Nomi generici

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Nomi generici

I lemmi sardi la cui etimologia propongo di seguito non appartengono alle stelle ma sono tuttavia correlati al firmamento e ai fenomeni siderali.

ÀMAT cognome sardo che può avere più di uno sbocco etimologico. È forse preferibile l’akk. ammatu ‘cubito’ come misura lineare, o come misura d’area; in astronomia è una misura d’angolo. Per stato assoluto fa ammat.

ANGÙLI. Nella grande scultura di pane sacro di Siurgus, s’angùli è il pane centrale della composizione, quello che sulla croce dove viene appeso occuperebbe il posto del Cristo. La base etimologica del termine sta nell’akk. anqullu (un fenomeno atmosferico: una vampata di luminosità, un bagliore di fuoco). Angùli è termine mediterraneo arcaico, perpetuato sicuramente dall’Età Paleo-Neolitica; ci riporta ai primordi del Mondo; riporta all’Uovo primordiale, quello ancor sempre rappresentato dall’Uovo di Pasqua. A questo riguardo, nei Misteri orfici tramandati dalla letteratura greca si narra che Chronos genera nell’Etere un uovo splendente, che poi esplode, dando origine all’Universo (è quello che oggi chiamiamo Big Bang). A loro modo, i popoli antichi avevano la nozione del Big Bang, visto appunto come un Uovo Splendente (= anqullu ‘bagliore luminoso’, da cui angùlli o angùli, secondo i paesi della Sardegna), dalla cui esplosione ebbe origine il Tutto, si strutturò l’Universo, nacquero le creature del mondo.

ANNU ‘anno’. I linguisti accademici sostengono che derivi direttamente dal lat. annus. In realtà, il termine è antichissimo, prelatino, ed ha base nel bab. Annum ‘il dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese di gennaio.

ÀNZAS, Ánzos cognome presente nel condaghe di Silki e in quello di Salvennor 186, 258, 315, 316. La base etimologica è l’akk. Anzû ‘Anzu, aquila con testa di leone’ segno imperiale scolpito presso le porte delle città mesopotamiche o tra i bassorilievi dei templi, è pure una designazione di ‘stelle’.

ARCARÉḌḌU cognome che è dall’akk. (w)arḫu(m) ‘la luna, l’arco di luna’, ‘il mese’ + ellu ‘chiaro, limpido’, con inserzione eufonica di -r-. Sembra quindi significare ‘luna chiara’ o ‘chiaro di luna’.

ARGHÍTTU cognome che ha base etimologica nell’akk. (w)arḫu(m) ‘la luna’, giorno della luna nuova + tû(m) ‘(formula di) incantesimo’ < sumero. Il che lascia supporre che al sorgere della Luna nuova (quale Dio supremo del mondo sumerico) si facevano dei riti propiziatori o anche degli incantesimi veri e propri. Ma il cognome può avere anche lo stesso significato del toponimo Archittu. In tal caso la base etimologica più congrua sembra l’akk. (w)arḫitum ‘montly instalment, giorno iniziale del mese lunare (quando la luna ha la perfetta forma di arco)’. Riprenderemo questo cognome per la discussione relativa ai Mesi.

ARI camp. ‘aria’. In Sardegna «non esiste una denominazione (e nemmeno una nozione sufficientemente chiara) di aria in quanto elemento materiale gassoso. Il termine ari o l’italianizzante aria significano genericamente cielo, strati elevati dell’atmosfera, dove stanno le nuvole e vi si formano; is aris, al plurale, è anche sinonimo di nuvole. Non c’è (o per meglio dire, non c’è più) una spiegazione locale di come si formino le nuvole, le precipitazioni, l’elettricità atmosferica e le scariche elettriche durante i temporali. L’atmosfera, in seguito alla formazione di nuvole, può essere detta ari inturriada (cielo irato), ari trua (cielo torbido), ari boirattsa (cielo con nuvole alte isolate…» (Angioni, Sa Laurera 75).

