indigeni che le avevano abitate furono sicuramente scacciati.
Il fenomeno di creare o di tenere in pugno delle città dominanti, abitate esclusivamente da elementi coesi, contrapposti ai restanti residenti sparsi per le campagne o nei villaggi, fu un’esigenza pure catalana: essi scacciarono i Pisani ed i Sardi dalla cinta fortificata di Castello (Cagliari), scacciarono i Sardi dalla cinta fortificata di Alghero, per l’esigenza di padroneggiare con elementi puri almeno due città, dalle quali poter dominare l’intera isola.
Nessun linguista ha mai prestato attenzione al fatto che in Sardegna il latino si parlò soltanto nelle città, tenute saldamente dai conquistatori. In Sardegna l’incommensurabile frattura tra città e campagna dura ancora. Sono le campagne (ossia i paesi) ad aver conservato lo zoccolo duro della parlata semitica, che Max Leopold Wagner non riconobbe, credendola – tout court – una neo-formazione latineggiante.
Auto-convinto della propra teoria, M.L. Wagner espose le sue note leggi fonetiche, che dimostrerebbero non solo che la lingua sarda deriverebbe da quella latina, ma addirittura che proprio in Sardegna (a Bitti e dintorni) si continuerebbe a parlare il latino di Cicerone. E così si giura che la –u dei Sardi non sia altro che la –us romana anziché l’antica –u sumerica, accadica, assira, babilonese; si giura che le velari /k/ e /g/ presenti nel centro-nord Sardegna siano di origine latina anziché d’origine sumerica, accadica, assira, babilonese. E per studiare questa –u, principalmente per studiare queste velari mai documentate nelle lingue romanze, neppure nel Lazio, sciami di linguisti hanno visitato la Sardegna prima e dopo Wagner, riuscendo a “trovare ed evidenziare” nella parlata bittichese la “base originaria della fonetica latina classica”, altrove volatilizzata. Un riconoscimento che non fa onore alla Sardegna perché basato su presupposti errati, su pregiudizi miopi e di gracile cultura. Così come non le fa onore l’assurda teoria che la Sardegna, per il fatto d’essere un’isola e come tale vocata all’isolamento, “abbia conservato proprio in Barbagia la più ampia congerie di apparentamenti linguistici col latino classico, dimostrazione – secondo gli esimi studiosi – del fatto che i Romani colonizzarono a fondo anche la Barbagia”. L’ultimo studioso di turno è Massimo Pittau col suo Ulisse e Nausicaa. E non si sono accorti, ahimè!, che l’isolamento della Sardegna ha prodotto certamente gli endemismi conservativi, ma solo nel campo faunistico (lepri, conigli, cinghiali, cervi di piccola taglia), per l’avvento dei quali bisogna contare non i secoli, come per il latino, ma i milioni di anni.
Quello delle leggi fonetiche “sardo-latine” è un falso metodologico che poggia sul nulla. Le Università sarde (e non solo) hanno ordito al riguardo uno dei più ripugnanti inganni della cultura contemporanea. Ne risponderanno davanti alla storia della scienza.
Salvatore Dedola