Sembrò inevitabile a tutti i linguisti (o supposti tali) dover ricondurre questo termine sardo all’it. aria ‘miscuglio gassoso, che forma l’atmosfera’, il quale poi è considerato (DELI) originario dal lat. āera, e questo dal gr. ̉αήρ, il quale però è considerato di etimologia incerta. Non si è voluto ricercare questa nell’accadico, che dà aria, erium ‘vuoto’, ‘nudo’, ‘privo’. Il termine sardo ha infatti base nell’accadico, non nell’italico, ed è l’esatto corrispettivo semantico del lat. coelus, caelus ‘cielo’ (originariamente ‘vuoto’) e gr. κοῖλος ‘cavo, vuoto, profondo’.

ARRÙBIU è il nome di vari monti della Sardegna meridionale (es. a Villasalto, Soleminis…) i quali di ‘rosso’ non hanno nulla, essendo al massimo di granito rosa-pallido, più spesso composti da ferrigni scisti gotlandiani. Non è neppure pensabile che Arrùbiu (in quanto cognome) possa sottendere il cognome di un pastore, sia perché non esiste in Sardegna alcun monte dedicato espressamente a una famiglia, sia perché occorrerebbe dimostrare a cosa miri la reiterazione del cognome Arrùbiu in numerosi monti. In Sardegna mancano dei monti che abbiano il nome riferito a qualsivoglia colore. Infatti i vari monti Arbu nient’altro indicano se non la selvatichezza dei siti, la vocazione alla pastorizia. Abbiamo la controprova: il Monte Ferru di Tertenìa è costituito per metà da un porfido rosso-vivo, e ciononostante evoca il ‘ferro’, il colore della ruggine. Quindi anche Ferru è fuori posto.

L’appellativo Arrùbiu connota pure un nuraghe, uno dei più grandi della Sardegna, situato sulla giara di Orròli, che si dice abbia preso il nome dal colore dell’auricellum, il lichene color arancione che ne ammanta le pietre basaltiche. Ma basta obiettare che la Sardegna ha molti nuraghi di basalto, tutti ammantati di auricellum (lichene d’elezione dei basalti), ma questi però non hanno l’appellativo di ‘rosso’ (arrùbiu). Si esce dal cul-de-sac, a proposito del nuraghe Arrùbiu, ricordando che esso, per condivisa opinione, dovette essere una piccola reggia (oltre ad avere la solita funzione di altare del Dio Sole), quindi l’etimo è l’akk. rubû ‘principe, re, regnante’, ‘nobile’: nuḫar-rubû ‘nuraghe del re, del principe’.

Intriga pure un altro termine accadico, rūbu ‘posizione’ di pianeta. Ebbene, per i vari Monti Arrùbiu non si esce dal cul-de-sac se non ammettendo ch’essi hanno nome paronomastico, sortito in epoca medievale quando si era perso l’antico significato, relativo al fatto che gli astronomi d’epoca sardiana si isolavano sulle spianate sommitali a studiare i movimenti delle stelle e dei pianeti.

CASU. In sardo il termine, inteso come nome comune, indica il ‘formaggio’ e sembra derivare dall’aggettivale lat. căsĕus ‘cacio’, mentre in realtà deriva direttamente dall’akk. kasû ‘rappreso, legato’ (căsĕus è aggettivale e quindi seriore).

Inteso invece come cognome, Casu deriva dall’akk. ḫašû ‘diventare oscuro: di persona, di occhi’, ‘soffrire oscurità (cecità)’. Insomma, Casu significa ‘cieco’. Il termine accadico ha prodotto anche l’illustre termine greco Χάος, che è l’immensa buia cavità che accoglie le acque primordiali. Lo stesso significò pure in sardiano. Si noti il sum. ḫaš ‘rompere, fare a pezzi’ (anche qui abbiamo il richiamo alla massa informe dell’Universo primordiale).

CASÙLA. Questo cognome è già registrato nei condághes di Silki e di Trullas, ma non è imparentato col cgn Casu ‘formaggio’, sibbene ha base etimologica nell’akk. ḫašû ‘diventare oscuro: di persona, di occhi’, ‘soffrire oscurità (cecità)’. Insomma, Casu ha prodotto il termine gr. Χάος, che è l’immensa buia cavità che accoglie le acque primordiali. Il secondo membro di Cas-ùla è il sum. ul ‘firmamento’. Quindi Casùla significò in origine ‘Immensa buia cavità del firmamento che raccoglie le acque primordiali’.

DISIZZARE log., disiggiái camp. ‘desiderare’; sost. disizzu, disíggiu ‘desiderio’; cfr. it. antiq. desiare, desìo. Anticamente i desideri si esprimevano implorando la Luna o le stelle di realizzarli. Dalle stelle deriva l’it. desiderare < lat. sīdera ‘stelle’. In Sardegna e in altre parti d’Italia s’implorava la Dea Luna (akk. Sîn, Sînu), e nacque il verbo disizzare, disiggiái (antico stato costrutto *di-Sinī-ai). Patetico quel di-, de- premesso al verbo, preverbio di desiderio, moto da luogo, che si lega alla Luna, alle stelle, come un cocente atto d’amore.

KÉLU log., čélu camp. ‘cielo’; cfr. lat. caelum. Grafia tardiva lat. fu coelum < gr. κοῖλον ‘vuoto’. Esichio ricorda che i Romani utilizzavano la radice kail per il greco οὐρανός. L’Ernout-Meillet dichiara che ogni ipotesi etimologica sul termine lat. rimane incerta, e l’unica possibile è dal lat. caedō ‘reseco, taglio, distacco’, a indicare che il cielo è staccato dalla terra. Mentre invece il lat. caelum, a simiglianza del sardiano kélu, ha base nell’akk. ḫelû(m) ‘essere brillante, splendente’, ‘illuminare’, ‘rendere splendente’, ‘colorato di luce’.

KINTÁLES log., kintári sass. ‘alba, linea dell’orizzonte appena tinta dalla prima luce dell’alba’; a kintári ‘all’orizzonte’; la dì è punendi, o bugghendi, kintári ‘il giorno sta spuntando; sta albeggiando’ (Sassu, Bazzoni). Il termine è un evidente aggettivale da akk. ḫinṭu, ḫimṭu ‘ardente, divampante, rovente, torrido’, ‘febbre’.

CÓRSO cognome che Mauro Maxia (I Corsi in Sardegna, passim) postula di origine córsa, anzi cognome vessillifero dei Corsi. Ma Córsu, Cóssu in Sardegna è già esistito per altra via e con altro significato, come comprimario e in autonomia rispetto a quello proposto dal Maxia. L’atto di pace degli Arborèa del 1388, firmato da famiglie appartenenti al regno di Arborèa, contiene anche i cognomi arborensi Corsu, Cossu. Tale cognome, prima ancora che in quell’atto di pace, è già presente nei condághes, e si sa che i cognomi registrati nei condághes sono, fino a prova contraria, autoctoni, arcaici, d’una vetustà che risale a molti millenni. Il condághe di Bonarcado (Oristanese), spaziante dal 1100 al 1200, cita tanti Corsu.

La verità è che Córsu, Cóssu ha un secondo bandolo d’interpretazione, ed è l’akk. kurṣû (designazione di una stella). Il lat. cursŭs honōrum significò, almeno nei tempi arcaici, ‘stellazione degli onori’ ossia ‘mappatura dei punti luminosi nelle cariche pubbliche ricoperte’ o ‘firmamento delle cariche’. Córsu indicò alle origini le ‘stelle’ in generale, ossia il firmamento, e solo di riflesso poté indicare poi l’astronomo, colui che si dedicava alla cum-sideratio, allo studio del corso delle stelle (inteso non nel loro correre ma come dislocazione e forma delle costellazioni nel firmamento). L’etimologia del cgn Corsále (vedilo più su a proposito delle costellazioni) chiarisce ciò in modo ineccepibile.

GOLOSÍO cognome che significò ‘viaggio di Sî’, ‘navigazione di Sî’, ‘spostamento di Sî’ (con riferimento al corso della Luna, che era considerata il massimo dio del pantheon sumerico: ḫūlu ‘via, strada, viaggio’ + Sîn, Sî, Sê ‘Luna’).

IMPUḌḌÌLE, puḍḍìle ‘mattino prestissimo; alba, aurora’. Ha base etimologica nel sum. im ‘fuoriuscire, sorgere’ + bu ‘perfetto’ + di ‘brillare, risplendere’ + li ‘terra’: im-bud-di-li, col significato di ‘splendore perfetto dell’aurora sulla Terra’.

MALANGA cognome che vale come termine astronomico sardiano, con base nell’akk. malû(m) ‘abbondanza’ + sum. anĝi ‘eclisse’, col significato di ‘eclisse totale’ (di sole).

MÉMOLI cognome; è un lemma sacro mediterraneo, con base nel sum. me ‘essenza, divina proprietà che produce l’attività cosmica’ + mul ‘stella’, ‘brillare, irradiare luce’; il significato è quanto di più “alto” si possa immaginare per il linguaggio di 5000 anni fa.

MONAGHEDDU cognome che fu nome muliebre sardiano, con base nell’akk. mû ‘ordine cosmico’ + nâḫu ‘immobile, tranquillo’ (di corpo celeste) + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato sintetico di ‘purissima stella fissa del firmamento’. Dal nome, si capisce che a quei tempi si distinguevano le stelle fisse e quelle mobili (i pianeti).

NONO. Nonostante la validità dell’etimo relativo ai cognomi Nonne, Nonnis (vedi più su), per il cognome di area italiana Nono è più congrua la base dall’eg. Nun ‘Elemento liquido incontrollato primordiale’ (Chaos).

OGHITTU cognome che fu un lemma astronomico sardiano, con base nel sum. ugu ‘sparire’ + itud ‘luna, mese’, col significato di ‘eclisse di luna’.

OLÌTA cognome che sembra basarsi sul sum. ul ‘brillante, splendente’ + itud ‘mese, luna’, col significato di ‘luna piena’.

ORTOBENE, Orthobène, Orthovène è il monte che da oriente fa da vedetta a Nùoro dall’alto di mille metri scarsi. Per ricuperare l’etimo ci sono varie possibilità, gran parte delle quali tralascio in questa sede. Il suo etimo è rintracciabile in una agglutinazione di tre membri sumerici: uru ‘sito, insediamento’ + uttu ‘calcolare, cum-siderare’ + en ‘Lord, Signore’ (riferito al Dio Luna). L’area cacuminale di questa montagna nell’antichità preistorica fu un sito deputato all’osservazione ed al calcolo dei movimenti lunari.

ORTU CAMMÍNU. La Punta Ortu Cammínu è una vetta angolare del Supramonte di Olièna, alta 1331 metri. La cremagliera delle alte vette dolomitiche sovrastanti la bella vallata di Olièna ed i siti collinari attorno Monserrata forma una squadra perfetta, con un lato a direzione SN, l’altro a direzione WE, incernierata proprio dalla Punta Ortu Cammínu, da cui si gode uno spettacolo mozzafiato su gran parte del territorio nuorese e sulla Barbagia. Questo oronimo ha base etim. in un’agglutinazione sumerica uru ‘sede, postazione, insediamento’ + uttu ‘calcolare, numerare’ + kammu ‘strumento’ + en ‘Lord, Signore’ (riferito al Dio Luna). L’agglutinazione di questi termini fa (Punta) ur-uttu-kamm-en, e sembra indicare sinteticamente un arcaico sito astronomico, noto da millenni a.e.v. quale ‘sito’ (uru) per ‘calcolare’ (uttu) con ‘strumenti’ (kammu) mediante ‘osservazione, cum-sideratione’, la Luna (en).

Si badi che l’oronimo Ortu Cammínu è pure traducibile mediante l’akk. uruttu ‘a stone’, per estensione ‘una vetta’ + kammu ‘tavola, placca’ + īnu ‘occhio’, ‘buco per traguardare’, ‘una figura geometrica’, che in composto fa uruttu kamm-īnu > ur(u)ttu kamm-īnu, col significato di ‘vetta per la cum-sideratione mediante una placca’.

Se veramente gli antichi ritenevano giusto quest’ultimo significato, allora saremmo di fronte a una scoperta eclatante. Al riguardo va infatti sottolineato che gli Arabi nel Medioevo, ancora prima della bussola, conoscevano l’arte dell’orientamento per terra e per mare. Utilizzavano, guarda caso, il kamal (fonetica quasi identica a kammu), che era una ‘tavoletta’, una ‘placca’, così descritta da Stefano Medas in De rebus nauticis 177-8: «strumento nautico ampiamente utilizzato dai naviganti arabi, che si compone di tavolette rettangolari di legno, normalmente tre di diversa misura, al cui centro è fissata una cordicella con dei nodi realizzati a distanze predeterminate. Secondo le sue dimensioni ciascuna tavoletta permette di coprire un settore angolare diverso; quella più piccola serve per rilevare gli angoli stretti, quando la stella è poco elevata sull’orizzonte; quella più grande per rilevare angoli ampi, quando la stella presenta un’elevazione maggiore. La tavoletta veniva spostata avanti e indietro finché l’osservatore vedeva combaciare il bordo inferiore con l’orizzonte e quello superiore con la stella, contemporaneamente. In quell’istante, veniva anche rilevata la distanza tra l’occhio dell’osservatore e la tavoletta, grazie alla cordicella che era trattenuta sullo zigomo o tra i denti. Così si stabiliva un rapporto corrispondente ad un valore angolare (altezza della stella sull’orizzonte), identificato in modo empirico dai nodi della cordicella e dalle frazioni comprese tra questi. Quanto maggiore risultava la distanza della tavoletta dall’occhio, tanto più piccolo era l’angolo di elevazione della stella sull’orizzonte, e viceversa».

SANTEDDU cognome basato sull’akk. sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’. In origine dovette essere un nome muliebre col significato di ‘Alba pura’, ‘Aurora sacra’, con riferimento ad Antu, la paredra di Anu, il Dio sommo del Cielo. Va osservato che in origine il lemma sāntu, sāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’ (ossia proprio l’Aurora, Antu che si eleva al Cielo).

SANTELÌA cognome che è corruzione del cgn Santeddu, operata, ovviamente, dai preti bizantini durante la loro guerra contro la religione sarda delle origini. Infatti Santeddu (in origine Santelìa, Sant’Elìa) era scritto sāntellu, stato costrutto di sāntu, sāmtu ‘alba’ + ellu ‘(ritualmente) puro’, col significato di ‘Alba, Aurora pura, sacra’ (epiteto riferito alla dèa Antu, la paredra del dio Anu Dio sommo del Cielo, che rappresentava il dio Sole: infatti il lemma sāntu, sāmtu ‘alba’ non fu altro che ša Antu ‘quella di Antu, relativa ad Antu’, ossia proprio l’Aurora, la dèa Antu che si eleva al Cielo). Da tutti i ricercatori è riconosciuto che il nome personale Elìa dissimulò il nome del Dio El, Dio sommo del Cielo, ossia il fenicio-ebr. Eli, Elu, gr. Hḗlios ‘Sole’, che nella nuova religione cristiana fu degradato a “santo”. Quindi è ovvio che Santelìa, Sant’Elìa può anche significare ‘Ascesa di Eli’ ossia ‘Ascesa del dio Sole’, ‘il sorgere del dio Sole’. Sono valide ambo le ipotesi qui fatte, quella di sāntellu e quella di sāntu Eli, Elu.

SANTU cognome che non riguarda un Santo ma ha la base nell’akk. sāntu, sāmtu ‘alba’.

SIÒNI, Siònis cognome patronimico. Forse l’origine di Siòni sta nel sum. siuna ‘zenith’.

SPANIGADRÓXU camp. ‘alba, aurora’. A su spanigadróxu ‘all’alba’. Wagner non registra il vocabolo. Registra invece il verbo log.-gall. ispannáre ‘diradare’, ‘aprirsi’, schiarire’ (del cielo, della mente: sassarese ispanna’).

La base etimologica fa riferimento all’apparizione della faccia del Sole, che presso gli antichi Semiti era detta pānu (da cui i cognomi sardi Panu, Pane, Pani), che è la ‘faccia, il colore (della faccia)’ e più precisamente la ‘faccia del Sole, di Dio (che sfolgora rossa e incandescente)’. È lo stesso termine del greco Πᾶν, anch’esso originariamente riferito al Sole e solo in seguito alla deità dei boschi. In ebraico si diceva penû ’El ‘faccia del Sole, di Dio’. Anche la dea della fertilità e dell’amore, Tanit, era detta Tanit Panè Baal = ‘Tanit Volto di Baal’, come dire ‘Volto dell’Universo, del Dio che governa il mondo’. In fenicio p‛n significa ‘volto di…’ e pny ‘davanti a’.

STORÁI camp. ‘osservare, scrutare, sbirciare’. La base etimologica è la stessa del cognome Tore, ossia il sum. tur ‘stalla, rifugio, protezione’, per estensione ‘specola’.

SU CRUTZIFISSU MANNU. Il toponimo denomina un sito archeologico lungo l’ex statale 131, presso Porto Torres, a 2 km dal celebre ziqqurat di Monte d’Accoddi. Il sito sta in una dolce vallata, su un affioramento roccioso miocenico pressoché piano, lungo circa 200 metri e largo 150. «Ci sono incisi lunghi solchi, come fossero binari, che corrono in lungo e in largo sull’intera superficie, senza che uno cambi mai la propria direzione. Le linee disegnate sono rette e parallele, a coppie, come fossero abbinate a due a due o connesse l’una all’altra. Tuttavia, la distanza che separa tra loro le linee d’una coppia non è una costante: sebbene la maggior parte delle coppie siano distaccate di circa 40 centimetri, si arriva fino ai 200. Questi binari s’intrecciano tra di loro, disegnando angoli di diverse inclinazioni, dai 30° fino ai 90°. Di tanto in tanto, sono accompagnati da coppelle scavate nel terreno e collegate ai solchi tramite strette canaline. Queste sono ben fatte, dai confini definiti, profonde circa 5 centimetri, assolutamente regolari, simili tra loro. In qualche caso, il margine di tali coppelle tange un binario, altre volte è quest’ultimo ad attraversarle. Questi coppelle sono numerose e stanno quattro-cinque metri l’una dall’altra, lungo uno stesso solco» (Massimo Frera, Halade Mystai 35 e passim).

Nel luogo insiste pure un sepolcreto datato dagli archeologi intorno al 3300 a.e.v., contenente numerose domus de janas scavate sotto il piano di calpestio, raggiungibili mediante le drómoi, corridoi che affondano gradatamente nella roccia. Le tombe appartengono alla Cultura di Ozieri ma furono occupate e rioccupate per 1200 anni fino a tutto il ciclo della Cultura di Bonnannaro (Eneolitico finale – prima età del Bronzo). Poiché parte dei “binari” su descritti sono stati tagliati di netto dalle drómoi, è logico affermare che le domus de janas siano state costruite molti secoli dopo. Come dire che i “binari” risalgono a 4-5000 anni a.e.v.

Massimo Frera, unico studioso dei “solchi” sardi, li mette a confronto con simili manifestazioni delle isole maltesi e specialmente con le macro-manifestazioni presenti in Maremma. Ma ricorda l’esistenza di tante altre car ruts (così le chiamano) visibili a Donnaz (Val d’Aosta), Monopoli, Agrigento (vicino al tempio di Ercole), Siracusa (nei pressi del teatro greco), Cerveteri (nella necropoli etrusca della Banditaccia), a Poggio Buco (Grosseto), a Cagliari, sul Monte Sirai (Sardegna), a Pompei.

Stante la loro presenza in siti sacri o dotati di un forte genius loci, Massimo Frera ipotizza che le car ruts (impropriamente catalogate dagli archeologi come banalissime ‘tracce di carri’, senza mostrare pudore per tali aberrazioni logiche e culturali) siano in realtà delle canalette che convogliavano le acque sacre al momento della celebrazione degli antichi Misteri Mediterranei. Non ci credo.

Rimando al delizioso libretto di Frera per capire meglio l’impostazione dell’opera e la credibilità delle sue ipotesi, che sono suggestive per quanto non definitive. Prima di aderire alla sua rispettabile proposta sulle car ruts, occorre fare i conti col fatto che l’area di Su Crutzifissu Mannu è carente di sorgenti perché carsica, fortemente drenante, agli antipodi di come dovrebbe essere un’area destinata, sia pure per poche ricorrenze annuali, a incanalare acqua lustrale.

La questione può essere risolta con l’aiuto dell’etimologia, ricordando anzitutto che la stragrande maggioranza dei toponimi sardi, specialmente quelli riferiti ai luoghi sacri, non sono altro che abilissime contraffazioni (paronomasie) operate dai preti bizantini per obnubilare e cancellare ogni pregressa manifestazione del sacro nell’antica religione della Sardegna. In questo preciso caso, poi, giocò a favore del clero cristiano il fatto di trovarsi già in un cimitero, onde gli fu facile contraffare il precedente toponimo mutandolo in Su Crutzifissu Mannu (‘Il crocifisso grande’). Ma questa denominazione suscita sospetti in quanto, se è lecito parlare di crocifissi in un camposanto, è però ostica l’ipotesi che l’area cimiteriale pagana, già dismessa da 1800 anni quando iniziò l’insediamento bizantino in terra sarda, fosse stata onorata dai preti cristiani col simbolo più sacro della propria religione. Però è vero che il popolo analfabeta non poteva avere tanta sensibilità verso gli inganni: i Sardi accettarono docilmente l’ingannevole correzione linguistica dei preti. Su Crutzifissu Mannu fu la paronomasia più appropriata cui i preti cristiani potessero far ricorso per cancellare la memoria dell’antico sito, che evidentemente veniva ancora frequentato per fini rituali da un popolo ancora non permeato dalla “buona novella”.

Il toponimo quindi è sardiano, ed è un sintagma basato sull’akk. šû (a stone) + kurṣu (designazione delle stelle) + manû(m) ‘calcolare, contare’. Il significato del sintagma šû kurṣu manû era ‘La roccia per il calcolo degli astri’. Nel Medioevo il sintagma šû kurṣu manû, simile al sardo-medievale sa cròzzi manna ‘la gran croce’, fu lentamente corretto in šû kurṣ(-ifiss)u manû, che tutto sommato significava la stessa cosa. Se la mia interpretazione ha colto nel segno, in questo sito scopriamo il più antico e il più organizzato sito di osservazione del firmamento.

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